Doctor Who | Recensione 9×04 – Before The Flood

Questo è per tutti quelli che continuano a credere che Doctor Who sia stato irrimediabilmente rovinato da Steven Moffat e dai suoi sceneggiatori, questo è per chi è convinto che Clara Oswald abbia perso la sua umanità, questo è per chi si illude che il Dottore, QUESTO Dottore, si legherà alla prossima compagna com’è successo con Clara, questo è per chi ancora si rifiuta di vedere l’immensità che si rivela in ogni episodio di questa serie e che in questa stagione sembra intenzionata a raggiungere nuovi livelli di epicità, abbattendo standard e accettando tutti i rischi che comportano inevitabilmente le scelte innovative abbracciate in questo nuovo ciclo. Doctor Who non ha mai osato così tanto e per quanto mi riguarda, diventa sempre di più una scommessa vinta in partenza perché più afferma la sua originalità, più raggiunge la sua profonda, intensa e autentica semplicità, il suo cuore sempre presente come un punto fisso nel tempo e nello spazio.

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Ciò che più mi travolge di questa nona stagione al momento, è esattamente la capacità di rivoluzionare alcuni elementi cardine dello show riuscendo nello stesso momento non solo a celebrare, con riferimenti e parallelismi, un glorioso passato ma soprattutto a mantenere vivo e avvolgente quel fulcro storico della serie, quella caratteristica affascinante, intrigante e letteralmente impossibile da spiegare che è il tempo, il tempo di Doctor Who. Non c’è stato niente che non sia stato incredibile nel più letterale senso del termine in questo episodio, ogni livello della storia è stato gestito straordinariamente, dal singolo personaggio alle sue relazioni sociali fino ad arrivare alla storyline individuale dell’episodio, alle sue sfumature più “tecniche” e ai suoi aspetti più emotivi e quotidiani, quell’insegnamento che vogliamo cogliere in ogni episodio perché ne abbiamo bisogno, perché ci arricchisce, perché in quel momento Doctor Who diventa una parte di noi e non c’è niente di più bello. E proprio per insegnarci e aiutarci a capire il suo mondo, il Dottore ci spiega dettagliatamente, all’inizio di tutto, quello che avremmo visto e vissuto in questa seconda parte, ci offre la sua limpidissima chiave di lettura delle sue azioni, e in uno straordinario monologo meta-televisivo, tra i colori e luci misteriosamente accoglienti del Tardis, ci lascia liberi da perplessità e pronti finalmente a inserirci nella storia, accompagnati da un intro indimenticabile, arrangiato da sogno con il timbro inconfondibile della chitarra elettrica, ormai simbolo di questa stagione e del suo Dottore. Avrete capito che sul lato della comprensione ho un tantino esagerato ma non sulla genialità del momento, un momento che adesso dura da ben quattro episodi.

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Allora, avete “googlato” il paradosso di predestinazione di cui ci ha parlato il Dottore con l’esempio (era davvero un esempio??? Io avrò sempre dei dubbi) riguardante il suo idolo Beethoven? I paradossi temporali sono da sempre la linfa vitale di questo show, di un mondo in cui ammettiamolo, tante volte non importa dove siamo, ma QUANDO siamo, se in quel passato di cui abbiamo letto tante volte sulle pagine dei libri di storia, o in quel futuro che non osiamo immaginare neanche nei nostri sogni più profondi. Ma a tentarci per la maggior parte dei casi è proprio il passato, quella realtà che razionalmente dovrebbe essere conclusa ormai ma che invece rappresenta ancora e sempre l’inizio di tutto, la prima tessera del domino, quel singolo punto nella storia che, se alterato, sarebbe in grado di capovolgere il mondo e gli universi, per un solo piccolo cambiamento. Da sempre il Dottore ci mette in guardia dai paradossi temporali, dalle loro conseguenze, ci ammonisce sui catastrofici effetti che deriverebbero dalle nostre azioni se spostassimo anche solo un tassello del nostro puzzle o se, per esempio, evitassimo la morte di nostro padre. Eppure il Dottore continua a farlo, continua a rivivere il passato, continua ad avvicinarsi sempre di più a quella tentazione che non è soltanto umana in fondo ma che coinvolge chiunque porti con sé il desiderio di cambiare il suo futuro.

