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Recensioni This Is Us

This Is Us | Recensione 1×09 – The Trip

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Bentornati!
Ero curiosissima di sapere come This Is Us avrebbe gestito (“risolvere” era sperare troppo) il conflitto generatosi tra Randall e Rebecca nella scorsa puntata, quella del Ringraziamento.

Ovviamente This Is Us, con la sua notevole capacità di fare scelte solo apparentemente semplici, ma che nascondono abissi di profondità emotiva e infinite possibilità di analisi interiore, ci ha confezionato una puntata che unisce quelle che sono le coordinate del telefilm, tra cui non mancano aggettivi come “eleganza, attenzione, cura, qualità, eccellenza, rispetto…” riassumibili dalla domanda: “Possono fare sempre meglio, episodio dopo episodio? Assolutamente sì”. Non so come facciano, ma lo fanno, maledetti.

Leniscono il nostro cuore maltrattato da showrunner crudeli e svogliati. Farebbero cedere ai buoni sentimenti e alla speranza di un mondo migliore perfino l’ultimo dei cinici. Per non parlare del fatto che ci fanno tornare ad avere fiducia nel genere umano, presentandoci persone imperfette per le quali non riusciamo mai a provare sentimenti univoci, costanti nel tempo. No. Ci tocca voler bene a tutti, e se a qualcuno voler bene non è possibile (no, Miguel, questa volta non c’entri), veniamo quantomeno messi nella condizione di farci loro più vicini per comprendere meglio il motivo di certi comportamenti, facendoci riflettere su quanto sia vera l’affermazione (parafrasando) che è meglio essere sempre gentili con le persone, perché non sappiamo quale inferno stiano passando. Alla fine della stagione sarò costretta a non inveire contro il postino che mi lascia nella cassetta la ricevuta di un pacco, nonostante io sia a casa, costringendomi a fare la fila in posta il giorno dopo.

Una delle miriadi di cose che amo di questo telefilm è che non prende mai strade scontate e retoriche. Non fa mai il compitino. Poi torni nel mondo reale delle altre serie televisive e ti chiedi: Ma che cosa sto guardando? Dove perdo il mio tempo?
Perché, diciamolo, ci hanno sempre rifilato la storiella che i creatori di serie tv, poveretti, devono sempre scendere a patti con notevoli limitazioni e pressioni esterne che soffocano la libertà di espressione, “Salva anche tu uno showrunner maltrattato dai presidenti dei Network”.
E invece This Is Us riesce a essere un prodotto di grande qualità, nonostante debba, come tutti, sottostare a leggi televisive che imprigionano gli slanci creativi degli autori.

La puntata è estremamente ricca di riflessioni psicologiche che non ci mettono nulla a diventare personali e allargarsi al resto del nostro mondo, alla nostra vita. È una seduta di psicoterapia per conto terzi.
Randall è prevedibilmente sconvolto da quello che è successo con sua madre. Capiremo meglio gli abissi del suo dolore e del suo senso di tradimento nel proseguo della puntata, ma ne abbiamo già un assaggio nei solchi del tappeto in camera da letto, creati dal suo continuo andirivieni.
Nonostante il momento personale estremamente delicato, e senza voler essere irrispettosa della sua profonda sofferenza, a me quel trio continua a sembrare involontariamente comico. Mi fanno morire. Lui che, serissimo, fa la lista di tutte le recriminazioni di cui vorrà far partecipe la madre, atteggiamento che mi sembra giusto, non vorrà certo dimenticare il conteggio esatto di giorni che ha trascorso ignorando la verità, mentre Beth e William se ne stanno fuori dalla porta a confabulare, dandogli successivamente corda, come se riempire liste di cattivi fosse qualcosa che fanno tutti gli adulti in circostanze del genere. Beh, almeno loro non sono protagonisti di una lista personale di malefatte. È già qualcosa.

