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Recensioni Victoria

Victoria | Recensione 2×04 – The Sins of the Father

In un fatale parallelismo con il percorso seguito dalla serie l’anno scorso, anche questa seconda stagione mi riporta, praticamente nello stesso periodo, ad affrontare nuovamente una storia che a mio parere cambia quasi aspetto quando viene meno una figura così imponente come quella di Lord M che, quando è presente, pervade innegabilmente e completamente la trama e i personaggi coinvolti. Ma per quanto mi appaia quasi netto questo “contrasto” che sembra “dividere” Victoria (come serie e forse anche come personaggio?) in due anime parallele ma ugualmente fondamentali e al di là di legittime opinioni personali, credo che la serie abbia l’incredibile capacità di ricominciare e reinventarsi sempre in maniera originale, mantenendo intatta la qualità di narrazione ma soprattutto trovando ogni volta uno spunto per ripartire e ridonare nuova verve alla storia.

La trama introdotta in questo episodio viaggia su un binario “pericoloso” ma in realtà queste scelte sono proprio quelle che più mi affascinano del lavoro compiuto dalla Goodwin. In una puntata particolare che fa del rapporto genitori-figli il nucleo fondamentale della sua trama e il cuore pulsante dei suoi personaggi, Daisy Goodwin lascia il testimone della serie nelle mani esordienti di sua figlia Ottilie Wilford che per l’occasione porta a galla ed esplora narrativamente un rumour che si rincorre da tempo, senza mai trovare effettive conferme ma neanche decise smentite. Giocando dunque in una “zona grigia” della storia e procedendo sempre con massima cautela, mantenendosi stabilmente in bilico tra realtà accertata e creatività artistica, “Victoria” racconta emozioni umane ben più vicine e contemporanee di quanto si possa immaginare, in un episodio in cui a volte le parole lasciano spazio a fondamentali silenzi riempiti perfettamente dalle interpretazioni superbe di Jenna Coleman e Tom Hughes.

L’originalità di questo episodio si è mostrata fin dalle prime “battute” e dall’inedita decisione di diramare la trama e la caratterizzazione dei personaggi in diverse direzioni, portando la storia raccontata su tre livelli di narrazione differenti: Buckingham Palace, Coburgo e il downstairs del palazzo reale. Devo ammettere che questa stessa scelta creativa mi ha lasciato inizialmente perplessa e mi ha fatto avvertire il ritmo con cui ha preso avvio l’episodio più “lento” di quanto mi aspettassi, caratterizzato anche da un “grigiore” che destabilizzava un po’ ma che forse era anche particolarmente idoneo ai tormenti interiori vissuti dai personaggi. Perché è proprio questa, come ho anticipato, una delle particolarità di questa puntata, vale a dire lo straordinario approfondimento emotivo e psicologico compiuto principalmente con i due protagonisti ma senza avvalersi troppo della parola, con un meraviglioso gioco di sguardi e fisicità che si presenta in un incredibile e costante crescendo fino a raggiungere, in entrambi i casi, un apice di emotività che lascia senza fiato.

BUCKINGHAM PALACE.

Il percorso individuale di Victoria in questo episodio è uguale e contrario a quello di Albert, cominciando con un momento fortemente emotivo e caratterizzante e attraversando poi un “cammino” di stabilizzazione e soprattutto accettazione di quell’aspetto della sua vita che continua a respingere e ad avvertire come un peso ma che, in un periodo di particolare solitudine della sua vita, sembra riportare sulla sua strada due persone che Victoria aveva evidentemente allontanato.

Credo infatti che ad influire pesantemente su una depressione post-partum, che la colpisce e la respinge indietro in tante sue insicurezze e in un isolamento silenzioso da cui sembra non voler riemergere neanche per i doveri politici che tanto bramava dopo la prima gravidanza, ci sia anche una profonda e insolita solitudine. Ritrovandosi infatti in una triste convergenza di coincidenze per cui Albert è costretto a tornare a Coburgo, Victoria è obbligata a un nuovo “confinamento” a Palazzo, circondata ora da volti che non sente vicini e che quindi la spingono ancora di più in una spirale di oscurità che la avvolge, spegnendola progressivamente e accrescendo quell’“antipatia storica” nei confronti dei figli.


