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Recensioni UnReal

UnREAL 3×06 – It’s real. It’s Rachel

Continuo a pensare che questa stagione di UnREAL sia stata concepita con l’idea di costruire e realizzare qualcosa di meno vistoso, meno accecante rispetto a quello a cui eravamo abituati, per darci qualcosa di più vero, più solido, che è insieme più sfumato e ricco di strati e significati.
Ho apprezzato molto questa puntata dove non accade niente di clamoroso o sconvolgente in senso stretto, nel senso a cui UnREAL ci ha abituato, ovvero una serie ininterrotta di eventi scandalosi sempre più succulenti per evitare il rischio assuefazione, che però sono vuoti e fini a se stessi. Non ci hanno mai mostrato, fino a ora, persone fragili e complesse, nel loro umanissimo percorso di vita, che cercano semplicemente di fare il meglio che possono, gravati dal peso del loro bagaglio emotivo irrisolto.
Ho amato la precedente versione di UnREAL, ma sono felice anche di questa, e forse perfino più appagata.

In questa puntata mi ha fatto molta tenerezza il padre di Rachel, soprattutto quando è inquadrato di spalle, nella sua andatura un po’ vacillante, nel suo entusiasmo bambinesco e nell’orgoglio che prova per la figlia. Nella sua sofferenza e nei sensi di colpa per non averla potuta salvare, mentre veniva aggredita dentro la sua stessa casa, su cui lui doveva vegliare. Mi ha stretto il cuore la sua crescente confusione, causata dall’effetto rimbalzo indotto dalla sospensione brusca degli psicofarmaci, in cui era presente l’incrollabile la certezza di dover in qualche modo ripagare Rachel per quello che aveva subito e difenderla dal mondo esterno come non era stato capace di fare in passato.

Da questi dettagli è facile comprendere la portata devastante dell’annullamento della sua personalità a opera dalla moglie, che l’ha ridotto quasi a un uomo-bambino che non sa far fronte, senza la sua presenza opprimente (e senza il litio) al mondo che lo circonda. Un mondo, quello di Everlasting, che, bisogna però dirlo, è una caricatura estrema di quello che potremmo considerare “reale”, che è tossico per tutti i suoi abitanti e che, come afferma lo psichiatra, sarebbe comunque troppo per chiunque.
Trovo che l’impulso di Rachel di salvarlo, e insieme salvare se stessa, come le fa presente anche Quinn, sia molto nobile, ma non poteva che essere fallimentare, proprio come sospettavo nella precedente recensione.
Si sta facendo carico di qualcosa di enorme, per il quale non ha competenze, quando invece sono necessarie cure professionali, non basta l’amore che prova per il padre. A dire il vero non l’ho trovato, da parte di Rachel, nemmeno un tentativo indotto dalla necessità di ritagliarsi un ruolo da “salvatrice”. Credo pensasse davvero di mettere a disposizione del padre la sua esperienza, che è stata piuttosto simile. Si tratta comunque di un compito che una persona non preparata adeguatamente non è in grado di portare a termine. E questo io trovo sia un buon punto, quello di lasciar trapelare il messaggio che le malattie mentali non possono essere superate con un po’ di affetto e tanta presenza, nemmeno se messi in campo con grande spirito altruistico. Servono delle cure specifiche.
Rachel affronta l’infrangersi delle sue fantasie e le accetta stoicamente. Si arrende all’idea di non poter essere una supereroina che tutto può, basta che si impegni. Può farlo nel campo in cui è preparata, sa gestire un programma con successo, perché ha idee geniali, ma non può fare tutto. È un passo avanti per lei, nella sua guarigione, oserei dire molto più di quei sei mesi passati alla fattoria zen totalmente isolata dal mondo reale.