Ho trovato giusto che i tre fratelli andassero nello chalet di proprietà della famiglia, che la madre vuole vendere. Non ho capito di preciso perché debba farlo, quando l’ho saputo ho pensato che fosse l’ennesima dimostrazione di quanto Rebecca non fosse più allineata con i bisogni emotivi dei propri figli. Sfido chiunque a non rimanere di sale nello scoprire che la casa delle vacanze, dove ha trascorso l’infanzia, passerà in mani estranee (erano ancora i primi momenti, quando ancora provavo tracce di pregiudizio contro la nuova, fredda, Rebecca. Atteggiamento che nel corso della puntata è chiaramente mutato). Mi ha fatto piacere vedere i tre fratelli uniti, cosa che ai giorni nostri non era ancora successa. Lasciatemi anche dire che, nel caso, lo chalet lo comprerei volentieri io.

 
C’è una cosa, però, che mi frulla in testa (sono molte, in questa puntata) e che fatico a definire. Trovo che sia stato molto bello e necessario che i tre fratelli partissero insieme, ma io continuo a vedere Kevin e Kate molto uniti, in modo naturale e cameratesco, ma non vedo lo stesso legame tra loro e Randall. Randall è di fatto lasciato con il suo enorme grumo di sofferenza, senza che si facciano dei tentativi reali di avvicinarsi al suo dramma.
Certo, gli sono vicini e Kate tenta di fargli capire che la scoperta del segreto della madre non significa che tutto il resto non fosse reale, che la loro infanzia fosse una bugia. Tutto quello che è stato rimane, non viene cancellato dall’ombra del tradimento. Che Rebecca non gli abbia detto che conosceva suo padre non fa perdere di valore a tutti i gesti di amore e cura che ha avuto per lui, che fosse consolarlo per un ginocchio sbocciato o sostenerlo negli studi. Né era plausibile che uno dei fratelli si precipitasse dalla madre per farle una scenata. No, è una cosa strettamente personale da risolvere tra le persone coinvolte. Solo che… perché, quando li vedo insieme, io ho sempre chiara la consapevolezza che lui è adottato? Dovrebbe essere una di quelle circostanze in cui è talmente naturale che faccia parte della famiglia, quasi da non farmi notare che il colore della sua pelle è diverso. Eppure io provo sempre l’impercettibile sensazione che non sia un membro della famiglia a tutti gli effetti. Indubbiamente ha avuto un suo percorso differente da quello degli altri (non lo abbiamo forse tutti?), e che l’ha messo alla prova in ambiti di cui i suoi fratelli non sono stati costretti a fare esperienza, ma io continuo a pensare che la sua situazione sarebbe dovuta essere centrale nella puntata: voglio dire, se scopri che tua madre ha mentito a tuo fratello, qualcosa cambia anche per te, no?

