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Recensioni Twin Peaks

Twin Peaks | Recensione 3×01-08

“I’ll see you again in 25 years” aveva preannunciato Laura Palmer a Dale (e a noi spettatori) nel lontano series finale del ’91, scena che ci viene riproposta anche all’inizio della premiere di questo attesissimo revival… diciamo che, sapendo che nella Loggia Nera il tempo non scorre alla stessa velocità del nostro mondo, possiamo perdonare il ritorno dell’agente Cooper per essersi fatto attendere un po’ di più, ma alla fine eccoci di nuovo qui a commentare una nuova trama ambientata nel Twin Peaks-verse.

Per questo articolo ho chiesto di non utilizzare il nostro solito formato episodio per episodio, attenendomi al volere di Lynch stesso di proporre questa storia come un lungo film diviso in 18 parti… anche se il desiderio di buttare dubbi e sensazioni su carta ogni due per tre stava cominciando a farmi prudere le mani! Arrivati però alla prima pausa di due settimane, dopo un episodio 8 (pardon, PARTE 8) che va a chiudere una prima metà di stagione piena di trovate geniali alternate a parentesi nostalgiche alternate a wtf grossi quanto metà del New Mexico, culminando in sequenze da ricovero con convulsioni in un reparto psichiatrico di quelli buoni, mi sono detta che se aspettavo ancora diventavo matta. E così eccoci a fare un “breve” riepilogo (per quanto possibile) di ciò che abbiamo visto finora. Non vi prometto analisi profonde e filosofiche, ho ovviamente le mie teorie e ho avuto modo di leggere altre opinioni in rete di cui potremmo magari discutere nei commenti ma, dal mio punto di vista, con Lynch puoi dire tutto e il contrario di tutto e avere comunque ragione almeno in parte. Il mio atteggiamento, dopo un ostinato quarto d’ora a cercare di trovare il filo conduttore, è stato di totale rassegnazione e abbandono alla visione di qualunque cosa Lynch abbia deciso di spararmi nel cervello, senza troppe pretese di mettere insieme i pezzi già alla prima visione che tanto non se ne parla.

Comincio col dire che questo Twin Peaks non è esattamente quello che mi aspettavo dal revival, ma in ultima analisi forse non so neanche io che mi aspettavo. Diciamo che se da un lato non ci si poteva aspettare di rimanere ancorati a quella fascinazione anni ’90 che ci ha catturati e intrappolati nella misteriosa cittadina dello stato di Washington tutti quegli anni fa, dall’altro non mi sono sentita completamente a mio agio nel vedere i personaggi e gli scorci noti solo a intermittenza e perlopiù slegati dalla narrazione principale. Per carità, Cooper sembra rimanere il cardine della storia, lui e il suo doppelgänger ancora in giro per la Terra tengono banco per quelle che sono senz’altro le parentesi per me più interessanti (ok, Cooper/Dougie non si può definire interessante di per sé, la sua sottotrama è a tratti estenuante, ma c’è quel lento dipanarsi delle vicende e quel graduale processo di riscoperta del mondo e di se stesso che tiene incollati, volenti o nolenti, perché noi SAPPIAMO chi abbiamo davanti e non aspettiamo altro che quel click che lo farà risvegliare… è come se Cooper fosse venuto al mondo un’altra volta – e d’altronde, senza fare psicologia da Bignami, la metafora visiva dell’essere catapultato fuori dalla Loggia attraverso “un buco” non sembra lasciare molto spazio a interpretazioni tanto disparate – e sta imparando nuovamente a relazionarsi con tutto e tutti intorno a lui… purtroppo nella falsa identità di Dougie però. Ma torneremo allo scambio d’identità più avanti). Ma al di là del protagonista, non sono riuscita a ricollegarmi al finale delle due stagioni originali come avrei creduto, il ritorno a Twin Peaks non è un vero e proprio ritorno perché ci finiamo solo saltuariamente e vediamo qua e là facce note intente nei loro affari quotidiani, ignare (così come lo erano ai tempi della morte di Laura Palmer) del sottotesto problematico della cittadina. Sembra esserci ancora stasi nell’atmosfera ovattata di Twin Peaks, quella stessa stasi che ha portato alla tragedia della famiglia Palmer e, in seguito, alla rivelazione sulla presenza malvagia di Bob nella cittadina.

