Will | Recensione d’Inizio Stagione

Su TNT è iniziato “Will”, show che intende narrare le vicende del Bardo, William Shakespeare, sin dai giorni del suo arrivo a Londra, giovane marito e padre di tre bambini piccoli.
E nonostante non possa essere ricompreso nella categoria delle serie di qualità eccelsa, possiamo generalmente dire che lo show sembra essere un prodotto decisamente migliore di “Still Star Crossed”.

Ho scoperto questa serie quasi per caso, o meglio, ovviamente da un post su Facebook di Sam, e al solo sentir nominare Shakespeare mi sono illuminata, alle parole “giovane Shakespeare” saltavo sulla sedia: quando ho visto il cast non ho più capito nulla, mi sono piaciuti tutti subito. Soprattutto WILLIAM e CHRISTOPHER. E ALICE. E RICHARD. Oh, insomma, vi devo fare tutto l’elenco?!?

Ho davvero adorato la ricostruzione di Londra, così “malsana” e così eclettica… il contrasto tra i colori scuri e opachi con quelli sgargianti  e vivaci sembra quasi ripercorrere il dualismo della personalità del nostro Will: oppresso dai pesi del proprio nome e di quello che DOVREBBE essere rispetto all’ANIMO VIBRANTE e allo spessore intellettuale e mentale del POETA/DRAMMATURGO. Semplicemente MERAVIGLIOSO.

Per non parlare delle musiche, moderne e calzanti che ben si adattano alle scene.

Questa era la settimana delle ship nella nostra TOP 5 e avrete di certo capito che dove c’è una possibile coppia, IO ARRIVO. Ebbene, qua mi sono partite addirittura 2 SHIP, sono un caso clinico. La prima ovviamente è WILL e ALICE, quanti non hanno pensato a “Romeo e Giulietta” quando la incontra e le legge la sua pièce dalla strada mentre lei è lassù alla finestra?!? Ebbene, io sì. Cioè, solo per questa scena ai miei occhi la ship era destinata a salpare, voi non credete? Se poi ci mettiamo anche la CHIMICA incredibile tra i due, il gioco è fatto.

La seconda è quella WILL/CHRISTOPHER (Willopher? Willowe?): OH MY GOD, ma avete visto che scena quella a casa di Christopher?!? Come si guardavano, come si studiavano… la tensione pazzesca tra i due e non solo per le contingenze. E poi Christopher che lo prende e lo bacia, CHAPEAU. ME MORTA. Prevedo una storia (COMPLICATISSIMA) BELLISSIMA. Ci sarà da penare.

Sempre parlando di versi famosi, e sempre parlando di “Romeo e Giulietta”, quanto non è meravigliosa e “stonata” la scena di lui e della locandiera?!? Per non parlare del fatto che la seconda puntata ci porta (dal titolo alle varie citazioni) al “Giulio Cesare” di William… e non possiamo non notare che il tutto nasce e cresce non solo con la sua vita e le sue avventure presenti e passate, ma anche ai “sogni” che lui fa, sogni che comunque arrivano dal suo vissuto, in un certo senso. Le opere come mezzo per esternare se stessi, per essere e diventare ciò che davvero si vorrebbe essere.

Ammetto poi che dopo averlo considerato inizialmente un pò un idiota ho rivalutato Richard: il rapporto con la serva della dama aristocratica ci riserverà qualche bella sorpresa, spero, e Richard riuscirà davvero a girare lo specchio verso la NATURA, perché diciamolo: WILLIAM E’ BRAVO, E’ DANNATAMENTE BRAVO.

Infine una parola sul ragazzetto che lo ha ferito al suo arrivo a Londra: INQUIETANTE. Inquietante la sua storia, la sua fragilità, inquietante la sua tenacia e la sua voglia di rivalsa… cosa ci riserverà la sua storia? Si legherà a Will in qualche modo?