Invece abbiamo visto gli altri due alle prese con i propri problemi, Kate con l’assenza di Toby e la sua nuova risoluzione di farsi operare allo stomaco e Kevin con Olivia.
Confesso di aver apprezzato moltissimo il confronto tra Olivia e Kate, che sono due donne notevoli, entrambe. No, non sto dicendo che adesso Olivia mi piaccia, solo che non è l’attrice snob stereotipata che hanno deciso di venderci. O non solo quello, almeno.
Sicuramente Kate è andata in soccorso di Kevin, quando l’ha visto insicuro di fronte all’atteggiamento da finti radical chic di Oliva e Ash, perché credo che faccia parte delle loro dinamiche innate il rendersi conto da parte di Kate che Kevin sta franando sotto il peso del desiderio di fare buona impressione e non sembrare sfigato, e il seguente precipitarsi a salvarlo, combattendo le sue battaglie. Kevin mi ha fatto molta tenerezza, perché lui sarà anche uno con l’autostima sotto le scarpe, ma vorrei vedere chiunque non accusare il colpo di una ragazza imprevedibile e ostica, che sembrava essersi finalmente aperta al punto da far intravedere vulnerabilità e calore, che ti si piazza in casa con l’ex fidanzato.
Kate fa quindi quello che ha sempre fatto, cioè schierarsi dalla parte di Kevin e lo fa con durezza. C’è una parte di Kate che devo aver colto inconsciamente fin dall’inizio, perché non riuscivo a capire perché non la sentissi vicina, non riuscissi a empatizzare, diversamente da quanto mi succedeva con i due fratelli. Amando io i personaggi femminili complicati e un po’ chiusi, non capivo perché preferissi gli altri due. Ho avuto la risposta. Kate ci tiene fuori. O, almeno, tiene fuori me. Ed è anche un po’ rigida, con se stessa e con gli altri. Una di quelle persone che non ti fanno sentire del tutto a tuo agio e che sono molto esigenti e un po’ perfezioniste, se pure interventiste, protettive, pratiche e cazzute.
Ogni volta che ho tentato di provare empatia con la sua situazione, mi sono sentita spinta via. Capisco che siano sensazioni personali e che magari è un effetto che ho percepito solo io, ma trovo Kate una di quelle persone che non si permettono di sbagliare e che pretendono che gli altri non sbaglino. Non è molto easy-going, ecco. Con questo non sto dicendo che sia priva di qualità che intravedo oltre la sua corazza (di peso, anche). So che ci sono nodi da sciogliere anche per lei, intravedo la sua sensibilità, il senso di protezione della sua famiglia, la sua innata integrità e la spinta a cercare il meglio per se stessa, a costo di rinunce. Solo che Randall e Kevin sono emotivamente più aperti. Mi sarebbe più facile abbracciare loro, che Kate. Forse per paura di venire rimbalzata indietro, non per mancanza di una spinta personale. È quello che io sento in presenza di Kate.

Il problema è che Kate si è trovata davanti un’antagonista pari a lei, che pensava di spaventare con il discorsetto “Conosco le donne come te”, fatto con un po’ di superiorità. Olivia invece ha capito benissimo i sottotitoli del non detto e ha ricambiato l’onestà senza andare sul leggero. È qui che Olivia mi è sembrata molto meno capricciosa e vuota di come volevano convincerci (o convincerci lei stessa) che fosse.
Toby riusciva ad ammorbidire Kate e a farla uscire dai suoi schemi rigidi. Ma Kate ha chiuso fuori anche lui e, come le fa notare giustamente lui, non può più essere per lei quello che era un tempo. È una lezione importante che ci danno in This Is Us: se qualcuno se ne va, si deve lasciare che viva con la responsabilità di essersene andato, perché è stata una sua scelta. E se non è capace di rispettare la sua stessa scelta, gliela dobbiamo far rispettare noi. Anche per dignità personale. Lo dicevo io che più che puntate sono sedute di psicoterapia.

Kate deve affrontare il timore che, se anche raggiungerà il suo scopo, dopo aver postposto la felicità a quando sarà finalmente magra, il cambiamento potrebbe non essere quello auspicato. Forse la se stessa che sta cercando non è una versione migliore di lei. Forse è proprio quella con cui convive tutti i giorni.

Randall, nel frattempo e separatamente, fa il suo viaggio interiore, affrontando i suoi demoni. Mi ha fatto ridere moltissimo vederlo in preda alle allucinazioni, vedere gli altri prenderlo in giro e divertirsi alle sue spalle, facendogli anche una foto a futura memoria. Sono quelle cose un po’ crudeli e senza sconti che mi aspetto dai fratelli e sono felice che Kevin si comporti con tanta naturalezza con lui. Meno il fatto che sia finito a letto con l’assistente. Kevin! Due passi avanti e uno indietro?! Mi aveva così convinto nel suo discorso pre-Brexit su Olivia che cerca di distruggere quello che di autentico hanno provato, perché lo teme. Prima fai il fine psicologo e poi, come ci giriamo, torni quello della prima puntata?

 

Inoltre, sempre a proposito di Kevin, ho trovato poco carino il suo invitare Olivia allo chalet, sapendo che era l’ultima volta che ci andavano tutti insieme loro tre fratelli. Se anche non si fosse presentato il gruppetto in cerca di “qualcosa di autentico”, ma solo Oliva, sarebbe stato fuori luogo lo stesso. Nonostante questo, mi è piaciuto come abbia difeso la sua vita e la sua famiglia. Con Kevin si tratta di “lavori in corso”. Sta maturando, ma fa ancora qualche scivolone.

