Da TERMINATOR a PERSON OF INTEREST: il futuro è già qui?

Dovete sapere che qualche settimana fa il mio amatissimo e per nulla tecnologico cellulare, dopo 5 anni di onorevole servizio, ha deciso di ritirarsi nel paradiso delle macchine per non fare più ritorno. Di punto in bianco ha smesso di funzionare e io mi sono trovata costretta ad affrontare quello che per lungo tempo avevo abilmente cercato di evitare: l’acquisto di uno smartphone. Erano mesi che mia sorella e un paio di amici mi rompevano le palle in merito al fatto che non avessi whatsapp e mille altre diavolerie simili, ma io stoicamente resistevo ripetendo pazientemente che fino a quando il mio vecchio amico non mi avesse abbandonato io non avrei avuto alcun motivo per sostituirlo.

Non fraintendetemi: il mio rifiuto non era dettato da una qualche forma di snobismo o dal desiderio di fare quella alternativa perché fa figo, ma semplicemente dal fatto che mi conosco bene e sapevo cosa sarebbe accaduto se mai avessi avuto tra le mani un aggeggio simile. Il passo verso la dipendenza sarebbe stato non breve…brevissimo. Millimetrico direi. Essendo,  infatti, una persona che passa gran parte del suo tempo libero libero navigando su internet (e come potrete ben immaginare, il motivo principale è la mia passione per le serie-tv), il fatto di poter essere costantemente connessa alla rete e ai social 24 ore su 24/7 giorni su 7, costituiva una tentazione decisamente troppo forte e pericolosa che ho quindi cercato di evitare fino a quando ho potuto.

Ma il giorno del patatrack, ahimé, è infine arrivato e uno smartphone si è materializzato nelle mie mani per la gioia di sorella e amici. E insieme a esso si è automaticamente delineato dritto davanti a me anche un lungo tunnel fatto di ore piccole passate a stalkerare i miei attori preferiti su Twitter (qualcuno ha detto Bob Morley?!), di chat improbabili con amici che non sentivo da secoli, di messaggi vocali dal dubbio contenuto, di 40 foto del mio cane al giorno postate su Instagram, di persecuzione da notifica di Facebook (o da notifica in generale…con quel fischiettino), ecc…Insomma, l’incubo ha avuto inizio.

Tutto questo mi ha fatto banalmente riflettere su quanto, nel giro di 20 anni, la nostra vita sia cambiata (in meglio e in peggio) grazie ai progressi della tecnologia. Un po’ di tempo fa giravano su Facebook quei post “Noi che…bla bla bla” ed effettivamente quello riguardante chi, come me, è figlio degli anni ’80 (io in particolare sono classe ’82) una lacrimuccia me l’ha strappata. Appartengo, infatti, ad una generazione che ha vissuto la propria adolescenza a cavallo tra due “epoche sociali” ben distinte: quella pre-avvento di internet/cellulari e quella post. Ricordo le prime volte che a scuola, durante l’ora di informatica, usavo “Virgilio” (Google non esisteva ancora) per cercare insieme alle amiche le foto degli attori che ci piacevano. Ricordo di aver avuto il mio primo cellulare (in pratica un citofono) a 17 anni.

Invece (e questa è una cosa abbastanza inquietante e triste) più il tempo passa e più la nostra dipendenza dalle macchine aumenta, più faccio fatica a ricordare che riuscivo a vivere bene anche prima, quando le foto dei miei eroi cinematografici e telefilmici le cercavo sui giornali e le uscite con gli amici le si organizzava attraverso il telefono fisso. Per questo motivo, chi ha più o meno la mia età, credo sia d’accordo sull’affermare che la nostra generazione sia stata quella a sentire maggiormente questo cambiamento/passaggio da una vita in un certo senso “più semplice e spensierata” a una “meno libera”. Perché proprio noi? Beh, esempio banale: prima di avere un cellulare (ripeto, io ho avuto il primo a 17 anni, in piena adolescenza), non correvamo il rischio di essere perseguitati, minuto per minuto, dai nostri genitori. E loro non ne sentivano il bisogno. Ma si sa, l’occasione fa l’uomo ladro. Ecco quindi che, avendone la possibilità a portata di mano (letteralmente), l’epoca del controllo ebbe inizio. Sembrano secoli, quando in realtà sono passati solo 15 anni.

