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This Is Us | Recensione 1×12 – The Big Day

Bentornati, fan di This Is Us!
A fine visione della puntata posso solo dire che spero che sempre più persone abbiano la fortuna, per caso o su consiglio di altri, di avvicinarsi a questo telefilm e lasciarsi catturare dalla sua incredibile bellezza.
Senza andare troppo per le lunghe e saltando la consueta introduzione su quanto sono meravigliosi tutti i personaggi perché lo diamo ormai per assodato, io in questo momento mi sento esattamente così.

E non sto a rimarcare per l’ennesima volta che è finita con me che singhiozzavo contro la mia volontà davanti allo schermo, avendo come sempre dimenticato di preparare fazzoletti e generi di conforto, quanto mai necessari per la consueta catarsi emotiva che settimanalmente affrontiamo, per trovarci alla fine arricchiti e quasi purificati.

Credo che questa sia stata la mia puntata preferita. E siccome stiamo parlando di un prodotto qualitativamente superiore, come dimostrano ascolti in crescita e nomination per premi di un certo spessore, non faccio un’affermazione del genere a cuor leggero. Ho amato questo episodio molto particolare, che non ha messo in scena la consueta alternanza tra la storia passata di Jack e Rebecca e quella attuale dei loro tre figli, ma si è concentrato in una sorta di “prequel” del giorno più importante delle loro vite, cioè la nascita del trio, e in cui è rimasta assente la versione adulta di Kevin, Kate e Randall.
Ho in realtà sempre desiderato che si facesse qualcosa del genere, perché il mio rimpianto più grande è quello di non poter seguire in modo “tradizionale” le vicende di Jack e Rebecca dal principio della storia andando avanti. Non che io mi lamenti dello schema narrativo scelto, che trovo sempre magistralmente eseguito da qualcuno che sa tenere saldamente in mano le fila dei vari piani temporali senza sbagliare un colpo. Diciamo che la mia idea sarebbe quella di avere centoventi stagioni già prestabilite e seguire cronologicamente l’INTERA epopea Pearson, senza tralasciare alcun dettaglio.
Dal momento che non è ovviamente possibile, ho particolarmente apprezzato l’improvviso cambio di direzione, che è arrivato del tutto inaspettato. Non c’era stato finora nessun segno premonitore che le cose sarebbero cambiate, tranne per il fatto che This Is Us ha sempre amato sorprenderci con twist improvvisi, non solo narrativi.

Uno dei motivi per cui aspettavo con grande entusiasmo la puntata odierna è l’averci anticipato già nel promo che avremmo di nuovo avuto la graditissima presenza del dottor K.
Ora, non sto a ripetere di nuovo quanto io mi sia rammaricata da settembre per il fatto che avessero introdotto una figura tanto interessante in un ruolo che giocoforza si sarebbe defilato subito. Potevo mai andare a pensare che ci sarebbe stata una storia specificatamente scritta e destinata al ginecologo capitato per caso nelle loro vite? Pensavo che il suo ruolo si sarebbe esaurito nel dare consigli saggi al giovane Jack distrutto dal dolore per la perdita di uno dei bambini e che al massimo sarebbe stato ricordato nelle loro preghiere.