Gnappies

Avevo aspettative altissime riguardanti questa serie, un po’ per l’argomento trattato e un po’ per il cast di tutto rispetto, ma dopo aver visto Still Star-Crossed” – e nonostante su questo non nutrissi aspettativa alcuna – avevo deciso di calmarmi un attimo e iniziare a prepararmi psicologicamente alla disfatta. E invece eccomi qua, dopo la visione dei primi due episodi, completamente innamorata di tutto e tutti. Okay, Will” non ha certo la pretesa di portarsi a casa tutti gli Emmy dell’universo, ma è una serie godibilissima, con una recitazione di altissimo livello e una trama strutturata in maniera molto avvincente: abbiamo la storyline principale che è quella di un giovane William Shakespeare che approda a Londra senza un soldo in tasca ma pieno di sogni e talento, che si sviluppa intrecciandosi con quella di tutti gli altri personaggi e portando alla luce anche tematiche molto importanti quali le guerre religiose fra protestanti e cattolici, o la condizione della donna all’epoca, per non parlare della visione che la società “perbene” dell’epoca aveva del teatro popolare, considerato una minaccia alla moralità.

Oltre a questo, le citazioni Shakespeariane di opere che lui lì non ha ancora scritto ma che lo spettatore riconosce immediatamente mi hanno fatto fangirlare come una tredicenne al cospetto dei One Direction, così come i continui omaggi a Baz Luhrmann. Sì, omaggi, perché i continui richiami sia al suo modo di montare le inquadrature, sia ai suoi film – Moulin Rouge” in particolare – sono fatti così bene da non avermi fatto dubitare nemmeno per un istante che di questo si trattasse. Non del bieco tentativo di emulare la sua grandezza fallendo miseramente, o della pretesa di poter fare meglio di lui, ma rimandi messi al posto e al momento giusto per omaggiare un grandissimo artista cinematografico e far compiacere allo stesso tempo lo spettatore. Will che arriva a Londra è Christian che si addentra nel cuore di Montmartre per la prima volta, Burbage è Zidler e… devo continuare? Non credo.

La colonna sonora, poi, rappresenta una piccola opera d’arte a sé stante. Musica moderna – punk rock per lo più – a fare da cornice al popolo del teatro, sia quello sul palco che quello sotto a esso. Durante le rappresentazioni sembrava di stare a un concerto punk, quasi a voler sottolineare che quello era un divertimento alternativo all’epoca, una forma d’arte che non veniva compresa dai più e che anzi, come ho detto prima, veniva addirittura osteggiata dalla classe religiosa e in generale dai so called perbenisti.

Ovviamente mi è già partita anche la ship potente fra Will e Marlowe e, altrettanto ovviamente, Marlowe al momento è il mio personaggio preferito: un cattivo atipico, che invece di vedere Will come rivale da abbattere lo vede come giovane promessa da incitare perché per lui l’arte è tutto. Tuttavia, allo stesso tempo non si fa scrupoli a firmare la condanna a morte di un innocente, senza nemmeno provare un minimo sindacale di senso di colpa. Ho sempre avuto un debole per questi personaggi ambigui e che pendono più verso il lato oscuro della Forza che verso quello buono, e l’interpretazione impeccabile di Jamie Campbell Bower di sicuro ha aiutato molto a rendermelo subito così caro.

Ho già addosso un sacco di tristezza all’idea che si tratti solo di una serie estiva, di un guilty pleasure che durerà non più di un paio di mesi, perché questo è esattamente il genere di show del quale vorrei ventidue episodi e miliardi di stagioni. Speriamo che si mantenga su questo livello!

ChelseaH

Inizio con un parere davvero del tutto personale: aspettavo questo show da un anno. “Will” fu annunciato con un breve teaser un anno fa e io pensai subito: “Mio!”
E l’attesa è valsa la pena.

