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Recensioni Victoria

Victoria | Recensione 2×06 – Faith, Hope and Charity

Avrei voluto cominciare questa recensione evidenziando, proprio come è accaduto per il precedente episodio, come anche questa settimana la serie abbia dato sublime prova di “trasformismo” portando in scena una puntata che può indubbiamente definirsi unica nel suo genere se paragonata a tutte quelle che finora hanno composto il percorso di questo period drama. Ma la seconda visione della puntata in questione mi ha spinto a cambiare idea sulla forma della mia introduzione avvertendo inarrestabile l’impulso di chiarire senza ulteriori sforzi di dialettica la mia opinione a riguardo: credo infatti che “Faith, Hope and Charity” sia uno degli episodi migliori di “Victoria” finora, nonché uno dei lavori più pregiati della scrittrice Daisy Goodwin, per cui, non ho problemi ad ammetterlo, non smetterò mai di spendere parole di stima ed elogio se questo continuerà ad essere il livello delle sue storie.

L’episodio si apre con una scena dalla valenza quasi profetica per la trama che si sarebbe sviluppata da lì a breve e questo è un aspetto che apprezzo particolarmente nelle sceneggiature intelligenti di questa serie, vale a dire quel momento chiave, quella specifica scelta narrativa solitamente iniziale che racchiude, col senno di poi, l’intera storia che si spiega davanti ai nostri occhi per tutta la durata dell’episodio. A introdurre la storia di questo episodio quindi e a impostarne inevitabilmente anche i toni e le sfumature vi è un sermone ecclesiastico, riguardante le terribili piaghe d’Egitto e gli effetti devastanti di una punizione divina. Ciò che mi ha colpito particolarmente di questo inizio così tetro, esattamente come lo percepisce Victoria in quell’innocente purezza che ancora la caratterizza nonostante abbia ormai raggiunto una maturità che comincia a leggersi anche nelle linee del suo volto, è l’affermazione di Albert, quasi incuriosito in realtà più che spaventato o inquietato, su come tali piaghe così distruttive e crudeli possano effettivamente rientrare in un volere divino. Pongo l’attenzione sulle parole del sermone, che fanno da sfondo a momenti che sembrano quasi mettere in scena quello stesso racconto, e sul conseguente commento di Albert perché la storia che attraverserà l’episodio e ne comprometterà l’equilibrio e le dinamiche classiche è una storia che si intreccia profondamente con tematiche religiose, una religione che però appare ora drammaticamente svuotata dai suoi significati originali, una religione che non soltanto divide ma che si mostra a tratti crudele e tetra proprio come Victoria stessa aveva avvertito le parole del sermone.

Fin dall’inizio dell’episodio quindi si respira una tragica sensazione di fatalismo, si assiste quasi immediatamente a un cambio di prospettiva in parte radicale, avvicinandosi come poche volte prima a un evento storico che esula le mura di Buckingham Palace e va oltre anche l’individualità di uno o più personaggi, imponendosi all’attenzione comune per il drammatico realismo di una tragedia devastante il cui aspetto peggiore non è stato neanche rappresentato dalle proporzioni catastrofiche che l’evento ha assunto ma dalle giustificazioni addotte dai più potenti per scrollarsi di dosso ogni responsabilità, giustificazioni disumane che fondano le loro radici proprio nella religione e nella filosofia, in un contesto dunque che appare come l’emblema più crudele di “victim blaming”, il caso più estremo in cui la vittima viene ritenuta responsabile delle proprie disgrazie a causa delle sue scelte e del suo credo, destinata dunque a perire sotto lo sguardo impassibile di chi crede di essere più adatto alla vita.