 

Quelli che vediamo sono squarci nella quotidianità di Twin Peaks che a me personalmente sono risultati più come fanservice che come vere e proprie parti portanti della trama… almeno finora. Alcuni dei fili intrecciati nei primissimi episodi del revival stanno cominciando ad annodarsi, aprendoci uno spiraglio di comprensione su alcuni dei misteri su cui si sta incentrando questa trama orizzontale (ma si può davvero parlare di trama orizzontale?). Ad esempio il cadavere senza testa, nel cui stomaco viene rinvenuto un anello di Dougie e che ora sembrerebbe avere le stesse impronte del Maggiore Briggs, scomparso e di cui, casualmente, vediamo la testa fluttuante nel terzo episodio (coincidenze? Io non credo…). Eppure il corpo dimostra un’età che non corrisponde a quella che dovrebbe avere il Maggiore, si potrebbe presumere che sia stato in un luogo in cui il tempo ha un flusso diverso, ma perfino per chi è intrappolato nella Loggia Nera abbiamo prova che il tempo passa (esempi lampanti Cooper e Laura, ovviamente anche per esigenze di copione visto che gli attori sono invecchiati).

In definitiva siamo di fronte a un Twin Peaks che senz’altro non è il Twin Peaks che ci ricordavamo, quella che si respira in questo revival è un’atmosfera più lynchiana in generale. C’è un’autoreferenzialità di fondo che lascia poco spazio allo spettatore casuale, secondo il mio modesto parere: non si tratta solo di aver gradito o meno la serie, ma di apprezzare o meno il lavoro di Lynch in generale, perché i richiami ad altre sue opere sono molti e disseminati ovunque.

Figurati noi…!

All’epoca avevo amato Twin Peaks per via di quell’alone di mistero misto ad altri generi come il procedural e perfino la soap, con un tocco di ironia e di quel caratteristico umorismo grottesco che, per esempio, non ho colto in Fire Walk With Me. Qui mi ero quasi detta che stavamo tornando sulla vecchia strada nell’episodio del ritrovamento del cadavere, con la vicina di casa di Ruth che era tutta un programma, e con le piccole parentesi a Twin Peaks dedicate a Lucy, Andy e Hawk (“It’s not about the bunny!”), ma a farla da padrone invece continua a essere un’atmosfera più dark che però si distanzia pure da FWWM e punta dritto ad altre pellicole di Lynch (senza contare le sue opere “statiche” come la fotografia ad esempio, una volta sono stata a una sua mostra che ho totalmente rivisto nell’intera sezione in bianco e nero negli anni ’40 dell’ultimo episodio).

Quindi diciamo che se quello che mi aspettavo fosse stato un semplice ritorno alle origini, a smentirmi è arrivato Lynch stesso con un’impronta prepotentemente personale, con il suo sperimentalismo visivo e sonoro, con quei frame e quei suoni frammentati e ripetuti, con quelle sequenze che ti ipnotizzano perché non sai esattamente cosa stai guardando, con i personaggi inquietanti, i colori intensi, le nenie che ti entrano in testa e ti martellano e le trovate disturbanti che ti lasciano a metà tra la standing ovation con tanto di urla al capolavoro visionario e il tirare il telecomando alla televisione perché cavolo anche la metà bastava. Lynch crea su schermo quello che la mente potrebbe produrre in un sogno, fuori dal controllo della ragione, e se l’inizio del terzo episodio era già stato un perfetto esempio di quello che avremmo dovuto aspettarci dal resto della stagione in quanto a linearità, l’ottavo ha decisamente rincarato la dose.