Ed è qui che riprende la nostra storia, con il Dottore che cerca di risolvere il suo enigma tornando alla sua origine, nel luogo in cui tutto è iniziato, prima dell’inondazione, quando tutto doveva ancora accadere. Ma nel presente, nel suo futuro, qualcosa è già accaduto e come sempre, è chi resta a subirne le conseguenze. In compagnia di Lunn e Cass, Clara cerca disperatamente una spiegazione razionale per non credere a ciò che vede, per non credere che quel fantasma di fronte a sé sia davvero il Dottore, il suo Dottore, quella persona che rappresenta la sua speranza più profonda, la stessa speranza che adesso Lunn cerca dolcemente di infonderle, inconsapevole dell’impossibilità di consolare qualcuno che ha appena visto la sua intera vita scivolarle tra le dita. Ma Clara lo sa bene adesso, il tempo di abbandonarsi alle emozioni e all’accettazione non è ancora arrivato perché una telefonata attraverso lo spazio e il tempo le fa capire che il peggio deve ancora succedere e finché potrà strappargli la promessa di tornare da lei, Clara non intende rinunciare a combattere per la sua vita ossia per il suo Dottore.

Attraverso la sua finestra sul futuro quindi, il Dottore raggiunge nuovi livelli di assurdità e narcisismo, cercando risposte e supporto dal suo stesso fantasma, diverso però dai precedenti, e come potrebbe essere altrimenti? Il fantasma del Dottore non ripete quelle coordinate che hanno portato al ritrovamento della camera di alimentazione della nave spaziale, camera in cui giace il pilota, quel messaggio o quella richiesta che viene trasmessa senza sosta fantasma dopo fantasma, no, anche nella sua forma evanescente il Dottore sembra intenzionato a imporre le sue regole, ripetendo in continuazione una serie di nomi, i loro nomi: Moran, Pritchard, Prentis, O’Donnell, Clara, Doctor, Bennett, Cass.

Di fronte a questa nuova consapevolezza, il Dottore affronta quel passato che sta vivendo e che ai suoi occhi cambia ogni secondo di più perchè la sua mente lavora incessantemente, elaborando piani che non può esprimere, sperando di poter cambiare il passato affinché tutto nel futuro resti com’è (semi citazione). Il primo fantasma, lo strambo becchino alieno di Tivoli, il pianeta che ha bisogno di essere invaso e schiavizzato per poter continuare ad esistere (e non voglio immaginare a chi possano essersi ispirati per una tale razza), va incontro al suo destino ben presto, proprio in quella nave spaziale che si rivela un carro funebre, riservato al Fisher King defunto. Più il Dottore spera di poter cambiare il futuro, più questo si realizza inesorabilmente proprio grazie a ciò che lui stesso fa nel passato, o che semplicemente a volte NON FA. Inseguiti da quel re alla fine non poi così defunto, anche O’Donnell purtroppo affronta la sua sorte nel passato, diventando l’ennesimo trasmettitore nel presente di Clara, in quello che era anche il suo presente. La catena sembra continuare inesorabilmente di fronte agli occhi impotenti del Dottore, in un ordine che stranamente rispecchia il messaggio del suo stesso fantasma. E se è davvero così, il suo turno si avvicina ma questo non gli importa perché l’unica vita che intende salvare è quella di cui più gli importa, quella che continua a perdere e a ritrovare con un inquietante ritmo, la vita di Clara. E in quel caso cambiare il passato non è più un’opzione così oscura e impossibile e non per modificare quel futuro che è già avvenuto, ma per evitare che accada ancora, per evitare che quel futuro raggiunga anche la sua Clara.

