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Recensioni Tutankhamun

Tutankhamun | Recensione Episodi 1 e 2

Benvenuti in Egitto, terra millenaria, Patria di alcuni dei più grandi tesori dell’umanità, di una delle più grandi e affascinanti antiche civiltà: quella dell’Antico Egitto, ovviamente, protrattasi per migliaia di anni attraverso quattro grandi periodi (parentesi transitorie a parte, come quella dell’invasione degli Hyksos), ovvero Antico, Medio e Nuovo Regno ed Età Tarda, che poi ha lasciato spazio all’Egitto tolemaico. Una civiltà che ha mantenuto una sorta di indipendenza persino nei confronti della potente Roma, fino a Ottaviano Augusto. Civiltà dall’organizzazione della società incredibilmente avanzata e civile (scusate il gioco di parole), nonché ricca, in cui le donne avevano posizioni di grande rilevanza, e dalla religione e dalle tradizioni complesse e stratificate, il cui apice era rappresentato da Maat, ovvero l’ordine.
L’Antico Egitto suscita da circa due secoli tanta passione forse perché i suoi esponenti, grandi Faraoni e Regine come la normale popolazione, presero una terra di per sé tendenzialmente inospitale, essendo quasi del tutto desertica (il Sahara orientale occupa buona parte del Paese ed era così già allora, infatti la zona fertile, delta del Nilo a parte, si è sempre estesa per pochissimi chilometri a est e ovest del fiume) e, sfruttando appieno ciò che il sacro Nilo dava loro, l’hanno resa un gioiello di ricchezza e bellezza, in quanto l’Egitto era un dono fatto loro dagli Dei.
Si dice che durante la campagna d’Egitto, Napoleone, dinanzi alle Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, abbia invitato i suoi uomini a comportarsi con onore, perché duemila anni di storia erano lì a guardarli (in verità più di duemila anni). E, soprattutto, c’è un famosissimo detto nato grazie a questa civiltà: “L’uomo ha paura del Tempo, ma il Tempo ha paura delle Piramidi”.
L’Egitto è un gioiello di Storia e di certo il deserto nasconde ancora molto di tutta quella ricchezza archeologica, ma una delle scoperte più sensazionali dell’ultimo secolo, anzi, degli ultimi due, è avvenuta proprio lì: la scoperta della tomba del Faraone Tutankhamon, della XVIII dinastia, morto a soli diciotto anni. Quando fu trovata, la tomba era praticamente intatta e, soprattutto, non saccheggiata (triste fato che ha investito quasi tutte le altre tombe reali, cosa che impedisce all’umanità di godere di quei tesori nei musei del mondo).
E proprio di questo parla “Tutankhamun”, miniserie ITV che segue “Victoria”, ovvero della scoperta della tomba nel 1922, grazie all’egittologo britannico Howard Carter. Una scoperta epocale, quella di Carter, non solo perché la tomba, per quanto non proprio inviolata, custodiva ancora tutti i tesori sepolti col Faraone (circa duemila reperti), ma soprattutto perché rivelò che il deserto nascondeva ancora molto. Ed è ancora così.

E così, Syl ed io (Sam) abbiamo deciso di parlarvi di questa miniserie e di portarvi un po’ in giro con noi per l’Egitto di un secolo fa.
Prima di tutto una precisazione: se a qualcuno dovesse venire in mente “Ma non è come ‘La Mummia’!”, beh, certo che no, “La Mummia” è un film divertente, ma altresì del tutto errato sotto un punto di vista storico (e non parlo di licenze qui e là, è proprio TUTTO sbagliato). “Tutankhamun” si prende delle licenze, ma segue generalmente gli eventi storici.

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Non posso certamente affermare di essere esperta di Antico Egitto come Sam (che ascolterei parlare per ore) ma quando mi ha detto che ITV avrebbe mandato in onda una serie sulla scoperta della tomba di Tutankhamon, sapevo di non potermela perdere per nessun motivo al mondo: un telefilm britannico (basterebbe già solo questo), l’Egitto degli inizi del Novecento, archeologia, tombe e Faraoni. E, sopra ogni cosa, la magnificenza del deserto.

