Dalla parte di Callie Adams Foster: perché la difendo incondizionatamente

Maia Mitchell - Callie Adam Foster
Callie Adams Foster: Scheda del personaggio

Callie Adams Foster

Prima impressione su di lei

Quando ho conosciuto Callie per la prima volta, pochi mesi fa, nel pilot di The Fosters, non c’è stato davvero quel colpo di fulmine che solitamente scatta con i personaggi che in seguito entrano rapidamente a far parte del parterre dei miei protagonisti preferiti. Era facile empatizzare per lei all’epoca, forse a tratti era anche scontato, e probabilmente è anche per questo motivo che all’inizio ho inconsciamente mantenuto le mie distanze da lei. Inoltre, l’impostazione delle basi della storia con Brandon Foster, avviate fin dal primo episodio, mi aveva in un certo senso “scoraggiata”, facendomi presagire e temere un focus maggiore su una dinamica romantica in stile Ryan/Marissa rispetto allo sviluppo del personaggio in ambito familiare. Il timore dunque di fronte alla presentazione di Callie era che “The Fosters” potesse seguire un sentiero già battuto almeno per quanto riguardava la sua caratterizzazione (le due donne innamorate che crescono insieme due figli adottati e il figlio biologico di una di loro mi avevano fatto intuire che in quanto family drama, “The Fosters” non sarebbe proprio stata una serie come tante).

Intuire la profondità del background drammatico di Callie Adams Foster ad ogni modo non era certamente difficile ma credo che si possa iniziare a vederla per davvero e a scorgere ferite più radicate e condizionanti di quanto la sua prima caratterizzazione avesse mostrato, in seguito alla prima proposta di adozione da parte di Stef & Lena e soprattutto in occasione del funerale del padre di Stef, entrambi eventi in cui Callie inizia davvero a mostrare lati della sua personalità e in particolar modo della sua psicologia segnata che identificheranno tutto il suo percorso nella serie e che in fondo non svaniranno mai del tutto, anche quando il suo futuro si rivelerà ben più roseo di quanto si aspettasse.

Soprattutto durante il funerale sopracitato, Callie rivela a se stessa in primis una visione distorta di uno dei suoi ricordi più traumatici, quello appunto del funerale di sua madre. Nonostante sia più piccolo di lei e lo fosse quindi ancora di più quando ha perso anche lui sua madre, è Jude in realtà a sbloccare la memoria effettiva di Callie, a ricordarle quella reazione violenta e drammatica che aveva vissuto in seguito alla scomparsa della mamma e che lei da quel giorno in poi invece aveva attribuito proprio a Jude, cominciando lentamente a chiudere il dolore in compartimenti talmente compressi da spingerla a riscrivere interi eventi pur di non affrontarli. Ed è in quel momento, quando l’ho vista crollare per la prima volta tra le braccia di Stef, che ho cominciato ad avvertire quel bisogno istintivo di proteggere Callie dal resto del mondo.

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Caratterizzazione e Psicologia

L’intero percorso di Callie Adams Foster quindi, anche nello spin-off “Good Trouble” a tratti, è straordinariamente fedele a una psicologia particolare che non guarisce con una o due stagioni e non evolve immediatamente solo perché la sua quotidianità inizia a migliorare. Più guardavo Callie ricadere costantemente in una serie di errori e atteggiamenti negativi per se stessa riconducibili facilmente alle esperienze traumatiche vissute e subite, più la capivo, creando con lei esattamente quel legame che mi mancava al principio e soprattutto vedendo il personaggio in tutta la sua meravigliosa e imperfetta interezza.

Perdere nel giro di una notte sua madre e in maniera diversa suo padre, entrare a far parte di un sistema affidatario corrotto e disfunzionale e iniziare in seguito un giro di case e famiglie affidatarie dietro le cui porte si nascondevano per lei mostri inarrestabili ha convinto Callie che l’oscurità fosse la sua nuova normalità e che l’oscurità fosse anche la parte preponderante di sé. Nei problemi, nei contesti anaffettivi, nel dolore, Callie ci sta bene, è assuefatta, nelle scelte sbagliate lei è a suo agio perché fin troppo abituata a ciò che non va bene, ciò che finisce, abituata a chi rinuncia a lei perché troppo difficile da sostenere.