Per la prima volta dall’inizio del suo percorso, “Victoria” abbraccia con incredibile coraggio e maestria un nuovo modo di rappresentare la storia, con un racconto che adesso si mostra senza filtri, onesto nella sua devastazione, impavido nel portare in scena l’ignoranza, il cinismo, il disprezzo del diverso e la tragedia che da questi atteggiamenti deriva e investe la popolazione irlandese. Contrariamente a tutto ciò che abbiamo visto finora, “Victoria” spegne tutti i suoi colori più brillanti, spegne le sue luci sfarzose, spegne quell’accogliente regalità che si respira a Buckingham e più di qualsiasi altra cosa, spegne gli sguardi e i sorrisi dei suoi protagonisti, conducendoci senza più barriere in una realtà avvolta dall’oscurità, immersa nelle intense sfumature di blu che sembrano ambientare la storia in una notte perpetua. In questa storia così insolita quindi, anche il focus sui personaggi sembra concentrarsi quasi nella sua totalità su pochi volti, cinque a mio parere, mentre forse per la prima volta le altre voci appaiono quasi come evitabile contorno, non per una particolare debolezza della caratterizzazione ma per via di una storia talmente intensa da collimare con le singole storyline.

“As a monarch, I can only advise”

Che il suo ritratto sia, in questo contesto, effettivamente realistico e accurato o “smussato” a favore di una creatività artistica, onestamente poco m’importa. Come la Goodwin ha spesso affermato, nonostante la sua istruzione storiografica, il suo modo di approcciarsi a “Victoria” è essenzialmente da drammaturgo, muovendosi dunque entro limiti storici invalicabili ma trovando anche nello spazio da essi delimitato dettagli su cui poter operare in quanto sceneggiatrice televisiva, autrice dunque di una scrittura creativa che necessita obbligatoriamente di fare breccia nell’emotività dello spettatore. Perché ad essere sempre reali e sempre travolgenti in questa serie sono proprio le emozioni rappresentate e trasposte in maniera impeccabile dalle interpretazioni di un cast che sembra sposarsi perfettamente con le parole della Goodwin. Per questo motivo dunque il ritratto di Victoria in questo episodio è uno dei più profondi, passionali e umani che abbia mai visto dall’inizio della serie, protagonista quasi assoluta di una storia che resta indelebile e non può essere dimenticata.

Il primo aspetto che mi ha affascinato molto della regina in questo frangente riguarda una sorta di capovolgimento di posizioni tra carattere e aspetto fisico, perché nonostante, come ho già accennato, si noti un progressivo ma quasi impercettibile invecchiamento del personaggio che comincia a mostrare la maturità degli anni che passano e delle esperienze vissute, Victoria rivela ancora una fondamentale innocenza di base nei confronti di quelle conoscenze di cui è ancora mancante. Se l’ignoranza degli uomini politici sulla questione irlandese è giustificata e rafforzata da un’istruzione che impugnano come testimonianza di legittimità del loro pensiero e del loro potere, la disinformazione di Victoria a riguardo è apertamente spontanea e genuina, portandola così a porre interrogativi che appaiono quasi “infantili” di fronte all’esperienza di un sistema politico e sociale che vige da troppo tempo ma che al tempo stesso sono intrinsecamente giusti nel loro dubbio, nella perplessità che travolge Victoria in quanto donna e madre prima che monarca.

Più comincia a fare proprie le conoscenze riguardanti una parte del suo regno di cui ignorava le condizioni, più questa storia diventa per lei un pensiero costante, una questione che non può semplicemente lasciar andare, non quando la carestia sta annientando un popolo la cui più grande colpa sembra quella di aver scelto il credo “sbagliato”. Personalmente, penso di non aver mai davvero assistito a un tale turbamento interiore del personaggio, pervaso sempre di più da quella sensazione di impotenza che appare paradossale nel momento in cui colpisce la donna con più potere tra le sue mani, mani che però sembrano a volte quasi legate e condizionate dal governo parlamentare. Ma la conoscenza diventa nuovamente il vero potere di Victoria, che cresce con il rafforzarsi della sua istruzione e con le parole appassionate e drammaticamente oneste del dott. Traill, che scavano ancora più in profondità nel suo animo e la spronano ad agire, sola, contro il parere di chiunque le sia accanto.