Insomma, ormai vivere senza una connessione è diventato impossibile e non soltanto per l’aspetto riguardante l’intrattenimento, ma anche per questioni prettamente pratiche. Internet è necessario per sbrigare una miriade di faccende che vanno dalle questioni burocratiche a quelle lavorative. Non possiamo più farne a meno. La società non può più farne a meno. I governi non possono più farne a meno. Tutti sanno tutto di tutti perché noi, in primis, amiamo urlarlo al mondo: dove e con chi siamo, cosa stiamo facendo, cosa stiamo mangiando, se siamo tristi o felici, ecc…Viviamo in simbiosi con delle macchine. O meglio, siamo dipendenti da esse (quanti giorni resistete senza connettervi? Avete provato?). Ma così facendo, post dopo post, geolocalizzazione dopo geolocalizzazione, perdiamo frammenti su frammenti della nostra libertà, mentre le macchine acquistano sempre più potere.

Fantascienza? Deliri da pazzoide con teorie complottistiche?! Può darsi. Probabilmente anche “1984” di G.Orwell (pubblicato nel lontano 1949) all’epoca deve essere sembrato un romanzo davvero fantasioso. Il Big Brother che tutto vede, tutto sa e tutto domina. Eppure eccoci qua. Le sue previsioni non erano poi così tanto campate per aria…

Era, guarda caso, il 1984 quando uscì nelle sale cinematografiche “Terminator”. Successo planetario, sia di critica che di pubblico, che elevò James Cameron nell’Olimpo dei registi più remunerativi dell’industria cinematografica.

Il film affrontava tematiche affascinanti come il viaggio nel tempo, il fantasma di una guerra nucleare, la società distopica e il rapporto uomo-macchina, ipotizzando la futura fine dell’umanità (ad opera delle macchine divenute senzienti, appunto) nell’allora lontano 2029.

Giunti al punto in cui siamo oggi, da grandissima fan di questa saga e della mitologia racchiusa in essa (solo i primi due film eh! Il 3 e il 4 non li considero degni), non riesco a fare a meno di pensare “E se il giorno del giudizio arrivasse davvero? L’avvento di Skynet è alle porte?!”

Perché va bene che finora mi sono limitata a parlare di smartphone e personal computer, ma se ci pensate bene viviamo in un’epoca in cui la robotica sta facendo passi da gigante in ogni campo: un paio di anni fa un progetto universitario ha portato alla costruzione della prima automobile che guida autonomamente (Supercar?); l’ingegneria biomedica progetta parti del corpo meccaniche da sostituire a quelle biologiche assenti o non più funzionanti (La donna bionica?); per non parlare dell’utilizzo dei droni in campo bellico.

E non solo di quelli: dal 2010, la Corea del Nord ha schierato lungo la linea di confine con il governo di Seoul, dei sentry robot (robot sentinella) in grado di garantire il blocco degli accessi lungo tutta le linea di confine. Anche Israele, da qualche tempo, ha creato lungo il confine con la striscia di Gaza, delle “automated kill zones” in cui ha installato dei sistemi robotizzati di fuoco, indipendenti e in grado di fare fuoco nel momento in cui si dovesse rilevare la presenza di “elementi non identificati”. L’idea è di creare un “closed-loop system”, un sistema a circuito chiuso che non richieda alcun intervento umano (Terminator?).

Per non parlare degli altri millemila progetti/tecnologie segreti/e che i governi delle più grandi potenze mondiali tengono ben nascosti in cassaforte…

Cameron visionario come Orwell, dunque? Non sembra più tanto assurdo, vero?

Come dicevo prima, nella saga di Terminator è forte l’elemento simbolico/mitologico: si parla di Giorno del Giudizio e il salvatore predestinato chiamato a guidare la Resistenza (unica speranza per la sopravvivenza dell’intera umanità) è John Connor, le cui iniziali sono niente di meno che J e C (come James Cameron, certo, ma anche come Jesus Christ). I Terminator sono cyborg, androidi o semplici robot, ideati dall’intelligenza artificiale Skynet, un supercomputer che, acquisita autocoscienza, si pone come obiettivo la distruzione del genere umano. Skynet, dunque, è talmente potente da assumere quasi i contorni di una divinità.

Da seguace di Person Of Interest, a mio avviso una delle serie-tv più interessanti e meglio scritte degli ultimi anni, non posso evitare di notare il fortissimo richiamo alla mitologia della saga di Terminator.