  

A sottolineare ulteriormente che rimanere ancorati al passato non è mai un bene arrivano pure riferimenti metatestuali come, ad esempio, il personaggio di Lucy, che nel corso di questi primi episodi è passata dal generarmi insofferenza (perché ok, sia lei che Andy non sono mai state grosse cime di acume, anche in passato, ma qua si sfiora la demenza senile e il rincoglionimento più abissale) a darmi pena, nel momento in cui ho cominciato ad accorgermi che forse i suoi atteggiamenti non sono solo un’esagerazione della sua semplice indole, ma probabilmente qualcosa di più sinistro, forse addirittura la conseguenza di un forte trauma. Il dubbio mi è venuto nel vedere la pacatezza con cui Andy prova a spiegarle cosa sia un cellulare dopo quella reazione alquanto esasperata nel vedere l’ALTRO Sceriffo Truman entrare in centrale, mentre lei gli stava parlando al telefono: vederla cadere dalla sedia mi ha scatenato il facepalm automatico, ma la reazione di Andy e quel tono quasi rassegnato, come se si trattasse di una discussione avuta più volte ma con la consapevolezza che non sarà l’ultima, mi ha dato da pensare che forse a Lucy è successo qualcosa di veramente brutto, qualcosa che potrebbe anche avere a che fare con il figlio (Dio, quell’altra sequenza: Wally Brando che si esprime come se avesse un copione davanti e lo Sceriffo che se lo guarda con la stessa identica espressione che avevo io davanti allo scherzo, della serie “ci fa o ci è?”… Ma magari c’è dell’altro sotto che non abbiamo ancora avuto modo di scoprire).

What the f… ?!?

Alla centrale di Twin Peaks avvengono anche alcuni dei passaggi più interessanti della trama lineare (forse questo è il termine giusto: non parliamo di orizzontale e verticale qua, ma di lineare e visionario) di questo revival, come le indagini di Hawk dettate da una Signora Ceppo malata e costretta in casa (come la sua attrice al tempo delle riprese), che suggerisce enigmi per portarlo a svelare il mistero di Cooper. La rivelazione che quello che hanno visto uscire dalla Loggia Nera con Annie per poi scomparire nel nulla tutti quegli anni fa non è il vero Cooper raggiunge Hawk e alcuni dei nostri esponenti preferiti dell’FBI quasi in contemporanea: Gordon Cole (sempre sordo) e Albert Rosenfield (sempre tosto, ma meno rompicazzi) incontrano doppel-Cooper, tenuto prigioniero in un carcere federale dopo un incidente stradale, e capiscono subito di non trovarsi davanti al loro vero collega scomparso. A darne ulteriore conferma è –wait for itDIANE!!! Quindi esiste! Ok, l’avevo sospettato quando ho letto che era stata ingaggiata un’attrice per interpretarla in alcune scene di FWWM poi mai girate, ma vederla dal vivo fa decisamente la sua porca figura… anche se il caschetto platino fa molto parrucca da sexy shop, Laura Dern mantiene comunque un certo contegno in scena. Il loro incontro avviene in quello che è finora uno degli episodi che ho preferito, il settimo: Hawk che sembra sbrogliare la matassa del caso Cooper dopo aver ritrovato le pagine mancanti del diario di Laura Palmer, strappate da Leland/Bob in FWWM; un apparentemente inutile siparietto di Ben Horne che “sente le voci” al Great Northern ma che personalmente mi ha fatto rivenire in mente Pete che sente la presenza di Josie nell’albergo in cui era morta (e quella teoria di qualche anno fa che nel mondo di Twin Peaks il legno sia una specie di tramite per presenze ultraterrene, v. la Signora Ceppo); la reazione felina di Dougie all’aggressione (Cooper sei ancora lì? Lo so che ci sei, vieni fuori!); la rivelazione delle impronte digitali di doppel-Cooper speculari rispetto al vero Cooper e il suo confronto con Diane, sempre con quello stesso tono rallentato e grave che aveva usato anche con Gordon e Albert e che ricorda molto l’esprimersi al contrario tipico degli abitanti della Loggia Nera.

