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Rubriche & Esclusive Troy - Fall of City

Troy – Fall of a City | Un’occasione persa ma non del tutto

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Quando scorri il catalogo di Netflix alla ricerca di cose nuove da guardare – ignorando bellamente tutta la lista che hai depositato da qualche parte e che ora non hai l’energia di recuperare – e ti imbatti in una nuova serie tv dedicata all’Iliade, il piccolo storico/amante delle belle storie che c’è in te si risveglia e spinto dalla curiosità per l’ennesima trasposizione del classico, inizia a guardare questo nuovo prodotto BBC (quindi gente seria, uno crede). Peccato che il mattino dopo ti ritrovi a scrivere questo:

E poi ritrovarsi la sera stessa a continuare detta serie tv perché, diciamoci la verità, vuoi proprio disperatamente capire quali altre diavolerie tireranno fuori dal cilindro.

Rendere sullo schermo un POEMA nel senso letterario della parola è un’impresa ardua per cui non ho preteso assolutamente di ritrovarmi davanti ad una trasposizione fedele dell’Iliade ma diciamo che come tentativo di raccontare la storia della caduta di Troia, avrebbero potuto fare meglio.

La serie ha infatti di per sé alcuni punti decisamente discutibili:

  1. L’eccessivo focus sulla love story fra Paride (scusate, Alessandro) ed Elena. Premettendo che Elena dovrebbe essere la donna più bella del mondo e invece compare sulla scena che sembra una faraona pronta alla cottura in un abito ABOMINEVOLE, la vicenda dei due occupa decisamente troppi minuti rispetto alla trama generale e se lo scopo era renderci empatici nei loro confronti non lo raggiunge, Elena soprattutto, costantemente divisa fra la donna convinta di avercela solo lei e la martire che trova ingiusto che tutti la odino.
  2. Una sceneggiatura che sfiora la banalità soprattutto in certi frangenti che avrebbero richiesto un maggiore approfondimento. Ad esempio, la rivelazione iniziale sulla vera identità di Paride, che accade tutta nella prima metà della puntata: il ragazzo passa dal fare sesso selvaggio nei campi allo sfidare nobiluomini sulla spiaggia fino a seguirli in città e scoprire di essere il figlio abbandonato del Re Priamo, senza che ci venga dato il minimo accenno su chi, perché, come e soprattutto cosa si stesse pensando in quei momenti. Senza dimenticare l’episodio del Pomo della Discordia, che passa quasi in secondo piano quando è in realtà il motore degli eventi.
  3. (Più un problema mio che oggettivamente accettabile, immagino) In quanto storica ho trovato aberrante l’uso del termine “Greci” per indicare Agamennone e soci: la Grecia nemmeno esisteva, nell’Iliade li si chiama Achei e come hanno imparato a pronunciare Mirmidoni, avrebbero potuto applicarsi per pronunciare anche Achei.
  4. I numerosi punti morti all’interno della narrazione: ogni tanto la distrazione ha fatto da sovrana, segno che non sempre il ritmo sia stato all’altezza delle vicende narrate.
  5. Il tentativo fallito di introdurre le figure degli déi: chi conosce la mitologia greca e i poemi omerici (fosse anche solo per retaggio scolastico) sa che gli uomini non hanno libertà di scelta se questa va contro la volontà divina e che per gli déi dell’Olimpo, gli esseri umani sono solo marionette con cui divertirsi. Se da un lato è pregevole la comparsa di Zeus e Soci sulla scena in più di un’occasione, non si è voluto poi andare fino in fondo ed evidenziare pienamente il loro coinvolgimento nella caduta di Troia. Ad esempio, solo un conoscitore della mitologia sa che ciascuno dei comandanti Achei pagherà care le crudeltà perpetrate a Troia proprio per punizione divina, o anche, nessuno degli déi viene presentato come effettivamente crudele e disinteressato dalle vicende: la vera guerra era fra gli déi che usavano gli uomini come marionette.
  6. IL CASTING. Fra turchi (i troiani erano turchi!) interpretati da attori britannici e australiani (a quanto pare basta un po’ di eye liner e si diventa turchi) e Achille, Mirmidoni, Nestore e Enea scelti fra attori di colore, il casting fa un po’ piangere in greco. Se è vero che realizzare un cast che sia perfettamente coerente con l’origine geografica dei personaggi – in un’epoca in cui non ci si muoveva così tanto – è sicuramente un’impresa ardua, è anche vero che Paride è troppo australiano, Frances O’Connor è più british della Regina Elisabetta e vederla impersonare la regina Ecuba mi ha fatto uno strano effetto, stesso discorso per gli interpreti di Ettore ed Andromaca che dovrebbero essere molto più mediorientali di quanto una linea di matita nera possa trasformare. Mi rifiuto poi di pensare che Achille e i Mirmidoni siano stati raffigurati come guerrieri di origine africana per via dell’immaginario culturale che vuole i guerrieri delle tribù dell’Africa come dei crudeli soldati.