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Così il Dottore sembra finalmente pronto per il suo confronto finale, con quel re che a volte gli somiglia più di quanto lui voglia ammettere. Il Signore del Tempo disposto ora a cambiare le leggi di quel TEMPO così prezioso per lui pur di difendere qualcosa di più importante: la vita; il Fisher King che non accetta la resa, “do not go gentle into that good night”, e che per sfuggire alla morte gioca e manipola la morte stessa, utilizzando quella sorta di limbo come spazio personale per trasmettere il suo messaggio alla sua gente, per riunirsi con la sua specie e imperare ancora una volta. Ma quel sovrano avrebbe dovuto saperlo, il Dottore mente sempre e alla fine il sipario cade inevitabilmente, rivelando il suo ultimo piano. Ecco quindi il paradosso di predestinazione, ecco quindi Beethoven e la quinta sinfonia, ecco il Dottore nella sua natura più essenziale ed ecco Doctor Who nella sua anima più tradizionale e infinita, come quelle linee temporali che adesso si creano. Il Dottore non ha mai avuto intenzione di cambiare il passato, non dal momento in cui ha capito che questo continuava fatalmente ad affermare se stesso senza che lui potesse fermarlo. Ma di fronte all’incombere dello stesso destino anche per la sua Clara, il Dottore capisce di dover fermare questo domino di vite e paradossalmente, l’unico modo per farlo era lasciare che il tempo scorresse, anzi, era aiutare il passato a far sì che si realizzasse nello stesso modo in cui l’aveva visto spiegarsi davanti ai suoi occhi, creando con le sue stesse mani quel passato che voleva cambiare. L’inondazione annienta il Fisher King, il fantasma del Dottore si rivela soltanto una sua proiezione oleografica, Bennett torna nel suo tempo con il Tardis e il Dottore risorge nel presente dalla stessa camera di alimentazione che doveva ospitare il Fisher King e che invece è sempre stata la sua via di fuga, anche quando lui per primo non ne aveva ancora idea. Il tempo si riafferma per l’ennesima volta, il Dottore trova la soluzione nel se stesso futuro che a sua volta è stato creato dal suo passato, in un ciclo che non smetterebbe mai di riavvolgersi e di dimostrare ancora una volta come il tempo non sia altro che un wibbly wobbly timey wimey stuff. Il passato rimane inviolato, se per scelta o per obbligo forse non lo sapremo mai; la vita umana si riappropria della sua importanza più intima, del suo valore univoco, di quel tacito invito a viverla pienamente perché non potremo mai davvero tornare indietro una volta che l’avremo abbandonata. E in fondo, “Who wants to live forever anyway?”.

Who wants to live forever anyway?

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Lei l’aveva accettato. Dalla prima volta in cui il Dottore aveva messo piede nella Faraday Cage. O’Donnell l’aveva accettato senza neanche chiedere spiegazioni perché quella era la vita che aveva sempre sognato, che aveva inseguito come il più grande dei suoi desideri, e quando l’ha davvero afferrata, non si è tirata indietro ma l’ha vissuta così come aveva sempre voluto, consapevole dei rischi ma travolta dall’entusiasmo e dalla determinazione di affermarsi e di dimostrare di meritare quell’occasione, la sua occasione e niente e nessuno gliel’avrebbe portata via.

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O’Donnell è stata una perla di scrittura, quel personaggio che ti sembrava di conoscere e amare da anni e che invece avevi appena conosciuto. La verità è che ogni suo gesto, ogni sorriso, ogni parola era così familiare perché ci apparteneva, perché erano i nostri gesti, i nostri sorrisi, le nostre parole, ricche di quello stesso entusiasmo che ci pervade di fronte a questo mondo, lo stesso sogno ad occhi aperti che viviamo durante ogni episodio, quello di poter incontrare un giorno quest’uomo assurdo in una cabina blu che ci inviti a salire a bordo e a viaggiare con lui, permettendoci di scoprire una vita che sarà inevitabilmente migliore di questa. Non ho mai sofferto così tanto la scomparsa di un personaggio di un solo episodio come è successo con O’Donnell, perché lei era tremendamente viva, lei era me (e tutti noi) ed io ero lei, O’Donnell era il nostro specchio delle brame, era il nostro riflesso identico affiancato però dal nostro desiderio più profondo ed è per questo che forse ha fatto così male, perché ci avevamo messo una parte di noi in lei e con lei l’abbiamo persa. Toby Whithouse è stato un vero MAESTRO di scrittura in questo frangente perché ci ha avvicinati allo show più di chiunque altro prima d’ora, perché ci ha portato con lui in questa avventura, perché ci ha fatto capire che non siamo invisibili e che in qualche modo tutti loro ci ascoltano o almeno ci vedono. O’Donnell era forse un regalo per noi, un malinconico, nostalgico, crudele regalo certo, ma era destinato a noi, nel più autentico stile Moffat.