Stef & Lena sono le prime persone che entrano nella sua vita senza condizioni, non a patto che si comporti bene, senza aspettarsi che lei si adatti alla loro famiglia e si comporti di conseguenza, no, sono loro che si adattano a Callie, loro che lottano per conquistare la sua fiducia e farsi accettare, mai viceversa. E più le due mamme rinnovano ogni giorno il desiderio di restarle sempre accanto, più Callie sembra determinata non solo a respingerle ma a sabotare ogni tentativo di essere felice con loro.

L’intera storia con Brandon (per quanto non fosse un sentimento o un rapporto abusivo, sbagliato certo ma non tossico) mi è apparsa nel tempo come uno degli atteggiamenti più autodistruttivi di Callie, che continuava a trovare rifugio dall’unico ragazzo che fino a quel momento le aveva mostrato gentilezza e rispetto ogni volta che la sua posizione in famiglia diventava o troppo concreta o impossibile, perché sarebbe stato più facile perdere e deludere un fidanzato che un’intera famiglia, essendo ormai congenitamente convinta che fino alla fine li avrebbe persi.

Per tutto il percorso in “The Fosters”, Callie fugge, quanto più veloce riesca a fare, a volte sembra quasi un esperimento inconscio il suo, per vedere dopo quanto tempo e quanta distanza Stef e Lena si sarebbero stancate di inseguirla e avrebbero smesso di cercarla. E invece dopo ogni errore, dopo ogni sabotaggio della sua stessa felicità, dopo ogni fuga, Callie si voltava e vedeva le sue mamme ancora lì, più caparbie e ribelli di lei, pronte a riportarla a casa, volta dopo volta. E anche se tutti i suoi meccanismi di difesa continuavano a tirare il freno a mano con tutta la forza dei ricordi più brutti, Callie inizia ad ascoltare ciò che le sue mamme dicono e provano, e lo memorizza, Callie ricorda tutto, anche quando non vuole, anche quando prova a seppellire quelle memorie. E proprio nella quinta stagione di “The Fosters”, Callie ribadisce a Stef e Lena di aver costruito lentamente il suo futuro su quelle parole che aveva ascoltato da loro la prima volta, “you’re not disposable”. E sempre per la prima volta ci aveva creduto. Contro ogni suo istinto primordiale.

Ogni decisione di Callie, ogni errore, ogni passo falso, non sono mai sintomi di stupidità, ingratitudine o superficialità, sono cicatrici di ferite che si sono rimarginate con estrema lentezza e solo grazie alle cure di chi le ha fatto una promessa e l’ha mantenuta anche nel suo momento più difficile.

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Perché mi ha colpito così tanto

Callie Adams Foster è una sopravvissuta. E nonostante tutto ciò a cui è sopravvissuta, la sua non è una villain origin story, non avvelena il mondo solo perché lei è stata avvelenata, anzi, Callie Adams Foster rende il mondo un posto migliore. Le sue battaglie sono più intense e tenaci di quanto lo siano state quelle combattute per lei prima dell’arrivo di Stef e Lena, il suo rispetto e la sua comprensione per le differenze umane sono più universali e accoglienti di chi ha avuto modo di impararli per tutta la vita. Callie si considera “a lucky one”, una di quelle fortunate, perché dopo tanta oscurità ha trovato la sua luce, perché dopo essere stata abbandonata tante volte ha trovato chi non ha mai avuto intenzione di lasciarla andare. E quell’amore incondizionato che per la prima volta ha ricevuto, l’ha riversato su chiunque ne avesse bisogno: Callie era l’unica a considerare davvero Cole un ragazzo alla “Girls United”, è stata la prima a lottare per Ximena e la sua famiglia, ha messo a repentaglio il suo lavoro per Malika e per i diritti per cui lei combatteva. Callie è in prima linea, senza riserve, a volte anche senza pensarci e a suo rischio e pericolo, ma lei c’è, sempre. Callie Adams Foster è il frutto del suo animo buono e al tempo stesso della possibilità che Stef e Lena le hanno concesso col loro amore, la possibilità di essere se stessa, la sua versione migliore.

