Il dolore autentico della finzione

Cari amici telefilm-addicted, quante volte, di fronte alla conclusione di una delle serie-tv che più amavate, avete provato quel senso di vuoto che ti prende alla bocca dello stomaco e ti strizza il cuore in una morsa di dolore assolutamente vero e reale? Quante volte, dopo la morte di uno dei vostri personaggi preferiti, avete sperimentato sulla vostra pelle lo stesso senso di perdita e di lutto di cui avete avuto esperienza con una persona davvero esistita e che faceva parte della vostra vita? E quante volte, proprio per questi motivi, vi siete sentiti completamente fuori di testa e vi siete detti “Non è normale reagire così per dei personaggi di finzione” e siete stati lì lì per chiamare la Neuro e farvi ricoverare con tanto di camicia di forza.

Poi, dopo esservi ricordati che i manicomi sono stati chiusi ormai da anni ma non potendo comunque manifestare apertamente con amici e familiari (non telefilm-addicted) il vostro dolore, avete intrapreso l’unica strada percorribile per affrontare la disperazione: vi siete rifugiati nel magico mondo di internet, fatto di fanvideo-tributo, di fanfiction e di luoghi-non-luoghi (quali forum e Tumblr) in cui altri esseri disperati erano in grado di capire quanto stavate passando perché condividevano esattamente le vostre stesse emozioni e lo stesso senso di disagio.

Perché è così che ci si sente. Dei disagiati. O, almeno, è così che spesso mi sono sentita io quando mi sono trovata in questa situazione. Quando la perdita era recente e bastava una canzone o un’immagine vista di sfuggita o una frase o un oggetto a farmi salire la lacrima riportandomi alla mente quanto avevo amato (e perso), mi sono sentita davvero poco normale.

Ho quindi riflettuto a lungo sul tipo di dolore che si prova e alle reazioni che si hanno in relazione al fatto che, tecnicamente, riguardano qualcosa che nel nostro mondo non è mai “accaduto” perché semplicemente esso non fa parte della realtà. Mi sono interrogata sul motivo dietro al quale, nonostante una serie-tv (questo nel nostro caso, ma potremmo parlare anche di un libro o di un film) non sia reale, il dolore che proviamo lo è eccome.

Questa gif rende sempre bene l’idea ahaha

Al che mi sono detta “Ok, sto soffrendo come un cane per gente che nemmeno esiste nella realtà. Ma non sono l’unica. Questa forma di “pazzia”, quindi, deve avere per forza una spiegazione pseudo-scientifica”.

A tale proposito, facendo qualche piccola ricerca tramite il nostro caro e vecchio amico Google, mi sono imbattuta in un interessante saggio – scritto da tale Howard Sklar, ricercatore presso il Dipartimento di Filologia Inglese dell’Università di Helsinki – intitolato “Believable Fictions: On the Nature of Emotional Responses to Fictional Characters” (LINK).

In esso, l’autore ha cercato di dimostrare come il tipo di emozioni che si provano nel corso della vita reale e quelle che un lettore/spettatore sperimenta durante la lettura di un libro o la visione di un film condividano similitudini importanti. Soprattutto in termini di processi mentali che uno spettatore/lettore subisce nel recepire emotivamente personaggi di fantasia che intuitivamente considera come persone reali.

Sostanzialmente egli afferma che il modo in cui noi reagiamo ai personaggi inventati ha molto a che fare con la nostra capacità di connetterci agli altri e al metterci anche “nei loro panni”. Questo perché non avremmo modo di elaborare un personaggio di finzione se non avessimo esperienze con persone al di fuori del mondo immaginario. Quindi le nostre reazioni  ai personaggi di fantasia non sono altro che il riflesso delle relazioni vere e più o meno profonde di cui abbiamo avuto esperienza con le persone (reali) che abbiamo incontrato durante la nostra esistenza.

L’empatia e la compassione nei confronti dell’altro sono fenomeni che sperimentiamo quasi quotidianamente e giocano un ruolo chiave nel modo in cui noi reagiamo ai personaggi di finzione. Secondo la definizione data dalla psicologia, l’empatia ci permette di provare quello che un’altra persona sta sentendo (o, per lo meno, ricostruire quello che noi pensiamo l’altro individuo sta provando). Essa può sfociare nella compassione o comunque nella nostra capacità di capire quanto l’altra persona stia soffrendo (facendoci spesso desiderare di poter fare qualcosa per alleviare tale sofferenza).

Quindi, quando uno scrittore, uno sceneggiatore o un regista è in grado di creare la giusta prospettiva su un personaggio, noi riusciamo a percepire le sue emozioni a distanza, ignorando momentaneamente il fatto che quel personaggio in realtà non esiste nel nostro mondo. Piangiamo quando i suoi sogni vengono abbattuti e distrutti e festeggiamo quando le cose vanno nel verso giusto. In altre parole ci colleghiamo con lui a livello emotivo, esattamente come faremmo con un amico.

Sempre secondo la teoria di Sklar, chiunque abbia visto un film (telefilm nel nostro caso) o letto un romanzo altamente coinvolgente sa che si tende ad investire profondamente sé stessi nelle esperienze di vita di questi personaggi, proprio come se fossero individui reali.