“This is Egypt. Everything here is different”

Pur essendo partita con enormi aspettative, le prime due puntate di “Tutankhamun” non mi hanno affatto delusa. Ha al suo interno tutti gli ingredienti adatti a renderlo un prodotto molto intrigante, compreso il fatto di non essersi discostato troppo dalla veridicità storica, cosa che, per me, ha sempre un valore aggiunto.
Già nei primi minuti veniamo a contatto con la passione travolgente e l’insopprimibile entusiasmo del protagonista, Howard Carter, con il quale si crea immediatamente un legame empatico che ci fa schierare sempre dalla sua parte, no matter what. Nonostante sia un uomo a cui viene rimproverato di essere troppo brusco, inadatto alla vita conviviale e inesperto di relazioni umane, i suoi occhi brillano di un fuoco che non si spegne mai e che è in grado di trasmettere a chi gli sta intorno, soprattutto a noi. Vive l’archeologia di cuore e di pancia e arde di febbre di avventura, che contagia anche noi.
Il brivido della scoperta di un manufatto di cui nessuno sa interpretare l’iscrizione, e quindi l’importanza, è suo quanto nostro e ci ripaga di lunghe giornate (mesi, stagioni) di scavi infruttuosi e deprimenti. E questo perché il fascino dell’archeologia (per me, che sono inesperta) risiede anche e soprattutto nella fatica, nella pazienza, nella testardaggine di chi va avanti a credere a un sogno, a una scommessa azzardata, mosso in ultimo solo da convinzione personale che va oltre le basi razionali. L’archeologia non è fatta solo di calcoli e mappature. O, almeno, non lo era a quei tempi. Bisogna anche crederci senza vacillare mai, è la lezione che impariamo da Carter.
E quando alla fine si trova qualcosa, quando il passato riconsegna ai più tenaci, temerari e fortunati, i suoi tesori nascosti, l’euforia è dilagante, che si tratti del gradino di un ingresso, o di un manufatto con inciso il nome del faraone.
Intorno al mondo ovattato e distante dalla realtà degli scavi archeologici, la Storia prosegue con le sue inesorabili attività mondane, che qualche volta, sfortunatamente, hanno un impatto anche su quello che ci sta più a cuore: guerre, instabilità politica, mancanza di fondi, popolazione locale poco amichevole con gli Inglesi che non levano le tende, tutto influenza negativamente i progetti di Carter, ma niente è in grado di fermarlo, anzi, per lui ogni avversità è uno sprone per proseguire dritto verso il suo obbiettivo, facendolo apparire a metà tra un eroe e un folle che spreca tempo e risorse dietro a una chimera. È quello che, invariabilmente, si sente ripetere senza un attimo di tregua da chiunque incroci la sua strada: “Non c’è niente, Carter. Lo dicono archeologi molto più esperti di te. Abbiamo già trovato tutto. Figurati se il deserto nasconde tesori. Sei solo un visionario”.
Ora, dal momento che si era ai primi anni del Novecento e l’archeologia si era appena sviluppata in modo serio e che voi saputelli non sapevate nemmeno chi fosse Tutankhamon, potete fare la cortesia di fare silenzio e farlo lavorare? Ogni volta che viene iniettato il solito pessimismo sulla sua “missione” mi viene voglia di scorticarmi la pelle.

