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Recensioni Victoria

Victoria: alti e bassi della terza stagione

Lo so, lo so, io che parlo di “bassi” in “Victoria” è un evento più unico che raro, personalmente lo considero anche preoccupante, ma rispetto e apprezzo davvero troppo questa serie per far finta che vada sempre tutto bene. Attenzione, con questa premessa non intendo insinuare che questa stagione sia stata fallimentare, anzi, “Victoria” conserva ancora il suo fascino ammaliante, il suo profondo romanticismo e la sua ammirevole qualità intrinseca [e anche parte della mia anima], semplicemente mi sento chiamata a ribadire una differenza notevole tra questo terzo atto del period drama e i due precedenti, differenza già riconosciuta infatti nella precedente recensione ma che questa seconda parte di stagione ha “purtroppo” confermato.

La terza stagione di “Victoria” è una stagione impostata sul cambiamento, un cambiamento che dunque inevitabilmente porta con sé il rischio di risultare straniante, soprattutto dopo l’ampio intervallo di tempo che ha distanziato questa stagione dalla precedente, da cui in un certo senso quindi si è allontanata anche nello stile e nelle storie raccontate. Nonostante l’indispensabile e sempre rinnovato focus sul contesto storico, credo in realtà che questa nuova parentesi di “Victoria” abbia concentrato l’attenzione maggiormente sulle dinamiche relazionali interne al palazzo, con accentuate sfumature drammatiche che se a volte sono risultate necessarie anche per restare fedeli all’anima più intima di questa serie, altre volte invece si sono rivelate ridondanti e fin troppo centrali in uno spazio che invece poteva essere destinato facilmente ai reali punti di forza del period drama.

Ciò che dunque emerge in una prima analisi complessiva della stagione è uno stile nuovo e altalenante che in uno stesso episodio riesce a coniugare momenti di straordinaria intensità drammatica e impeccabile scavo psicologico e scenari a tratti superficiali che non lasciano quella sensazione di soddisfacente completezza a cui questa serie ci ha abituati.

Alla ricerca dunque di un perfetto equilibrio e di una giusta valutazione di questa stagione, vi propongo quelli che per me sono stati i 3 aspetti migliori e i 3 … diciamo “sottotono” [non riesco a definirli “peggiori”, mi si stringe il cuore, abbiate pazienza] di questa terza stagione di “Victoria”.

Poteva andare meglio …

1. Varietà di stili di scrittura

Una delle caratteristiche principali del panorama seriale britannico è l’assenza della cosiddetta Writers Room, ossia quel gruppo di sceneggiatori che, nella televisione statunitense, collaborano attivamente e come ensemble organico, allo sviluppo dei 22 episodi canonici che di solito compongono la stagione tradizionale. Questa organizzazione del lavoro garantisce dunque una sostanziale uniformità di stile narrativo nonostante le diverse voci coinvolte perché proprio la riunione nella “stanza degli scrittori” permette ai numerosi sceneggiatori di seguire quasi sempre un percorso coerente e lineare. In Gran Bretagna invece, grazie anche al ridotto numero di episodi per stagione, solitamente lo showrunner/creatore/produttore esecutivo della serie si occupa personalmente della stesura dell’intero ciclo di episodi, a parte poche eccezioni che comunque passano al vaglio del leader creativo dello show.

Vi spiego questo dettaglio perché credo fortemente che parte di questo straniante andamento altalenante della terza stagione di “Victoria” dipenda dalla riduzione degli episodi scritti in prima persona da Daisy Goodwin, che per la prima volta firma solo quattro episodi su otto, lasciando l’altra metà nelle pur sempre abili mani di sua figlia Ottilie Wilford e in quelle di un collaboratore presente nella serie fin dalle origini, ossia Guy Andrews. Indipendentemente dai pareri personali su ognuno di loro (Ottilie Wilford firma comunque quello che considero l’episodio migliore della stagione mentre lo stile di Andrews non mi convince totalmente, riscontrando infatti eccessivo pathos drammaturgico nelle sue sceneggiature), questi tre sceneggiatori portano in scena secondo me tre stili forse fin troppo differenti l’uno dagli altri per risultare armoniosi in una prospettiva generale.