Priva del dell’amicizia leale di Harriet e Emma, senza poter contare sull’affetto incondizionato di Dash e dopo l’addio al supporto costante e alla saggezza rassicurante di Lord M, Victoria si ritrova quasi intrappolata in una vita che non sta proseguendo affatto come sperava, priva di quell’entusiasmo che rincorre da sempre. I suoi silenzi, i suoi dubbi, l’apatia, la distanza dai suoi figli di cui non sopporta quasi neanche la vista, sono tutti lati del personaggio a cui non siamo “ancora” abituati, perché fanno parte di un’altra Victoria, quella celebre dell’età adulta, forse un po’ stanca e segnata dalle sofferenze, ma non caratterizzano la “nostra” regina, la giovane donna esuberante, caparbia, indipendente e passionale che stiamo conoscendo, e vederla così diversa e dimessa è stato quasi destabilizzante. Ma per l’occasione, credo anche che Jenna Coleman abbia superato un’altra sfida e dato prova ancora una volta di quanto in perenne crescita sia la sua evoluzione professionale e artistica. Senza l’ausilio delle parole o di un’espressività accentuata, dopo una scena iniziale in cui ha posseduto nuovamente la scena nella drammaticità di un parto problematico, la Coleman ha saputo trasmettere in seguito un senso di disagio, tristezza, intolleranza e malessere psicologico in maniera elegante e regale, dimostrandosi però allo stesso tempo fortemente umana e ordinaria, diventando soltanto una donna come milioni alle prese con una difficoltà forse a volte sottovalutata.

E proprio nel suo momento più buio Victoria trova una ragione per ricominciare e la forza per rialzarsi nell’appoggio e nel conforto delle due persone da cui meno se lo sarebbe aspettato, una novità per lei tanto quanto per me, devo ammetterlo.

Dovuto forse anche all’assenza di diverse figure importanti per Victoria, per la prima volta dall’inizio di questa stagione, la Duchessa di Buccleuch ha abbracciato il suo ruolo di Guardarobiera nel suo aspetto più profondo ma soprattutto nel modo di cui Victoria aveva più bisogno, con discrezione, riuscendo ad entrare nel suo mondo di silenzi con le parole giuste, le uniche che la regina aveva bisogno di ascoltare. Credo che nonostante appartenga a un’altra generazione e a un’altra educazione, la Duchessa abbia cominciato a capire davvero il carattere e la personalità di Victoria, rendendosi conto che per avvicinarsi a lei e servirla come il suo compito comporterebbe, deve necessariamente rispettare la sua indipendenza, i suoi spazi, senza contraddirla, senza impartirle lezioni di superiorità che spingerebbero soltanto Victoria a contrastarla con maggiore vigore. Il modo in cui la Duchessa si avvicina alla giovane regina è sorprendentemente delicato, riuscendo a cogliere il cuore del suo malessere e dirle tutto ciò che lei voleva sentirsi dire: che non era sola in quell’angoscia e che presto sarebbe passato tutto, parole anche banali se vogliamo, ma senza tempo e per questo sempre vere, che Victoria accoglie con necessità quasi, come acqua per gli assetati [l’interpretazione di Jenna Coleman in questo frangente è impeccabile].

Il dono spontaneo che segue è solo una conferma di quanto la Duchessa abbia imparato davvero a conoscere Victoria, accompagnando le sue parole con l’unico regalo che avrebbe potuto risollevare i suoi spiriti e riportare da lei quel sorriso ricco di vita che ancora le spetta. Credo che ciò che più abbia ristorato la sua serenità sia stata in quel momento la consapevolezza di non essere sola.

E questa è una sorpresa che l’ha colta con maggiore intensità la seconda volta, quando accanto a sé ha ritrovato, contro ogni previsione, sua madre. Ho sempre pensato che le distanze tra Victoria & la Duchessa del Kent fossero ben giustificate, considerata la nociva influenza che la presenza di Conroy proiettava sull’educazione di Victoria durante la crescita, portando in questo modo la duchessa a scambiare l’iperprotettività con l’ossessivo controllo. Sta di fatto però che notare quanto ormai fosse diventata meno di un’ombra nella vita di sua figlia, che probabilmente preferirebbe confidarsi con Lord Alfred anziché con lei, lasciava sempre un retrogusto amaro nei loro momenti insieme. Mi ha colpito particolarmente in questo episodio notare la sincera difficoltà con cui la Duchessa cercava disperatamente di avvicinarsi a Victoria pur non sapendo come o se sarebbe stata respinta in quel tentativo. C’è un breve momento infatti in cui la Duchessa cerca quasi invano di infondere l’amore materno in sua figlia e per un istante prova ad allungare una mano nella speranza di concederle una carezza ma non sentendosi più in “diritto” di un tale gesto, la ritrae immediatamente proprio quando sembra quasi che Victoria l’aspettasse. Ma quel mancato contatto si realizza nel finale, quando una Victoria ben più rilassata e serena, riesce ad avvicinarsi al piccolo Albert, ad accettarlo, e in quel momento, seppure ancora con cautela, accetta anche l’affetto di sua madre, in una scena sorprendentemente bella da guardare [in cui penso che si avverta anche la profonda stima che Catherine Flemming provi nei confronti della Coleman].