Il tema dell’intelligenza artificiale, vista come essere onnipresente e onnipotente che, a poco a poco, assume sempre più i toni di un essere dotato di autocoscienza, viene affrontata in maniera magistrale, stagione dopo stagione, fino ad arrivare all’alba di una sorta di scontro tra divinità: da una parte abbiamo The Machine (l’A.I. “buona”, quella dalla parte degli eroi), dall’altra Samaritan (il “gemello cattivo”, nelle mani – per ora – dei villain).

Ho parlato di scontro tra divinità perché in fin dei conti, se si considera la definizione secondo cui “Con il termine Dio si intende indicare un’entità superiore dotata di potenza straordinaria”, allora non posso che condividere la visione di Root, la quale considera The Machine e Samaritan come tali. E la questione, se ci pensate bene, è piuttosto terrificante dato che la tecnologia utilizzata in questa serie-tv (geolocalizzazione, clonazione di cellulari, riconoscimento facciale, ecc…) è molto vicina (se non medesima) a quella reale e attuale.

Person Of Interest può essere considerato, insomma, come l’anello di congiunzione tra il Terminator del 1984 e il futuro ipotizzato del 2029. Nella serie-tv assistiamo infatti non solo all’evoluzione dei personaggi in carne ed ossa, ma anche e soprattutto a quella delle due A.I. le quali stanno lentamente passando dall’essere strumenti nelle mani dell’uomo, a esseri autocoscienti in grado di strumentalizzare l’uomo a proprio piacimento (Skynet).

Ad esempio, in Person of Interest ci vengono mostrati gli sforzi di Finch nel cercare di insegnare alla Macchina (priva, ancora, di coscienza) quale sia la differenza tra giusto e sbagliato e i dialoghi tra lui e la sua creatura sono tra i meglio scritti e tra i più emozionanti dell’intera serie.

Nei film, invece, si parte già dal fatto compiuto e il passaggio verso l’autocoscienza è soltanto appena accennato in Terminator 2 – Il giorno del Giudizio, in cui vediamo un giovane John Connor cercare di instillare, con successo, nel suo T-800/101 personale – riprogammato e inviato nel passato dal suo io futuro per proteggerlo – atteggiamenti “più umani” (“Hasta la vista, baby”) che sfociano nell’indimenticabile (e da montagne di fazzoletti) sacrificio finale con quel pollice rivolto all’insù verso il ragazzino in lacrime.

Macchine come divinità. Macchine come distruttori del mondo. Macchine talmente sofisticate da sfuggire al controllo del loro creatore (l’uomo) incapace di porre un limite alla propria ambizione e smania di potere. Macchine che racchiudono nelle loro mani il nostro futuro (mentre stanno già iniziando a dominare il nostro presente).

Terminator, Person Of Interest, 2001 Odissea nello Spazio, The 100 (chi ha appena terminato la seconda stagione sa di cosa sto parlando) sono solo alcuni esempi in cui viene ventilata questa possibilità.

Fantasia o realtà?

Non è certo mia intenzione demonizzare la ricerca, la tecnologia e il progresso (con il lavoro che faccio non potrei mai) ma, conoscendo l’uomo e quello di cui è capace, credo sia una paura più che fondata e legittima. Perché così come credo nella reale possibilità di uno scenario simile, allo stesso modo, ahimè, faccio estremamente fatica a credere nell’esistenza di eroi come John e Sarah Connor, Reese, Finch, Carter, FuscoShaw e Root.

Forse noi siamo fortunati e non vedremo mai nulla di tutto questo. Ma i nostri figli? I nostri nipoti?

“You are being watched. The government has a secret system: a machine that spies on you every hour of every day. I know, because I built it. I designed the machine to detect acts of terror, but it sees everything. Violent crimes involving ordinary people; people like you. Crimes the government considered ‘irrelevant’. They wouldn’t act, so I decided I would. But I needed a partner, someone with the skills to intervene. Hunted by the authorities, we work in secret. You’ll never find us, but victim or perpetrator, if your number’s up… we’ll find you”.

Is Skynet coming?