Con mia grande gioia, il dottor K. Si è rivelato uno dei protagonisti assoluti in una puntata che ha proprio voluto approfondire la sua storia, finendo con il farcelo amare ancora di più. È un personaggio di incredibile spessore umano e grande integrità e, in qualche modo, rappresenta l’opposto di quel padre indegno e abusante con il quale Jack è stato costretto a crescere. Mi piace infinitamente la sua aria distinta, la sua professionalità e il suo umorismo un po’ burbero, ma sempre molto efficace. E, da oggi in avanti, anche la sua grande forza d’animo e, insieme, la sua fragilità.
È un uomo di altri tempi che, nel momento in cui lo incontriamo, sta facendo i conti con una perdita dolorosissima, quella della moglie molto amata: “She is my wife, she was my life”.
È una sofferenza che l’ha messo in ginocchio e che lui non ha ancora affrontato apertamente: ha solo tentato di sopravvivere, senza farsi distruggere, ma che non ha metabolizzato.
Data la sua età e la sua educazione, immagino che non sia facile per lui ammettere i propri sentimenti e raccontare apertamente le sue ferite, soprattutto a chi è più vicino a lui, come nel caso del figlio che ha ogni intenzione di aiutarlo, se pure in modo un po’ esitante e non molto incisivo, che ha come conseguenza quella di far irrigidire il vedovo, risoluto a rimanere attaccato al proprio lutto. Del resto la personalità forte e il carattere volitivo e fiero e l’assoluta convinzione di non voler nessun cambiamento, non permettono a nessuno di avvicinarlo con facilità.
Il dottor K non ha infatti nessuna intenzione di lasciare andare la sua adorata moglie. È aggrappato a una presenza tangibile che non è ancora ricordo, visto che lui si comporta e interagisce con la moglie come se fosse lì in carne e ossa ad ascoltarlo e rispondergli. I suoi oggetti da toeletta, i vestiti, la sedia a rotelle, perfino le medicine – simbolo del periodo più oscuro – sono ancora al loro posto, a significare il totale rifiuto di accettare le cose per come stanno e andare oltre.

Non che gliene si faccia una colpa, di fronte a un lutto di tale portata si può solo rispettosamente stare accanto senza pretendere di insegnare a nessuno come si debba reagire, per quanto si sappia che, a un certo punto, la vita vorrà/dovrà riprendere il sopravvento anche di fronte alla negazione più resistente e che per farlo servirà il coraggioso atto di decidere di fare spazio al nuovo, quando si sarà pronti, anche se all’inizio ci vorrà qualche sforzo e si percepirà tutto il disagio di doversi staccare da qualcosa di tanto famigliare e assurdamente consolatorio – se ci pensiamo – come la sofferenza.


Scopriamo proprio qui che il dottor K riuscirà a fare un passo in questa direzione, proprio grazie al suo incontro con un Jack distrutto tanto quanto lui da uno dei peggiori colpi che la vita può riservare. Abbiamo sempre pensato finora che fosse stato Jack a usufruire della saggezza e dell’umanità dell’uomo più anziano; in realtà è soprattutto vero il contrario. Nell’aiutare il prossimo, nelle vesti di Jack, il medico aiuta in primo luogo se stesso. Quelle che ha rivolto a Jack erano parole consolatorie di grande effetto, ma relegate per loro natura a un piano un po’ teorico. È sicuramente molto bella la metafora dei limoni da far diventare limonata, ma Jack fa un passo in più, quello che il dottor K non è ancora stato in grado di fare, cioè agisce nel concreto e mette in pratica i suoi consigli, riuscendo a convertire un’esperienza dolorosa in un atto altruistico, che non la rende vana, ma che, anzi, la glorifica. Non ha sofferto per niente, non si è lasciato defraudare dalla vita, per poi continuare a sentirsi in credito con essa, colmo di risentimento e amareggiato. Ha preso il dolore e l’ha trasfigurato, trasformandolo in Amore. L’ha fatto grazie alla sua capacità di prendere il brutto della vita e scegliere di non farsene dominare, così come l’aver avuto un padre del genere l’aveva indotto a diventare una persona migliore, invece di seguire il modello che gli era stato presentato come “normale”.
Quando diciamo che Jack è il miglior marito/padre/uomo che mondo non abbiamo nemmeno idee degli infiniti livelli di verità di questa affermazione.
Jack è un esempio per il dottor K, che capisce che non può rimanere attaccato alla moglie defunta nella modalità fin lì sperimentata, ma che è giusto invece andare avanti, anche come forma d’amore per se stesso, perché merita di essere nuovamente felice, anche se questo ovviamente non significa dimenticare, disinteressarsi o sminuire quello che è stato. Andare avanti non è un tradimento.
Sono quindi felice di averlo visto a cena con la signora che a me era peraltro piaciuta già dal supermercato e che mi pareva adattissima a lui.

