Victoria | Recensione 2×07 – The King over the water

“Victoria” cambia nuovamente registro e scenario in una stagione che non potrebbe essere più caleidoscopica, affascinante e artistica di così. Credo che la novità più evidente di questo secondo ciclo di episodi sia proprio la varietà di stili, storie e cornici paesaggistiche entro cui vengono inseriti i personaggi, mai sempre uguali, mai troppo distanti da ciò che hanno rappresentato fin dall’inizio, una costante. In soli sette episodi, la serie ha già affrontato talmente tanti cambiamenti ed evoluzioni da far avvertire l’inesorabilità del tempo che scorre rapidamente in ogni volto, in ogni storia raccontata, in ogni nuovo scenario che ci conduce lontani da Buckingham Palace e da tutto ciò che quella dimora significa. Brocket Hall, Coburgo, la Francia, l’Irlanda e adesso la Scozia, sono tutti contesti che non fanno solo da sfondo a storie originali che permettono alla serie di cambiare aspetto ogni settimana, sono soprattutto scenari che diventano protagonisti tanto quanto i personaggi che ospitano perché impostano una linea guida nelle parole e nei comportamenti, perché segnano un momento unico nelle loro vite e perché contribuiscono attivamente a costruire un ritratto mai completo, tridimensionale e sempre vivo dei protagonisti.

“Victoria” ha sempre fatto degli scenari e delle ambientazioni che ospitano le sue storie uno straordinario punto di forza, celebrato artisticamente con una regia sempre all’altezza ma soprattutto inserito perfettamente nella narrazione e nella caratterizzazione dei personaggi di cui diventa ausiliare. La Scozia si rivela in questo frangente dunque esattamente tutto ciò che Victoria aveva sempre sognato da adolescente ma ancora di più diventa per tutti coloro che la vivono una fuga dalla realtà ancora più estrema e impossibile di quanto non lo fosse stata la Francia, come se per un momento tutti loro si siano abbandonati ai sogni più remoti e alle verità più proibite. Girato effettivamente tra le infinite Highlands scozzesi e nel villaggio di Blair Atholl in cui la regina Victoria ha davvero soggiornato come i suoi numerosi diari raccontano a riguardo, l’episodio è immerso nella sua ambientazione con una tale dovizia di particolari da apparire quasi narrato da quella voce fuoricampo che tradizionalmente racconta le fiabe in cui la natura prende vita e interagisce con gli eroi che la attraversano. Corredato da tutti quegli elementi tradizionali che caratterizzano da sempre la cultura e la società scozzese, creando un’individualità riconoscibile ad ogni passo, dalle cornamuse che scandiscono ogni momento della giornata [la reazione progressivamente infastidita di Albert mi ha ricordato molto quella di Robert Crawley in “Downton Abbey”] alle danze spensierate e alimentate da sorrisi genuini, lo scenario scozzese quasi sussurra ai personaggi, realizza in modi inaspettati i loro desideri più nascosti, li accompagna e li spinge verso quei traguardi a cui sono destinati anche quando loro stessi devono ancora realizzarlo o accettarlo. Il persistente grigiore che pervade i panorami emozionanti delle Highlands e che a tratti sembra quasi “minacciare” l’escursione improvvisata di Victoria & Albert e le avventure di coloro che hanno avuto la possibilità di vivere questa fuga dalla realtà, in realtà risulta quasi rassicurante nella morbidezza del suo vento che accarezza i personaggi e li rende progressivamente sempre più umani, sempre più concreti, distanti dai loro ruoli e da ciò che il mondo si aspetta da loro. I boschi immersi nella nebbia e attraversati dai pochi raggi di sole che tenaci tagliano le barriere naturali precludono la visuale sulla realtà ma non accecano irrazionalmente gli occhi di chi guarda, anzi, permettono loro di vedere più chiaramente nelle zone più recondite dei loro desideri, e in quell’intimità li proteggono, regalandogli una realtà parallela in cui rifugiarsi anche solo per un momento, in una “tasca” del loro mondo lontana quasi dallo spazio e dal tempo.

