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Rubriche & Esclusive Veronica Mars Veronica Mars: The Thousand Dollar Tan Line

Veronica Mars | Capitoli 32, 33 & 34

VERONICA-MARS-COVER

CAPITOLO TRENTADUE

“Di che diavolo stai parlando?”
La voce di Tanner esplose nel silenzio statico della stanza. Le maracas piombarono al suolo come se avesse sparato ai suoi piedi. Adrian sostenne lo sguardo di Veronica per un altro momento, poi lo fece cadere mentre un filo di luce gli attraversava il collo.
“Ho giurato di non dire nulla, ma si è incasinato tutto. E ho visto l’altra ragazza al telegiornale, e ora…” Fece grandi gesti con le mani mentre parlava, la voce alta e stridula. “Rory era venuta qui per incontrare un ragazzo… non so chi fosse – non ha voluto dirmelo. Ma era abbastanza sicura che non vi sarebbe piaciuto.”
Lianne lo fissò incredula. “Che cosa stai dicendo Adrian… che Aurora è… con un ragazzo?”
Increspò le labbra. “Non sono sicuro che ‘ragazzo’ sia la parola giusta… ho avuto la sensazione che fosse più… vecchio”.
Lianne lo guardò a bocca aperta. Ma Tanner scuoteva la testa.
“Non è possibile. Non mi farebbe una cosa del genere. Non è possibile!”
Veronica prese Adrian per un braccio e lo accompagnò, non troppo gentilmente, al tavolo di vetro nella zona pranzo. Allontanò una sedia. “Siediti.”
Lui lo fece.
Dietro di loro, Tanner fissava Adrian così ardentemente che i suoi occhi si gonfiarono. La sua espressione era un misto di shock, terrore e rabbia. Lo sguardo di Lianne si spostava da Tanner ad Adrian. Andò in cucina con una calma forzata e tornò con qualche bottiglia d’acqua.
“Comincia dall’inizio.” Disse Veronica mentre Lianne appoggiava le bottiglie sul tavolo. “Tu ed Aurora avevate una sorta di programma prima che lei venisse a fare visita?”
Adrian scivolò sulla sedia. “Io non ero esattamente incluso nel programma. Per quanto ne sapevo io lei veniva per vedere me, ma non appena è scesa dall’autobus ha cominciato a parlare di un tizio con cui doveva vedersi. Non ho capito molto.”
“Ma è venuta qui per incontrarlo, giusto? Lui vive a Neptune?”
Lui scosse la testa. “No, credo che si siano accordati per vedersi qui. Lei sapeva che i suoi genitori l’avrebbero fatta venire qui per vedere me.” Lanciò uno sguardo al computer portatile. “E sapeva che io l’avrei aiutata.”
Sembrava che Lianne fosse sull’orlo del pianto. “Adrian.” La parola fu un semplice e doloroso ammonimento. Le spalle di lui si avvicinarono alle orecchie.
“Mi dispiace tanto, signor Scott. So che avrei dovuto dirvelo. Ma tutto mi è… sfuggito di mano. E non sapevo cosa fare.” Guardò in alto. “Rory è la mia migliore amica. Voglio dire, abbiamo passato l’inferno insieme. Era una delle poche persona nel mondo che mi ha guardato le spalle al liceo. Le devo tutto – e lei mi ha chiesto un favore.” Alzò lievemente le spalle. “Quindi l’ho aiutata.”
“Quindi tu non hai incontrato il suo ragazzo? O visto? Perché non vi ha nemmeno presentati, se tu sei il suo più caro amico?” Veronica appoggiò entrambe le mani sul tavolo e si piegò in avanti.
Lui sorrise leggermente. “A Rory piacciono i misteri – pensa che la rendano interessante. E onestamente, io non ho fatto domande. Prova sempre a farmi rimanere scioccato o stupito – adora creare drammi. Ma io mi stanco di essere la sua spalla. A volte mi rifiuto semplicemente di stare al gioco. Questa cosa la fa incazzare.” Aprì la bottiglietta d’acqua difronte a lui e diede un piccolo sorso.
“Quando l’hai vista per l’ultima volta?”
“Questa parte è uguale a quella che ho detto alla polizia. È arrivata Lunedì mattina sull’autobus. Sono andato a prenderla, siamo andati alla spiaggia per dare un’occhiata ai bei ragazzi. Quella sera mi disse che non aveva programmato di tornare a Tucson. Ha detto che avrebbe incontrato un tizio, che era innamorata pazza, e che i suoi genitori non avrebbero approvato. Ha detto che sarebbe passato a prenderla Mercoledì sera. Mi ha pregato di non dire nulla a nessuno. Io le ho detto che stava facendo una cavolata. Ma consocete Rory… lei era… impulsiva.” Quest’ultima parte la rivolse a Lianne, quasi come intendesse scusarsi. “Quindi Mercoledì siamo andati alla festa insieme. Una sorta di ultimo festeggiamento, credo. Alle due circa mi abbracciò e mi baciò dicendomi che il suo passaggio era arrivato e che ci saremmo visti prima o poi.”