Per via delle sfide di cui si deve occupare, Rachel mantiene una posizione un po’ defilata rispetto agli eventi del programma, ma soprattutto rimane fuori “dai giochi” abilmente condotti da Quinn e Chet che, insieme, fanno faville. Lo so di non aver mai amato Chet e non avrei mai pensato di scriverlo, ma è indubbio che il loro sodalizio lavorativo sia vantaggioso per entrambi e capisco perché abbiano prodotto insieme un programma di successo.
Quinn sa interpretarlo e indirizzarlo, e, anzi, tira fuori il meglio da lui, Chet le dà corda e insieme si divertono un mondo, esattamente come è successo a me mentre li osservavo manipolare e confabulare in segreto per ottenere (leggi: inventare) un torbido scandalo che potesse valere l’Emmy tanto desiderato da Chet.
Mi è perfino piaciuto il momento “Quinn consigliera” – che a dire il vero ha interpretato per tutta la puntata – in cui ha esortato a Chet a lottare per quello che desidera, invece che lamentarsi e piangersi addosso per le sfortune della sorte. È un tipo di consiglio che rivela anche quale sia il motore che spinge Quinn a progredire senza mai fermarsi, ovvero lottare, lottare sempre per tutto quello che è importante e che si vuole ottenere senza mai arrendersi.

You can win an Emmy, you can see your son, you can do whatever the hell you want.
But you have to fight.

Quello che ho amato più di tutto nell’intera puntata è stato vedere, in ogni occasione possibile, la dimostrazione dell’affetto tangibile che Quinn prova per Rachel. Sappiamo per certo che non ci sono davvero limiti a quello che Quinn è disposta a fare per Everlasting e i compromessi che è pronta ad accettare per costruire l’Impero che sogna, tranne uno. Rachel. Quinn rifila una delle sue magnifiche uscite a Warren, dopo averlo in sostanza distrutto per nessun altro motivo che il proprio tornaconto, quando gli fa presente che lei fa tv, non si occupa della vita della gente:

I make TV, Warren. Life’s not my problem.

Ma è poi lei stessa a impedire a Chet di filmare la scenata del padre di Rachel, rivolta proprio contro di lei, che, come sempre, finisce a fare la parte del drago che spara fuoco rovinando le vite di tutti, quando, molto spesso, è lei a tenerli insieme tutti. Nonostante il materiale sia ottimo per gli scopi che lei e Chet condividono, non intende usarlo, per l’affetto che la lega a Rachel che si dimostra, in ultima analisi, l’unico legame importante per Quinn, quello che non è disposta a sacrificare per avere successo.

 

È sempre lei a rimanere calma di fronte all’aggressione verbale da parte dell’uomo, senza scompensarsi e minacciare fulmini e saette e a far capire a Rachel che il padre ha bisogno di cure professionali, parlandole con gentilezza e mostrandole la realtà delle cose senza la durezza che le è solita, laddove il dottor Simon non era riuscito a convincerla. Impazzisco per questi momenti quasi materni da parte di Quinn, che se spesso è la via della perdizione per Rachel, altrettante volte è quella della sua salvezza.

Il colmo dei colmi nella puntata si è però raggiunto quando, l’unica volta in cui Rachel non è colpevole di nulla, deve sorbirsi le accuse di Serena, che non ha decisamente dato il meglio di sé.
Ora. Io capisco la posizione di Serena, la sua sfiducia, la delusione nell’apprendere che i produttori manipolano i reality show e non sono interessati davvero a formare coppie a lungo termine che si allontanino a cavallo nel tramonto. Apprezzo il piglio da donna in carriera-che-si-è-fatta-da-sola e adesso si fa come dice lei. Tutto molto bello e condivisibile. Non ci serviva una marionetta ed è giusto che anche nel ruolo di protagonista di Everlasting ci sia qualcuno che non si fa mettere i piedi in testa (diversamente che in passato). Però, onestamente, io la percepisco dentro a un loop in cui vede soltanto se stessa e quello che le importa è, alternativamente, lamentarsi di qualcosa o porsi come il barometro moralizzatore del programma in “Io sono meglio di voi”.
Io trovo Serena esasperata e ormai chiusa all’idea di riconoscere dei bei gesti quando se li trova davanti, come quello di Jasper, a cui perfino io darei una chance, a questo punto. Perché il concetto che a Serena sembra sfuggire è che la gente commette tendenzialmente degli errori (la scommessa) e che non tutti i pretendenti saranno scesi dall’auto amandola già prima di averla vista. Potrebbero anche essersi invaghiti di lei dopo, no? (Sì, sto rivalutando Jasper, che mi ha fatto un po’ pena davanti al mega cuore di peonie, solo e sconsolato).

