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Recensioni Victoria

Victoria | Recensione 2×01 – A Soldier’s Daughter

La regina è tornata ed io non aspettavo altro. A quasi un anno esatto dalla messa in onda della première della serie targata ITV, “Victoria” riprende il suo posto d’onore nella programmazione televisiva britannica e nella quotidianità delle nostre domeniche e lo fa portando in scena un primo episodio assolutamente straordinario. Sì, parliamoci chiaro e cominciamo con gli apprezzamenti introduttivi perché personalmente credo che si inizi a sfiorare il ridicolo con lo snobismo che circonda questa serie che, a mio parere, “paga” la trasmissione su una rete nazionale, canali considerati troppe volte portatori di prodotti “ordinari” di cui quindi si ignorano le evidenti qualità.

Esattamente come aveva già ampiamente mostrato nella sua stagione d’esordio, “Victoria” riprende il suo percorso con la stessa attenzione, la stessa cura dei dettagli e dei particolari che impreziosiscono le scene, la stessa intensità di una storia che sa dosare perfettamente ogni sua componente, che unisce accuratezza storica e creatività personale, interpretazioni sublimi e una regia capace di incorniciare le emozioni a volte espresse anche solo dalla sfumatura di uno sguardo, fotografia e magnificenza dei costumi, tutti elementi che confluiscono e si amalgamano in un unicum il cui risultato è come sempre una trasposizione pregiata di una storia ma soprattutto di un personaggio iconico visto, “conosciuto” e raccontato attraverso le parole di Daisy Goodwin e l’eleganza passionale della recitazione di Jenna Coleman.

E proprio parallelamente alla première della scorsa stagione, anche la seconda stagione si apre con un episodio che mette in mostra la sua protagonista in talmente tante sfaccettature da renderla principale oggetto di discussione non soltanto perché la serie porta il suo nome ma più di tutto per una caratterizzazione che nell’arco di un’ora vive un percorso di crescita e di affermazione che a volte è difficile riscontrare anche in un’intera stagione. E richiamando dunque anche le mie precedenti recensioni su questa serie, credo sia necessario soffermarsi principalmente proprio sulle diverse “etichette” che hanno circondato Victoria nel suo trionfale, solenne [proprio come la scena del battesimo] ma sempre umano ritorno.

MOTHER. Madre. È inevitabile partire dal cambiamento più evidente che la giovane monarca ha affrontato nel finale della precedente stagione, cambiamento di cui adesso non vive ma subisce gli effetti e le conseguenze.

Storicamente celebre è il carattere anaffettivo della regina nei confronti dei suoi figli, considerati un po’ come la causa di tutte le sue infelicità, ma lo scavo psicologico approfondito compiuto dalla Goodwin e dalla Coleman nei documenti autografi più autentici della monarca ha portato alla luce una realtà lievemente differente, evidenziando come non si trattasse di un cinico disprezzo dei figli, soprattutto negli anni dell’infanzia, ma fosse in realtà una sorta di rifiuto di ciò che quei bambini significavano per lei come donna e moglie, un aspetto perfettamente illustrato in questo primo episodio della stagione.

Quando la ritroviamo, Victoria viene trattata, dalle donne che la circondano, quasi alla stregua di un’invalida incapace anche di controllare i suoi movimenti; da Albert viene protetta bonariamente come una bambola di porcellana, esclusa però in questo modo anche dalle drammatiche vicende politiche che attanagliano il suo regno; e infine dall’opinione comune di chi le orbita intorno viene considerata quasi “danneggiata” e bisognosa di essere “purificata” prima di reinserirsi nella società, in cui però sembra essere comunque condannata solo al ruolo di madre.

