Da Chocolat a Everwood: Adattarsi al cambiamento

Quando ho scelto questo parallelismo per il mio nuovo articolo che unisce un film a una serie tv onestamente volevo solo scrivere su un film che amo, un telefilm che adoro e su quel sottile filo conduttore che riesce a legarli in modo profondo ma non così evidente a primo sguardo. Soltanto in seguito mi sono davvero resa conto di quanto vicino a me e a chiunque abbia vissuto un cambiamento importante nella propria vita possa essere il tema centrale che voglio trattare in questo frangente, ossia adattarsi ad una nuova realtà, ricominciare a vivere raccogliendo tutti i pezzi in cui la tua vita è stata distrutta e imparare a conoscersi nuovamente, in tutti quei cambiamenti che non avevi previsto ma che adesso fanno parte di te e l’unica soluzione è scegliere di abbracciarli e imparare a conviverci, riconoscendosi in qualcosa di nuovo che in fondo sei sempre tu.

Ho imparato sulla mia pelle che spesso, purtroppo, riesci a conoscerti per davvero più di quanto tu non abbia mai fatto soltanto quando la vita ti porta a dover affrontare e superare un momento catartico, non per forza negativo o positivo, semplicemente quel momento oltre il quale la tua vita non potrà mai essere la stessa e spetta a te decidere che tipo di persona voler diventare e scegliere come vivere quello che diventa a tutti gli effetti un nuovo inizio, un nuovo punto di partenza.

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Vianne (Juliette Binoche) è una donna fin troppo esperta da questo punto di vista, è una moderna gitana, una nomade innamorata della sua indipendenza, del suo mondo, della sua libertà che le permette, anzi, quasi la “obbliga” a non avere mai radici, a non appartenere mai davvero in nessun posto e ad essere sempre pronta a cambiare nuovamente tutta la sua vita, così come soffia il vento del Nord.

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Nonostante il film “Chocolat” risalga al “recente” 2000, la scelta geniale dell’ambientazione in un tranquillo e immaginario paesino della Francia, la regia sublime di Lasse Hallström e il cast che ti toglie il fiato per quel talento che sai dove inizia ma non riesci a capire dove finisce, permettono alla storia, tratta dall’omonimo romanzo di Joanne Harris, di inserirsi perfettamente e in modo quasi magico in un fittizio spazio temporale risalente al 1959, un anno emblematico esclusivamente per quello che Vianne doveva rappresentare in un paese conservatore e bigotto. Vianne arriva a Lansquenet con il desiderio di vivere questa nuova avventura come aveva sempre fatto, ricominciando ad adattarsi, a conoscersi in modo diverso, a confrontarsi con una realtà che non intendeva cambiare ma che inevitabilmente trasforma con la forza prorompente di un uragano e modella come uno scultore di abile destrezza o meglio come un pasticciere in grado di creare il suo mondo attraverso i suoi occhi.

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Gli occhi di Vianne riescono ad andare oltre, riescono a vedere al di là delle etichette, al di là delle maschere che gli abitanti di quel paesino si sentono costretti ad indossare perché non c’è niente che Vianne conosca meglio delle persone, della diversità, dei segreti che riesce a percepire e poi a tirar fuori con quella che diventa quasi un’arma infallibile, come le carte per una zingara: il suo cioccolato, che diventa per quel paese e per i suoi abitanti il simbolo di tutto ciò che Vianne rappresenta ossia il binomio perfetto e complementare tra paura dell’ignoto e insaziabile desiderio di conoscere la novità, di capire se davvero c’è qualcosa di più oltre quei muri di apparenza con i quali avevano circondato le loro esistenze.

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Vianne e sua figlia Anouk ricominciano a vivere per l’ennesima volta, ricominciano a conoscere e ad amare, ricominciano ad adattarsi in quella piccola realtà in cui all’inizio sembravano così fuori luogo ma che lentamente comincia a diventare il loro mondo, più vicino e importante di quanto avessero previsto, di quanto Vianne non avrebbe voluto. Perché se è vero che Vianne stravolge, con la sua forza, il suo coraggio, il suo sguardo cosmopolita, le apparenze che regnano a Lansquenet, squarciando il velo di quello che era diventato un palcoscenico delle buone maniere, è anche vero che tutte quelle persone di cui fa emergere il vero volto diventano per Vianne come un’arma a doppio taglio perché si avvicinano a lei più di quanto aveva previsto, più di quanto non era mai successo in passato.