Per quanto riguarda gli altri personaggi legati in qualche modo a Rachel, che è sempre il fulcro emotivo del set, il punto di maggiore attrazione, è incredibile come sia assolutamente condiviso e risaputo da tutti – anche dagli stessi che poi non possono farci proprio nulla – che nessuno può stare lontano da Rachel, nonostante i buoni propositi e tutta la saggezza che inizia e finisce solo a livello mentale, mai emotivo.
Jeremy ha prima rivestito i panni del bravo ragazzo, il cavaliere senza macchia e senza paura sempre presente, sempre disposto a salvarla, e a fare qualsiasi cosa per lei, per poi trasformarsi in uno psicopatico aggressivo e molesto (nell’altro estremo del pendolo), salvo poi ridimensionarsi in questa stagione in una versione molto simile alla prima. Nonostante sappia l’effetto che gli fa Rachel (e lo faccia presente al dottor Simon), nonostante abbia anche l’opportunità di ripartire da zero con un’altra persona, viene fatalmente attratto da quella massa di energia irresistibile che Rachel rappresenta per lui (e per tutti gli uomini che le stanno intorno). È proprio Quinn, in questa puntata particolarmente rilassata e proiettata verso il prossimo, a fermarlo prima che venga risucchiato di nuovo nel vortice da cui è già uscito malconcio più di una volta.
Il dottor Simon, che la scorsa puntata sembrava aver sorpassato un limite etico, si è invece mantenuto entro i confini della sua professione, concentrandosi interamente sul padre di Rachel, fino ai minuti finali dove di fatto quei confini si è trovato suo malgrado a oltrepassarli, quando Rachel ha trasferito su di lui quel groviglio di emozioni che il ricovero del padre le ha suscitato. Lo psichiatra conosce ovviamente molto bene il concetto di transfert e sa perfettamente che il conforto sotto forma di contatto fisico non è contemplato tra di loro. Ma non riesce comunque a resisterle, nonostante conosca i rischi del suo mestiere. Penso sia convinto di poter gestire perfettamente la situazione, senza rendersi conto che è già più coinvolto del necessario.

Completamente preso dal proprio dramma personale, Jay continua nella sua spirale discendente, quando è ormai chiaro che la situazione gli è sfuggita di mano nel momento in cui ha deciso che la sua carriera era più importante di tutto il resto. Non credo che sia stata una decisione consapevole da parte sua, ho più l’idea che si sia trovato dentro qualcosa di più grande di lui che non ha saputo fermare per tempo, non ha saputo controllare. Per questo motivo, dopo il primo errore ne ha fatti seguire altri in una classica situazione a valanga che si è ingigantita. Lui, invece di affrontare i problemi, ha proiettato il senso di colpa sul fidanzato (che io trovo adorabilissimo) e la rottura a quel punto era l’unica strada percorribile. Alexi è chiaramente un modello negativo per lui, ma più che altro è Jay stesso a non essere attrezzato per quel tipo di mondo spietato in cui non sa muoversi. A me un po’ spiace perché lo vedo già schiantarsi contro un muro – anche per via del suo rifugiarsi nella droga per stare meglio – e tutto perché, semplicemente, non è adatto a quell’ambiente dove per avere successo si devono accettare compromessi da pelo sullo stomaco, che lui non ha.
Vorrei spezzare una lancia a favore di Xavier, che è stato fatto passare per il fidanzato pesante e soffocante, e che invece per me si è comportato in modo normalissimo, ha fatto presente a Jay le sue colpe e ha preferito la dignità alle sue bugie.

In conclusione, sono sempre più soddisfatta di questa stagione di UnREAL. Voi che cosa ne pensate?
Vi lascio con il promo della prossima puntata e vi ricordo di passare da questa pagina per rimanere sempre aggiornati sulle novità.

UnREAL Italia

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