Randall è profondamente arrabbiato, deluso e, come dice lui stesso, vuole che sua madre soffra allo stesso modo. Non ci pensa nemmeno a mettersi nei suoi panni, tutto quello che vuole è scagliarle addosso la rabbia, perché pensa che così smetterà di essere divorato dalla sofferenza. Solo che non funziona così. Ho trovato geniale farlo tentare di comunicare con la madre nel suo stato allucinatorio, senza riuscirci e farlo diventare sempre più vittima della frustrazione. Finché non è comparso Jack, in una scena (più scene, a dire il vero) surreali e perfette.
Perfette per tanti motivi, perché è la prima volta che vediamo Jack interagire con uno dei suoi figli da adulto e perché ci fa capire come la figura di Jack, quella di un padre meraviglioso, sia talmente integrata nella personalità del figlio, da essere non solo il suo rifugio nei momenti di difficoltà, ma anche l’unica persona, sotto forma dell’insieme di insegnamenti, lezioni ed esempio che ha lasciato (perché quel Jack è la proiezione dell’immagine che di lui ha Randall) che può aiutarlo.
Randall riesce a mettersi nei panni di sua madre “guardando attraverso”, abbandonando il rancore che lo faceva marciare a senso unico, e capisce una verità molto semplice: Rebecca avrà sbagliato, ma si è comportata in modo umano. Ha fatto il possibile. Anzi, ha fatto di più. Ha cercato di tenere a bada i suoi fantasmi interiori, cioè la sua atavica paura che le portassero via suo figlio, dedicandosi anima e corpo a dargli il meglio, in modo da non fargli mai sentire la mancanza di niente. Si è impegnata a fare in modo di essere la miglior madre possibile, di costruirgli intorno la miglior famiglia possibile e garantirgli ogni strada fosse in suo potere fargli percorrere. Non si è mai risparmiata, e in più ha nascosto il tarlo che l’ha tormentata senza sosta.

Avrei anche qualcosa da aggiungere su quel “Avrà anche sbagliato” che ho scritto prima. Non credo sia una situazione in cui ci sia la panchetta del “giusto” e quella dello “sbagliato”. Come ho già detto in altre recensioni, Jack e Rebecca non erano pronti ad adottare un bambino, non perché il loro cuore non fosse abbastanza grande, ma perché non avevano fatto il lungo percorso propedeutico. In più, una cosiddetta “adozione aperta”, cioè con il bambino adottato che conosce i suoi genitori biologici e li frequenta, non può essere gestita sull’onda dell’entusiasmo, ma deve essere affiancata da figure che conoscano l’argomento e non può basarsi sulle buone intenzioni delle persone coinvolte. Non possiamo abbracciarci tutti ed essere una grande famiglia, se non prima avendo gettato le basi per una situazione anomala e complessa che la renda naturale e tenendo sempre presente il benessere del bambino coinvolto.
Mi ripeto: Jack e Rebecca hanno fatto del loro meglio avendo a che fare con una situazione per la quale non avevano le competenze, e senza nemmeno avere una figura di riferimento a fianco.
È il momento, per Randall, di mostrare a se stesso, raccontandole all’immagine paterna che ha ricreato, le ferite che ancora albergano in lui: la sensazione di non essere voluto, cicatrice ancestrale mai guarita di chi è stato abbandonato, e che gli ha imposto di essere sempre il migliore in ogni campo, di lavorare indefessamente, spinto dalla paura che se non si fosse comportato così, sarebbe riaffiorato il suo sentimento di inadeguatezza. Come se avesse sempre dovuto dimostrare di essere degno di rimanere con loro. In qualche modo, ha sempre dovuto essere all’altezza di quel bambino morto alla nascita, che ha sempre infestato il suo inconscio (e per fortuna hanno deciso di cambiargli nome! Pensiamo a quali danni avrebbe fatto lasciarglielo).

