Wisdom of the Crowd: rivoluzione della giustizia o rivolta popolare?

La nuova stagione telefilmica è ufficialmente partita e svariati pilot hanno già lasciato il loro hangar per intraprendere un volo che si spera, ogni volta, non sia di sola andata. Tra i titoli che avevo segnato nella mia watch list in seguito al primo sguardo su queste nuove leve che ci avevano concesso tramite i trailer c’era senza troppi dubbi “Wisdom of the crowd“. E non c’entrava affatto la presenza di Jeremy Piven [Mr Selfridge] come protagonista nelle ragioni principali della mia scelta. Al di là del cast che aveva quindi già trovato terreno fertile con me, fin dalle premesse mostrate, questo show sembrava intenzionato a presentare anche una trama dal potenziale intrigante, difficile da giudicare già come vincente o solo di passaggio, ma certamente degna di una possibilità. Ciò che mi incuriosì particolarmente però fu un istintivo pensiero che mi balenò in mente dopo aver messo a fuoco l’obiettivo della storia, pensiero che ho tenuto per me fino alla visione completa del pilot, per essere certa che fosse legittimo. E adesso proverò a illustrarlo brevemente.

“Wisdom of the crowd”, come il titolo stesso suggerisce riprendendo una teoria sociologica secondo la quale un insieme di individui inesperti potrebbe raggiungere una soluzione che sfugge agli esperti, ruota intorno a un’evoluzione tecnologica e informatica rivoluzionaria che coinvolge la collettività delle persone. Deluso dall’efficienza delle indagini ufficiali che hanno seguito il caso d’omicidio di sua figlia Mia, certo dell’innocenza dell’accusato che sconta ora la pena per il suddetto crimine, il genio visionario della tecnologia Jeffrey Tanner dà vita, assieme a un team di esperti, a un progetto di crowdsourcing denominato Sophie, un’app che permette a chiunque si registri di accedere a una sconfinata piattaforma online su cui poter dissezionare nei minimi dettagli il caso riguardante la morte di Mia, nella speranza che ognuno degli user possa nel suo piccolo aiutare a trovare la svolta che Jeffrey disperatamente cerca per permettere la riapertura del caso e la sua effettiva risoluzione. E come se non bastasse questo a solleticare l’interesse della gente, Tanner mette in palio una lauta ricompensa per chiunque fornisca l’informazione chiave per la riuscita della sua missione.

In un’analisi preliminare del pilot e di quello che si preannuncia essere il percorso della serie, ho notato innanzitutto quanto Jeffrey Tanner sembri in realtà una reincarnazione di Harry Selfridge. Stessa sicurezza del suo genio visionario in grado di spingersi oltre ciò che è stato fatto precedentemente, stessa intraprendenza nel lasciarsi alle spalle una strada certa per immettersi in un’avventura al limite della follia, stessa personalità affascinante in grado di persuadere anche i più scettici, mentre la sua intera caratterizzazione è pervasa da luci ed ombre, da errori che lo perseguitano come fantasmi e da una famiglia diventata nel tempo probabilmente sempre più distante e problematica ad ogni passo del suo successo. Tanner è un uomo con troppi rimpianti che affronta la più grande tragedia della sua vita nell’unico modo che conosce: cercando una soluzione, cercando quella conclusione di cui si sente mancante e che spera possa anche lenire il suo senso di colpa e magari attenuare il dolore che lo riempie.

Il team di informatici che ha materialmente creato Sophie rappresenta a mio parere una delle componenti più interessanti dello show, in parte forse stereotipata [l’hacker che entra nel sistema ma viene assunto proprio perché “è l’unico evidentemente in grado di fermare altri attacchi” è una mossa prevedibile] ma sempre affascinante, soprattutto grazie al personaggio che ne dirige le operazioni, Sara Morton, che ha già incontrato i miei favori e che personalmente mi intriga non solo per la sua posizione di leadership e per la sicura determinazione che dimostra in questo ruolo ma anche per la sua capacità di confrontarsi alla pari con il pensiero visionario di Jeffrey, raggiungendo però al tempo stesso anche la sua parte più umana. E poi è sempre un piacere ritrovare un’interprete conosciuta, in questo caso Natalia Tena [Nymphadora Tonks nella saga di “Harry Potter”]. E a chiudere un primo quadro complessivo dei personaggi e delle diverse parti coinvolte nella storia arriva ovviamente l’indispensabile unità investigativa che si era occupata in precedenza del caso di Mia Tanner, con maggiore focus sul detective Tommy Cavanaugh, l’unico all’epoca a mettere in dubbio la colpevolezza del sospettato e proprio per questo motivo colui su cui Jeffrey punta per dimostrarge la validità della sua invenzione, coinvolgendolo attivamente nel progetto nella speranza di poter convincere la polizia a riaprire le indagini.

Oltre dunque delle prime impressioni assolutamente positive sulla storia e sul ritmo con cui viene narrata, in realtà la riflessione su cui vorrei concentrarmi è un’altra e riguarda principalmente le diverse sfumature sociali ed umane che possono derivare da una simile trama e soprattutto da ciò che Sophie rappresenterebbe nella nostra realtà. Il collegamento di cui vi parlavo inizialmente, compiuto istintivamente dopo la presentazione di questo nuovo show, si basa su una pericolosa somiglianza che ho avvertito tra questa storia e uno degli episodi più controversi della serie “Black Mirror”, vale a dire “White Bear”. Ciò che mi domando ora senza mezza termini è: qual è la differenza effettiva tra questi due mondi? Dove si colloca la linea di confine e di separazione tra la positività della serie statunitense e l’oscurità di quella britannica? Che il mondo seriale a stelle e strisce risulti spesso più edulcorato rispetto a quello british è ormai prettamente innegabile ma i parallelismi tra gli effetti che il Sophie ha sulla gente e l’obiettivo ultimo della storia raccontata in “White Bear” mi appaiono spaventosamente evidenti.