Esattamente come succede nella vita di tutti i giorni con amici e familiari, nelle nostre menti – inconsciamente – andiamo a riempire di dettagli quello che non conosciamo dell’esistenza e della storia del personaggio (i pezzi mancanti del puzzle che non ci vengono narrati): espisodi del loro passato, quello che stanno pensando o quello che stanno facendo quando noi non li vediamo, ecc… Tutte cose che, per quanto riguarda la nostra percezione nei loro confronti, vanno ad incrementare il loro senso di autenticità.

Allo stesso tempo, per tutta la durata della storia, arriviamo a conoscere i personaggi in maniera a volte più profonda di quanto non accada con alcuni dei nostri cari perché la narrazione ci offre un’ampia finestra sui loro pensieri e ci permette di sbirciare la maggior parte delle loro emozioni più profonde.

Questo spiega anche il processo secondo il quale un personaggio che inizialmente non ci piaceva riesce a redimersi ai nostri occhi. I creatori di storie giocano spesso con il concetto di “prima impressione” (negativa) per poi evocare gradualmente la nostra empatia per una persona che al primo sguardo ci aveva disgustato. Secondo Sklar questo cambiamento di opinione non è dovuto tanto al fatto che lo vediamo in modo diverso o che lo abbiamo frainteso in precedenza, ma è soprattutto dovuto alla possibilità di assistere alla sua evoluzione.

In conclusione, secondo Sklar, anche se non siamo in grado di relazionarci in maniera diretta alle circostanze in cui si trova un personaggio (ad esempio possiamo emozionarci per la storia di un soldato anche se non siamo mai stati in guerra), possiamo comunque restare in connessione con lui.

Fintanto che il racconto e le attitudini emotive resteranno dentro di noi, la nostra capacità di sentirci emotivamente legati ad un personaggio di fantasia trascenderà da tutti gli altri dettagli.

Dopo aver letto questo saggio, ho pensato molto a quello che le storie rappresentano e a quello che sono in grado di fare a chi decide di immergervisi anima e cuore e sono arrivata  alla conclusione che, se le emozioni suscitate e provate sono reali, allora anche le storie devono per forza fare parte di questa realtà.

Forse non è così per tutti perché non tutti hanno dovuto affrontare il mondo e la vita nello stesso modo e non tutti reagiscono alla potenza delle emozioni allo stesso modo. Ma per alcune persone (me compresa) la linea tra finzione e non-finzione è piuttosto arbitraria e questo le porta a sentire in maniera molto profonda anche le “cose” di finzione.

Per alcuni individui – ex bambini strani, eccentrici, bullizzati, abusati e che sono dovuti scendere a patti con qualsiasi bruttura la vita gli abbia riservato e che sono diventati gli adulti che sono oggi – queste persone e cose “non reali” hanno spesso costituito un autentico aiuto e, a volte, hanno letteralmente salvato delle vite.

Inoltre, se ci pensate bene, alcune “storie” hanno addirittura creato fedi e religioni, innalzando e distruggendo intere culture. Certo, questo può essere considerato un estremo di quanto sto cercando di dire, ma il punto è che spesso le storie non sono semplicemente storie.

Le storie (ed i personaggi che le popolano) influenzano la nostra vita in maniera spesso sbalorditiva e assolutamente inaspettata e, viceversa, le nostre esperienze personali vanno a plasmare il modo in cui noi ci affezioniamo ad individui di pura finzione.

Ecco perché quando un personaggio viene a mancare, noi “entriamo in lutto” (in inglese l’espressione con cui si può tradurre al meglio questo stato d’animo è “We mourn him/her”). Perché allo stesso identico modo, quando il nostro personaggio prova gioia anche noi gioiamo con lui, quando si dimostra più saggio, anche noi impariamo con lui e da lui. E così via…Quel determinato personaggio (o gruppo di personaggi) quindi, oltre ad aver contribuito in qualche modo ad arricchire la nostra esistenza, faceva letteralmente parte del nostro vivere quotidiano. Ed è proprio per questo motivo che la sua morte e/o il fatto che non lo avremmo mai più rivisto ci porta a soffrire così tanto la sua mancanza. Un pezzo della nostra storia e della nostra anima muore o si spegne insieme a lui.

Gli scrittori, quindi, hanno il grande potere di catturare e tenere letteralmente nelle proprie mani il cuore delle persone. I cantastorie portano questi cuori con loro nel viaggio. Viaggio che può essere tortuoso e pericoloso, pieno di gioia o di sofferenza, carico d’amore oppure solo brutale e miserabile.

Il fatto è che molti viaggi sono tutte queste cose insieme perché la vita dell’essere umano, in definitiva, è esattamente questo.

Ecco perché le storie migliori, il più delle volte, sono quelle verosimili, quelle fatte di sogni e speranze che ognuno di noi porta con sé e dentro di sé.

In conclusione, non disperate cari compagni di sventura! La nostra “pazzia” è totalmente normale…

 

7 comments
  1. Bellissimo articolo!
    Che mi riporta alla mente una frase molto importante.
    “We’re all stories, in the end. Make it a good one.”

  2. HO I BRIVIDI!!! è tutto terribilmente e perfettamente vero!! Purtroppo se non “VIVI” le serie tv come facciamo noi addicted, gli altri non potranno MAI capire quello che proviamo, non potranno mai comprendere quanto tempo ho impiegato per perdonare Shonda e superare la morte di Lexie né potranno comprendere quella sensazione difficile anche da spiegare che provo ogni volta che riguardo la scena in cui Ten & Rose si rivedono nel 4×12!

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