Si è trattato di un primo step di comprensione di un quadro più generale. Capire qualcosa non significa averlo già metabolizzato. Ma è stato un enorme passo di avvicinamento a Rebecca, da parte di Randall. Ha visto le cose dal suo punto di vista e ha riconosciuto lo stesso tipo di sofferenza che entrambi hanno dovuto affrontare, se pure in modi diversi, che alla fine, li hanno davvero uniti e hanno costruito e reso vero quel rapporto speciale che hanno sempre dimostrato di avere. Quando poi ci hanno fatto la carrellata dei momenti di affetto tra Randall e Rebecca, io ho nuovamente ceduto alla commozione. Senza contare le prime manifestazioni della generosità di Randall, quando dorme nel lettone con Rebecca perché non vuole che abbia paura senza Jack.

Come si può parlare, a questo punto, del giovane William? Con che cuore e che parole possiamo ricreare l’immagine di un uomo distrutto? Mi fa così pena quel ragazzo allampanato, solo, triste, povero, che aveva altrettanto bisogno, come suo figlio, di essere accolto in una famiglia in grado di dargli un po’ di affetto (mi commuovo perfino scrivendo queste righe) e di farlo rifiorire, come è successo con il William de giorni nostri. La sua versione giovanile
si dibatte invece nell’atroce dubbio di aver fatto la scelta sbagliata e che vorrebbe solo viversi un po’ di quel magnifico figlio che Rebecca gli descrive. E che, nonostante tutto, è abbastanza forte da sopportare le visite di una Rebecca piena di insicurezze, che riversa sulle sue spalle, le sue improvvise sortite e i cambiamenti repentini di idee. È insopportabile anche solo pensarci. Non so come sia sopravvissuto a questo messaggio.

Dear William, I’m sorry for the pain it may cause, but… you cannot meet Randall. This is for the best of him, because he has… an extraordinary father who gives him everything he needs. I hope you take comfort in knowing just how loved Randall is.

 

 

Se da un lato abbiamo un padre che avrebbe dato qualsiasi cosa per averlo nella sua vita, dall’altro c’è l’enorme, immensa presenza di Jack. Jack è un uomo più semplice di Rebecca. Ha desideri e obiettivi più lineari. Ragiona in modo meno complesso, si perde meno in riflessioni controverse ma è un uomo che ha dei punti molto chiari in testa: esserci per la sua famiglia, fare il possibile per loro, dare tutto quello che ha per farli stare bene. A qualsiasi costo. Che si tratti di creare tradizioni festive dopo una brutta giornata o mettersi in gioco. Come padre di un bambino maschio – parlando di Randall – è chiaro che è lui a essere, diciamo così “messo in discussione”, è lui che deve essere un esempio ed è sulla figura paterna che puntano gli interrogativi di Randall, più che sulla madre. E lui non ne viene né ferito né destabilizzato, non lo rendono insicuro, non gli fanno crollare la terra sotto ai piedi, non vive lo stesso dramma di Rebecca di non essere adeguata. Se non lo è, chiede aiuto per diventare un genitore migliore, accettando l’idea che non deve per forza già sapere in partenza quale è il modo più giusto di crescere Randall (in questo Rebecca è molto simile a Kate. Entrambe pretendono molto da loro stesse), confidandosi con Yvette, per esempio. Piccola parentesi: secondo me Randall ha interiorizzato moltissimo la presenza di Yvette nella sua vita, perché Beth è identica! Le adoro entrambe.
Jack ha una forza d’animo notevole (che mi piacerebbe Kevin avesse in misura maggiore, ma ci stiamo lavorando), al punto da accettare che Randall abbia bisogno di un punto di riferimento maschile e nero, che lui non può dargli e accetta di portarlo nella palestra dove vanno i bambini di colore, per mostrargli esempi diversi che possano essergli utili. Lui non è capace di arrotolarsi la lingua, metaforicamente. (Che meravigliosa scelta semplice e perfetta, quella lingua arrotolata). Diciamo che a cerimonie simboliche quella palestra non è decisamente sprovvista, perché tra il discorso del maestro e Randall sulla schiena del padre intento a fare flessioni e promettere di sostenerlo nella vita fino e oltre al possibile, non ci siamo fatti mancare nulla. (Nemmeno il premio a Jack come Padre Migliore dell’Anno, ma ormai ha la vetrinetta in salotto piena, immagino).