Come anticipato, lo show non ha di certo la possibilità di aspirare a essere ricompreso tra le serie storiche di indiscutibile qualità, essendo, invece, qualificabile come serie di intrattenimento, tuttavia ha delle caratteristiche interessanti e in tale ambito sembra davvero ben realizzato.
“Will” procede un po’ sulla falsariga di “Reign”, in un certo senso, accostando un’ambientazione storica, quella del XVI secolo (proprio lo stesso periodo della serie della CW conclusasi da poco), a una colonna sonora moderna, che non è l’unico tratto nello show a possedere tale caratteristica. Anche i costumi, infatti, pur non essendo così particolari come quelli di “Reign”, hanno un tocco più moderno, così come le acconciature e dunque lo stile generale scelto per i look dei personaggi, soprattutto quelli del popolo del ceto più basso: capelli a tratti colorati, tatuaggi in vista… E tuttavia, questa scelta non stona, poiché serve a rappresentare la parte più povera, “grezza”, “volgare” della popolazione londinese di quel tempo, che spesso era ignorante e chiassosa.
Una rappresentazione che ha una sua credibilità.
Le grandi città come Londra, infatti, già all’epoca dovevano apparire frenetiche a chi vi giungeva dai villaggi: densamente popolate, dalle viuzze strette e dalle zone piene di mercanti, in grado di vendere qualunque cosa, fagocitate dalla folla, nonché colme di persone povere che avevano solo due alternative di vita, ovvero rubare o, nel caso delle donne, prostituirsi.
Una sensazione che viene trasmessa nelle scene dell’arrivo a Londra di Shakespeare e al Globe Theatre, anche grazie agli stili dei costumi e delle acconciature.

L’impressione che si ha vedendo i primi episodi che sono stati trasmessi è di avere di fronte una serie che, oltre alla componente originale propria, presenta ispirazioni a varie rappresentazioni conosciute dell’universo shakespeariano e non solo: l’accostamento trama d’ambientazione storica e colonna sonora moderna, infatti, non è marchio di fabbrica di “Reign”, essendo stata sperimentata per la prima volta al cinema con “Il Destino di Un Cavaliere”, che aveva come protagonista Heath Ledger e vedeva nel cast anche Paul Bettany; le vicende di un giovane Shakespeare che arriva a Londra per cercare fortuna come autore di pièce teatrali, come drammaturgo, con la concreta possibilità di essere anche coinvolto sentimentalmente e, quindi, in vicende romantiche (nonostante sia sposato), ricordano “Shakespeare In Love” e “Moulin Rouge”; la frenesia che caratterizza alcuni passaggi e alcune riprese ricordano lo stile di Baz Luhrmann in “Romeo+Giulietta” e “Moulin Rouge” (questa volta, a differenza di quanto avvenuto in “Still Star Crossed”, tali elementi sono ben realizzati).
Infine, il popolo, con i suoi costumi e le sue acconciature così colorati, originali ed eccessivi, non può fare a meno di far pensare alla Corte dei Miracoli di cui parlava Victor Hugo nel suo “Notre Dame de Paris” e che proprio con questo stile è stata resa nello splendido musical che ne rappresenta l’adattamento teatrale e che ha girato il mondo dal 1998 fino a oggi, i cui autori sono Riccardo Cocciante e Luc Plamondon.
E infatti, nell’opera di Hugo la Corte dei Miracoli è proprio questo: poveri e malati, certo, ma anche artisti di strada senza dimora, ladri e truffatori, zingari… Una similitudine che, quindi, calza a pennello.
Tutto ciò non stupisce, poiché nel progetto sono coinvolti Craig Pearce, lo sceneggiatore de “Il Grande Gatsby”, e Shekar Kapur, nominato ai Golden Globe per la regia di “Elizabeth”.