Per un momento, l’unico suono era quello incurante dell’orologio sopra il camino. Tanner era in piedi davanti alla finestra dove prima era Jackson, fissava il balcone, pieno di piante e mobili pesanti. Sembrava stesse incamerando informazioni, le mani giacevano inquiete lungo i fianchi. Lianne si appoggiò sull’isola della cucina.
“Mamma? Tanner? So che mi avete detto che ci sono state un po’ di lotte di potere tra voi ed Aurora negli ultimi anni”. Tenne la voce misuratamente neutrale. “C’è stato qualche episodio recente che vi fa pensare che si fosse arrabbiata di nuovo? L’avete messa in punizione nelle ultime settimane?”
Tanner chiuse gli occhi, ma fu Lianne a rispondere.
“Per poco non l’abbiamo lasciata partire”. La sua voce era un sussurro, bassa e roca. “Ha passato una settimana in cui continuava a rincasare dopo il coprifuoco. Parecchio dopo il coprifuoco. E ha marinato qualche giorno di scuola. Quando ha tirato fuori l’idea di andare a trovare Hearst, le abbiamo quasi detto di no. Tanner temeva che si stesse di nuovo ribellando nei nostri confronti, che fosse entrata in una brutta compagnia. Ma io pensavo che andare a trovare Adrian sarebbe stato d’aiuto. Ho convinto Tanner a dire di sì perché pensavo…pensavo che l’avrebbe stabilizzata”.
Adrian teneva lo sguardo basso sul tavolo, come se volesse strisciarci sotto. Veronica si sentì quasi dispiaciuta per lui. Lasciar partire una ricerca di una persona scomparsa quando sapeva perfettamente dove fosse Aurora? Era proprio una bella stronzata da fare. Ma più sentiva parlare di Aurora Scott, più le tornava in mente Lilly Kane: ribelle, generosa e, a volte manipolatrice. E, un tempo, Veronica avrebbe fatto quasi di tutto per Lilly.
“Hai modo di contattarla? Risponde ai messaggi, alle e-mail?” chiese Veronica, rivolgendosi ad Adrian.
“Finora non ha risposto a nessuno dei miei messaggi” disse Adrian, mordendosi un angolo della bocca. Sembrava che fossero diretti verso un luogo isolato o qualcosa del genere. Aurora continuava a parlare di una baita. Inizialmente aveva parlato di Oregon, poi aveva menzionato l’Idaho. Credo che nemmeno lei lo sapesse. Ho cercato di farle sapere che tutti stavano impazzendo nel cercarla, ma potrebbe trovarsi in un luogo in cui il cellulare non prende”. Scosse la testa. “Non aveva nemmeno pensato al fatto che era scomparsa un’altra ragazza. Immagino di non averci pensato nemmeno io”.
“Aveva un qualche progetto per quando tutto ciò sarebbe finito?” domandò Lianne con voce rauca. “Tornerà indietro? Sta cercando di…di sparire?”.
“Non lo so, signora Scott”. Finalmente Adrian alzò lo sguardo da dove era seduto, seguendo distrattamente col dito le bolle della superficie di vetro del tavolo. Ora le lacrime gli correvano lungo le guance. “Mi dispiace tanto. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e cambiare le cose. Vorrei avervi detto dove fosse fin dalla fuga”.
Con esitazione, con le labbra che le tremavano a sua volta, Lianne fece un passo verso di lui. Gli diede una pacca sulla spalla dolcemente. “Shhh. Shhhhh”.
Poi Tanner espirò, emettendo un duro flusso d’aria tutto insieme.
“L’ammazzo” gemette. “Quella fottuta mocciosa viziata. L’ammazzerò”.
Gli occhi di Veronica si rivolsero a lui. Il suo volto, solitamente di colore grigio-marroncino, era rosso, le spalle erano strette. Per la prima volta, l’affascinante e affabile parlantina era sparita e Veronica poteva vedere una versione di Tanner che avrebbe potuto portare alla fuga una figlia dall’animo libero.
Lianne gli rivolse uno sguardo scioccato. “Non dire così. Non dopo quello che abbiamo pensato le fosse successo. Non farlo nemmeno per scherzo”.
“Dannazione, Lianne, ti ha spezzato il cuore ripetutamente. Sono stufo. Non si è nemmeno fermata a pensare quello che tutto ciò ci avrebbe fatto. O, peggio…non le importava”. Scosse la testa, si passò le dita tra i capelli. “È colpa mia, però. È colpa mia, di quello che le ho fatto passare durante i brutti, vecchi tempi”.