È stato importante notare quanto la depressione post-partum abbia influito leggermente anche sui doveri di regina ma credo che esplorare così in profondità questo disagio psicologico abbia solo evidenziato ancora di più quanto matura Victoria sia diventata, perché visitare in ospedale i feriti sopravvissuti all’esplosione in armeria nella Torre e presenziare all’inaugurazione dei tunnel sotto il Tamigi nonostante non fosse affatto nelle condizioni psico-fisiche per farlo ha significato dare dimostrazione di incredibile stabilità e supporto, sorprendendo piacevolmente anche Robert Peele. Nonostante i dubbi che ancora la attanagliano nel finale, la donna che stiamo conoscendo non è affatto “una ragazzina con una corona” ma un’autentica regina che non smette mai di imparare dai suoi errori, formandosi passo dopo passo e diventando l’icona che è destinata a impersonare.


COBURGO.

Quando ci spostiamo a Coburgo, tutto cambia, sia sulla scena che nella storia. I colori sono spenti o quasi inesistenti, gli ambienti freddi, scarni, ostili, una realtà totalmente differente da quella regale, grandiosa e accogliente a cui siamo abituati a Buckingham Palace. Ma ciò che di più gelido si respira e si avverte in questo contesto è l’impossibilità per Albert e Ernest di provare effettivo dolore emotivo per la scomparsa dell’unico genitore che ancora gli rimaneva, il loro padre. Per quanto possano certamente sembrare al massimo turbati dalla sua scomparsa e credo soprattutto dalla realizzazione di essere ormai soli, Ernest più di Albert, credo che entrambi i principi quasi non sappiano davvero cosa provare in quel momento, cosa aspettarsi, come far fronte a quello che dovrebbe essere un lutto straziante e che invece in fondo appare quasi come una liberazione.

Questo almeno finché il tentativo di Leopold di “confortare” Albert non diventa l’unico vero trauma che il giovane principe subisce nel suo ritorno a casa.

Per questa trama così intensa ed emotiva, Daisy Goodwin, come produttrice, e Ottilie Wilford, come autrice dell’episodio in questione, hanno camminato in punta di piedi sul sottile confine che separa la realtà storica dalla finzione, trovando un “pericoloso” equilibrio che credo però abbiano saputo gestire con incredibile intelligenza e furbizia, sporgendosi tanto quanto bastava alla loro creatività per caratterizzare una storyline profonda e di spessore per il personaggio di Albert, che mai come in questo caso forse ha davvero avuto modo di intraprendere un percorso individuale ben definito. Come anticipavo all’inizio della recensione, e come ripeto da tempo ormai, penso che le “zone grigie” della storia così come la conosciamo stiano diventando il marchio di fabbrica dello stile di scrittura della Goodwin, si tratta secondo me infatti di momenti, personaggi o rumours che si sono rincorsi negli anni da tempo ormai, che non sono mai stati smentiti con certezza né confermati con autenticità, rimanendo quindi spesso sospesi in un limbo di possibilità. Daisy Goodwin ha preso queste piccoli spazi nell’immensità della storia segnata dalla longeva regina e li ha fatti vivere come nessuno prima, li ha esplorati e ha donato loro una luce inedita, senza mai “cadere” nella totale finzione ma colmando alcune lacune con soggettività artistica, a mio parere INDISPENSABILE anche se si scrive di eventi e persone realmente vissuti. Il dubbio sulla paternità di Albert, da quanto ho letto da rapide ricerche che ho compiuto per l’occasione, non è assolutamente un’invenzione della Goodwin ma un’effettiva speculazione che, per quanto sia più inverosimile che probabile, non ha mai davvero avuto una netta smentita. Che il matrimonio tra i genitori del principe fosse particolarmente infelice è un dato storico, così come lo sono gli innumerevoli tradimenti di suo padre e la sopportazione ormai al limite di sua madre prima della separazione, ma da diverso tempo ormai si ipotizza che anche Louise possa aver intrapreso relazioni extra-coniugali durante il matrimonio, proiettando dunque un’ombra di inevitabile dubbio sulla paternità di Albert, possibilità nota anche a Julian Fellowes, scrittore del film “The Young Victoria”. Conseguenza inevitabile dunque di questo rumour era il coinvolgimento di Leopold nella vicenda, considerato il forte affetto che aveva sempre dimostrato nei confronti di Albert, un aspetto del re che è stato trasposto fin dalla prima stagione anche nella serie. Credo che questo sia esattamente il punto in cui la Goodwin abbia messo più del “suo”, creativamente parlando, restando a mio parere sempre nei limiti della “possibilità”, in fondo lo stesso Leopold nell’episodio evidenzia l’impossibilità di scoprire l’effettiva verità, ma allo stesso tempo viene aperta in questo modo una “finestra” inedita sulla caratterizzazione emotiva di Albert, le cui certezze vengono improvvisamente meno, trascinandolo in una spirale di disperazione  dovuta all’improvvisa crisi d’identità.