Che cosa ne pensate? Vi siete commossi anche voi?

Vi lascio il promo della prossima puntata e vi ricordo di passare da queste pagine per tenervi sempre aggiornati su questo telefilm e i suoi protagonisti!

Milo Ventimiglia Italia
Mandy Moore Italia
This Is Us Italia

– Syl

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6 comments

Valeria 30 Novembre 2016 at 22:17

Cerco di intravedere una linea di orizzonte, una diga che contenga la valanga di sentimenti contrastanti che si accavallano in quaranta minuti, ma la mia vista è ancora annebbiata dalle lacrime, un coinvolgimento emotivo che ho definito catartico, perchè lascia davvero con la sensazione di essere in pace con sé stessi dopo uno struggle interiore. Emozioni che ritrovo una per una ogni volta che ti leggo, a completamento del sacro wednesday che episodio dopo episodio si innalza sempre di più al livello del caro vecchio monday. Non mi dilungo nell’elogio ridondante di ciascun personaggio e del ruolo fondamentale per la storia che ciascuno di essi ricopre senza mai apparire fuori luogo o messo da parte senza alcuna ragione. Lascio un posto speciale a Randall e Jack, e al loro surreale incontro (si vendono questi allucinogeni? Compare anche a me Milo Ventimiglia? :D) che ha dipanato una grande matassa di questioni irrisolte, offrendo all’unwanted Randall l’opportunità di sentirsi finalmente accettato dalle sue figure di riferimento e di cambiare punto di vista, uscendo dal proprio sé arrabbiato e deluso per entrare nei panni di una madre normale e straordinaria al tempo stesso, protettiva e determinata e tremendamente umana quando si tratta di suo figlio (We need to be enough for him è stata una delle mie preferite). Se nel Ringraziamento mi aveva lasciata un pò spiazzata, oggi sono tornata ad adorarla come la prima volta, quando riuscì ad allattare Randall al seno. Ho adorato la tua caratterizzazione di Jack e Rebecca, e le somiglianze con i big three (il perfezionismo fallibile di Kate e Rebecca, non ci avevo mai pensato!) Ho terminato l’episodio con la voglia di arrampicarmi sulle spalle forti di Jack e lasciarmi ancora guidare verso quello che ancora ci aspetta, “no matter what comes.”
Grazie di cuore, rivedere l’episodio attraverso i tuoi occhi e le tue parole è ancora più bello. Alla prossima.

Reply
Syl
Syl 1 Dicembre 2016 at 10:22

Grazie <3
"Compare anche Milo Ventimiglia?" XD XD (Con o senza camicia? Perché gli autori non credano che non abbiamo notato la scena fan service di Milo svestito!).
Su "We need to be enough" ho sentito l'enorme sofferenza di Rebecca nel sentirsi inadeguata. Jack è molto pro-attivo, c'è un problema - andiamo a risolverlo, assumiamo pure PI di qualsiasi natura (XD), facciamo, sbrighiamo. Lei si tormenta dentro. E la scena che citi, quella in cui è riuscita ad allattare Randall è altamente simbolica. È il SUO bambino e teme glielo portino via (anche per la mancanza di documenti che attestino l'abbandono).
Grazie mille per il meraviglioso commento!