 

AN ORDINARY WOMAN

Il quinto episodio della prima stagione porta esattamente questo titolo, riprendendo come sempre una citazione proveniente dalla puntata stessa, in quel caso ovviamente si trattava delle parole di Victoria. È stato quasi inevitabile per me ricordare quelle parole in questo contesto, ricordare un desiderio che in Victoria è sempre stato vivo, sopito a volte considerata comunque la passione e la dedizione da lei profusa nel suo ruolo di monarca, un ruolo che aveva atteso per tutta la vita, ma al tempo stesso però quel sogno proibito cresceva di pari passo con lei, diventando probabilmente anche più forte nel momento in cui si è affacciata all’amore, sia la prima che l’ultima volta, per quanto mi riguarda.

   

La “fuga” in Scozia in seguito all’ennesimo attentato alla sua vita riporta prepotentemente a galla questo sogno, riuscendo anche a realizzarlo in parte. Victoria si appresta a questo viaggio con uno sguardo incantato, ritornando con la mente a un’infanzia solitaria alimentata solo da storie, racconti e fantasie lontane raggiungibili solo tramite l’immaginazione, e così com’era accaduto anche in Francia, respira a pieni polmoni la diversità che per la prima volta vede concretamente davanti ai suoi occhi e non più soltanto nella sua mente, innamorandosi di ogni dettaglio, di ogni sfumatura di colore con cui i panorami che la circondano sembrano dipinti, di ogni novità che il suo ospitante le offre [beh, magari tutte tranne la poesia … ], persino delle tenaci cornamuse al mattino.

Questo è probabilmente uno degli aspetti che più mi emozionano di questo personaggio, ossia la sua incredibile vitalità, il suo sguardo che è ancora capace di meravigliarsi di fronte a bellezze che fino a quel momento aveva solo immaginato e così facendo è quasi possibile vedere e avvertire il mondo con i suoi occhi e a volte non esiste davvero nulla di più emozionante, grazie anche a quella sensazione di travolgente passione per le meraviglie che circondano Victoria che Jenna Coleman riesce a trasmettere con la sua interpretazione [“because it’s amazing, because I see wonders”]

Persa in un sogno dal quale non intende svegliarsi, Victoria vive la sua fuga in Scozia alle sue condizioni, sfuggendo anche all’iperprotettività del Duca di Atholl, pur di fare propria una libertà che adesso quasi pretende e che desidera vivere più di qualsiasi altra cosa accanto ad Albert, proprio come una donna ordinaria, senza pressioni, senza doveri, almeno per un giorno, almeno per la durata di una notte. Mi sembra chiaro in questo frangente quanto Ottilie Wilford abbia ereditato il talento drammaturgico di sua madre [Daisy Goodwin] nell’affrontare la storia realmente accaduta con rispetto ma al tempo stesso con originalità artistica, permettendo a realtà e fantasia di sposarsi perfettamente in uno scenario nuovo che diventa dolcemente irresistibile e genuinamente affascinante proprio come una favola moderna. Del tutto frutto della creatività della Wilford infatti è l’insolita avventura vissuta da Victoria & Albert dopo aver “seminato” le guardie del Duca di Atholl ed essersi immersi in un percorso sconosciuto di cui Albert sembrava certo di poter venire a capo.

Nonostante il cammino sembrasse far presagire pericoli inattesi, persi nella vastità delle Highlands, Victoria e Albert trovano ospitalità e rifugio nella più che modesta abitazione di una coppia anziana di sposi, ritrovandosi in quel momento catapultati in una realtà che non potrebbe essere più distante e impossibile da quella che gli appartiene ma che proprio per questa ragione appare terribilmente giusta per loro, finché sono insieme. Per quanto quasi “assurda” e “irrealistica” possa apparire la storia, non soltanto l’estremo bisogno di libertà della regina è rispettato fedelmente nella sua intimità ma più di tutto la notte trascorsa in compagnia dell’ignara coppia di ospitanti è assolutamente squisita nella sua narrazione, è accogliente, è umanamente semplice e dolce, e non cambia il modo di essere di Victoria e Albert in quanto caratteri ben definiti, meravigliosa è come al solito la determinazione di Victoria nel sottolineare la sua posizione predominante nel matrimonio e negli “affari”, ma cambia il loro “aspetto” pubblico, liberando entrambi per una volta del regale peso della corona e di ciò che comporta, allontanandoli tanto dalla loro normalità da renderli quasi “irriconoscibili” agli occhi dei soldati scozzesi che finalmente riescono a ritrovarli la mattina seguente.