La vicenda mi fa anche inevitabilmente pensare alla futura vedovanza di Rebecca. Lo so che è qualcosa che io per prima vivo mettendoci sopra l’etichetta di “negazione” e faccio esattamente quello che bisognerebbe smettere di fare, ma quando l’ho visto inginocchiato davanti alla tomba non ho potuto fare a meno di avere dolorosi flash di quanto sarebbe accaduto più in là negli anni (non sappiamo quanti), immaginandomi Rebecca al suo posto, a cercare di andare avanti e continuare a vivere, nonostante l’immensa perdita, per lei e i suoi figli.
Ora, è vero che non sappiamo nemmeno se quando è morto fossero ancora sposati e in che rapporti fossero, ma riusciamo davvero a immaginarci un Jack diverso da quanto visto finora – pur con i suoi cedimenti ed errori – e Jack e Rebecca separati da altro che non la morte? Io, no. Ma proprio no, no, no.
E quindi aggiungiamo un po’ di commozione pre-tempore per Rebecca, come se già non bastasse quella in essere.

La puntata ci presenta anche la mitica figura del vigile del fuoco che ha salvato il piccolo Randall, abbandonato dal padre fuori dalla caserma dei pompieri, per dargli l’opportunità di un futuro migliore, a questo punto solo fortemente sperato. Anche lui è alle prese con un momento difficile nel suo matrimonio, incrinatosi per la mancanza di figli. Sono stata in realtà felice che non abbiano scelto la strada più ovvia (d’accordo, non lo fanno mai), cioè quella di far adottare a questa coppia il neonato abbandonato, perché, via, non solo sarebbe stato un po’ stucchevole e banale, ma perché non è che il divario che si è allargato tra i due coniugi poteva davvero magicamente scomparire per via del piccolo miracolo prontamente apparso. Anche perché se quella fosse stata la loro strada, ci avrebbero pensato già da prima.

È bello però che la vicenda inaspettata abbia posto il primo vero mattoncino per la ricostruzione del loro rapporto, con la chiara intenzione da parte di entrambi di “ricominciare da capo”, impegnandosi a far funzionare le cose, superando e integrando la mancanza che li aveva divisi (quella di un figlio), invece di lasciare che diventasse la causa della fine del loro matrimonio, senza combattere.
La nuova risoluzione è qualcosa di non scontato, perché se si erano sposati con il comune progetto di avere una famiglia, non riuscire a crearla può certo rappresentare qualcosa di distruttivo in senso definitivo.
E questo rende ancora più significativa la presenza particolare di Randall.
Immagino che dal suo punto di vista di bambino abbandonato sia stato naturale per lui concentrarsi sull’aspetto negativo che la sua storia ha comportato nella sua vita, cioè sulla ferita sempre aperta che l’abbandono ha causato in lui, sulla difficoltà di avere radici salde e sul sentimento sempre presente di non essere stato desiderato. In realtà, come ci viene mostrato soprattutto in questo caso, Randall, già da neonato, è riuscito a dare una svolta e a cambiare in meglio la vita di molte persone, solo facendo la sua comparsa. Deve essere un segno distintivo della sua personalità, perché è proprio quello che fa continuamente anche da adulto. Anche lui, a modo suo, ha trasformato i limoni in limonata, pur partendo con un carico svantaggioso, già poche ore dopo la nascita.

Venendo a Jack e Rebecca, è stato piacevole e utile concentrarsi sul giorno epico delle loro vite, che avevano già trattato nel pilot, ma senza avere il tempo di spiegarci con calma che cosa fosse successo. Il che è normale, nella prima puntata non sarebbe stato né possibile né sensato soffermarsi in modo tanto dettagliato sulla giornata della nascita dei Big Three, con i quali allora non avevano instaurato nessun legame, cosa che adesso abbiamo e che invece ci ha permesso di apprezzare meglio questo ampliamento della storia.