“Non dire così, Tanner. Per favore, non dire così”.
“Penso di dover trovare un incontro per stasera”. Tanner rimase lì in piedi per un altro lungo momento, fissando Adrian con rabbia. Poi girò sui tacchi e andò verso il corridoio che portava alle camere da letto. Un momento dopo sentirono una porta sbattere.
Il suono riecheggiò in salotto. Lianne fissò per un lungo momento il punto in cui Tanner si trovava prima di voltarsi verso Veronica.
“Scusa” disse. “Nessuno di noi ha dormito la notte scorsa. Siamo solo molto stanchi”. Scosse la testa come se stesse cercando di sgombrarla. Poi un improvviso sorriso tremante le comparve in viso. Fece una corta risata incredula. “Ma questa è una buona notizia, giusto? Cioè… significa che è viva. È là fuori, da qualche parte, e dobbiamo solo trovarla”.
Veronica non risposte subito. Raccolse la sua borsa da dove pendeva al lato del tavolo e si alzò, guardando sua madre che dava delle pacche sulla schiena ad Adrian.
“Devo andare” disse. “Vi contatterò domani, okay? Chiamatemi se scoprite qualcos’altro”.
I suoi pensieri si mossero in fretta mentre usciva. La verità era che non sapeva che cosa significasse, ma per il momento doveva andare a casa. Keith la stava aspettando, preoccupato. E lei era pronta a cambiarsi i vestiti del giorno prima e tirare il fiato.

 

CAPITOLO TRENTATRE

“Significa dunque che non seguiamo più il caso?”.
Mac chiuse il frigorifero con un calcio alla portiera e si diresse verso il soggiorno con in mano le bottiglie di birra.
Era passata un’ora e Veronica, Mac e Wallace era seduti nell’appartamento di Mac. Per la prima notte da quello che sembrava un secolo, nessuno dei clienti di Veronica era in pericolo fisico. Sembrava un motivo sufficiente per prendersi la serata libera.
Avevano deciso di passare la serata in casa: la maggior parte dei luoghi che frequentavano non erano particolarmente interessati dallo spring break ma, nonostante ciò, nessuno di loro aveva voglia di aver a che fare con la folla. Veronica era andata a prendere le birre, Wallace aveva portato i tacos e Mac aveva tirato fuori della salsa biologica e tortilla chips. Gli Alabama Shakes ululavano allo stereo. Veronica piegò le gambe sotto di sè, sul divano, e diede un sorso alla birra.
“Non lo so. Immagino che, per quel che concerne Petra Landros, il lavoro sia concluso. L’omicidio di Hayley Dewalt è stato risolto ed è difficile immaginare che mi paghi per cercare di rintracciare una giovane delinquente che è scappata con un ragazzo che non sarebbe piaciuto a suo padre”.
“Che casino” Wallace scosse la testa. “Cioè, avrebbe dovuto sapere che l’avrebbero cercata, giusto? Ha lasciato che tutti si preoccupassero per lei”.
“Credo che il ‘controllo degli impulsi’ non sia in cima alla lista delle migliori qualità di Aurora Scott.” Veronica scrollò le spalle. “Onestamente, non credo avesse pensato a queste conseguenze.”
“Ho fatto due conti per te oggi,” disse Mac. “Con i soldi della ricompensa e il tuo onorario potremmo riuscire a convincere la società elettrica a smettere di inviarci avvisi minacciosi.”
“Hai calcolato anche il tuo stipendio, vero?”
“Veronica.” Mac la guardò con uno sguardo da ‘ma per piacere’. “Ovviamente.”
Fecero tintinnare le bottiglie di birra insieme.
“Quindi questa è l’ultima settimana delle vacanze di primavera?” chiese Veronica, guardando Wallace.
“Sì, è questa.” Sospirò. “E poi è ora di tornare al lavoro per il Signor Fennel. Tornare in un ufficio che puzza di calzini sporchi. Ancora meglio, la prossima settimana, la mia classe inizierà educazione sessuale.”
“Dai, Fennel. Se c’è qualcosa che tu sai bene, è proprio quella.”
Wallace fece una smorfia. “Non ne hai idea. Prova a dire la parola ‘manico’ senza che un gruppo di ragazzi del secondo anno si metta a ridacchiare…”
“Ho sentito che è una mamma cattiva,” disse Mac.
Veronica non perse il colpo. “Chiudi il becco!”
“Sto solo parlando di-“
“Siete proprio divertenti, lo sapete?”
All’improvviso Veronica sentì il suo cellulare, squillare nella borsa appesa vicina alla porta. Si alzò, Mac e Wallace che ancora la prendevano in giro. Il mittente era sconosciuto.