A livello di sceneggiatura dei personaggi, nel marasma generale, salverei senza ombra di dubbio, però, proprio la caratterizzazione di Achille e quella di Odisseo.

ACHILLE

Dopo l’iniziale sorpresa nel trovarmi davanti David Gyasi, devo ammettere che il suo Achille è stato assolutamente perfetto. Ogni singola scena ha saputo padroneggiarla con profondità e accurata conoscenza del personaggio, tanto da farmi dire senza ombra di dubbio che è il miglior Achille che io abbia visto. Gyasi è riuscito a cogliere la complessità di un personaggio dio fra gli uomini, il cui onore, tutto personale, era il focus della sua esistenza, il guerriero filosofo che guidava i suoi compagni ed era loro leale prima di qualunque cosa. Per cui, è vero, hanno scelto un Achille nero ma io vi dico che è più Achille lui di chiunque altro.

ODISSEO

Joseph Mawle – nel caso vi chiedeste chi sia, è lo zio Benjen di “Game of Thrones“- ha saputo presentare alla perfezione la lenta corruzione di un personaggio presentatoci come incorruttibile. Il multiforme ingegno – peccato per i pochi interventi di Atena che nel poema gli sussurra all’orecchio – passa in secondo piano in favore di un uomo che, stanco, si lascia lentamente trascinare nel baratro dai due comandanti in capo, arrivando a mentire ad Achille pur di giungere alla fine di un conflitto che lo stava tenendo lontano dalla sua isola e dalla sua amata Penelope. L’uomo energico e pieno di inventiva dei primi episodi/primi anni di guerra lascia lentamente il passo ad un uomo stanco della violenza e della guerra che vuole solo tornare a casa. Un uomo che si fa corrompere e che non è forte abbastanza per opporsi alle inumane decisioni dei suoi comandanti.

Infine, se c’è una cosa che salvo senza alcun dubbio, è l’odio che Agamennone e Menelao hanno saputo infondermi nei loro confronti; tanto che ho iniziato seriamente a rivedere la mia antipatia per Elena e Clitemnestra (mogli dei due) e per il destino violento che li avrebbe accolti in patria.

Insomma, Troy è stata un’occasione persa di realizzare un buon prodotto televisivo grazie al mezzo dello sceneggiato, che sicuramente concede maggiori comodità rispetto al ristretto minutaggio di un film. Peccato, perché hanno invece realizzato una brutta copia di una fiction di quarta categoria con dialoghi scritti malissimo, casting dubbio e sceneggiatura banale. 

E voi? Cosa ne pensate? Vi aspetto nei commenti.