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Discostandosi un po’ dal rigore storico, la serie inserisce anche il classico triangolo amoroso, immagino perché convinti di rendere le vicende più interessanti e gradevoli per il pubblico. Nella prima puntata ho trovato sia l’americana impiegata del MET, Maggie, che la figlia del mecenate, Evelyn, insopportabili e petulanti. Per conto mio potevano andarsene tutte a casa. Ho trovato, invece, molto migliorata Evelyn nel secondo episodio, quando è tornata in Egitto dopo la guerra equipaggiata di quell’ardore e ardimento che la rendono molto simile a Carter, di cui condivide la passione per la storia, per l’Egitto e le missioni azzardate. Al momento è lei la vincitrice del duello e io ne sono molto felice, perché la povera Maggie, con i suoi tentativi normalizzanti e stabilizzanti, è stata capace solo di rendersi molto noiosa. Quantomeno, ai miei occhi.
Non credo invece che a Carter interessi poi molto delle donne che gli stanno intorno. Mi piace moltissimo il suo essere tanto preparato ed esperto di archeologia, che “sente”, ancora prima di averla studiata e conosciuta, e così inadatto in ogni altra circostanza sociale. Inspiegabilmente, questa sua goffaggine e incapacità di “stare al mondo secondo le convenzioni correnti” mi fanno schierare dalla sua parte senza nemmeno pensarci. Forse il motivo è anche dato dal fatto che non si rende conto che quello che lo rende così diverso dagli altri è il segno della genialità, nonostante lo faccia sentire a tratti escluso. E questo lo preserva dall’essere arrogante e insopportabile.
Amo la fotografia, la scenografia, amo le riprese nel deserto di questo telefilm ben equilibrato tra Storia, avventura, passioni, ostacoli, sconfitte e vittorie. Mi sento di consigliarlo a tutti. E adesso non vedo l’ora di continuare e di scoprire finalmente la tomba del Faraone-bambino!

– Syl

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Partiamo da un presupposto: nonostante gli amici mi abbiano usato come giuda al Museo Egizio di Torino (la mia città), non sono esperta come dice Syl, semplicemente appassionata sin da quando ero bambina. Magari fossi un’esperta. Magari.
Detto ciò, un’altra precisazione.
La serie non è senza difetti.
Innanzi tutto, Max Irons fisicamente non è molto credibile nei panni di un uomo di quasi cinquant’anni (Howard Carter nacque nel 1874, la tomba fu scoperta nel novembre del 1922). Max Irons è giovane e aitante, Carter non era proprio così. Ci sono, inoltre, implicazioni amorose non proprio necessarie, per quanto il creatore della serie abbia spiegato di averle tratte dalla corrispondenza intercorsa tra le due persone.
Soprattutto, però, il passare del tempo non è ben scandito. La serie inizia nel 1905, poi appare una scritta che indica che sono passati due anni (quindi si è nel 1907), ma alla fine del primo episodio ci si trova allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e niente ha sottolineato il passaggio di ben sette anni. Nel secondo episodio è praticamente lo stesso, all’inizio di esso la guerra è ancora in corso, per quanto agli sgoccioli, poi finisce e quindi si è nel 1918-1919, ma alla fine della puntata viene scoperto il primo gradino della scala (che dovrebbe essere quella dell’agognata tomba del Faraone) e, dunque, si è nel 1922 e di nuovo niente ha sottolineato il passaggio dei tre anni (almeno).

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Gli aspetti positivi, di contro, sono tanti.
In primo luogo, l’interpretazione di tutti è favolosa e ovviamente spicca Max Irons, che è assolutamente convincente sotto questo aspetto (gli interpreti, peraltro, sono piuttosto noti: Sam Neill, Jonathan Aris… ), la regia è favolosa, la fotografia, le scenografie e i costumi sono bellissimi. Bellissimi.

Entrambi gli episodi trasmessi sinora, inoltre, mostrano importanti spaccati di Storia, non solo da un punto di vista archeologico, ma anche per gli eventi svoltisi in quegli anni, ovvero la Prima Guerra Mondiale, la situazione egiziana dell’inizio del ‘900, con il Paese ancora sotto la dominazione britannica e i moti di ribellione (non pacifica) che questo causò, uno spaccato della cultura egiziana (con scene semplici come la cucina o il ricevere ospiti da parte di alcuni degli uomini che lavoravano sotto Carter), la lingua araba (che è sempre affascinante).