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Scena che più la rappresenta

Quando si parla di Callie, per quanto ci siano tra “The Fosters” e “Good Trouble” innumerevoli momenti che confermano impeccabilmente una caratterizzazione lineare e coerente che giustifica e sostiene la sua psicologia particolare, tendo personalmente a tornare sempre al decimo episodio della terza stagione, nel momento dell’ufficialità della sua adozione. Questo perché anche quell’episodio è una sorta di riassunto delle abitudini spesso autodistruttive di Callie, che era tornata nuovamente tra le braccia di Brandon di fronte alla concreta possibilità di non poter essere più adottata, solo per scoprire il giorno seguente di essere in realtà di nuovo idonea all’adozione.

Alla confusione derivante inevitabilmente dai sentimenti riaccesi per Brandon si unisce poi anche l’innato attivismo che da sempre pervade totalmente Callie, tanto da spingerla a lottare per chi non può farlo anche contro lo stesso giudice che avrebbe tenuto la sua udienza il giorno successivo. E nonostante i demoni che le urlano dentro e i fantasmi del passato che le girano intorno, proprio di fronte a quel giudice, Callie non si tira indietro, non per superbia, non per sabotare il suo futuro questa volta, ma per definirsi almeno in una persona di cui può essere fiera, la persona che le sue mamme hanno visto in lei e che prende posizione per una giusta causa.

È in questo contesto che Callie si definisce “a lucky one” e come tale sente di dover alzare la sua voce per sostenere chi adesso siede alle sue spalle, nella vita che lei stessa aveva prima di incontrare Stef e Lena, e lo fa con coraggio, sì, ma anche con il timore di chi è sul punto di perdere tutto, di nuovo. Il suo volto si spegne consapevolmente quando crede che il giudice stia per chiedere il conto delle sue parole ma si illumina inaspettatamente quando invece per la prima volta chi interpreta la legge la vede con i suoi stessi occhi.

Il sorriso si allarga sempre di più e come era successo poche volte prima man mano che la proclamazione diventa ufficiale ed è umanamente semplice avvertire quel sentimento a cui non era più abituata che la travolge completamente quando viene riconosciuta membro della famiglia Adams Foster: Callie non era mai stata così felice.

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E adesso?

Nel suo percorso in “Good Trouble”, così diversa e matura eppure così fedele a chi è sempre stata, Callie sta cercando il suo equilibrio tra la sua volontà di diventare avvocato e il bisogno innato di entrare nella vita delle persone e aiutarle in maniera diretta, senza filtri, senza attese. Le vicende romantiche tendono forse a occupare fin troppo spazio nella sua storyline e l’atteggiamento a volte dei coinquilini della Coterie nei suoi confronti dimostra chiaramente una conoscenza superficiale di una storia di cui vedono ora solo la parte più “semplice”, ma ancora una volta, tra cambiamenti e passi falsi, Callie si riconferma profondamente se stessa, consapevole e fiera del suo passato per rivolgersi al suo futuro con orgoglio.

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Callie Adams Foster è un personaggio che inizialmente piace a tanti più che altro per compassione ma che perde consensi nel percorso, quando tutte le sue fragilità riemergono in una serie di errori e decisioni discutibili. Apprezzare Callie quindi diventa quasi una maratona affettiva e personalmente credo di aver iniziato ad amarla proprio quando in molti hanno smesso di capirla. Ma è proprio in quel momento che Callie Adams Foster diventa un personaggio degno di essere visto, difeso e vissuto.

 

 

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