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2 comments

TreAsterischi 19 aprile 2018 at 11:28

Beh, che questa roba potesse essere una ciofeca lo si intuiva già dal casting e dalle premesse… complimenti per aver avuto il fegato di cliccarci anche sopra! XD

Dopo aver visto i Mirmidoni di colore ho perso ogni speranza di attinenza storica, quindi pensare alla plausibilità di attori britannici e australiani con i popoli originali non mi ha proprio sfiorata ^^”
Anche perchè gli storici e gli archeologi si stanno tutt’ora interrogando sull’etnia di questi popoli: tecnicamente i Troiani dovrebbero essere indoeuropei, non Turchi, visto che gli Ottomani sono arrivati in quella zona solo nel medioevo, così come gli attuali “mediorientali” sono in realtà vicini ai popoli saraceni dell’anno 1000, che ai veri residenti dell’epoca (insomma, Fenici, Egizi, Sumeri, Ittiti… tutte etnie che non assomigliano più a quelle attuali)
Idem gli Achei: i greci attuali li vediamo dopo secoli di dominio turco-ottomano, ma di come fossero Mirmidoni e Micenei veramente ne sappiamo poco…
L’invasione dei Dori poi porterà ad una commistione del pool genetico non indifferente: tra le ipotesi si pensa che i Dori siano calati giù dal Danubio, quindi potevano avere origini slave…
D’altronde già nei poemi antichi ci vengono descritte divinità bionde o “dai cerueli occhi”, quindi un qualche contatto con popolazioni bionde gli Antichi Greci l’avranno avuto, no? XD

Ma vabbè, sto sproloquiando… sempre meglio fare un “volo pindarico” piuttosto che parlare di questa cafonata di Netflix, no? XD

Reply
The Lady and the Band
The Lady and the Band 19 aprile 2018 at 11:56

Ho guardato la serie per pura curiosità, consapevole che sarebbe stata una castroneria ma in fondo ero curiosa di vedere come l’avrebbero trasformata. Pretendere di vedere trasposta l’Iliade sarebbe stato assurdo per cui sono già partita dicendomi di allontanare qualunque pretesa di fedeltà al classico così da non avvelenare la mia valutazione della serie tv.
Storici e archeologi non hanno ancora ben capito come fossero esattamente i popoli dell’Acaia e della costa anatolica (anche perché i Dori non erano ancora scesi in territorio greco visto che esiste ancora Micene) e questo però permette a chi realizza film e serie tv di giocare proprio su questo dubbio per usare attori che secondo i loro canoni rispecchiano il personaggio.
E’ vero che gli attuali mediorientali non erano quelli dell’epoca (e di certo non mi aspettavo dei turchi nel vero senso della parola) ma è anche vero che secoli di colonizzazione modificano e diversificano la morfologia umana e che non per nulla si parla indoeuropei e non di soli europei. E’ più probabile che i troiani assomigliassero ai mediorientali attuali che non a britannici o nordici. Anche perché i commerci con l’Asia Minore erano maggiori rispetto a quelli col bacino del Mediterraneo verso Occidente per cui i rapporti econimici ma anche matrimoniali, fra le popolazioni che occupavano l’attuale Turchia e la zona asiatica erano più frequenti – e quindi latrici di una maggiore mescolanza genetica e caratteristiche fisiche differenti da quelle proposte dai responsabili del casting della serie tv in questione.
I rapporti fra costa turca e greca sicuramente c’erano (e lo testimonia una guerra fatta per via dello Stretto dei Dardanelli) ma dubito fossero di una frequenza tale da creare vere commistioni genetiche.
Insomma, nella mia recensione intendevo dire che il casting dei troiani era sbagliato quanto quello dei Mirmidoni perché se i secondi non possono essere di colore perché Achille è biondo, i primi non possono essere così pallidi perché per secoli hanno vissuto e convissuto in una zona geografica che biologicamente non lo rendeva possibile.
Poi, ognuno di noi guarda le serie tv che preferisce con le aspettative che preferisce e pretendere la fedeltà quando si va a toccare storia o letteratura antica è praticamente impossibile. Per questo non ho voluto soffermarmi più di tanto sulla trasposizione di per sé quanto su difetti più “seriali” come una sceneggiatura banale e puntate piene di momenti spenti oppure la scelta di privilegiare personaggi che non meritavano – narrativamente parlando – un grande approfondimento.

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