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Grazie alla serie abbiamo modo di assistere a una rappresentazione della società britannica dell’epoca e del loro modo di vivere e affrontare le situazioni, per alcuni tratti forse bizzarro ma di certo ammirevole (non sotto il profilo della dominazione, ovvio), visto che riuscivano a creare piccoli “angoli” di tradizione, savoir faire ed eleganza ovunque, anche in mezzo al deserto, come dimostra quella sorta di “albergo” che rappresenta la loro base e il loro rifugio.
Così come viene mostrata la vicinanza che spesso si creava tra gli archeologi e gli uomini che lavoravano per loro, proprio grazie allo scavare in mezzo a un deserto pericolosissimo, al rischiare la vita sotto un sole che definire cocente è un eufemismo, in mezzo ad animali il cui veleno era (e ancora può essere) sinonimo di morte certa e dolorosa, e nondimeno al condividere le gioie e le delusioni per quel lavoro così faticoso (e pericoloso, non solo per il deserto, ma perché molte tombe, molti cunicoli erano, e sono ancora, soggetti a crolli e potevano uccidere coloro che vi entravano, oppure per l’aria, spesso infestata di germi vari), eppure così importante per l’umanità intera.

TUT

E quindi, arriviamo proprio al nocciolo della questione. La passione archeologica e, in particolare, per l’egittologia, per la storia di questa grandissima civiltà.
Quando dicevo che Max Irons spicca in questo ruolo, mi riferivo proprio a questo. Nei panni di Howard Carter, egli permette agli spettatori di sentire, quasi di toccare la passione di quest’uomo per il suo lavoro, per quella parte della Storia dell’umanità, la sua fame di sapere, conoscere, scoprire ciò che ancora non sa, svelare tutti gli aspetti di quella civiltà, affinché il mondo possa conoscerli.
Nel primo episodio si assiste a un’affermazione non solo rivelatasi del tutto errata, ma davvero arrogante, soprattutto a quei tempi: viene detto, infatti, che nella Valle dei Re (così chiamata in quanto sede principale delle sepolture dei Faraoni) non c’è più niente da scoprire.
Ora, credere, da parte di tutte quelle illustri personalità, che migliaia di anni di Storia fossero stati tutti scoperti dopo un periodo relativamente breve di scavi archeologici era a dir poco assurdo (ancora oggi, infatti, si scoprono tombe importanti, se non reali, comunque di personaggi illustri).
Quindi la testardaggine, la passione, la fede, il coraggio di Howard Carter, la sua sete di conoscenza sono a dir poco non solo ammirabili, ma meravigliosi da vedere, perché se non fosse stato per lui, che ha dato nuova linfa agli scavi, molto sarebbe andato forse perduto o non sarebbe stato scoperto e noi non avremmo potuto goderne.
Uno dei momenti più belli del primo episodio è la scoperta della coppa del giovanissimo Faraone, di uno splendido color turchese (che a me ha ricordato Pi Ramses, capitale del Regno sotto i sovrani Ramessidi, che si dice fosse di color turchese), la quale dà origine alle deduzioni che porteranno Howard Carter a capire che la tomba di Tutankhamun è lì, ancora da scoprire.
Questi sono altri punti di forza della miniserie: sentire il racconto, per quanto in breve, di quei sovrani, delle loro vite, delle loro scelte, delle evoluzioni della società egizia sotto i vari Faraoni del periodo è meraviglioso.
E, dinanzi allo stupore di una giovane donna per il racconto della vita della Regina-Faraone Hatshepsut, la risposta è la più semplice e rappresentativa che possa esistere: “This is Egypt. Everything here is different.”
Una frase di una semplicità disarmante, ma di una correttezza incredibile: tutto era diverso nella sacra terra d’Egitto.

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Tutto ciò fa sì che, nonostante si sappia come “andrà a finire” (visto che tutti, anche chi, a differenza di me, non è appassionato, sa bene quale fu la sua scoperta), gli spettatori avvertano il suo stesso bisogno di andare avanti con gli scavi, la sua brama di scoprire, la necessità quasi fisica di farlo, e che non vedano l’ora di arrivare a quel momento (e ci siamo quasi, se quello scalino è LO SCALINO). O forse è proprio perché si sa che si avverte tutto questo.

Consiglio caldamente la serie a tutti coloro che amano le ambientazioni storiche. Nonostante le licenze e qualche difetto, non sarete delusi, ha tutto: bellezza visiva e il fascino della scoperta.

– Sam

Ci rivediamo per un commento finale tra un paio di settimane!

 

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