Rebecca mi è piaciuta moltissimo, nella sua forza, fragilità e immensa umanità. Rebecca è un personaggio estremamente realistico ed è ancora più apprezzabile la scelta di mostrarcelo in tutti i suoi difetti e insicurezze soprattutto tenendo presente che finora la sua storia è legata a doppio filo a quella della maternità, che nella società attuale è tendenzialmente rappresentata in maniera sacra e tutti i sacrifici devono essere fatti con il sorriso sulle labbra e una generica aura di martirio intorno – ma cosa dico, non sono neanche sacrifici. È invece molto onesto che ci mostrino una donna molto giovane alle prese con dubbi, incertezze e una buona dose di insofferenza perché, giustamente, portare TRE esseri umani all’interno del proprio grembo a poche settimane dal parto non è certo una passeggiata.

Mi hanno divertito tutti i siparietti umoristici sul suo essersi trasformata in una virago posseduta del demonio, che tiranneggia Jack e lo induce a usare la fiamma di un accendino per implorare Dio di liberarla dalla forza oscura impossessatasi di lei, senza tralasciare lo scotch sulle infradito e il magnifico scambio con il proprietario del negozio di liquori (inciso: trovo sempre spassoso come nei telefilm americani la gente che si presenta in luoghi sconosciuti con atteggiamenti strambi trovi sempre interlocutori con lo stesso senso dell’umorismo che stanno al gioco, mentre nella realtà si chiamerebbe la neuro, irrigidendosi e insospettendosi subito). Ma vogliamo pensare a come deve essere stato infernale (no pun intended) essere alla fine di una gravidanza trigemellare, con tutto quello che comporta? Bisogna farle una statua!

  

Mi ha commosso la sua estrema umanità e onestà nel confessare ai suoi bambini di non essere la madre perfetta che vorrebbe essere, proiettando su di loro quelle che sono le proprie aspirazioni o pretese e di temere non tanto il momento in cui avrebbe dovuto prendersi cura di tre neonati insieme, quanto il doversi presentare a loro con tutte le sue imperfezioni. Nessuno nasce sapendo essere un genitore e Rebecca è la prima a rendersi conto di avere tratti caratteriali che non la rendono potenzialmente quella che ai suoi occhi è la migliore madre del mondo e lo confessa candidamente, promettendo però di fare il meglio di quello che potrà, che è in realtà l’unica cosa che può fare chiunque, senza la necessità di soffocarci con aspettative insensate che ci mandano in frustrazione. Promette quindi cose semplici, cose che forse non le sembrano un granché, ma che, sommate l’una all’altra, la renderanno una brava madre, proprio già solo per il fatto di mettersi in discussione a questo proposito, senza certezze granitiche: cantare quando non riusciranno a dormire, cucire vestiti di Halloween, ascoltare la loro risata, regalare brutte tazze. Così come ha dimostrato grande amore al marito, non tanto ricordandosi il suo compleanno (non è perfetta, compie degli errori e dimenticanze come tutti), ma nel rendersene conto e cercare di metterci una pezza, incurante della fatica che le è costata: andare fino al primo negozio di generi commestibili, rendere appetibile un muffin alla banana, fino a prodursi nel balletto “di compleanno”, nonostante l’ingombro e, soprattutto, nonostante il fatto che le fossero già partite le contrazioni, cosa che non sapevamo ai tempi del pilot.

 

Ho trovato una certa rassomiglianza nel suo monologo dolcissimo ai suoi bambini ancora nella pancia e quello del dottor K al cimitero, due personaggi che in questo episodio sono quanto mai legati dal mostrarsi in tutta la loro vulnerabilità. Entrambi parlano ad alta voce a interlocutori per forza assenti, cercando in loro “segni” che li rassicurino di essere sulla strada giusta. Rebecca ci emoziona con la sua infinita tenerezza, mente l’uomo più anziano ci fa partecipe del suo dolore che non cerca di trattenere, e che gli spezza più volte la voce.