“Pronto?” Quando rispose, aprì la porta e uscì nel corridoio, che odorava di spazzatura e di disinfettante industriale.
“Salve, parlo con Veronica Mars?”
La voce era femminile, roca e leggermente sfiatata, nessuno che conoscesse.
“Sì, sono io. Chi parla?”
“Sono Lee Jackson della Meridian Group. La sto richiamando.”
Il telefono stava quasi per cadere dalla mani di Veronica.
“Signorina Mars? È ancora in linea? Pronto?”

Anche prendendo tutte le scorciatoie che conosceva, erano serviti quasi venti minuti a Veronica per arrivare al Neptune Grand. Non era mai stata una guidatrice irascibile, ma si era sfogata con il clacson un po’ di volte quando un gruppo di studenti ubriachi occupava la strada davanti a lei. La guardarono offesi e poco lucidi. Una ragazza bionda buttò le mani sul cofano della BMW e per un secondo Veronica immaginò di investirla.
Quando stava da Mac chiese a Lee Jackson se poteva richiamarla. Poi tornò in casa per dire a Mac e Wallace che doveva andare via. Non fecero in tempo a reagire sorpresi che la porta si chiuse. Ci sarebbe stato tempo più tardi per le spiegazioni. Ora doveva trovare il ‘Lee Jackson’ che aveva i 600.000$ smarcati scomodamente trasportabili in una borsa di nylon.
Più si avvicinava al Grand e più il traffico si intensificava.
Il centro era un via vai di macchine e pedoni. La decima strada era completamente chiusa a causa di un concerto; poteva vedere le luci anche a distanza. La gente camminava tra i bar, e i negozi di souvenir aperti per gli acquisti dell’ultimo minuto. Allo 09, una lunga fila di giovani speranzosi attendevano il loro turno per entrare.
Vide il Grand a qualche strada di distanza, la sua nuova torre di vetro si stagliava contro la facciata vecchio stile. Attese impaziente il semaforo verde, poi accelerò verso l’incrocio. Dopo aver lanciato le chiavi al valletto, corse verso la hall, il suono del pianoforte inondava la sala in contrasto con il suo cuore che palpitava. Si fermò alla reception e guardò l’impiegata.
“Ho bisogno di sapere la camera di Lee Jackson,” disse, cercando di riprendere fiato.
L’impiegata, una giovane donna i cui capelli neri erano racchiusi nella coda più stretta che Veronica avesse mai visto. “Mi dispiace, non possiamo divulgare-“
“Lavoro per Petra Landros,” disse. “Veronica Mars? Ha detto che se avessi avuto bisogno di qualcosa avrei dovuto chiedere. Beh, questa è un’emergenza e sto chiedendo.”
La donna spalancò la bocca per qualche secondo, poi prese il telefono e parlò sottovoce, in modo urgente, all’assistente di Petra. “Ha detto che si chiama Mars? Oh… oh, okay. Scusa Gladys, lo farò subito.”
Veronica spostò il peso da una gamba all’altra, guardandosi attorno. Era una serata tranquilla; i vacanzieri erano già tutti fuori per locali, e gli altri turisti stavano alla larga da Neptune in questo periodo dell’anno. Un valletto spettegolava con il concierge all’ingresso; nel bar poteva vedere le cameriere appoggiate al bancone, guardando la tv. La calma era surreale dopo aver visto il casino per le strade che circondavano l’hotel.
Finalmente, l’impiegata finì la telefonata. “Mi dispiace molto Signorina Mars. Il Signor Jackson è nella torre nord, camera 1201 – ha bisogno di indicazioni?”
Ma Veronica stava già correndo, fuori nel giardino e intorno la piscina, verso la torre.
Gli ascensori erano su entrambi i lati della torre, di fronte alle strade. Erano di vetro e cilindriche, e a Veronica sembrava di entrare in quei tubi all’ingresso delle banche mentre schiacciava il pulsante per il ventesimo piano. Lentamente, e poi velocemente, l’ascensore cominciò a salire.
La città cadeva ai suoi piedi. Da questa altezza poteva vedere le lucenti e glitterate strade intorno all’hotel. Una limousine passò come uno squalo, intorno a ragazze in bikini. Qualche strada più in là, si stava formando una folla intorno a un ragazzo vestito da mucca.
Appoggiò la faccia contro il vetro, gli occhi sporgenti. Alla base dell’hotel fece a tempo a vedere un uomo alto, vestito di scuro, che correva per la strada con una borsa blu in mano.
