Agents of S.H.I.E.L.D. – 3 desideri per l’ultima stagione

Agents of S.H.I.E.L.D.

Prima serie tv Marvel ad essere approdata sul piccolo schermo quasi come legittimo spin-off di “Avengers” (2012) e ultimo baluardo dell’ormai archiviata Marvel Television di Jeph Loeb, prima dell’avvento della nuova era streaming di Disney+, “Agents of S.H.I.E.L.D.” è ormai a poche ore dal suo capitolo conclusivo, dopo aver compiuto un percorso che non definirò in maniera stereotipata “altalenante” o “tra alti e bassi” ma semplicemente coraggioso, crescente, inaspettato la maggior parte delle volte, oscuro quando meno ce lo aspettavamo ma in fin dei conti, almeno finora, costantemente fedele a se stesso e a ciò che lo S.H.I.E.L.D. ha sempre significato fin dalle sue origini e non la versione distorta conosciuta da Captain America.

Agents of S.H.I.E.L.D.

Agents of S.H.I.E.L.D.” è stato anche il mio personale battesimo con la Marvel, di cui conoscevo solo nomi e frammenti di storie, e nonostante quindi le evidenti lacune di trama nella mia conoscenza complessiva al principio, lo S.H.I.E.L.D. di Phil Coulson non solo mi ha introdotto in un universo che in seguito mi ha certamente appassionato e arricchito ma è stato anche in realtà l’unico mondo con cui avrei voluto fare il mio debutto con la Marvel, diventando e rimanendo l’unico gruppo di umani supereroi che rappresentano esattamente tutto ciò in cui credo.

Alle soglie dell’ultima stagione, è puntuale quella sensazione di dubbio e paura che circonda ogni conclusione, il timore che un finale incerto o innaturale possa lasciare un sapore dolceamaro a quello che è stato a tutti gli effetti un percorso degno di essere vissuto. Per questo motivo, ho espresso tre piccoli desideri che spero vivamente di veder realizzati nell’ultima stagione di “Agents of S.H.I.E.L.D.”. Pur mettendo in conto la realistica possibilità che non tutto vada secondo sogni o speranze collettive ma restando ferma nella convinzione che tutti i sei protagonisti rimanenti meritino un finale degno e soddisfacente per il percorso compiuto (sacrifici eroici ne abbiamo già avuti, adesso ci meritiamo uno sfacciato e impenitente happy ending), ci sono tre eventi che vorrei ritrovare nell’ultima stagione, in nome di una conclusione equilibrata e di una chiusura ciclica di una serie in cui tutti si sono sentiti un po’ a casa.

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1. La risoluzione del conflitto Daisy-Fitz

Uno dei momenti più oscuri di “Agents of S.H.I.E.L.D.” è stato toccato nella seconda parte della quinta stagione, con il crollo psichico di Fitz e la manifestazione concreta dei suoi demoni interiori, un evento che nel momento più debole dello S.H.I.E.L.D. spaccò letteralmente la squadra in due fazioni, in seguito soprattutto alla disumana rimozione forzata dell’inibitore dei poteri di Daisy. Tra attenuanti che possono essere concesse e responsabilità che non vanno negate, le conseguenze del “lato oscuro” di Fitz non sono mai state affrontate del tutto, soprattutto in seguito alla scomparsa della persona che era diventato e al ritrovamento di una “versione” precedente a quel crollo (che volesse essere proprio quella una soluzione facile per la chiusura di quel capitolo?), trama che ha poi concesso a Fitz una sorta di “aggiornamento” rapido degli eventi successivi al “ritorno al presente” della squadra ma solo in un’ottica FitzSimmons. Ciò che quindi personalmente avverto tuttora mancante in Agents of S.H.I.E.L.D. è la conclusione di questa parentesi nel rapporto tra Daisy e Fitz, un legame fraterno che è radicato alla base di questa stessa serie e che in fondo è rimasto in sospeso per troppo tempo ormai.

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Entrambi estremamente emotivi in maniera esplicita (rispetto alla razionale compartimentazione di Jemma) e spesso preda delle ombre e delle paure intrinseche nella loro personalità, proprio Fitz e Daisy sono stati in passato i primi a riconoscere e lenire le reciproche ferite: fu Fitz il primo a gestire e supportare le paure di Skye in seguito alla rivelazione dei suoi poteri, come fu Daisy la prima a liberare Fitz dai sensi di colpa e dalle responsabilità di ciò che era avvenuto nel framework. Per quanto quindi le azioni di Fitz nella seconda parte della quinta stagione abbiano, a mio parere, oltrepassato un limite di moralità inaccettabile, il rapporto che lo lega a Daisy è talmente profondo e familiare da meritare finalmente una risoluzione che possa dare pace a entrambi, soprattutto in un momento della loro storia in cui hanno ormai perso fin troppo. Al di là delle responsabilità e dei lati più oscuri di entrambi, Daisy e Fitz meritano di ritrovarsi e tornare ad essere, insieme a Jemma, la più autentica eredità di Phil Coulson.