 

SHE’S STILL ONLY HUMAN

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Amare come Lunn & Cass, andare avanti come Bennett, lottare come il Dottore, inseguire e vivere i propri sogni come O’Donnell. Tutti gli aspetti più umani della nostra vita, tutti raccolti per quanto mi riguarda in quel personaggio che in tanti adesso accusano di aver perso la sua umanità, quel personaggio che probabilmente non sarà mai abbastanza, per tutti tranne che per me. Il dubbio che si voleva insinuare in questo episodio verteva proprio sull’umanità di Clara Oswald, sulla sua empatia, su quel cambiamento negativo che in troppi vorrebbero riconoscere nelle sue azioni. La verità secondo me è che Clara ha vissuto e abbracciato ogni singolo aspetto dell’umanità, dai più belli ai più difficili da accettare, e quelle emozioni che ha provato, quelle esperienze che ha affrontato a viso aperto senza mai spezzarsi, senza permettere a nessuno di cambiarla, l’hanno resa adesso ancora più consapevole di quello che sente, del suo essere tremendamente e innegabilmente UMANA, dei limiti e dei vantaggi che questo comporta, e di ciò che è disposta a fare per non avere rimpianti quando alla fine toccherà anche a lei raggiungere la fine della sua corsa. Clara vuole vivere pienamente perché fino a poco tempo fa anche lei era come O’Donnell, anche lei viveva e sognava ad occhi aperti, sperando in qualcosa di più, sperando in una vita diversa che le mostrasse tutte quelle meraviglie di cui aveva soltanto letto nei suoi libri. E quando quel desiderio si è realizzato, quando il suo sogno è diventato la sua vita, Clara si è aggrappata ad esso con tutte le sue misere, umane, forze, sperando e lottando affinché nessuno glielo strappasse via.

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Una spaventata Cass le ha chiesto, a nome di tante altre persone lì fuori, se viaggiare con il Dottore l’avesse cambiata, rendendola così distaccata dai sentimenti altrui. E la ragazza che risponde a quella domanda non è una Clara diversa da quella che ho conosciuto e amato fin dalla sua prima apparizione, è una Clara che è cresciuta al fianco del Dottore, che ha imparato a vedere il mondo con nuovi occhi, nuove consapevolezze, perché lei non ha viaggiato con lui, Clara Oswald HA VISSUTO con lui, ha respirato e fatto proprio ogni singolo aspetto di quella vita perché è in quella vita che ha riconosciuto se stessa più di quanto avesse mai fatto prima. E nonostante tutto all’inizio Clara ci ha anche provato, ha mantenuto ben stretto il contatto con quella quotidianità che non ha mai rinnegato perché anche quella realtà era sua e le apparteneva, così si è messa in gioco, ha rischiato, ha amato e poi ha perso, di nuovo, non male come esempio di umanità no? E quello che adesso sembra non essere a chiaro a molti è che Clara lo sta rifacendo, Clara si sta rimettendo in gioco ancora più di prima perché adesso ha tutto da perdere, tutto ciò a cui più tiene, tutto ciò che rappresenta la sua intera esistenza e non esiste paura più umana di questa.

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L’umanità di Clara Oswald per quanto mi riguarda non è mai stata messa in discussione, semplicemente adesso il suo sguardo è più esperto e meno disilluso per via di tutto ciò che ha visto e vissuto, per ciò che ha avuto e perso, per quella realtà uguale per tutti, oltre il tempo e lo spazio, quella realtà in cui non tutti possono essere salvati ma salvarne anche solo una parte diventa una vittoria importante. E Clara lotta per questa vittoria, con intelligenza, con razionalità, anche con freddezza se serve anche se in fondo fredda e distaccata non lo sarà mai per davvero.

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Le sue azioni e le sue parole con Cass e Lunn non sono state perfette proprio perché la perfezione non è umana ma Clara ci ha provato e in fondo, in parte, ci è anche riuscita, e questo e proprio da lei, così come è autentica quell’empatia immediata che dimostra a Bennett che osserva di fronte a sé la sua occasione persa. Sognare, lottare, perdere, continuare a vivere, AMARE. Come dicevo, Clara incarna ognuno di questi aspetti della vita e dell’ultimo ne fa la sua ragione d’esistere.