Complice anche una sorta di staticità contestuale delle storie, credo che la ridotta presenza di Daisy Goodwin nella stesura concreta degli episodi abbia tolto alla serie quella straordinaria e profonda umanità che le sue sceneggiature riescono a realizzare anche in brevi momenti, con quelle frasi in grado di cambiare in una sola scena il significato di un’azione e di proiettare una nuova luce sulla caratterizzazione di un personaggio. Espressioni tipo “A men’s imperfections are considered part of his character, whereas a woman’s flaws are evidence of her unsuitability” [3×06] o “In my experience, men only called women mad when they are doing something inconvenient” [3×08] sono simboliche di una scrittura e di una caratterizzazione attenta e precisa, che mostrano (in questo caso) un percorso di crescita di Victoria costante ma sempre fedele a ciò che questa regina rappresentava, ossia l’emblema di una lotta, quella delle donne e soprattutto delle donne al potere, quotidiana ed eterna.

Per questo motivo dunque le sceneggiature di Daisy Goodwin sono sempre state un valore aggiunto di questa serie, perché nessuno come lei riesce a dosare le diverse componenti di questa serie e proprio la sua ridimensionata presenza ha causato il mancato equilibrio di questa stagione.

2. L’insofferenza di Albert

Se si trattasse solo di un mio punto di vista, probabilmente metterei in conto la possibilità che la mia opinione ormai consolidata sul personaggio del principe Albert stia influendo eccessivamente sulla mia visione moderatamente oggettiva di questa stagione di “Victoria”. Ma dopo essermi confrontata con altri punti di vista, alcuni dei quali più inclini all’apprezzamento del personaggio, mi sembra di poter affermare non dico con assoluta e indiscutibile certezza, ma almeno con una buona base di supporto, che Albert ha portato la mia (e non solo) sopportazione al limite dell’accettabilità.

Ho sempre riconosciuto in passato che la mia visione del principe consorte fosse altalenante, non è mai stato puro disprezzo né tantomeno amore spassionato, si trattava di una caratterizzazione che per me oscillava tra il “qualcuno lo soffochi con un cuscino almeno per qualche minuto” e il “oh, che mente brillante!”, una caratterizzazione che paradossalmente avrebbe trovato in questa stagione la sua perfetta controparte. Invece non posso fare a meno di credere che in questi otto episodi Albert abbia affrontato un percorso costantemente in discesa, privilegiando tutti i lati della sua personalità che più detesto: la superbia intellettuale, la costante critica rivolta a Victoria, la sfiducia nella sua capacità di giudizio e soprattutto la mancata comprensione dei suoi tormenti psicologici o delle conseguenze che derivano dalle sue ferite passate (come il bisogno di essere amata e benvoluta dai suoi sudditi radicato in lei e in quelle insicurezze di partenza).


Perennemente sul suo piedistallo intellettuale, in questa stagione Albert non ha mai mancato una possibilità di far sentire Victoria e Bertie inadeguati e a volte indegni della sua stima o del suo amore, affidandosi ciecamente invece ai consigli di una perfetta sconosciuta in grado di manipolarlo senza troppe difficoltà. Per quanto la serie, secondo me, dimostri un chiaro tentativo di rappresentare Albert come un vero e proprio eroe romantico del suo tempo, il ritratto che ne deriva, almeno per quanto mi riguarda, è in realtà quello di un uomo assolutamente brillante, visionario e moderno ma anche superbo, pieno di sé e ostinato nel compensare quelle insicurezze che anche lui possiede con una volontà ferrea che impone in ambito familiare.

Victoria & Albert hanno confermato in questa stagione un’opinione che purtroppo maturo da tempo, ossia che anche un amore come il loro, così passionale, intenso e leggendario, può a volte non essere abbastanza, non se vengono a mancare pilastri come il rispetto e il sostegno reciproco, riscontrati esclusivamente (ed evidentemente nel season finale) in Victoria. Che la rappresentazione del loro matrimonio inevitabilmente in crisi dopo dieci anni e sette figli abbia sfumature straordinariamente concrete e moderne è innegabile, che questo poi si traduca in quella che appare come una continua lotta per l’affermazione di una supremazia individuale è, almeno secondo me, uno degli aspetti più negativi di questa relazione.