Rebecca è uno dei personaggi più complessi un telefilm che ha fatto della complessità psicologica il suo punto forte. L’abbiamo vista fare degli errori in buona fede che avrebbero potuto costarle l’affetto del figlio al quale era più legata e siamo stati testimoni di una trasformazione recente (ma di cui non capiamo ancora i motivi) in una donna molto diversa da quella entusiasta, felice e piena di calore che ci è stata presentata, oltre al rapporto molto teso e conflittuale con Kate. Non è nemmeno facile avere come metro di paragone, nell’altra metà della coppia, l’uomo perfetto che crea tradizioni magiche, che sopporta sfuriate, che si fa cacciare di casa senza un lamento, che la ama nelle peggiori condizioni di spirito e che desidera più di tutto passare del tempo con lei, anche quando veste i panni di Terminator, comportandosi in modo totalmente opposto al cliché del marito in fuga dalla famiglia oppressiva, ottimamente rappresentato dalla combriccola di giocatori di golf.
Eppure è il mio personaggio preferito, quello a cui mi sento più vicina e che ammiro sempre, non per l’eccellenza in qualche settore, ma perché è quello che non si fa sconti e che non cerca di nascondere i propri errori, ma li affronta tutti a testa alta.

Di Jack non c’è molto che non sia stato detto, a questo punto. A ogni puntata l’asticella della perfezione maschile si alza, fino al punto in cui non sarà più possibile per nessun uomo competere con lui. Oltre al fatto di essere innamorato, devoto, gentile, premuroso, di fare del proprio meglio per far stare bene la sua famiglia, sopportare gli sbalzi di umore, sacrificarsi per il bene di tutti, lasciare dei bei ricordi e voler perfino congelare il tempo per averne di più (questa affermazione è stata un po’ profetica, temo), quello che mi fa dichiarare la sconfitta è la sua trasparenza nel dichiarare al mondo che sua moglie è la sua priorità. Non fa l’uomo che ama, ma si vergogna davanti agli amici, diventando insopportabilmente superficiale e sbruffone. Lo dice ad alta voce e non ha nessun problema a parlare di sentimenti, ammettendo implicitamente di provarli e di scegliere di rimanere fedele a essi, invece che farsi influenzare dal cameratismo maschile. E senza mai lamentarsi, nemmeno quando se ne offre l’occasione. Non sfugge alle sue responsabilità, non si sente meno uomo se dichiara di desiderare di stare con la moglie e i suoi bambini (prima o dopo la nascita), rimane coerente, senza bisogno dell’accettazione di nessuno.

Il momento più delicato è stato certamente quello della decisione di Jack e Rebecca di cominciare a pensare e accettare l’idea di adottare il bambino della Provvidenza capitato in ospedale in concomitanza della nascita dei loro gemelli, nella scena simbolica di Randall che arriva in auto in ospedale proprio mentre Rebecca è in travaglio. Come si introduce un argomento del genere a una moglie distrutta dal dolore?

 

Jack lo fa con la consueta delicatezza, senza farsi bloccare dalla sofferenza di Rebecca, riuscendo a convincerla che sarebbero potuti comunque essere genitori di tre bambini, come erano destinati, solo in un modo diverso da quello che avevano pensato.


Forse non è stato sottolineato abbastanza, ma è un grande atto di coraggio, perché sarebbe stato del tutto naturale rifiutare l’idea dell’adozione e della presenza di un “estraneo” invece del proprio bambino, in quel momento. Invece hanno deciso di aprirsi subito alla strada della generosità e dell’amore.

Venendo all’ultimo della fila, cioè Miguel, più andiamo avanti e più mi chiedo se è proprio una loro scelta quella di proporcelo sempre in una luce non lusinghiera. Per esempio, che cosa dovrebbero significarmi quei capelli svolazzanti che lo fanno somigliare a un wannabe Briatore dei poveri? E i consigli lungimiranti che dà al suo amico a cui ogni due per tre dice di voler bene (il che, tra uomini, non è un po’ weird?) dove li collochiamo? (Senza tralasciare il riferimento al sedere di Rebecca. Miguel, io non dimentico). Perché l’unica cosa che penso ogni volta è: come può averlo sposato Rebecca? Come siamo finiti a quel punto?

 

In conclusione, puntata meravigliosa e perfetta che non fa che farmi amare sempre di più ogni componente di questo straordinario telefilm, una vera e propria chicca nel panorama televisivo e la famosa luce in fondo al tunnel.
Fatemi sapere le vostre impressioni! Io vi do appuntamento alla prossima puntata e vi lascio con il promo della 1×13.