Un altro episodio che mi è personalmente piaciuto molto è stato il quarto, in cui ritroviamo vecchie glorie come Bobby (che all’epoca era il mio secondo amore manco tanto segreto, sebbene Cooper la facesse comunque da padrone in quanto a figaggine… e diciamo pure che, capello bianco a parte, Dana Ashbrook l’è ancora un bel’om) e in cui sentiamo risuonare prepotentemente il Laura’s Theme, e in un attimo siamo di nuovo nella serie originale. Il momento della commozione istantanea al solo vedere la foto della sua fidanzatina del liceo dopo vent’anni e passa trasuda un po’ melodramma da soap argentina, però la vena nostalgica della scena si fa perdonare tutto. Inoltre questo è l’episodio in cui scopriamo di più del background di Dougie, nei panni di cui al momento si trova Cooper (anche la storia del “clone” fabbricato da doppel-Cooper è intrigante di per sé, ho apprezzato molto il particolare della parola manufactured usata da Mike e soprattutto il senso di foreshadowing dato dal fatto che un triplo Cooper è stato riportato alla Loggia al posto del vero bad Cooper, ma il Cooper buono è stato comunque rilasciato, e ora uno dei due deve morire… rivelazione fatta a un Cooper che al momento non capisce neanche l’istinto di andare in bagno, tanto per far capire in mano a chi stiamo). Dopo un minutaggio fin troppo esteso su Mr. Jackpot e il suo “hellooo-oooo-oooo” che è già fonte di meme, andiamo a casa di Dougie e conosciamo la sua famiglia, in particolare la moglie (Naomi Watts) che è una soccer mom con una tenacia di ferro, ma che in diversi giorni da quando le è ricomparso a casa il marito chiaramente in stato confusionale non ha ancora pensato di rivolgersi a uno bravo… viene da chiedersi a cosa fosse abituata con il vero Dougie, forse pure lui non era proprio il primo della classe.

Ora quindi attendiamo fiduciosi che l’evolversi delle vicende “brings back some memories”, com’era il titolo della quarta parte, restituendo a Cooper la personalità persa quando è tornato nel nostro mondo, perché se poteva essere buffo all’inizio vederlo muoversi come un bradipo e ripetere le parole e i gesti che gli vengono detti, ora sta diventando alquanto penoso. E poi nell’arco della seconda metà di stagione assisteremo di certo a una resa dei conti, non solo tra i due Cooper ma forse in maniera più ampia tra forze benevole e forze del male.

E veniamo così a questo discusso ottavo episodio, in cui sembra proprio esserci “la genesi del male” (anche qui, spero di non aver sovrainterpretato, ma l’esplosione nucleare seguita da una figura che vomita roba in mezzo a cui appare un globo con il faccione di Bob sembra non lasciare molto spazio a interpretazioni diverse). Un episodio in cui si concentrano alcuni di quelli che ho quasi timore a chiamare “difetti” del revival, e che quindi chiamerò “punti interrogativi”: l’enorme minutaggio destinato a scene apparentemente inutili (davvero lo scorso episodio sono stata più di 5 minuti a guardare un tizio che spazza alla Roadhouse?) e alla promozione di band strafighe che per qualche motivo vanno a suonare in quel buco di Twin Peaks (no, vabbè, l’esibizione dei Nine Inch Nails a un certo punto l’ho mandata avanti perché questo era l’ultimo episodio prima della pausa e DOVEVA esserci qualcosa di grosso in agguato più avanti, non potevo aspettare). A metà episodio, a parte circa cinque minuti introduttivi su doppel-Cooper evaso, ucciso dall’ex-compare, ma poi risuscitato da misteriosi spiriti-barboni e la già nominata esibizione che per un attimo mi sono chiesta se non stessi guardando gli ultimi minuti di un qualsiasi episodio del Tonight Show, a dominare è qualcosa di perlopiù astratto, a partire dalla già menzionata lunga sequenza di un’esplosione atomica nel deserto del New Mexico (ci sarà qualche collegamento con la famosa foto nello studio di Gordon?).