Schiacciò subito il tasto stop sul pannello, poi schiacciò il tasto del piano terra. I suoi occhi erano fissi sulla forma di Jackson quando si fermò all’angolo, poi attraversò la strada, le sue gambe lunghe che lo portavano sempre più lontano. L’ascensore si fermò al quarto piano per far entrare quattro ragazzi con le polo molto attillate. Sembrava che ci volesse un’eternità per entrare e decidere il loro piano; uno sembrava già fuori. Il resto si spinse alla vista di Veronica, e uno di loro appoggiò il braccio sul vetro e si sporse verso di lei. “Ehilà.”
“Zitto e sali!” abbaiò lei. Il ragazzo venne preso in contropiede, poi lanciò un’occhiata ai suoi amici.
“Dai ragazzi, sbrigatevi. Sbrigatevi.”
Ma quando le porte si chiusero e l’ascensore riprese la sua rapida discesa, Lee Jackson era sparito in una traversa buia vicino a una boutique.
Veronica oltrepassò i ragazzi e uscì nel momento in cui le porte si aprirono. Si fiondò in mezzo alla strada. Il traffico si fermò al suo passaggio, con i clacson che suonavano, ma lei non rallentò. Man mano che si avvicinava, notò che la boutique aveva chiuso per la notte e i manichini si ergevano in posizioni di casuale disdegno. Accelerò e si buttò nel vicolo.
Le sue narici vennero investite immediatamente dall’odore di urina e immondizia. La stradina era sporca e immersa nell’ombra. Si fermò in ascolto. Gli unici suoni provenivano dalle strade circostanti, i bassi pulsanti e le urla di risate. Accese la piccola torcia che teneva attaccata alle chiavi.
La sua luce rivelò che si trovava in una sorta di corridoio di servizio fra negozi, bar e ristoranti. Un ammasso di scatole vuote e bottiglie rotte riempiva i marciapiedi. Da un lato poteva vedere un enorme cassa di legno piena di coperte e bottiglie vuote – il rifugio abbandonato di qualcuno. Avanzò piano, camminando cautamente in mezzo ai rifiuti. Una brezza fresca si fece largo attraverso la strada, facendo volare fogli di giornale come uccellini feriti. Poi un debole gemito arrivò dalla sua destra.
Si girò di scatto, puntando il piccolo cerchio di luce verso il punto da cui era arrivato il suono. Le occorse un attimo prima di trovarlo.
L’uomo giaceva su di un fianco, vicino a un cassonetto troppo pieno. Non riusciva a vederne il volto – era rivolto verso l’asfalto – ma riconobbe l’abito blu gessato, riconobbe la forma lunga e smilza dell’uomo che si faceva chiamare Lee Jackson. Gli colava sangue dalla testa, ed era sangue quello che inzuppava il bordo della giacca.
Con le mani tremanti, chiamò il 911.
“Salve. Sì, mi trovo nella traversa che incrocia la Settima Strada – quella subito di fronte alla torre nord del Grand. C’è un uomo che ha una ferita alla testa. Credo che sia incoscente.” Si inginocchiò vicino a lui, puntando la luce più vicina alla sua testa, senza però toccarlo. “Sembra una ferita da forza bruta. Potreste mandare un ambulanza immediatamente?”
Riattaccò prima che le potessero chiedere di rimanere in linea. Non aveva molto tempo prima che arrivasse l’ambulanza; se voleva delle risposte, doveva cercarle subito.
Sentì il rigonfiamento causato dal suo portafoglio nella tasca della giacca. Facendo attenzione e cercando di non muoverlo più di quanto non fosse necessario, riuscì a tirarlo fuori. Era un portafoglio fatto di pelle molto soffice.
Okay, Lee Jackson. Vediamo un po’ chi sei. Tenendo la torcia in bocca, aprì il portafoglio.
I vari scomparti erano pieni fino a scoppiare. Tirò fuori una delle carte; era una patente dell’Idaho. Riconobbe nella foto l’uomo steso di fronte a lei. Il nome sulla carta era Omar Tyrell Mitchell, nato il 12 maggio 1968. Dietro di essa c’era una patente dell’Arizona a nome Roy Franklin III, e dietro di essa un tesserino militare a nome Reginald Dalton Baker, PFC. Erano tutte patenti e carte d’identità rilasciate da vari stati, tutte con la stessa foto. Erano almeno dieci, insieme a un paio di carte di credito platinum intestate a nomi diversi.
O era un truffatore o un investigatore privato – anche lei aveva una collezione simile, non di molto inferiore alla sua. Veronica avrebbe scommesso sulla prima. Rubare l’identità di Lee Jackson era un comportamento da truffatore. Ma aveva truffato Tanner – oppure i due erano d’accordo? Tanner era stato colui che aveva insistito per assumere uno specialista. Tanner era stato quello che si era rifiutato di lavorare con quello assunto dai Dewalt.
