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Una sera a casa di Joss Whedon: Much ado about nothing

La domanda che voglio porvi oggi con questo articolo, miei cari addicted, è la diretta conseguenza di una scoperta molto recente che mi ha travolto totalmente come solo un esplosivo connubio di letteratura, serialità, teatro e cinematografia potrebbe fare, quindi vi chiedo: perché il mondo non è imploso di fronte a un film sperimentale, assurdo, geniale e rivoluzionario come “Much Ado About Nothing” di Joss Whedon?

Se prima di questo film mi avessero detto che un gruppo di attori statunitensi avrebbe portato in scena alla lettera una delle opere più celebri del Bardo senza sfigurare ed essere condannati a morte dalla regina stessa, avrei dato del “folle” a chiunque avesse avanzato quest’idea, e probabilmente avrei riso di fronte al risultato. Ma l’idea e soprattutto la realizzazione sullo schermo di Joss Whedon ha dell’incredibile e mi ha lasciato letteralmente senza parole, “by my troth” (“in fede mia”).

In un contesto contemporaneo e in una location dallo stile italo-ispanico ma stanziata in California, sorge la nuova Messina mentre un folto cast composto da attori estremamente fedeli al Whedonverse porta in scena, con nonchalance e naturalezza, in un inglese puramente e letteralmente shakespeariano, un riadattamento preciso, divertente e curioso dell’opera “Much Ado About Nothing” (Molto rumore per nulla), in un film che sembra quasi un sogno esilarante, conseguenza di potenti allucinogeni, vissuto da uno qualunque dei protagonisti, o più probabilmente da Whedon in persona.


Girato in soli dodici giorni e reso sullo schermo completamente in bianco e nero
, l’aspetto che considero più innovativo e sorprendente del film è la capacità di unire elementi antitetici con illusoria semplicità, offrendo un risultato che per quanto appaia inizialmente straniante, si risolve ben presto in una narrazione quasi lineare, tradizionale, come se ci trovassimo di fronte a una storia qualunque mentre al tempo stesso la regia invece si sbizzarrisce in sequenze dal sapore onirico e astratto. Teatro e cinema, modernità e classicità, radici britanniche e sviluppi completamente statunitensi, Joss Whedon ci presenta un riadattamento tanto fedele quanto impensabile ma con un ensemble che sposa perfettamente la sua visione e ci propone quello che sembra un autentico spettacolo teatrale rappresentato su una scena più ampia e articolata e ripreso con mezzi e risorse cinematografiche.


La storia, come anticipato, è la medesima dell’opera originale, così come la sceneggiatura riprende fedelmente il testo shakespeariano, con pochi ma indispensabili spunti originali [Conrade è una donna in questa riproposizione], tra l’ironia irriverente e senza freni di Beatrice e gli interventi più comici di cui si fa carico magistralmente Nathan Fillion (“Firefly”) nei panni di Dogberry (Carruba), il capo delle guardie di Messina.

Stella indiscussa del film è, a mio parere, Amy Acker (“Angel”) che eccelle nella sua rappresentazione di Beatrice, una donna dalla lingua tagliente, caratterizzata da un’inarrestabile libertà d’espressione e un profondo disprezzo per gli uomini e per l’istituzione del matrimonio.

L’indipendenza, il sarcasmo e la pungente acidità di Beatrice vengono incarnati dalla Acker con coinvolgente naturalezza; le sfumature improvvisamente comedy che il suo personaggio abbraccia nel momento in cui cade vittima della trappola organizzata da sua cugina Hero impreziosiscono la sua interpretazione mentre la furia emotiva che deriva proprio dall’ingiustizia subita da sua cugina, unico destinatario del suo amore incondizionato per buona parte della storia, si afferma come il punto più alto della sua recitazione, in un monologo che conquista lo schermo e ti permette di avvertire la sua profonda indignazione e la sofferenza che con empatia condivide e sopporta con Hero.


Buona controparte per Amy Acker è Alexis Denisof (“Angel”) nei panni del pieno di sé Signior Benedick, tanto valoroso in guerra quanto sprezzante delle donne, dei sentimenti e delle emozioni nella vita di tutti i giorni, fiero della sua determinazione nel rinnegare l’amore, il matrimonio e tutto ciò che ne deriva mentre nasconde accuratamente una nobiltà d’animo ben più profonda di quanto suggerisca la sua arrogante apparenza.

Assolutamente irresistibile risulta dunque il confronto tra queste due personalità così simili che intraprendono una battaglia senza esclusione di colpi sul campo della dialettica e dell’acidità, decisi a non lasciare per primi l’arena ma in realtà in trepidante attesa dell’altrui resa per professare il proprio amore inammissibile. Amy Acker e Alexis Denisof riescono a recuperare senza troppi sforzi la meravigliosa chimica professionale di già sperimentata in “Angel”, portando così in scena una storia d’amore vivace, frizzante, divertente e unica che conquista la trama e ne diventa il motore predominante.

Se Fran Kranz (“Dollhouse”) e Jillian Morgese (comparsa del film “Avengers” proprio come Ashley Johnson, che qui interpreta Margaret, cameriera e amica di Hero) ritraggono con diligenza rispettivamente l’ingenuità infantile di Claudio (con le sue luci e le sue ombre) e l’innocente purezza di Hero, insolito ma sorprendente è Clark Gregg (“Agents of S.H.I.E.L.D.”) nel ruolo di Leonato, governatore di Messina, padre di Hero e zio di Beatrice, in un’interpretazione che raggiunge il suo apice nel conflitto disperato che lacera l’uomo di fronte alle accuse di adulterio mosse a sua figlia.

Chiudono l’ensemble Reed Diamond (“Agents of S.H.I.E.L.D.”) e Sean Maher (“Firefly”) nei panni di Don Pedro e di suo fratello Don John (colui che ordirà l’inganno ai danni di Claudio e Hero), opposti per onore, lealtà e onestà. Perla del film è l’inevitabile presenza, nei panni di improvvise e inaspettate comparse, di Jed Whedon e Maurissa Tancharoen.

Girato nella sua stessa casa a Santa Monica, “Much Ado About Nothing” è un’ulteriore prova del genio assoluto e totale di Joss Whedon, che del film è sceneggiatore, produttore, regista e anche addetto alla colonna sonora, composta invece da suo fratello Jed. Frutto di una cena tra amici, questo riadattamento in chiave moderna ma con testo originale della commedia shakespeariana mette alla prova tutti gli attori coinvolti in una sfida insolita che ognuno di loro supera, per quanto mi riguarda, a pieni voti.

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