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2. Il cameo di Peggy Carter

Non vi nego che se davvero questo scenario non dovesse realizzarsi nella stagione finale di “Agents of S.H.I.E.L.D.“, ne rimarrò altamente delusa. Per il semplice motivo che entrambe le parti, sia lo S.H.I.E.L.D. che Peggy stessa, meritano di raggiungere insieme il traguardo per quel percorso che, in due tempi differenti, hanno compiuto insieme e nello stesso modo. Il cameo di Hayley Atwell nel capitolo conclusivo della saga degli Avengers mi appare oggi come l’emblema di ciò che Peggy Carter è in fondo sempre stata nel MCU: parte del percorso di Steve Rogers, il suo grande amore e il suo lieto fine. Ma per quanto questo non sia certamente un deterrente, la Marvel Television ci ha confermato ciò che l’universo cinematografico aveva solo accennato: c’è molto di più in Peggy Carter di quanto Captain America ci abbia mostrato.

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Peggy non brilla di luce riflessa ma acceca con un bagliore indipendente, Peggy non è parte di una storia ma è protagonista completa della sua stessa vita, Peggy non sarà mai un +1 ma un’eroina in grado di cambiare il suo mondo e segnare ciò che ne diverrà. Peggy Carter non è stata solo una delle fondatrici dello S.H.I.E.L.D. ma ne è anche la guida morale che pervade le autentiche fondamenta di questa agenzia, la missione e i valori di Peggy Carter sopravvivono in Coulson e in ciò che lui ha tramandato a persone come Mack, Daisy, Jemma e Fitz. Peggy Carter merita di vedere con i suoi occhi la sua eredità incarnata dai migliori degli agenti; lo S.H.I.E.L.D. avviato da Phil Coulson merita di incontrare l’ispirazione da cui tutto ha avuto inizio. E con tutto il rispetto, non si tratta dell’agente Sousa.

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3. Onore al passato e rispetto per il principio

A onor del vero, la traduzione più concreta e letterale di questo desiderio riguarda l’illusoria speranza di rivedere finalmente in “Agents of S.H.I.E.L.D.Lance Hunter e Bobbi Morse, soprattutto quest’ultima che non abbiamo più rivisto dopo “l’addio delle spie”. Ma le scarse possibilità che effettivamente circondando la realizzazione di questo desiderio mi spingono ad elaborarne uno più generico e complessivo. Per quanto “Agents of S.H.I.E.L.D.” abbia spesso abbracciato proprio una sorta di ciclicità della sua storia, tra flashback, ricordi e ritorni (ho irrazionalmente sperato che potessero trovare il modo di riportare nel mondo reale il Trip del Framework), da questa stagione conclusiva mi aspetto un vero e proprio omaggio ai “caduti”, con una menzione, un cameo o anche solo un aggiornamento off-screen, proprio per la straordinaria e fondamentale importanza che alcuni grandi personaggi hanno avuto nel corso di queste sette stagioni.

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Oltre ai già citati, sempre amati e mai dimenticati Bobbi, Hunter e Trip, credo fermamente che personaggi come Raina, Lincoln, Robbie Reyes, anche Radcliffe, nonostante il delirio di onniscienza che ha poi portato al Framework e alle sue conseguenze distruttive, meritino in qualsiasi modo un posto nell’atto conclusivo del grande spettacolo che è stato “Agents of S.H.I.E.L.D.”. Ciò che a mio parere questa serie sarà chiamata a fare nella sua stagione finale è ricordare: se stessi, il messaggio che volevano trasmettere fin dall’inizio e le persone che l’hanno reso possibile.

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Alle porte dell’ultima stagione, “Agents of S.H.I.E.L.D.” spegne quelle stesse luci che aveva acceso nel 2013, chiudendo definitivamente la prima e forse unica vera fase della Marvel Television. E mentre ci prepariamo a dire addio, possiamo solo sperare che il traguardo si riveli degno e indimenticabile esattamente come lo è stato il viaggio. Lunga vita allo Strategic Homeland Intervention Enforcement and Logistic Division, meglio conosciuto come lo SCUDO dell’umanità.

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