Per rimanere sempre aggiornati sulle news di This Is Us, vi ricordo e raccomando di passare da queste pagine:

Milo Ventimiglia Italia
Mandy Moore Italia
This Is Us Italia

This Is Us Italia(gruppo)

A presto!
– Syl

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3 comments

Al
Al 19 Gennaio 2017 at 17:53

Stavolta riesco a commentare in tempo – che odio quando la vita reale ti impedisce di fare le cose veramente importanti come guardare This Is Us non appena escono i sottotitoli 🙂
Non posso dire che sia stato il mio episodio preferito, forse perchè sono rimasta un po’ spiazzata dal cambio di rotta e dalla mancanza dei big three. L’ho vissuto più come una sorta di filler – passami il gergo tecnico, che in questo caso assume significati totalmente diversi: se tutti i così detti “filler” avessero questa qualità e questo impatto emotivo il mondo sarebbe un posto migliore. La verità è che credo di essermi affezionata troppo ai personaggi del presente per consentirmi una visione serena senza la loro partecipazione. L’oceano di feels che mi ha travolto quando hanno mostrato un giovane e disperato William allontanarsi dalla stazione dei pompieri credo ne sia la prova definitiva.
Detto questo, come sempre puntata straordinaria! Jack ormai è di una perfezione incommentabile. Concordo su tutto quanto detto su Rebecca e il dottor K, che si dimostrano forse meno perfetti di Jack ma per questo ancora più apprezzabili. Mi ha fatto particolarmente piacere vedere come il discorso fatto a Jack abbia in realtà influito positivamente anche sul dottor K, come si sia fatto coraggio nel vedere quella luce di speranza negli occhi di un giovane padre che ha appena perso un figlio e sapere che, in parte, è stato proprio lui ad alimentare quella scintilla. Sarebbe bellissimo scoprire che, oltre al breve episodio in ospedale, il dottor K sia in qualche modo entrato a far parte di quella famiglia, facendo le veci di quel nonno paterno che non meritava tutto l’amore che avrebbero potuto dare.
Complimenti – ma ormai che lo dico a fare – e alla prossima!

Reply
Syl
Syl 20 Gennaio 2017 at 14:00

Ciao! In effetti anche io ho avuto una settimana campale e non ho fatto in tempo a rispondere al tuo commento prima della messa in onda della puntata odierna, scusami!
Ho ragionato un po’ sulla tua idea che fosse una puntata “filler” (con tutte le sottolineature del caso, avercene appunto di filler così). A me è proprio piaciuta tanto perché ho sempre vissuto con rammarico il fatto di non poterci dedicare con calma alla visione della fantastica storia d’amore di Jack e Rebecca. Forse dipende dal fatto che già a fine seconda puntata ci hanno piazzato Miguel nei panni di “nonno” (-.-) e quindi avrei voglia di starmene al riparo del loro amore, scordando il resto. E poi sono shipper innata di storie d’amore, quindi mi manca un po’ sapere TUTTO di loro (ma tanto ci sono ancora 36 puntate, oltre alle sei che mancano, quindi sto tranquilla).
Vorrei anche sapere molto di più del dottor K, dal momento che l’hanno inserito nella storia, mi piacerebbe sviluppare meglio anche tutta la vita della sua famiglia e dei suoi cinque figli e undici nipoti (scherzo XD). Secondo me lo chalet in cui sono andati i tre fratelli e che la madre vuole vendere è il suo, donato a loro.
Adesso che mi sono tolta un po’ la voglia di approfondire la storia del passato, non vedo l’ora di tornare alle vicende dei Big Three adulti, soprattutto di Randall e William.
Grazie mille di essere passata! 🙂

Reply
appassionato 23 Gennaio 2017 at 18:55

Non posso che ribadire come sia un’opera fatta da gente che conosce davvero il suo mestiere. E’ tutto perfetto, rappresenta in pieno come dovrebbe essere realizzato un telefilm di altissimo livello.
Detto questo, riguardo alla recensione… ti sei trattenuta eh?

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