3. Il mancato spessore di Feodora, Sophie e Joseph

Mi ritrovo purtroppo costretta a confermare quanto ipotizzato ed espresso nelle precedenti recensioni, ossia che il ricambio sostanziale di buona parte dell’ensemble del period drama non abbia portato i risultati sperati, diventando a mio parere l’aspetto più debole di questa stagione.

Feodora è un personaggio che fin dalle premesse era stato presentato come un elemento di disturbo, soprattutto nelle dinamiche matrimoniali di Victoria e Albert, un personaggio evidentemente intriso di rancori irrisolti e invidia, un po’ lo “Iago” della storia, come definita da Jenna Coleman. Ma la staticità monodimensionale del percorso di Feodora, che per tutta la stagione non ha riscontrato alcuna evoluzione, mi ha reso impossibile provare una qualsiasi empatia nei confronti delle sue ragioni, andando in questo ad annullare il potenziale di un personaggio che forse avrebbe potuto apportare ben altro alla storia narrata.


Similmente, Sophie e Joseph, che nell’ensemble dei personaggi dovevano in qualche modo prendere il posto lasciato vacante da Harriet e Ernest, non hanno saputo reggere lo spessore del testimone raccolto, non riuscendo mai davvero a “spiccare il volo” per affermarsi in una gamma di sfumature tridimensionali.

Del personaggio di Sophie in realtà considero affascinante il potenziale alla base della sua caratterizzazione, ispirata dalle vicende di Caroline Norton, vessata e tormentata dal terribile consorte e infine allontanata dai suoi figli dopo la rivelazione della presunta relazione con Lord Melbourne (esempio che la stessa Emma Portman le presenta per consigliarle prudenza) ma purtroppo il suddetto potenziale non è bastato secondo me a far emergere Sophie da un preoccupante anonimato. E allo stesso modo la sua storia con Joseph non ha saputo eguagliare il fascino romantico ma impossibile del legame tra Alfred e Drummond.

Ne vale sempre la pena …

1. La vivacità di Lord Palmerston, Abigail Turner ed Emily Lamb

La presenza dei coniugi Palmerston e della giovane “ribelle” Abigail ha rappresentato non solo un’equilibrata e perfetta controparte per le new entry più “deboli” ma si è anche rivelata come una delle componenti migliori di questa stagione di “Victoria”.

Su Lord Palmerston non ho molto da aggiungere rispetto a quanto espresso precedentemente: si tratta di un personaggio dal fascino ammaliante e assoluto, un uomo sorprendente che possiede più di quanto mostra in apparenza, un politico a tratti sicuramente arrogante e prepotente ma capace e in grado di rapportarsi con ogni tipo di evenienza, un uomo del popolo ma con una profonda visione di ciò che va fatto per il benessere del governo britannico, anche con una buona dose di furbo cinismo nei confronti delle potenze europee rivali. Palmerston è stato una conferma, un personaggio di incredibile spessore e personalità in grado proprio per questo di raggiungere Victoria a metà strada e di trovare sempre le parole più giuste per confrontarsi con lei e permetterle di vedere le questioni del suo regno da una prospettiva differente.

Parallela a questa caratterizzazione appare quella di Abigail, che nel suo ruolo di “sostituta” è forse l’unica a raggiungere l’obiettivo. Anche Abigail infatti riesce a diventare per Victoria un’alleata insolita, proprio come Palmerston, capace di parlarle come ha bisogno e soprattutto di ascoltarla con comprensione. Abigail è un personaggio che può ancora crescere ma che ha già una voce unica e a tratti esilarante per la sua vivacità e la sua onestà.


Novità di questa recensione è invece il personaggio di Emily Temple, consorte di Palmerston e sorella dell’indimenticabile Lord M. Con soli due episodi, “Victoria” è stata in grado di creare un personaggio compiuto, reale, schietto, una donna decisa, anticonvenzionale e intelligente, coinvolta in un matrimonio che vive alla pari con suo marito e che, per quanto sia “assurdo” nella sua eccessiva modernità, funziona e credo sia quasi impietoso il paragone con il rapporto in crisi ma tradizionale tra Victoria & Albert.