Queste imposizioni aumentano con evidenza le distanze tra Victoria e sua figlia, che le viene anche “imposta” in momenti della giornata che la giovane regina non può neanche controllare e che quindi “accoglie” ogni volta con disagio, imbarazzo e freddo distacco, ritrovandosi costretta a interpretare un ruolo che non le appartiene e che vede soltanto come l’ennesimo tentativo di imbrigliarla così come sua madre e Conroy avevano fatto per i primi 17 anni della sua vita. Ma in quei rari momenti in cui la maternità non le viene affibbiata come una zavorra o una prigione delicata, Victoria riesce a lasciarsi andare a un tenero affetto dalle candide sfumature, accompagnato da timori del tutto umani che riesce a confessare solo nell’intimità di un momento confidenziale con la dama di compagnia e amica in partenza Harriet ma caratterizzato anche dalla determinazione che dimostra nel desiderio di crescere sua figlia in quell’indipendenza e libertà di scelta che per troppo tempo lei non ha avuto.

WIFE. MOGLIE. È questo forse l’aspetto della sua vita che la maternità più mette in pericolo agli occhi di Victoria. Desiderosa infatti di poter continuare a vivere liberamente una quotidianità matrimoniale che adora e che in fondo aveva appena intrapreso, Victoria si ritrova quasi “derubata” della relativa spensieratezza dell’essere moglie, adesso obbligatoriamente affiancata dalle responsabilità dell’essere madre. L’amore passionale e travolgente che la lega ad Albert non vacilla mai per davvero, neanche nei loro litigi così intensi, neanche nelle profonde incomprensioni che a volte sembrano instaurarsi tra i due caratteri così diversi e nelle differenti visioni del regno che spesso li allontanano, riportando a volte in scena “fantasmi” di un passato non troppo lontano che Albert forse non apprezzerà mai del tutto.

Il mio modo di rapportarmi alla storia tra Victoria & Albert, così come ci viene raccontata e soprattutto presentata dall’impeccabile interpretazione degli attori, è cangiante nel corso di un solo episodio. Da una parte infatti sono sempre stata affascinata dalle scene che ritraggono i loro momenti più umani e giovanili, le corse a cavallo, le risate spensierate, il sostegno reciproco che dimostrano anche quando non capiscono completamente la posizione altrui, la pura passione e la tenera attrazione che li riportano sempre insieme e permettono loro di ripartire, ancora una volta, insieme.

Dall’altra mi ritrovo quasi al centro dei loro contrasti cercando di capirne le ragioni e analizzarne le posizioni, passando da un “eh però lei ha ragione” a un “effettivamente lui non ha torto in questo caso”, ma se la buona fede di Albert non va messa in dubbio esattamente come il suo acume e lo sguardo avanguardista che rivolge al regno britannico con quei “piccoli” dettagli su cui si concentra in maniera quasi “ossessiva” [il treno nella prima stagione, gli elmetti dei soldati in questa première, entrambi eventi storicamente accurati], credo che nonostante inizialmente la si possa tacciare di superficialità, ogni reazione di Victoria sia profondamente supportata da una personalità che forse a volte fatica a spiegarsi con chiarezza ma che non è mai priva di quella concretezza di cui il suo regno ha bisogno.

QUEEN. REGINA. Questo è stato probabilmente l’aspetto che più ho amato di Victoria in questo episodio.

C’è un piccolo particolare nell’interpretazione della Coleman in questa première che mi ha colpito particolarmente [nonostante sia ormai avvezza alla grandiosità delle sue micro-espressioni] ed è riscontrabile nel momento in cui si siede, per la prima volta dopo la gravidanza, al suo scrittoio, respirando profondamente e socchiudendo delicatamente gli occhi, quasi nel tentativo di assaporare ogni singolo istante del suo ritorno alla vita politica del regno. Victoria mi appare intimamente innamorata del suo ruolo, di quelle responsabilità che accetta certamente di più di quanto faccia con quelle di madre perché in questo compito è unica nel suo genere, perché se ogni donna può essere madre, esiste solo una regina d’Inghilterra e credo che Victoria ami questo suo impegno con la stessa passione e dedizione con cui ama Albert. Sentirsi tagliata fuori dagli sviluppi e dalle decisioni riguardanti la drammatica condizione dell’esercito britannico, intrappolato nell’infernale Khyber Pass dopo la ritirata afghana e poi vittima di un agguato che costò numerose vite di soldati e una cocente e umiliante sconfitta per l’esercito, si rivela per Victoria estremamente frustrante, ritrovandosi “accantonata” dalla sempre solida alleanza tra Albert & Peele, che certamente dimostra una predilezione per il principe consorte rispetto alla regina che imperterrita ignora ogni suo suggerimento. L’unico supporto per Victoria si rivela essere il Duca di Wellington che, incarnando quasi l’ammirazione e il sostegno incondizionato che le concedeva Lord Melbourne, riesce ad andare oltre quella che appare come superficiale inesperienza, riconoscendo nella giovane monarca esattamente la risposta di cui il regno e i sudditi hanno bisogno. E il discorso incoraggiante della regina alla cerimonia per la nave chiamata Trafalgar in onore della celeberrima vittoria non solo dà ragione al Duca di Wellington ma soprattutto mette in prospettiva un atteggiamento precedente di Victoria, quando alla comodità degli elmetti disegnati da Albert opponeva lo splendore dell’estetica, uno splendore a cui l’esercito britannico era ancora tradizionalmente legato e la tradizione per un regno con una tale storia è importante tanto quanto il progresso.