Il ricordo di quella sensazione di assoluta pace e libertà, della semplicità di una vita che non ha briglie o particolari doveri nella sua ordinarietà, insegue Victoria anche nel suo ritorno a casa, a Buckingham Palace, dove accetta pienamente e con solita dedizione il suo ruolo di monarca ma lasciando ancora dentro di sé l’illusione di essere nuovamente in quella capanna sperduta nel nulla, dove aveva vissuto per la prima volta la pura e ordinaria libertà. Da questo punto di vista, un ulteriore elogio va concesso alla regia che indugia lentamente sia sul momento in cui Victoria viene vestita ufficialmente per presenziare in parlamento sia sul momento in cui si spoglia delicatamente di quegli stessi abiti regali intenzionata a sognare ancora un po’ di essere soltanto una donna normale.

Degno di nota mi è apparso anche il rapporto tra Victoria e il Duca di Atholl, che mi ha colpito particolarmente così come era successo anche nel caso del re Louis Philippe. Contrariamente al monarca francese però, il Duca scozzese è caratterizzato con sfumature certamente più luminose e genuine, esilarante quasi nei suoi tentativi di proteggere la regina anche da uno spiffero di vento un po’ più aggressivo e in preda ai sensi di colpa quando si rende conto di averne perso le tracce, ma più di qualsiasi altro aspetto, è stato significativo e sorprendentemente profondo il confronto tra lui e Victoria alla vigilia della sua partenza.

Credo che la stima incondizionata che il Duca le concede apertamente fosse proprio tutto ciò di cui Victoria aveva bisogno per ricordare quanto importante e insostituibile sia il suo impegno e la sua devozione alla corona britannica, un momento condiviso esclusivamente da loro due in cui la saggezza e la maturità del Duca non si ergono neanche per un istante a superiorità morale intenta a trattare con sufficienza la giovane monarca ma le offrono semplicemente una nuova, o meglio ritrovata consapevolezza sulla monarchia, su un compito che va oltre i simboli e oltre le inclinazioni personali [e questa è una lezione che ho imparato anch’io a mie spese … if you know what I mean] e che punta a un bene collettivo che purtroppo o per fortuna non può essere dimenticato e che deve rappresentare sempre il principale obiettivo nella vita di un sovrano.

MID-SUMMER EVENING’S DREAM

La Scozia è stata dunque la realizzazione di un desiderio impossibile ma non soltanto per Victoria e Albert. La storia che ha visto protagonisti Lord Alfred e Drummond in questa seconda stagione è assolutamente meritevole e tremendamente affascinante e non per la natura “proibita” del loro amore [chi mi conosce SA che con le coppie LGBT ci vado solitamente molto cauta perché il pericolo di mainstream attende dietro l’angolo] ma per aver trovato in maniera delicata il modo migliore per donare nuova luce a un personaggio secondario come Lord Alfred, che nella prima stagione era inevitabilmente relegato sullo sfondo e che invece quest’anno ha trovato una sua stabile individualità anche oltre il legame sentimentale [interessante è stata la menzione alla sua profonda conoscenza di Harriet, amicizia di cui la Goodwin parla nel suo romanzo], e a un personaggio nuovo come Drummond che in questo modo ha preso spessore, anche un po’ di più per esempio di Wilhelmina, che ad ogni modo mi fa quasi tenerezza per la sua capacità di prendersi una cotta puntualmente per l’uomo sbagliato.

 

Ciò che ho apprezzato fin dall’inizio di Alfred e Drummond è la loro purezza, il modo unico che hanno di sorridere persi nella felicità solo quando sono insieme, lontani da una società e da un tempo che non capirebbero il sentimento che li unisce, che non vedrebbero quanto giusto sia invece il loro rapporto, un legame che li rende semplicemente felici. La scena in cui il loro più profondo e taciuto desiderio si realizza finalmente è una delle uniche in cui il sole sembra risplendere con tutto il suo calore nonostante stia tramontando, come se per un momento, un singolo momento destinato inevitabilmente a spegnersi oltre l’orizzonte, tutto fosse possibile per loro, come se loro fossero possibili, insieme. E da fan che ancora soffre quotidianamente per la mancata realizzazione di un altro amore impossibile, non posso che sorridere compiaciuta per questo caso in parte un po’ più fortunato.