Il momento in cui Victoria scrive personalmente al dott. Traill chiedendogli un incontro per poter discutere della questione irlandese è incorniciato da quello che è il theme ufficiale della serie nei suoi contesti più regali, quasi a voler evidenziare anche tramite la musica quanto in quel preciso istante Victoria sia la regina che è destinata a diventare, una regina senza briglie, senza padroni, umana. La “nostra” Victoria affronta per la prima volta un tormento di cui non conosceva l’esistenza e ne porta i segni con fierezza, accompagnandosi per tutta la durata dell’episodio a quel peso che giace ora sulla sua coscienza e che viene espresso dallo sguardo compassionevole ma quasi vittima della vergogna che Jenna Coleman presta al suo personaggio con destabilizzante generosità.

 

Victoria è donna, madre e regina e questi aspetti così importanti della sua persona confluiscono a mio parere nel confronto con Robert Peele, in un climax emotivo che lascia letteralmente senza parole. Per quanto infatti mi diverta sempre l’ostinazione di Victoria di contraddire apertamente il suo Primo Ministro ogni volta che ne ha la possibilità, uno scenario che mi soddisfa più che altro perché a volte sembra quasi che Peele faccia leva su Albert per controllarla, sono stata profondamente colpita dall’evoluzione che, seppure a piccoli passi, il rapporto professionale ed umano tra questi due personaggi sta subendo, un’evoluzione che in questo episodio ha raggiunto il suo punto più alto. Victoria conduce Peele per la prima volta nell’intimità della sua vita privata, si mostra a lui con totale e umana onestà, fa appello ai suoi principi e a una moralità che ora riesce a intravedere in lui e che si propone di far emergere come se fosse la missione della sua vita.

Con Alice tra le braccia, Victoria non rinnega la sua emotività, non nasconde quei sentimenti che la rendono donna, ma al tempo stesso si dimostra per l’ennesima volta regina, in ogni sua parola, nelle lezioni che ha imparato [Fu Lord M a “insegnarle” che in quanto monarca “she can only advise”] e in quella determinazione innata su cui aveva fondato la sua personalità ancora prima di indossare la corona. E Peele in quel momento non può fare a meno di vederla forse come non l’aveva mai vista e di rispettarla per tutto ciò che rappresenta. Anche individualmente, il personaggio di Peele si rivela ben più onesto e umano di quanto apparisse all’inizio, un uomo evidentemente scisso tra i suoi principi morali e la fedeltà a un partito politico di cui è guida e che non può “tradire” apertamente rischiando così di perderne le redini. Ma le parole di Victoria condizionano la sua moralità più di quanto entrambi forse si sarebbero aspettati, spingendolo a tornare sui suoi stessi passi per aprirsi alla possibilità di aiutare il popolo irlandese.


Il secondo volto che però a mio parere ha reso l’episodio e soprattutto questa storia degni di essere raccontati è quello del dott. Traill. Per quanto mi riguarda è quasi difficile raccontarvi ora questo personaggio poiché mi è entrato dentro con un solo episodio con un’intensità che non avevo previsto. Non so se in qualche modo possa anche aver influito un’appassionata interpretazione della guest star Martin Compston, ma ciò che è certo è che non avrei mai smesso di guardare la sua storyline. Il personaggio del dott. Traill mi è apparso innanzitutto puramente vittoriano nella sua caratterizzazione, nelle antitesi che definivano la sua vita e le sue scelte, nel devastante scenario di cui era protagonista, ma più di tutto Traill si è imposto in questa storia straziante con la sua più profonda, eroica e imperfetta umanità. Prima di farsi paladino, infatti, della carità nei confronti del popolo irlandese, ciò che più mi ha travolto emotivamente di questo personaggio è stato il suo coraggio nell’ammettere il suo precedente errore di giudizio, nel riconoscere di aver sbagliato in passato proprio a causa dei comuni pregiudizi nei confronti degli irlandesi e nella volontà ferrea infine di fare ammenda per questa ragione e di obbedire in questo modo ai giuramenti prestati per un bene superiore.