Nella sua ridotta ma puntuale caratterizzazione, Emily porta in scena ciò che di lei viene raccontato per esempio nella monografia dedicata a Lord Melbourne di David Cecil, ossia una personalità simile a quella di sua madre, preponderante e astuta ma più contenuta, e un acume non da meno a quello di suo fratello, non a caso il suo modo di rapportarsi con Victoria ricorda molto la dolce onestà e i consigli incondizionati di Lord M. In un’ipotetica quarta stagione, se diventasse regular, Emily porterebbe innegabile lustro alla serie.

2. Il ballo e la Grande Esposizione

Oltre la rappresentazione del movimento cartista e dell’epidemia di colera che ha permesso il coinvolgimento di figure rivoluzionarie come il Dr. Snow e Florence Nightingale, ho ritrovato la vera anima di “Victoria” in due scene: il ballo georgiano tenuto a Buckingham Palace e l’apertura della Grande Esposizione nel Crystal Palace ad Hyde Park.

Il primo contesto permette al period drama di riappropriarsi di uno dei suoi maggiori punti di forza: la grandiosa attenzione ai costumi, al make-up e all’hair styling. Il lavoro di Nic Collins a riguardo è impeccabile e sontuoso mentre regia e musica (offerta da una reale orchestra) incorniciano una scena dalla qualità innegabile in cui le linee regali della coreografia del primo ballo ricordano i fasti delle prime stagioni. Il ballo in stile georgiano tenutosi in onore del battesimo del principe Arthur (il ballo è un evento realmente accaduto ma probabilmente non come celebrazione di un battesimo) è un’esplosione di splendore, di colori, di ricchezza, ma è anche una commistione di elementi artistici che rendono sullo schermo una scena coinvolgente e astratta.


La Grande Esposizione invece diventa l’anima del season finale, racchiude uno degli aspetti che più amo di questa serie, ossia l’attenzione posta sugli eventi culturali e sociali dell’epoca vittoriana che hanno segnato indelebilmente la nostra storia, e riesce anche a ridonare umanità al Principe Albert attraverso il suo lato migliore, praticamente è una benedizione. La Grande Esposizione profuma di ottimismo, di sviluppo, di evoluzione, di preparazione a un futuro brillante, a una modernità universale, a una condivisione di arte e genio creativo, è un evento che proietta nella serie una luminosità nuova e armoniosa e che al tempo stesso però si immette in quello che sarà l’ultimo capitolo della storia di Albert.

3. Padrona della storia

Come ben sapete, non sarò assolutamente di parte nell’affermare questa verità [ironia portami via] ma uno dei più pregiati aspetti di questa stagione di “Victoria” riguarda la totale e assoluta dedizione di Jenna Coleman al personaggio, una dedizione che annulla ormai qualsiasi distanza tra l’interprete e il suo ruolo e che la rende pienamente Victoria più di quanto lo sia mai stata prima.

Rapportandosi a lei come una vecchia amica appartenente a un’altra epoca, Jenna Coleman cuce sulla sua pelle la personalità della monarca nei suoi anni più floridi, cresce insieme a lei, la capisce, la giustifica, la ritrae senza più riserve e senza più paure. La profonda conoscenza acquisita dalla Coleman le permette anche di cominciare a influenzare la scrittura del personaggio: la descrizione dell’inaugurazione della Grande Esposizione attraverso la poetica affermazione “It was a day to live forever” è stata ripresa fedelmente dai diari della regina e proposta proprio dall’attrice alla sceneggiatrice Daisy Goodwin che ha accolto con favore ed entusiasmo la sua richiesta. Jenna Coleman si è donata completamente al personaggio, regalandogli nuova vita e facendolo proprio oltre ogni dubbio.

In conclusione sento di dover ammettere che la terza stagione di “Victoria” non ha sfiorato quegli apici di perfezione che secondo me raggiungono sotto ogni punto di vista le prime due stagioni del period drama, ma non posso neanche negare alla serie il rispetto e la considerazione che merita da sempre, perché anche nella sua stagione più “incerta” ha saputo abbracciare e portare in scena una straordinaria gamma di emozioni e di ritratti psicologici che rendono i personaggi più veri e vicini che mai.

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