Inutile negarvi che a stringermi il cuore, ad emozionarmi e a rendere questa storia ancora più infinita è proprio quel rapporto di cui vi ho sempre parlato, un rapporto che in questo episodio ha raggiunto livelli che quasi non credevo possibili neanche nei miei sogni più belli, un legame che sono sempre più convinta solo la morte possa spezzare, quella morte a cui non esiste via di fuga. Per quanto il Dottore provasse ad accettare serenamente il suo apparentemente tragico futuro, la reazione di Clara è irrazionale, irrefrenabile, emotiva, umana, perché non accetta quel futuro, non concepisce l’idea di perdere quella persona che è entrata nella sua vita rendendosi ESSENZIALE, sostituendosi alla vita stessa e diventando il suo mondo, l’unico mondo in cui vuole vivere.

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Più il Dottore sembra pronto ad accettare la sua fine, più Clara la respinge, se davvero vuole abbandonarsi al suo destino, che lo faccia con un’altra ma non con lei, non con chi ha bisogno di lui più della sua stessa aria.

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Ed è soltanto per lei, per dimostrarle quanto “he loves her in any way”, che il Dottore allontana e rifiuta il suo stesso fato ma più di tutto allontana quello che sembra voler incombere su Clara, mettendo la sua sicurezza al di sopra di tutto, diventando per lui il suo unico obiettivo. Fino al momento in cui sono di nuovo insieme e tutto sembra di nuovo normale, come se nulla fosse accaduto.

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Un ultimo importante cenno lo merita il personaggio di Cass, la forza, l’amore e la paura che riesce a trasmettere senza dire una parola. Intenso e assordante era il silenzio che la circondava mentre si aggirava da sola nella base, facendo affidamento esclusivamente sul suo sesto senso, su quell’istinto che le salva la vita, riportandola nuovamente al fianco della persona che ama. Innegabilmente interessante è anche il breve rapporto con Clara e non nego che mi sarebbe piaciuta una scena conclusiva tra loro.

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Quattro episodi sono già andati in onda, due storie perfette fanno ormai parte di noi e della nostra vita, e più si va avanti più l’oscurità diventa sempre più fitta, più complessa, più fatalmente vicina. Doctor Who rinnova la sua essenza riuscendo al tempo stesso ad abbracciare la sua storia e a riconoscersi in essa.

 

Non dimenticate di seguire questa splendida pagina dedicata a Clara Oswald e alla sua meravigliosa interprete Jenna Coleman • Clara Oswald » Jenna Coleman. ϟ

WalkeRita
Occasionale inquilina del TARDIS e abitante in pianta stabile di un Diner americano che viaggia nel tempo e nello spazio, oscilla con regolarità tra Stati Uniti e Gran Bretagna, eternamente leale alla sua regina Victoria e parte integrante della comunità di Chicago, tra vigili del fuoco (#51), squadre speciali di polizia e staff ospedalieri. Difensore degli eroi nell’ombra e dei personaggi incompresi e detestati dalla maggioranza, appassionata di ship destinate ad affondare e comandante di un esercito di Brotp da proteggere a costo della vita, è pronta a guidare la Resistenza contro i totalitarismi in questo universo e in quelli paralleli (anche se innamorata del nemico …), tra un volo a National City e una missione sullo Zephyr One. Accumulatrice seriale di episodi arretrati, cacciatrice di pilot e archeologa del Whedonverse, scrive sempre e con passione ma meglio quando l’ispirazione colpisce davvero (seppure la sua Musa somigli troppo a Jessica Jones quindi non è facile trovarla di buon umore). Pusher ufficiale di serie tv, stalker innocua all’occorrenza, se la cercate, la trovate quasi certamente al Molly’s mentre cerca di convertire la gente al Colemanismo.

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2 COMMENTS

  1. Io però ho capito che se mai dovessi incontrare il Dottore farò finta di non conoscerlo e lo schifero’ anche un po’. Le fan muoiono tutte in malo modo.

    • Della serie: “Vuoi viaggiare con me?” – “Ma anche no, grazie mille!” xD Avanti, non ci credi neanche tu, salteresti a bordo di quel Tardis prima che lui riesca a dire “Shut Up”!

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