Ovviamente la storia si concentra molto sull’ambito teatrale, come è giusto che sia, ma non viene tralasciata una componente politica che in effetti ebbe la sua importanza: lo scontro religioso tra i protestanti, che erano saliti al potere grazie alla scissione operata da Henry VIII dalla Chiesa di Roma per sposare Anna Bolena e vi erano rimasti proprio perché Elizabeth I era protestante, e i cattolici e, pertanto, la persecuzione di questi ultimi.
Linea narrativa che sembra intrecciarsi strettamente con l’ambente teatrale, poiché come sappiamo tutti il teatro era spesso visto come luogo di perdizione e peccato e i tentativi di chiudere i teatri londinesi al tempo furono molti e alcuni ebbero successo.
E a tutto ciò si aggiunge anche la condizione della donna, concetto che in particolare nel secondo episodio è stato chiaramente espresso dal personaggio di Alice Burbage (interpretato da Olivia DeJonge).

Vedere il Globe Theatre è sempre emozionante, vedervi Shakespeare all’opera con la compagnia teatrale altrettanto… e nel pilot c’è anche una scena che, per quanto non propriamente poetica viste le parole usate, è pur sempre bellissima poiché rappresenta una sfida poetica in pentametro giambico.
Inoltre, è rappresentata la peculiarità di Shakespeare, che inventò alcune nuove parole proprio per le sue opere.
Infine, c’è da dire che la recitazione è veramente di ottimo livello; ci sono alcuni interpreti conosciuti e apprezzati (Ewen Bremner – che in molti ricorderanno benissimo in “Trainspotting”, “Pearl Harbor”, “Black Hawk Down”, nel recente “Wonder Woman” e, nelle serie tv, in “Spooks” -; William Houston – “Elizabeth: The Golden Age”, “Sherlock Holmes” e “Sherlock Holmes: Gioco di Ombre”, “Dracula Untold” -; Colm Meaney – “Die Hard”, “Dick Tracy”, “L’Ultimo dei Mohicani”, “Bal Ami”, vincitore di un Golden Globe), oltre, ovviamente, a Jamie Campbell Bower nei panni di Christopher Marlowe, che brilla già dopo poche scene nel primo episodio (e personalmente ogni volta che lo vedo, e questo caso non fa eccezione, anzi, non posso fare a meno di pensare a quanto fosse il Jace Herondale perfetto) ed è protagonista nel secondo, con Laurie Davidson che interpreta per l’appunto William Shakespeare, di scene splendide e davvero ben recitate.



Insomma, se cercate una serie che vi intrattenga piacevolmente ma che abbia anche un’ambientazione storica, “Will” sembra perfetta.

Sam

Ci rivediamo a metà stagione e intanto vi lasciamo con lo splendido trailer della rilasciato questa settimana.

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Sam
Simona, che da bambina voleva diventare una principessa, una ballerina, una cantante, una scrittrice e un Cavaliere Jedi e della quale il padre diceva sempre: “E dove volete che sia? In mezzo ai libri, ovviamente. O al massimo ai cd.” Questo amore incondizionato per la lettura e la musica l'ha portata all'amore per le più diverse culture (forse aiutato dalle origini miste), le lingue (in particolare francese e inglese) e a quello per i viaggi. Vorrebbe tornare a vivere definitivamente a Parigi (per poter anche raggiungere Londra in poco più di due ore di treno). Ora è una giovane legale con, tralasciando la politica, una passione sfrenata per tutto ciò che all'ambito legale non appartiene, in particolare cucina, libri e, ovviamente, telefilm. Quando, di recente, si è chiesta in che momento, di preciso, sia divenuta addicted, si è resa conto, cominciando a elencare i telefilm seguiti durante l'infanzia (i preferiti: Fame e La Famiglia Addams... sì, nel fantasy ci sguazza più che felicemente), di esserci quasi nata. I gusti telefilmici sono i più vari, dal “classico”, allo spionaggio, all'ambito legale, al “glamour”, al comedy, al fantastico in senso lato, al fantascientifico, al “giallo” e via dicendo. Uno dei tanti sogni? Una libreria. Un problema: riuscirebbe a vendere i libri o vorrebbe tenerli per sé?

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