Il dott. Traill rappresenta dunque, in un contesto in cui la religione viene svuotata dei suoi pilastri morali più importanti, l’unica luce di umana carità, l’unico baluardo di ciò che la spiritualità e la fede dovrebbero significare, abbracciando un sacrificio che gli porterà via tutto, la famiglia e infine la vita stessa.

Il suo incontro con la regina Victoria è, non a caso immagino, uno dei pochi momenti di luce dell’episodio in quanto simboleggia la speranza di porgere una mano per risollevare almeno in minima parte la devastante condizione del popolo irlandese. Ho apprezzato particolarmente di quel confronto la volontà di Victoria di capire, di informarsi, di colmare una lacuna che non poteva semplicemente ignorare, un atteggiamento che mi ha ricordato un po’ il suo rapporto con Lord Melbourne e la sua sete di apprendere il più possibile dalla sua incredibile saggezza. Il dott. Traill è stato il volto più umano e concreto di questa storia, è stato portatore di un cambiamento profondo nella serie, è stato protagonista assoluto di un insegnamento che non potrà essere dimenticato.

 

A PRINCE AMONG MEN

Inaspettata è stata la caratterizzazione di uno dei personaggi nuovi di questa stagione, la giovane Cleary, ma ancora più sorprendente è stata l’interpretazione della giovane Tilly Steele, portatrice di una potenza emotiva che non ho visto arrivare. Segretamente appartenente alla comunità cattolica irlandese, è svilente assistere al dolore della giovane cameriera lontana da casa e da una famiglia in preda alla carestia e all’estrema povertà, mentre cerca con tutte le sue forze di raccogliere le sue limitate risorse per aiutare una famiglia quasi inevitabilmente condannata. Cleary è simbolo di innocenza e purezza, appartenente a una fede che sente giusta ma che appare sbagliata e che per questo motivo è costretta a nascondere, soprattutto a uomini come Penge la cui insensibilità in questo contesto è onestamente insopportabile.

Sulla sua strada però Cleary incontra “un principe tra gli uomini” nelle insolite eleganti vesti di Francatelli. Per quanto differente apparisse non solo nell’aspetto ma anche nel comportamento di questa stagione, Francatelli si riafferma nella sua incondizionata bontà, tornando con orgoglio ad essere semplicemente un uomo che vuol essere giudicato per le sue azioni e non per l’apparenza. L’umanità dello chef di Buckingham rischiara l’oscurità proiettata da Penge e dà vita a uno dei momenti più toccanti dell’episodio.

Della medesima intensità è stato anche il confronto tra Cleary e Victoria, due personaggi così distanti eppure in quel frangente accomunati della stessa purezza d’animo, un’innocenza che le fa apparire così simili in quelle differenze che in quel preciso istante non hanno più alcuna valenza.

È difficile da ammettere anche per me ma in una storia così catartica hanno trovato poco spazio tutti gli altri personaggi le cui storyline individuali, per quanto degne di nota, purtroppo non sostengono il confronto con la trama centrale.

Albert, impegnato nella modernizzazione della residenza reale, è apparso stranamente distante e anche disinteressato alla condizione irlandese, lui che solitamente era sempre stato in prima linea per le questioni sociali più problematiche e questo a mio parere ha creato una piccola distanza con Victoria.

Beffardo in un certo senso il destino di Ernest, vittima purtroppo di una vita condotta sregolatamente e di cui adesso affronta le conseguenze contraendo una malattia venerea proprio nel momento in cui Harriet, ora vedova, ritorna nella sua quotidianità.

Breve accenno viene concesso anche al proibito legame tra Alfred e Drummond, inevitabilmente però lasciato sullo sfondo.