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L’amicizia sincera di Josèphine (Lena Olin), la saggezza burbera e cinica di Armande (Judy Dench) e persino l’amore impossibile di Roux (Johnny Depp), troppo simile a lei e per questo l’ostacolo più grande per la sua estrema libertà, diventano per Vianne quei legami che aveva sempre evitato, quelle radici che cominciano a prendere forma anche contro la sua volontà e in quel momento Vianne si rende conto che per la prima volta non era stata l’unica ad adattarsi alla novità ma anche tutte quelle persone di cui aveva stravolto la quotidianità avevano scelto di adattarsi a lei e al cambiamento che aveva portato e adesso non erano disposti a lasciarla andare.

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Vianne aveva cambiato la sua vita e quella di sua figlia Anouk svariate volte, dimostrando sempre di saper vivere la novità e adattarsi ad ogni mutamento, ricominciando tutto da capo, ogni volta, ma nessuno prima si era mai adattato a lei e quando succede Vianne si ritrova ad affrontare la più grande sfida che abbia mai vissuto: restare e costruire qualcosa di duraturo, qualcosa di vero e accettare che l’ultimo cambiamento sarà il suo.

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Cambiano gli scenari, mutano le storie, le persone e i personaggi ma ciò che resta uguale è il bisogno di cambiare, il bisogno di trovare qualcosa di diverso da cui ripartire, qualcosa di nuovo che aiuti a rimettere insieme tre vite distrutte, crollate in pezzi quasi impossibili da ricostruire, uguale è quella meta che diventa sorprendentemente un nuovo punto di partenza, un nuovo inizio rappresentato da un anonimo paesino tra le montagne, il cui spirito sembrava quasi vivere di vita propria, lo spirito di EVERWOOD, in Colorado.

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La famiglia Brown arriva ad Everwood priva di ogni certezza se non quella di essere costretti a ricominciare una nuova vita, a diventare persone nuove perché tutto quello che avevano vissuto fino a quel momento era ormai soltanto un ricordo, era un’immagine che non potevano più riprendere né rivivere perché un singolo momento, un singolo evento traumatico e distruttivo li aveva cambiati per sempre e tutto ciò che restava era la possibilità di adattarsi ad una nuova quotidianità, di riconoscersi nelle persone che erano costretti a diventare, lontani dalla grande New York, lontani quindi dall’ultimo ricordo che li teneva legati a ciò che erano, la loro casa.

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Il dottor Andrew Brown arriva ad Everwood con la consapevolezza di aver sbagliato tutto nella sua vita, di aver dato per scontata una moglie a cui non può più dimostrare che tipo d’uomo e di marito voleva essere, di aver permesso che i suoi figli crescessero senza di lui per quello che era un bene più grande e non si può competere con questo, di aver lasciato che tutti lo credessero un eroe quando dentro di sé, Andrew Brown vedeva soltanto un uomo che ha fallito, giorno dopo giorno, in quelle che dovevano essere le sue priorità; Ephram Brown invece, più simile a suo padre di quanto potesse mai ammettere, fa della rabbia la sua unica forza e vede in quell’uomo che quasi non conosce la causa di tutte le sue sofferenze, tra cui l’averlo costretto a dover vivere una realtà completamente diversa da quella che chiamava casa.

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Adattarsi alla piccola cittadina di Everwood diventa per Andrew ed Ephram Brown la sfida più difficile da accettare e superare perché significherebbe per entrambi imparare a conoscersi nuovamente, affrontando tutti gli errori e le colpe che nessuno dei due voleva ammettere. Ma i Brown non sono poi uomini così disastrati come sembrano e il loro arrivo ad Everwood segna quel piccolo paese del Colorado e i suoi abitanti più in profondità di quanto avessero mai potuto credere, nello stesso identico modo in cui Everwood cambia loro, aiutandoli a ricominciare a vivere e ad adattarsi alla loro nuova vita. Tenuti insieme dalla piccola Delia, l’unico raggio di sole di una famiglia altrimenti fin troppo oscura, Andy e Ephram scelgono di riprovarci, con difficoltà certo, ma scelgono di adattarsi, di conoscere gli altri e se stessi, di provare ad imparare dal passato e magari di smettere di vivere nei ricordi e nei rimpianti cercando invece di vedere Everwood come una salvezza anziché come una condanna, come una seconda possibilità di ripartire da zero perché le persone che vedono di fronte a loro non sono poi così distanti e diverse come credevano. Andy trova in Harold Abbott il modello di uomo, marito e padre che ha sempre voluto essere, un uomo capace di mettere la sua famiglia al primo posto tra le sue priorità, un uomo che tra esilarante competizione e sincera amicizia, gli insegna che non è mai troppo tardi per diventare una persona che non vive di rimorsi; Andy trova in Edna Harper e Nina Feeney l’accettazione e la comprensione di chi ti resta affianco senza giudicarti, senza chiedere nulla in cambio, senza aspettative, ed è proprio la loro vicinanza che spinge Andy a voler essere migliore, a voler diventare l’uomo che sua moglie meritava.