  

Passiamo poi in quella che potrebbe essere la Loggia Bianca, dove il Gigante assiste alla “nascita” di Bob e produce un globo dorato (che ricorda vagamente la biglia dorata di Dougie) in cui vediamo… il viso di Laura? Che quindi la ragazza sia stata creata come una specie di forza opposta a quella di Bob? D’altronde è stato spesso ripetuto in passato come fosse forte e resistente alla possessione del demone.
Quello che ancora non mi è chiaro (come se il resto lo fosse invece) è quale sia la connessione di questi “uomini neri” con l’“uovo” da cui esce la larva schifosa: sembrano raggiungere la Terra in concomitanza, uno di loro si dedica a spappolare crani e a mandare una frase a ripetizione in radio che manda tutti in trance e fa sì che la suddetta larva schifosa entri in una ragazzina che avevamo visto due minuti prima. E si tratta degli stessi che hanno resuscitato doppel-Cooper, quindi a occhio e croce non proprio entità benevole. La mia ipotesi è quindi che l’uovo sia l’embrione di Bob che va a incubarsi nella ragazza (che è quindi “sua madre”, o la prima vittima della sua possessione, a seconda di come vogliate leggerla).

 

In un mare di occhi sgranati e interrogativi, una cosa per me è certa: non vale la pena sprecare soldi per droghe allucinogene finché c’è Lynch il Twin Peaks visto finora non sta rispondendo a tutte le domande lasciate aperte dal finale della seconda stagione, che speravo sarebbero state affrontate quanto prima, o se lo sta facendo si sta decisamente prendendo il suo tempo e ha deciso di arrivarci per strade contorte… non che ciò sia necessariamente un male, come detto adagiarsi nel passato non è sempre una buona idea, ma personalmente mi sento ancora persa in questo universo familiare eppure così diverso, con nuove storyline e personaggi a cercare di arpionare il nostro interesse, ma con quell’enorme fardello del cult che la serie è stata ai tempi della sua prima messa in onda a creare il primo ostacolo alla riuscita di questo esperimento.

Finora direi che l’accettazione di star guardando un prodotto diverso, cambiato per forza di cose dal passare del tempo, e soprattutto di non doversi fare troppe domande finché si è ancora in corsa, si sta rivelando l’approccio migliore.

Be like Dougie in Fairyland!

Note sparse:
No, anzi, solo una: dov’è Audrey?? Ne sentiamo parlare dal dottor Hayward, sappiamo che ha passato molto tempo in coma, ma ora? Abbiamo già rivisto gran parte dei volti noti, tra cui un James (che ha bisogno di Shelley per dirci che “è ancora cool”) e… beh, Shelley che appare a intermittenza quasi più di Cooper, ma che Lynch ami la Amick è forse il più grosso segreto di Pulcinella della serie.
I miei sensi di ragno si sono attivati quando ho notato che il nuovo ragazzaccio del posto (attenzione, fuma vicino al cartello “Non fumare”, è proprio un cattivone!) viene menzionato nei titoli di coda come tale Richard Horne. È praticamente l’unico motivo per cui mi è interessata una micro-cippola dell’incidente da lui causato (non per l’incidente in sé, che visivamente ed emotivamente parlando è stato straziante, ma per il fatto che sia capitato a lui, personaggio che al momento mi suscita lo stesso grado di coinvolgimento di Eugene di TWD).
E già che parliamo dell’incidente, qualcuno mi illumini: ad assistervi c’è il personaggio di Harry Dean Stanton di cui non ricordo assolutamente il nome, comunque il proprietario del campo di roulotte dove abitava anche Theresa Banks. È passato del tempo da quando ho visto FWWM, ma la cittadina non era bella lontana? Che ci è arrivato a fare Richard laggiù? O era solo una scusa per ributtare in mezzo Harry Dean Stanton perché sì?

Buon resto dell’estate gente, non arrovellatevi troppo il cervello e ci si risente a fine stagione per un commento finale (spero più ordinato!).

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