Il suono delle sirene echeggiò per lo stretto corridoio, prima debole e poi sempre più forte. Chiuse il portafoglio e lo rimise cautamente nella sua tasca. Poi vide qualcosa che la ghiacciò sul posto.
Piano, con cautela, afferrò un piccolo oggetto vicino alla testa dell’uomo.
Un fagiolo borlotto. Per un momento lo fissò nel palmo della propria mano. Poi passò la luce intorno al corpo dell’uomo. Ce n’erano altri, tutto intorno alle sue spalle, uno intrappolato nel colletto della sua camicia.
Ebbe a malapena il tempo di capire cosa stesse vedendo, prima che le luci blu e rosse giungessero nel vicolo, le sirene che rieccheggiavano dolorosamente fra i muri. Era arrivata la polizia; l’ambulanza non doveva essere molto lontana. Si mise in tasca il fagiolo che teneva ancora in mano. Poi arretrò dal corpo e si girò verso la strada, pronta a parlare con l’agente che sicuramente avrebbe avuto domande per lei.

CAPITOLO TRENTAQUATTRO

“Mi serve che controlli i movimenti di Tanner, Mac. Scopri se nei prossimi giorni ha un volo, un’auto a noleggio, qualsiasi cosa.”
La BMW accelerò verso le colline, seguendo le strade sinuose con la massima perfezione. Veronica continuò a sfregare il fagiolo borlotto tra le dita, i pensieri che vorticavano. Premette l’acceleratore e affrettò l’automobile verso il condominio.
“Che succede, Veronica?”
“Ti spiegherò tutto non appena ne avrò la possibilità, te lo prometto. Per ora procurami quell’informazione.”
Neptune sembrava un braccialetto luccicante che si estendeva sotto la scogliera, con ogni luce della città accesa per festeggiare un altra notte selvaggia di spring break. Nel parcheggio del condominio, Veronica spense il motore e in un lampo fu alla porta, prima suonando il campanello e poi battendo il pugno.
Quando Lianne aprì, Veronica non la salutò nemmeno.
“Dov’è Tanner?”, chiese superando sua madre e lanciando occhiate per tutto il salotto.
“Cosa? È uscito.” Lianne chiuse la porta e si girò verso di lei, con gli occhi spalancati. Aveva ancora indosso il maglioncino a maniche corte e i jeans che indossava prima, ma aveva un paio di calzini in ciniglia e indossava gli occhiali da lettura. Vestiti per stare in casa. “Che succede?”
“Dov’è andato?”
“A correre!” Una ruga le apparve sulla fronte. “Hunter è appena andato a letto. Per favore, potresti tenere la voce bassa?”
“A correre, così tardi? Alle nove?”
“Va sempre a correre tardi.” Lianne la fissò. “Senti, oggi non siamo riusciti a trovargli un incontro. Un incontro degli AA. Correre lo aiuta a calmarsi. Quando è sconvolto, quando è arrabbiato. Quando gli vien voglia di bere. Gli ho detto di prendersi tutto il tempo che gli serve.”
Veronica tentò di leggere l’espressione di Lianne. Lo sapeva? Sospettava cosa avesse fatto suo marito? Era coinvolta? O forse era come il povero Willie Murphy, un altro stupido pollo nel gioco di qualcun altro?
Per molto tempo, Lianne era stata il personale nemico di Veronica, non perché fosse cattiva, ma perché suo padre era buono. Perché Keith era l’eroe, quello che era rimasto.
Veronica aveva sempre saputo la verità su sua madre, la dolorosa e tremenda verità. Lianne era, come tutti gli alcolizzati e tossicodipendenti, una truffatrice di prima classe. Ma cadeva sempre nei suoi stessi tranelli. Era l’unica, alla fine, a credere alle sue bugie.
“Mamma…”, disse, non sicura di come iniziare. Chiuse gli occhi, scosse la testa, li riaprì e ricominciò da capo.
“Chi ha assunto Lee Jackson? Lo hai trovato tu o Tanner?”
Il cipiglio di Lianne si fece più profondo. “Lo ha trovato Tanner. Io nemmeno sapevo che esistesse uno specialista in rapimenti. Ma Tanner ne aveva sentito parlare in TV qualche anno fa.”
Veronica scosse la testa.
“Ho fatto una telefonata al Meridian Group ieri, e stasera finalmente mi hanno richiamata. Che buffo… è saltato fuori che la Lee Jackson che lavora per il Meridian è una donna. Capisco perché sarebbe stato facile scambiarlo per un nome da uomo. Dopotutto rapimenti e riscatti sono un ambito di competenza prettamente maschile. Sarebbe stato facile, diciamo, scegliere un nome da un sito, stampare un paio di biglietti da visita e lavorare così. E poi, chiunque avesse voluto controllarne la credibilità, avrebbe potuto vedere un bel CV e una lista di bei conseguimenti sul sito, ma non una foto, le foto sono un ostacolo nel mondo della sicurezza. Qualcosa tipo copertura che salta. Ma se sei un genitore addolorato e spaventato, disperato nel voler trovare tua figlia, quell’occhiata sbrigativa potrebbe essere abbastanza da convincerti a fidarti di lui?”