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Allo stesso modo Ephram ricomincia a sorridere con Amy e Bright Abbott, ricomincia a credere di poter lasciare andare la rabbia, di poter vivere ad Everwood e chiamarla casa, di poter avere di più dalla stessa vita che sembrava gli avesse tolto ormai tutto.

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L’amore puro di Amy e l’amicizia di Bright diventano per Ephram la possibilità di conoscersi, di abbracciare il cambiamento senza negatività e di provare ad essere semplicemente un adolescente. Andrew e Ephram Brown trovano ad Everwood esattamente ciò di cui avevano bisogno per continuare a vivere, per concedersi un’ultima chance di essere una famiglia, forse come non lo erano mai stati prima insieme, e in compenso entrambi provano a donare in cambio, a quel posto e a quelle persone che li hanno salvati, tutto ciò che di buono e immenso possiedono, mostrandosi in tutta onestà e aiutando gli altri a tirar fuori il meglio di sé.

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Così come Vianne, anche Andy e Ephram Brown si ritrovano a dover far fronte a un cambiamento che non hanno visto arrivare, un cambiamento che non possono evitare o rinnegare ma che diventa inevitabilmente una parte di loro, quella parte che sono costretti ad abbracciare e a riconoscere per poter andare avanti, ma così come in “Chocolat”, anche in “Everwood” la natura umana si rivela più forte e reattiva di quanto noi stessi credessimo, riuscendo a fare delle nostre debolezze un punto di forza e riuscendo ad adattarci, ancora una volta, agli effetti e alle conseguenze di ciò che non possiamo controllare.

WalkeRita
Occasionale inquilina del TARDIS e abitante in pianta stabile di un Diner americano che viaggia nel tempo e nello spazio, oscilla con regolarità tra Stati Uniti e Gran Bretagna, eternamente leale alla sua regina Victoria e parte integrante della comunità di Chicago, tra vigili del fuoco (#51), squadre speciali di polizia e staff ospedalieri. Difensore degli eroi nell’ombra e dei personaggi incompresi e detestati dalla maggioranza, appassionata di ship destinate ad affondare e comandante di un esercito di Brotp da proteggere a costo della vita, è pronta a guidare la Resistenza contro i totalitarismi in questo universo e in quelli paralleli (anche se innamorata del nemico …), tra un volo a National City e una missione sullo Zephyr One. Accumulatrice seriale di episodi arretrati, cacciatrice di pilot e archeologa del Whedonverse, scrive sempre e con passione ma meglio quando l’ispirazione colpisce davvero (seppure la sua Musa somigli troppo a Jessica Jones quindi non è facile trovarla di buon umore). Pusher ufficiale di serie tv, stalker innocua all’occorrenza, se la cercate, la trovate quasi certamente al Molly’s mentre cerca di convertire la gente al Colemanismo.

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3 COMMENTS

  1. Oh mio dio, ho appena letto la tua presentazione ed è stato come rivedere la mia infanzia! Praticamente nello stesso ordine, tranne qualche piccolo dettaglio. La persone che mi circondano non capiscono l’amore per questo enorme e variegato mondo…
    Spero di riuscire presto a leggere qualche altro tuo articolo!
    Che meraviglia, mi sento felice. Grazie! 🙂

    • awwwwww sister from another mister, GRAZIE A TE!!!!! Dovremmo parlare qualche volta, da addicted a addicted!! Grazie ancora e quando vuoi i miei articoli sono sempre a disposizione! 😀

  2. Chocolat è uno di quei film che rappresenta un periodo della mia vita, è un film che mi porto dentro. E tu hai detto tutto quello che rappresenta. La paura di cambiare, la paura di adattarsi. La paura di ricominciare. Non serve abitare in una nuova città, o cambiare classe per provare tutto questo. La vita ti porta quasi sempre dinnanzi ad una situazione in cui devi iniziare da capo. O semplicemente in cui devi iniziare a vivere davvero. Grazie darling! Un film per nulla banale e tu gli hai reso omaggio. (Stranamente non conosco Everwood ma sembra una serie davvero molto interessante.. Chissà magari riuscirò a darle una possibilità questa estate!) alla prossima!

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