Personalmente penso che questa decisione creativa abbia portato soltanto un valore aggiunto sia al personaggio che al suo interprete, portando entrambi su un “sentiero” non battuto, spingendoli ad esplorare emozioni nuove e affrontare sfide inaspettate. Tom Hughes ha fornito, secondo me, la sua migliore interpretazione finora, incarnando e poi offrendo al personaggio e a chi lo guarda sentimenti dalla potenza emotiva lampante e travolgente, in un climax che raggiunge il suo apice nel confronto onesto con Leopold. Oltre la perfetta rappresentazione di una sensazione inedita per Albert come lo stato di ubriachezza, a colpirmi davvero è stato il suo tentativo di indossare l’armatura ornamentale del palazzo, per la ragione più semplice, profonda e umana che possa esistere, per proteggersi, dalle bugie, dalle parole che lo hanno ferito, dagli incubi che ora lo inseguono, da un futuro in cui nulla gli appare più certo, soprattutto ciò a cui più tiene: il suo posto accanto a Victoria.

Nonostante il ritorno a Buckingham Palace sembri riportargli almeno una pace apparente, per quanto abbia bisogno di lei ora più che mai, Albert comincia a prendere le distanze da Victoria, riuscendo però a comprendere, come forse non avrebbe potuto prima, l’errore di Mrs. Skerrett.


DOWNSTAIRS.

Nel piano inferiore del Palazzo si svolge l’ultima storyline dell’episodio, quando la notizia del giovane intruso degli episodi precedenti arriva alla stampa e Lehzen viene incaricata da Albert di trovare il responsabile della fuga di notizie. L’indagine porta dunque nuova luce sui personaggi di Skerrett [effettiva responsabile dell’accaduto a causa del “tradimento” di Eliza] e Francatelli [sospettato numero 1 da parte di Lehzen]. Sul fronte Francatelli, per quanto gli “interrogatori” della Baronessa siano sinceramente esilaranti, devo anche esprimere una perplessità poiché, se effettivamente il personaggio per me è stato circondato per buona parte della prima stagione da un’aura un po’ oscura, al momento mi appare nuovamente sospetto, custode a mio parere di un vero segreto, che lo incupisce ancora più del solito e lo allontana, almeno con la mente, dal Palazzo.

Sorprendente invece è stata la rivelazione [spontanea, tra l’altro] del segreto di Skerrett, e in questo si osserva forse la prima caratteristica della televisione britannica, ossia la concisione delle storie, arrivare al cuore della storia senza il “long way round”, per dirlo da whovian [che in Victoria comunque siamo sempre di casa … ]. Ciò che amo di questa serie è la costanza nella caratterizzazione dei personaggi che, per quanto sfumati e tridimensionali, sono anche una rassicurante certezza ed è così che si è mostrata Skerrett in questo episodio, come una bellissima e pura costante, pronta anche a perdere il posto pur di rivelare quel segreto che, seppur avrebbe rovinato lei, avrebbe almeno salvato Francatelli.

Sempre più pericolosamente vicini appaiono invece Lord Drummond e Lord Alfred, prima che la rivelazione del fidanzamento del primo travolga il giovane Paget più di quanto purtroppo gli sia concesso ammettere.

Il finale dell’episodio appare dunque insolitamente aperto e permette di intravedere le prossime problematiche che faranno vivere la puntata successiva.

 

Non dimenticate di passare da questa splendida pagina dedicata alla nostra regina, Jenna Coleman!

» take care of Jenna Louise Coleman.

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