 

 

 

Skoll
Nella vita fa la veterinaria (o almeno ci prova senza combinare troppi danni) ma, oltre agli animali, le sue più grandi passioni sono il cinema, le serie-tv e il disegno. Figlia degli anni ’80, inizia la sua carriera telefilmica in compagnia di Saranno famosi, Magnum PI, Supercar, l’A-Team e MacGyver, la sua prima serial- crush. A 9 anni, grazie alla mamma, viene catapultata nel contorto mondo di Twin Peaks, il suo primo vero serial. Gli anni dell’adolescenza saranno segnati da tre pietre miliari della storia telefilmica: Dawson’s Creek, Buffy-L’ammazzavampiri ed X-Files. Ma è con l’acquisto del suo primo pc e relativa connessione internet che la sua vita prende una piega totalmente nuova. Dover sottostare alle caotiche programmazioni italiane, infatti, non le basta più. E se in principio era solo Lost (tuttora il suo più grande amore) e poi Prison Break e Grey’s Anatomy, ora, tra serie concluse e attive, sono circa 40 quelle che sono entrate a far parte della sua vita. Oltre ai già citati Dawson’s Creek, Buffy e Lost, tra le sue serie preferite ci sono Friday Night Lights, True Detective, Vikings, Fringe, Sons of Anarchy, The Walking Dead, The Americans, Person of interest, Prison Break, Alias, Homeland e Gilmore Girls. Non ama spoilerarsi, si gode le sue serie-tv rigorosamente in lingua originale (infatti il suo inglese è migliorato un casino) e non disdegnerebbe un’apocalisse zombie se dovesse significare trovarsi faccia a faccia con Daryl Dixon.

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5 COMMENTS

  1. Articolo molto interessante. Complimenti per averlo scritto. Di recente è capitato anche a me, parlando con un amico, di fare alcuni riflessioni di questo genere e mi sono resa conto che pensando al passato, quando qualcuno affermava che negli anni 2000 la tecnologia avrebbe influenzato notevolmente le nostre vite veniva preso per stupido o addirittura pazzo. Invece adesso, quelle idee sono sempre più concrete.

  2. Che articolo interessante (e che inizio divertente! Anche io, primo cellulare a 18 anni… lo chiamavo “la cabina telefonica”).

    Premetto che ho detestato 1984. Non perché lo ritenessi totalmente inverosimile, ma è di una pesantezza tale… e il finale-non finale l’ho prorpio odiato con tutta me stessa.
    Invece, adoro Person of Interest, serie alla quale mi ha iniziato mio padre, che l’ha scoperta in tv, e che mi piace molto.

    Indubbiamente su certi aspetti è necessario riflettere. La teconologia è utilissima, ma a volte anche io mi interrogo su quanto sia auspicabile abusarne. E la mia risposta è “Non molto auspicabile”.
    Non tanto per il timore dell’avvento di Skynet (o delle macchine di Matrix, ecc.), quanto per il fatto che la tecnologia può danneggiarsi e creare utleriori problemi (e danni).

  3. WOW! allora, hai citato nell’ordine uno dei miei film preferiti di sempre (Terminator) e un libro che, incredibilmente non mi era dispiaciuto (1984). Non conosco person of interest (ho visto solo qualche puntata nemmeno con troppo entusiasmo) quindi non posso parlare per la serie (credo di essermi spoilerata la presenza di una seconda macchina O_O) ma già da tempo sono convinta che Cameron non fosse andato lontano da un ipotetico futuro. Tu citi macchine che fanno tutto da sole ma non dobbiamo dimenticare che nei piani dei governi (così si vocifera almeno) c’è anche la creazione di chip sottocutanei per il controllo della popolazione, ovviamente per mezzo di macchine…da lì al controllo della vita umana il passo è breve, non so se mi spiego..
    forse si stava meglio quando si giocava all’aria aperta e i cellulari non c’erano, o forse semplicemente quando la vita non era regolata dal web. Boh, io cmq credo non siano visione e l’uomo deve guardarsi bene da cosa inventa perchè Darwin la sapeva lunga e chi vince è chi meglio si adatta.. anche se proprio in virtù di questo l’uomo potrebbe avere qualche carte in più. mah.
    ottime riflessioni cmq! grande Ari!

  4. ok, dopo questo IO DEVO VEDERE Person of Interest!!! Articolo incredibilmente interessante, il binomio tecnologia-umanità mi affascina tanto e il modo in cui l’hai presentato è straordinario!!! WOW!

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