Victoria si definisce con orgoglio “a soldier’s daughter”, “la figlia di un soldato”, e come tale si rivolge non solo ai suoi sudditi, ma anche a tutti coloro che avevano subito gli effetti della sconfitta, spingendoli a ricominciare e a ripartire da quell’orgoglio che la regina risveglia con le sue parole. Ma il momento più emozionante resta senza dubbio il suo incontro con l’unico sopravvissuto della tragedia, il giovane dottor William Brydon, ricevuto personalmente dalla regina e ringraziato per il coraggio e il sacrificio offerti all’esercito britannico, un momento in cui Victoria si riafferma nella sua regale umanità.

 

WOMAN. DONNA. Infine credo che questa sia la caratterizzazione più importante non solo di questo episodio ma del personaggio nella sua totalità, un personaggio che trasuda modernità e concretezza e che si afferma nella sua femminista indipendenza non tanto per le decisioni prese [Victoria si oppose fermamente alla concessione del diritto di voto alle donne] quanto per il suo stesso modo di essere, per l’assurdità che riconosce nella pratica di “purificazione” dopo la gravidanza, per la tenacia dimostrata nel non voler essere imprigionata nel ruolo di madre, per il coraggio perenne di farsi largo in un mondo di uomini costringendoli ad ascoltare e ad accettare la sua voce.

NON SOLO SUPPORTO. Per quanto sia inevitabile evidenziare una lampante e normale predominanza della sfaccettata caratterizzazione della protagonista, uno degli aspetti che più amo di questa serie è l’impegno profuso per garantire anche solo una ridimensionata ma sempre tridimensionale caratterizzazione a tutti quei personaggi che ruotano intorno alla coppia centrale della serie e che riescono quindi a trovare il loro spazio in un lavoro collettivo che risulta estremamente impreziosito dalla loro presenza.

Una delle mie scene preferite dell’episodio mi è stata offerta proprio da una scena squisitamente intima condivisa esclusivamente da Victoria e Harriet, pronta a tornare a Sutherland accanto a suo marito. Come già anticipato precedentemente, si tratta di un momento candido, immerso in uno sfondo bianco quasi angelico in cui gli occhi azzurri di Victoria spiccano con delicatezza e Jenna Coleman sembra trovare il suo spazio ideale in una scena luminosa e onesta mentre Margaret Clunie regge perfettamente il confronto, in una perfetta sintonia con la sua co-star tanto da far apparire Victoria & Harriet soltanto due amiche in procinto di separarsi ma decise a restare l’una nella vita dell’altra.

Dal sapore simile è il momento condiviso tra Albert e Ernest. Come Harriet, Ernest è un personaggio meraviglioso per cui ho un debole dall’inizio, a causa della sua profonda umanità e sorprendente fragilità che però cela abilmente alle spalle di un fascino innegabile che spesso usa come maschera. Nonostante quella personalità un po’ egocentrica con cui si era presentato nella scorsa stagione, Ernest rappresenta ancora la voce della ragione nel matrimonio di Albert e Victoria, riuscendo ogni volta non solo ad aiutare Albert a comprendere al meglio il carattere ribelle e volubile di sua moglie ma diventando anche per la stessa Victoria una figura amica sincera, pronto a prendere le sue parti contro il continuo tentativo di sottometterla alla maschilista concezione di moglie e madre.