Lianne sbatté le palpebre, confusa.
“Sono andata al Grand per cercare di confrontarmi con il vostro falso Lee Jackson, ma quando sono arrivata era già stato attaccato nel corridoio. Qualcuno gli ha dato una botta in testa. Quando i poliziotti gli hanno controllato il portafogli, c’erano almeno dieci documenti falsi all’interno: patenti di stati diversi con la sua foto appiccicata sopra, e carte di credito per una manciata di identità. Sono tornata indietro e ho parlato con il ragazzo all’ingresso e senti qua: oggi non ha mai portato i soldi alla cassaforte. Inizio a pensare che si stesse tenendo pronto per una fuga, ma qualcuno ha fatto il doppio gioco con il doppiogiochista. Perché il denaro non c’è più.”
Lianne si lasciò cadere su una delle poltrone vicino al fuoco.
“Vuoi dire che abbiamo assunto un… impostore?”
Veronica scosse la testa. “No, mamma, non credo.” Mise entrambe le mani sullo schienale inclinato di una sedia e si sporse in avanti. “Non credo che Tanner sia stato messo nel sacco da un truffatore dalla bella parlantina. Credo che Tanner stia lavorando con il tipo.”
Lianne esplose in una risata forzata. “Stai scherzando, vero?”
“Vorrei tanto.”
“Se Tanner stesse lavorando con questo tizio, perché avrebbe dovuto rubargli i soldi?”
Veronica le diede uno sguardo impietosito. “Sai bene quanto me che non c’è onore tra i ladri. Forse Tanner ha pensato che il cento per cento dei soldi fosse meglio della metà. Forse Lee Jackson non gli era più utile. Forse Tanner lo pianificava dall’inizio. Ad ogni modo, non credo che tornerà.”
Le labbra di sua madre si volsero verso il basso, in un improvviso ghigno arrabbiato.
“Dove sono le prove, Veronica?”
“Mamma, pensaci per un istante. Tanner ha detto di aver chiamato Jackson, vero? Non è che Jackson l’ha chiamato a mente fredda quando si è sparsa la notizia della scomparsa di Aurora.”
“Non ricordo bene come sia successo,” disse Lianne, testarda. Veronica sospirò a denti stretti, lottando per non perdere la pazienza.
“Sì, invece. Perché i Dewalt avevano già assunto Miles Oxman, e avevano parlato con voi per accorpare le investigazioni e usare Oxman per entrambi i riscatti. Ma Tanner era ferreo riguardo l’aver sentito di questo Jackson e dicendo che aveva già chiamato per assumerlo. Beh, se Tanner avesse chiamato il Meridian, avrebbe avuto la vera Jackson. L’unico modo in cui tutto questo può aver senso è che lui ne sia invischiato.”
Improvvisamente, Lianne era di nuovo in piedi. “Ecco cosa ne penso. Penso che tu proprio non riesca a sopportare l’idea che io mi sia rimessa in carreggiata, Veronica. Penso che tu non riesca a sopportare l’idea che io possa essere felice. Stai soltanto sperando che io scopra di aver fatto casino con questo matrimonio, proprio come successe con l’ultimo, così da poter dire di avere ragione sul mio conto. Vuoi essere nella condizione di punirmi.” La voce le tremava, ma i suoi occhi lampeggiavano di rabbia. “Mi dispiace di non aver potuto fare di meglio per te. Me ne dispiaccio ogni giorno. Ma non puoi farmi questo. Non puoi semplicemente venire qui e cercare di dirmi che la mia famiglia è fasulla”.
Nell’intervallo di un respiro, la vista di Veronica diventò di sangue. Riusciva a malapena a vedere Lianne nel rosso brillante. Poi sbatté le palpebre. Le spalle di Lianne erano all’indietro, le sue braccia tese vicino al corpo, come se fosse pronta a mollare un pugno.
Era proprio da Lianne farla diventare una storia sulla povera piccola sé stessa. Far diventare tutto quello che aveva fatto a Veronica e a Keith un altro modo di essere dispiaciuta per sé stessa.