Nell’episodio in questione di “Black Mirror” infatti, è proprio la collettività della gente a prendere in mano le redini della giustizia, partecipando attivamente o come semplici spettatori, a quello che appare come un processo e contemporaneamente l’attuazione della condanna ai danni della donna che si era macchiata dell’atroce crimine di infanticidio. In questo scenario evidentemente non troppo distante da un atteggiamento facilmente riscontrabile nella realtà quotidiana, la comunità si sente quasi chiamata a perseguire ripetutamente la colpevole ignara, a causa di una reiterata e indotta amnesia, dei suoi crimini, sentendosi pienamente nella parte della ragione e avvertendo anche un oscuro piacere se non addirittura divertimento nell’assistere alla sua pena ciclica. Anche in questo caso, la protagonista della condanna è perseguitata da sconosciuti che riprendono con il proprio cellulare la sua persecuzione, impassibili di fronte alle sue sofferenze.

   

Una scena simile si ripete proprio nel finale del pilot di “Wisdom of the crowd” in cui gli iscritti al Sophie smettono di fornire solo informazioni e si sentono quasi investiti di un compito più alto, decidendo di partecipare attivamente e collettivamente alle indagini di un crimine che esula anche l’omicidio di Mia, ragione per cui il Sophie era stato creato, e permettendo in questo modo l’arresto del ricercato.

L’atteggiamento della gente in “Wisdom of the crowd” si colora di sfumature quasi eroiche, lo stesso Jeffrey è emozionato dal feedback che il Sophie riceve perché conferma la sua preliminare lettura dell’umanità, vale a dire un insieme di persone intrinsecamente votate all’azione per migliorare la propria realtà, collaborando in questo modo attivamente alle indagini delle forze dell’ordine.

Ma come si passa dall’emozionante quadro ritratto in “Wisdom of the crowd” alla destabilizzante realtà di “Black Mirror”? Quanto tempo trascorrerà prima che questa innocua giustizia collettiva si trasformi nella legge del taglione mostrata in “White Bear”? Questi interrogativi mi hanno accompagnato per tutta la visione del pilot e credo anche che presto o tardi la serie affronterà proprio questa inevitabile degenerazione di un’invenzione tecnologica nata all’origine con l’intento di fare ingenuamente del bene. Così come ci viene mostrato nella serie statunitense, il Sophie sembra far uscire la parte migliore della collettività, unita in un obiettivo più importante della somma delle sue parti, ma il problema dell’umanità è purtroppo sempre lo stesso, ossia l’incapacità di gestire saggiamente un potere che alletta e irretisce la morale, spingendo dunque l’individuo a svestire i panni dell’aiutante per indossare quelli del giustiziere. Il passo tra “saggezza della folla” e mero voyerismo o peggio, irrazionale senso di vendetta giustificata è realisticamente breve. Cosa impedirà dunque al Sophie di diventare strumento di una persecuzione anziché di un’indagine? Personalmente, credo che questa sia la sfumatura della storia che più intriga e che mi spinge a voler proseguire questa serie, vale a dire assistere, in un percorso a lungo termine, a come la collettività risponderà alle esigenze del Sophie e testimoniare quando e se [un po’ di fiducia non guasta mai] il confine tra giustizia e crocifissione verrà valicato.




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WalkeRita
Giovane 23enne sulla carta d’identità ma con un passato tormentato e vissuto più di quanto voi possiate immaginare. Tutto è cominciato frequentando il liceo di Beverly Hills 90210 ma la vera epifania è avvenuta quando ha scoperto di avere poteri magici da dividere con tre sorelle in una splendida casa vittoriana. Ciò che segue è storia: ha cominciato a combattere i vampiri con una biondina esplosiva mentre nel tempo libero frequentava assiduamente gli alieni del New Mexico. Tra innumerevoli viaggi e incontri variegati, ha trovato la sua vera essenza solo in tre posti: una piccola cittadina del North Carolina, un negozio di elettronica intriso di Nerd e una missione ad alto rischio e tasso adrenalinico al fianco di un’agente Cia doppiogiochista, nome in codice: Fenice. Non ha mai smesso di visitare mondi e tempi diversi e quando credeva di non potersi più innamorare come era successo in un glorioso passato, è stata folgorata da uno scrittore e dalla sua musa, da un’angelica vendicatrice (che è QUASI certa di aver incontrato in una vita precedente) e da una Salvatrice e la sua famiglia. Tutto questo le ha ridato carica ed energia e l'ha fatta sentire inarrestabile: si è persa in uno strano Magazzino del South Dakota, ha ammirato un’affascinante scienziata appassionata di ossa, ha fatto persino una visita indimenticabile in un ospedale di Seattle ma quando ha notato che i dottori morivano più dei pazienti, ha deciso di andarsene, in cerca di nuove avventure. Ha trovato così i suoi alter ego: una geniale hacker conosciuta come Watchtower e una sorprendente artista di Broadway. Infine quest’estate si è iscritta ad una società segreta chiamata Divisione, ha viaggiato con mezzi alternativi come una cabina della polizia e si è resa conto di essere una piccola graziosa bugiarda. Può sembrarlo, ma non è pazza, è invece Folle per le serie tv, con il sogno impossibile di essere nata negli USA e con l’abitudine di sfogare questa passione scrivendo!!

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