Dal punto di vista personale, il legame tra Harriet & Ernest sembra riprendere esattamente dallo stesso punto in cui era stato lasciato, in un limbo di impossibilità e sguardi rubati che stanno rendendo la loro storia progressivamente sempre più affascinante, sincera e degna di essere vissuta, magari anche con più spazio a loro disposizione. Il tutto sotto lo sguardo attento e consapevole di Emma Portland che sembra quasi la donna designata a testimoniare gli amori impossibili di questa serie.

Stessa ripartenza anche i personaggi di miss Skerrett e Francatelli, distanti come mai prima d’ora anche nel momento in cui lo chef viene richiamato con insistenza a Buckingham Palace, prima che il suo sostituto avveleni l’intera corte. E se in ambito lavorativo miss Skerrett ottiene una prestigiosa e meritata promozione andando a occupare il posto lasciato vacante da miss Jenkins [EVE MYLES, DOVE SEI? NON LASCIARCI!], privatamente la giovane donna soffre ancora la mancata possibilità di fidarsi dei suoi sentimenti per Francatelli che adesso sembra intenzionato ad andare avanti senza di lei.

Più sullo sfondo purtroppo il personaggio di Lehzen, di cui però ho amato l’insolito momento di intimità con Albert perché ha dimostrato ancora una volta quanto la baronessa riesca a vedere per davvero Victoria come nessuno, riuscendo anche a impartire una dolce lezione al principe consorte sulla saggezza a volte nascosta della giovane monarca.

E se anche Lord Paget [e i suoi mille fratelli] ottiene più spazio in questa première, c’è tempo anche per introdurre svariati personaggi nuovi, tra cui il giovane Lord Drummond, segretario del primo ministro Robert Peele, la giovane Cleary che sembra intraprendere lo stesso percorso di miss Skerrett nella stagione d’esordio e infine la Duchessa di Buccleuch, la nuova, eccentrica Guardarobiera della regina, interpretata da dame Diana Rigg, che porta a palazzo un’inedita sfumatura di “comicità” tutta british.

“Victoria” è ufficialmente tornata con una première che, per quanto mi riguarda, non manca di nulla. Beh, magari manca solo Lord M!

 

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1 comment

B 3 Settembre 2017 at 12:40

Allora… ti ho già detto quanto impazzisco per il tuo stile nelle recensioni, vero?
No, davvero, ogni volta che leggo una nuova recensione mi innamoro sempre di più di questo modo di recensire.
Amo come ti soffermi principalmente nella caratterizzazione dei personaggi, nella loro evoluzione e quindi nelle scene più importanti sotto questo punto di vista, più che fare un analisi della trama generale o delle scene e basta.
Ho amato come sia nelle recensioni della prima stagione, sia in questa, hai analizzato ogni sfaccettatura del personaggio di Victoria.
Perché Victoria è così, è un personaggio incredibile e pieno di sfumature e non è facile coglioerle a pieno o renderle giustizia.
Ho amato la parte dove parli della sua sfaccettatura più nuova, quella del ruolo di madre, penso che tu abbia colto in pieno ciò che voleva mostrare Daisy.
Poi vabbe la parte del suo ruolo come DONNA, è immensa.
Poi amo che tu ti sia soffermata almeno un po’ su ogni personaggio, la parte di Ernest ahh **
Ho un debole per lui.
Poi la parte della scena con Harriet mi fa impazzire, così come mi ha fatto impazzire quella scena.
Un’altra cosa che ho amato della recensione è come, analizzando il personaggio di Victoria, tu abbia anche reso omaggio alla magnifica recitazione di Jenna, adoro quando nella parte di WIFE fai notare l’interpretazione di Jenna.
Okay detto questo, bellissima recensione, non vedo l’ora di sentirti parlare di Lord M nella prossima! (Se sopravvivi tu per scriverla e io per leggerla)

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