“Faith, Hope and Charity” ha rappresentato uno degli episodi più controversi della serie, ricevendo quasi in egual misura tanti elogi quanto aspre critiche. Personalmente, credo fin dall’inizio di questo percorso che sia necessario considerare i due volti di questo show, da una parte il background storico solitamente accurato anche nei piccoli dettagli ma dall’altra le già citate “zone grigie” in cui Daisy può e deve, a mio parere, intervenire per rendere la storia essenzialmente sua. E se questo è il suo modo di farlo, io non mi lamento.

 

Ricordate ovviamente di passare da questa magnifica pagina facebook dedicata a Jenna Coleman

» take care of Jenna Louise Coleman.

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3 comments

Samantha 7 Ottobre 2017 at 18:37

Ciao mia fellow, anche se, come al solito, mi ritrovo a recuperare le puntate di “Victoria” un po’ dopo la loro “messa in onda”, resto fedele lettrice delle tue recensioni, a cui, ça va sans dire, non ho mai niente da aggiungere perchè perfette come sono. Per quale motivo questa volta invece commento? Semplice, per salutarti e perchè trovo davvero difficile pensare che questa puntata (che, come te, trovo una delle migliori) abbia ricevuto aspre critiche. Parlerò dal basso della mia ignoranza sulla storia inglese, ma sinceramente non so cosa abbia mai potuto far sollevare critiche ad un episodio così intenso e interessante. Mah?!
Per quanto riguarda il resto : a) il personaggio di Traill ha colpito anche me con un’intensità che non mi aspettavo; b) Francatelli è davvero “a prince among men”; c) in effetti il “distacco” di Albert sulla questione irlandese ha sorpreso pure me, ma oggettivamente aveva comunque ben chiaro che parte del problema fosse la coltivazione di un unico ortaggio (?), quindi tanto disinteressato, infondo ,non era, no? e d) dire che il destino è avverso a Ernest e ad Harriet è un pallido eufemismo!
Alla prossima, mia fellow!

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WalkeRita 7 Ottobre 2017 at 19:41

Sam, è sempre un grandissimo piacere ritrovarti e avere la possibilità di salutarti my darling!!!! Le critiche sono state rivolte principalmente alla caratterizzazione di Victoria che, a quanto pare, storicamente non abbia poi fatto molto per la questione irlandese ma il problema è che non hanno mai capito il modo di lavorare della Goodwin! E inoltre a qualcuno in realtà non piace proprio lei (poi mi spiegheranno perché) tanto che hanno addirittura detto che ha scritto questo episodio per il proprio ego visto che il dott. Traill è un suo lontano parente, follia pura!
Di Albert mi ha sorpreso comunque il fatto che non abbia affiancato Victoria in questa storia, lui che nella S1 sembrava così coinvolto nelle questioni sociali. Ad ogni modo per me è stato davvero uno degli episodi migliori della serie! Grazie mille per il commento e alla prossima darling!

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Samantha 8 Ottobre 2017 at 11:12

Grazie mille per la spiegazione sul perchè delle critiche alla puntata. Onestamente, trovo assurdo anch’io pensare che uno sceneggiatore possa scrivere un intero episodio per gratificare il proprio ego in nome di un antenato alla lontana. Anyway, se poi alla fine fosse davvero andata così, who cares? Se questa bella puntata fosse davvero frutto dell’ego della Goodwin, benvenga il suo ego (ci sono sceneggiatori che fanno di peggio e per molto meno)!! Comunque, a prescindere, che si godessero la bellezza della storia e tacessero, che è meglio! Discorso diverso, invece, è quello dell’effettivo ruolo nella vicenda da parte di Victoria. Come già detto, sono molto ignorante sull’argomento, ma a quanto tu stessa hai sempre scritto, la Goodwin pur rimanendo sempre storicamente accurata, ama inoltrarsi nelle “zone grige” delle vicende e questo, effettivamente, è proprio il bello di questa serie tv che è, appunto, una serie e non un insipido polpettone storico. Se volessi della pedissequa e fredda cronaca, mi guaderei un documentario!
Come avrai capito, le critiche continuano a rimanere, per me, senza senso.
Alla prossima, mia fellow, è sempre un piacere “conversare” con te.

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