Era proprio da Lianne anche riuscire in qualche modo quasi a far credere a Veronica quell’accusa. Era il miglior trucco di un alcolizzato, dopo tutto – dare la colpa agli altri, rendere tutti colpevoli del problema. Ma Lianne non meritava di essere punita, almeno un po’? Non era giusto che potesse semplicemente decidere di andare avanti, in maniera così facile. Non era giusto che potesse rifarsi una nuova vita, una dove non avrebbe dovuto vivere con ciò che aveva fatto a Veronica e a suo padre. Quindi forse una parte di Veronica voleva davvero credere che Tanner fosse un ladro.
Ma solo perché voleva crederlo non voleva dire che fosse una illusione.
“Non sto cercando di ferirti,” disse, mentre combatteva per controllare la propria voce. “Sto cercando di metterti in guardia. Se vuoi continuare a vivere nella negazione, per me va bene. Non sarebbe la prima volta”.
Afferrò la borsa da dove l’aveva lasciata. Poi si fermò e si voltò a guardare sua madre.
“Quando Tanner non tornerà stasera – perché fidati, non lo farà – non ti disturbare a chiamarmi. Chiama lo sceriffo. Sono sicura che per allora avrà capito chi è il tipo con la ferita alla testa e potrebbe essere molto interessato a sapere che Tanner e i soldi sono entrambi scomparsi”.
Girò sui tacchi, pronta ad andare verso la porta. Poi all’improvviso, sentì qualcuno entrare. Si fermò sui suoi passi, lo stomaco in subbuglio.
Tanner, in pantaloncini di nylon e canottiera, entrò nella stanza, il sudore che gli brillava sulla pelle.
“Veronica”, disse sorpreso, guardando in alto verso di lei mentre si slacciava le scarpe. “A cosa dobbiamo il piacere?”
“Cosa… Io…” lo fissò a bocca aperta, i suoi pensieri in confusione. Dalla coda dell’occhio sentì l’attenzione di Lianne acuirsi. Per un attimo si era aspettata che sua madre le dicesse qualcosa, magari la cacciasse via. O che magari le ridesse in faccia. Invece, Lianne attraversò il cavernoso salone e si fermò a pochi centimetri da Tanner. Lo superava di quasi cinque centimetri, anche in calzini.
“Tanner, che diavolo sta succedendo?” Il suo tono era più confuso che altro. “Lee Jackson è stato attaccato nel parcheggio del Grand. Veronica pensa-“
“Lee è stato attaccato?”
O Tanner Scott era un attore di prima classe, o Veronica si era sbagliata. Sul viso di lui vi fu prima un’espressione di confusione, poi la consapevolezza dell’orrore. “Chi lo ha attaccato?”
“Non lo sappiamo ancora,” disse Veronica con prudenza. Lo guardava con attenzione mentre parlava. “Qualcuno l’ha colpito da dietro con una bastonata. È vivo, ma è in pessimo stato”.
“E i soldi del riscatto sono spariti”, aggiunse Lianne.
Gli occhi di Tanner si spalancarono leggermente, con continui tic nervosi. “Oh mio dio”.
“Sono solo contenta che sei tornato”. Stavano iniziando a scendere lacrime sul viso di Lianne. “Sono così contenta che sei tornato”.
Veronica stava per parlare quando sentì un leggero rumore venire dal corridoio che dava alle camere da letto. Hunter, i suoi capelli color sabbia all’insù in ciuffi, entrò nella stanza trascinando i piedi, fermandosi giusto all’entrata. Indossava un pigiama con robot stampati ovunque, i piedi scalzi.
“Che succede? Perché tutti stanno urlando?”
Lianne andò a prenderlo in braccio, mentre Tanner si mise a sedere, ancora con espressione scioccata, su una sedia. Veronica rimase ferma, i pensieri correvano, le membra stranamente pesanti. Vagamente, sentì l’avviso di un messaggio sul suo cellulare. Lo estrasse dalla tasca e guardò giù verso lo schermo. Era di Mac.

Tanner su Delta 1792 per Bermuda, domani mattina alle 6.

Era stato quando aveva alzato lo sguardo dal telefono che l’aveva visto. Tanner sedeva, frizionandosi le mani contro le ginocchia, fissando nervosamente verso il fuoco. Lianne stava sulla porta tenendo Hunter stretta a sé, le lacrime che le cadevano sul viso. E lì, rotolata sotto il tavolo da caffé, stava una sola maraca, colorata di un rosso e verde brillanti.
In un unico fluido movimento, attraversò la stanza e la prese da dove giaceva. Suonò nella sua mano, più pesante di quanto pensasse, il legno spesso e piuttosto duro. La alzò sopra la sua testa e la portò in basso contro il bordo del focolare.
Con un soddisfacente schiocco, lo strumento si spezzò contro la pietra, e fagioli borlotti – piccoli, asciutti, innocui – caddero su tutto il tappeto immacolato.
Gli stessi che si erano sparsi sotto il corpo di Lee Jackson al Neptune Grand.

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