Reply
Federicuccia 1 Dicembre 2016 at 08:37

già, per fortuna che Randall non è stato chiamato col nome del gemello deceduto, sarebbe stato un trauma per chiunque credo.

anche io ho notato la distanza emotiva tra Kate, Kevin e Randall ma soprattutto tra Kate e Rebecca! quando parla dell’operazione con Kevin nel bosco e delle sue paure, dice solo “vorrei i miei fratelli vicini”…ma non la loro madre. questo ci fa capire quanto gelido sia al momento il rapporto tra le due donne.

parlando di Kevin, l’andare a letto proprio con l’assistente personale di Olivia è per lui un modo, immaturo, di vendicarsi! ma anche per la ragazza, hanno trovato qualcosa per ferirla visto che lei la odia (lo confessa chiaro e tondo a Kevin) e Kevin non ha digerito che Olivia si sia presentata col suo ex.

martedì c’è il fall finale!! beh, arriva per tutti 🙂

Reply
Syl
Syl 1 Dicembre 2016 at 10:15

Ciao! Grazie per il commento 🙂
Hai ragione, Kate ha chiesto l’aiuto dei suo fratelli, ma non quello della madre. Non riesco a capire che cosa sia successo di tanto grave per allontanarle in questo modo. Con Randall arrabbiato con lei, Rebecca deve aver passato dei momenti terribili (non ricordo nemmeno scene di particolare vicinanza con Kevin).
L’andare a letto di Kevin con l’assistente è qualcosa molto in linea con il Kevin di un tempo, sicuramente l’ha fatto per vendetta e sicuramente è qualcosa accaduto spesso, in passato, visto che Kate la saluta come se fosse una cosa normalissima. In realtà credo che lui stia cambiando e ne ha dato diverse prove, quindi lo vedo come una temporanea regressione, dovuta, come dici tu, all’essere stato ferito, perché a Olivia tiene molto. È tornato nel vecchio pattern, sentendolo familiare, immagino.
Grazie e alla prossima! 🙂

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Al
Al 1 Dicembre 2016 at 15:33

Io veramente non so più che dire su questa serie: ormai sono 9 puntate ed ognuna è meglio della precedente, non perde mai un colpo… Praticamente This is us è l’unicorno delle serie tv!
Come sempre concordo con la tua analisi, anzi stavolta ti devo anche ringraziare per avermi dato una nuova prospettiva su Kate in cui mi sono ritrovata perfettamente; effettivamente la poca empatia che mi suscita forse è proprio dovuta al fatto che lei per prima non permette di farsi scoprire.
Kevin in progress e Randall magnifico: cadere nel banale nell’affrontare la delusione nei confronti di Rebecca era un rischio altissimo, ma così non è stato e mantenere quell’aspetto involontariamente comico del suo carattere anche in una situazione tanto devastante è stato un aspetto che ho apprezzato tantissimo. Se proprio devo fare un appunto, anche io mi aspettavo di vedere una maggiore unione tra i fratelli, invece quando Kevin e Kate sono vicini, Randall vive proprio una storia a parte. Capisco perfettamente la situazione (mia madre e la sua sorella gemella hanno un rapporto assolutamente simbiotico rispetto al resto della famiglia) e apprezzo a maggior ragione la veridicità di questo racconto, ma da spettatrice vorrei vedere una maggiore interazione a tre.
Jack padre dell’anno, uomo dell’anno, ma dategli pure il Nobel per la letteratura che non vuole Dylan… Inutile dire che ho pianto come una bimba nella scena delle flessioni. E poi ho ripianto nel vedere il povero giovane William distrutto dalla lettera di Rebecca. Insomma una valle di lacrime negli ultimi cinque minuti, come sempre.
Complimenti per la recensione, ma ormai che lo dico a fare 🙂

Reply
Syl
Syl 1 Dicembre 2016 at 18:28

Ciao! Il Nobel che Bob Dylan non vuole XD io adoro la comicitá di Randall, anche perché lui è portatore di drama, cioè gli hanno dato la storyline più complessa e molto seria. Però a suo modo stempera il drammone che ci farebbe sfiorare la soap se malgestito e riesce a equilibrare le cose. Cosa che non accade con Kate che è sempre molto seria. Kevin ha invece lo stesso sense of humor di Randall (ma non ai riduce a quello). Io sulle flessioni ho retto, ma su young poor William addio. Quell’immagine mi perseguita. Grazie di essere passata 😀

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