Più problematico è invece il percorso per Ernest e Harriet, reduci entrambi da difficoltà che li hanno segnati ma che non hanno ad ogni modo annullato i sentimenti che li hanno uniti. E sono proprio quei sentimenti ora ad affliggere e spegnere Harriet, lei che invece era sempre la più luminosa tra le dame di compagnia di Victoria e che adesso si sente quasi tenuta a pagare con la sua serenità la colpa di non aver più amato suo marito come probabilmente era accaduto prima di conoscere Ernest. Più Ernest cerca di starle accanto anche solo come supporto, più Harriet avverte il peso di quelle che crede essere le sue colpe peggiori, perché in quel momento lui rappresenta ciò che più desidera e ciò che più la ferisce. L’innocenza degli intenti di Ernest però riesce lentamente a scalfire la corazza che Harriet sembrava decisa ad indossare per il resto dei suoi giorni, riportandole un alone di leggerezza sul suo volto e conducendola magari a fare pace con ciò che ancora prova e che non può più respingere.

Un momento di meritato svago arriva anche per Skerrett, avvicinata da un perseverante e affascinante soldato scozzese dell’esercito del Duca, innocuo e benevolo tanto da accettare da lei qualunque attenzione volesse concedergli, rispettando lei in quanto donna e quell’impegno che sembra intenzionata a mantenere in Inghilterra. Un “impegno” che finalmente sembra tornato quello di un tempo, solare e disposto a qualsiasi eccentricità pur di attirare la sua attenzione e vederla sorridere.

Se da una parte dunque questo episodio ha anche concesso momenti capaci di strappare una vigorosa risata [la Duchessa di Buccleuch che si appisola sul suo bastone durante la declamazione del poeta per poi venire bruscamente risvegliata dall’applauso di Albert, entusiasta più che altro della fine della tortura, rappresenta uno dei punti più alti dell’episodio], dall’altra purtroppo ci avviciniamo a un momento che speravo di non vedere mai nella serie, ossia la fine del percorso di Lehzen nella vita di Victoria. Lentamente infatti, la Baronessa viene “spinta” in particolar modo da Albert ai margini della vita privata di Victoria, che purtroppo però sembra accondiscendere al progressivo ridimensionamento del ruolo della sua fidata governante nella sua quotidianità.

Pronta dunque a farmi spezzare il cuore sia da questo capitolo inevitabile della storia di Victoria sia dall’imminente finale di stagione, io vi lascio … con il nonno di Jenna Coleman che saluta la sua regina! [Sì, il primo uomo sulla destra è veramente il nonno di Jenna Coleman!]

 

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WalkeRita
Giovane 23enne sulla carta d’identità ma con un passato tormentato e vissuto più di quanto voi possiate immaginare. Tutto è cominciato frequentando il liceo di Beverly Hills 90210 ma la vera epifania è avvenuta quando ha scoperto di avere poteri magici da dividere con tre sorelle in una splendida casa vittoriana. Ciò che segue è storia: ha cominciato a combattere i vampiri con una biondina esplosiva mentre nel tempo libero frequentava assiduamente gli alieni del New Mexico. Tra innumerevoli viaggi e incontri variegati, ha trovato la sua vera essenza solo in tre posti: una piccola cittadina del North Carolina, un negozio di elettronica intriso di Nerd e una missione ad alto rischio e tasso adrenalinico al fianco di un’agente Cia doppiogiochista, nome in codice: Fenice. Non ha mai smesso di visitare mondi e tempi diversi e quando credeva di non potersi più innamorare come era successo in un glorioso passato, è stata folgorata da uno scrittore e dalla sua musa, da un’angelica vendicatrice (che è QUASI certa di aver incontrato in una vita precedente) e da una Salvatrice e la sua famiglia. Tutto questo le ha ridato carica ed energia e l'ha fatta sentire inarrestabile: si è persa in uno strano Magazzino del South Dakota, ha ammirato un’affascinante scienziata appassionata di ossa, ha fatto persino una visita indimenticabile in un ospedale di Seattle ma quando ha notato che i dottori morivano più dei pazienti, ha deciso di andarsene, in cerca di nuove avventure. Ha trovato così i suoi alter ego: una geniale hacker conosciuta come Watchtower e una sorprendente artista di Broadway. Infine quest’estate si è iscritta ad una società segreta chiamata Divisione, ha viaggiato con mezzi alternativi come una cabina della polizia e si è resa conto di essere una piccola graziosa bugiarda. Può sembrarlo, ma non è pazza, è invece Folle per le serie tv, con il sogno impossibile di essere nata negli USA e con l’abitudine di sfogare questa passione scrivendo!!

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