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Netflix Recensioni The Umbrella Academy

The Umbrella Academy – Quando il mondo è in mano a un branco di spostati… del tutto promossi!

Dopo l’articolo pubblicato due giorni fa, parliamo della (si spera) prima stagione completa di “The Umbrella Academy”.

Come anticipato nel Pilot Addicted, i protagonisti di questa storia sono tutti problematici… e il mondo è affidato alle loro mani per la sua salvezza.

Per analizzare la stagione si può suddividere il tutto in una manciata di aspetti, che rendono lo show meritevole di essere seguito.

 LA STORIA

La storia dei nostri supereroi, Luther (Spaceboy), Diego (Kraken), Allison (Voce), Klaus (Medium), Five, Ben (Horror) e Vanya (Violino Bianco), è avvincente e conquista, nonostante il ritmo non mozzafiato. I misteri e i segreti di Sir Reginald Hargreeves (Monocolo), padre adottivo e mentore dei sette ragazzi dell’Umbrella Academy, sono tanti ed è impossibile non esserne ammaliati e non desiderare di scoprirli. E non solo i suoi, anche Pogo e Grace-Mom hanno i loro e il tutto parte proprio dalla morte di Sir Reginald. Il season finale introduce molti altri elementi proprio su di lui e sarà interessante vedere se tutto ciò darà poi le stesse risposte dei fumetti o se ci saranno dei cambiamenti.
Oltre a questo, c’è tutto quello che riguarda Five (The Boy) e i suoi decenni da solo e al servizio della Commission (la Temps Aeternalis dei fumetti), l’agenzia che si occupa di mantenere lo status quo del Tempo, che non è certo meno interessante, anzi.
E come in ogni storia di supereroi, ci sono ovviamente gli avversari e le nemesi da sconfiggere e anche in quest’ambito la storia ha una svolta interessante (in linea con la trama originale dei fumetti).

I PERSONAGGI

I fratelli Hargreeves non solo non sono i normali ragazzi della porta accanto, non solo sono dei supereroi che già da ragazzini non avevano timore di affrontare pericoli ed erano a loro volta letali, come uno dei primissimi flashback dimostra, ma sono anche persone estremamente complicate e con problematiche notevoli. Questo li rende molto interessanti singolarmente e rende le loro dinamiche forse esasperanti (visto che a volte sono proprio incapaci di comunicare), ma anche coinvolgenti.

Con tutti i loro difetti, nonostante il fatto che fondamentalmente tra loro non ce ne sia uno che sia davvero sano di mente e nonostante il modo in cui si trattano l’un l’altro, Luther, Diego, Allison, Klaus, Five, Ben e Vanya sono una famiglia, si conoscono, si amano e non si può non desiderare di vederli insieme, per combattere ma anche per trovare il modo di ascoltarsi e capirsi (per questo la scena in cui si precipitano da Vanya priva di sensi per accertarsi che sia viva è bellissima).

I due che spiccano in particolare sono Klaus e Five.
Klaus è un giovane uomo spaventato e traumatizzato, che ricorre a qualunque sostanza legale e illegale per fuggire da ciò che lo spaventa. Una cosa che nessuno dei suoi fratelli ha compreso. Questo fino a quando comincia a trovare la forza di accettare i suoi poteri… e inizia a scoprirli davvero.

Five… un uomo maturo imprigionato nel corpo di un ragazzino che si affaccia all’adolescenza, il fratello con maggiore esperienza e, soprattutto, conoscenza rispetto a tutti gli altri, un uomo che ha passato decenni da solo e ha dovuto compiere atti inimmaginabili, il tutto per tornare dalla sua famiglia e salvarla (oltre a salvare il mondo). Ed è anche dotato di un notevole sarcasmo.


Infine, bisogna dire che come avversario la Commission è intrigante.

IL CAST

Tutti gli interpreti sono da apprezzare nei rispettivi ruoli, sia per quanto riguarda i fratelli Hargreeves che i villain e gli avversari in generale.
Mary J. Blige e Cameron Britton sono una Cha-Cha e un Hazel davvero azzeccati, spietati, letali, buffi e divertenti allo stesso tempo; Tom Hopper non poteva che essere Luther, il gigante fondamentalmente buono e innocente, Emmy-Raver Lapman, interprete di Allison, ha fatto parte del cast di “Hamilton”, l’osannato musical creato da Lin Manuel Miranda… e di Ellen Page cosa vogliamo dire? Candidata al premio Oscar per “Juno”, non è proprio la nuova arrivata e qui interpreta un ruolo con luci e ombre, che passa da uno stato di apatia a qualcosa di decisamente enorme.
Ancora una volta, però, bisogna soffermarsi su Klaus e Five e dunque sui loro rispettivi interpreti, Robert Sheehan e Aidan Gallagher. Come si diceva, Klaus è forse il più problematico dei fratelli, per via delle sue profondissime paure, dei suoi traumi (nei quali Reginald Hargreeves ha avuto un ruolo non secondario), e di ciò a cui fa ricorso per sfuggire loro. Klaus è un alcolizzato e un drogato. E soprattutto, visto che la sua famiglia non capisce per quale motivo lui faccia ricorso a tali sostanze, Klaus è solo (come ognuno dei suoi fratelli, in verità). Eppure, allo stesso tempo è dolce e tenero, non è privo di forza, è eccentrico ed è incredibilmente ironico e divertente. Robert Sheehan porta in scena tutto ciò con incredibile naturalezza e convince dalla sua primissima scena. E’ impossibile non amare Klaus e questo lo si deve a Robert Sheehan.

Aidan Gallagher è un ragazzo che ha compiuto pochi mesi fa quindici anni, quindi quando questa stagione di “The Umbrella Academy” è stata girata aveva all’incirca l’età che Five dimostra nella storia (tredici anni). Questo ragazzino che è appena entrato nella pubertà è favoloso, esattamente come i giovani interpreti di “Stranger Things”. Aidan Gallagher sa dare a Five il perfetto atteggiamento da uomo maturo e sicuro di sé, quello che mentalmente è diventato il più grande dei fratelli (visto che ha vissuto per decenni intrappolato nel Futuro, fino a circa sessant’anni, e poi per chissà quanti altri anni fuori dal Tempo come agente al servizio della Commission). Il fratello che, come dice lui stesso, ha fatto cose che nessuno degli altri potrebbe immaginare (“Hai idea di quante persone io abbia ucciso?”), che ha l’esperienza e la conoscenza più vaste.  E Aidan Gallagher è assolutamente credibile quando tratta gli altri (che sono veri adulti) come se fossero dei ragazzini, è assolutamente credibile nella maturità che deve essere data a Five, lo è nel dargli rassegnazione ed esasperazione, sofferenza e gelida furia e lo è anche nel mostrarlo come letale e sinistro, percorso da una sottile follia (quel sorriso è inquietante) che però si accompagna al genio, essendo Five quello in grado di eliminare da solo un’intera squadra di agenti del Tempo (che lo sta braccando).

Per dirla in pochissime parole, come Five, Aidan Gallagher spacca.

L’UMORISMO

Un umorismo totalmente nero. Nerissimo. D’altro canto, non poteva essere diversamente, visto il branco di disfunzionali di cui gli spettatori si trovano a seguire le vicende. E questo vale sia per i fratelli Hargreeves che Cha-Cha e Hazel, i due killer mandati a uccidere Five.
Klaus è il re, in questo senso. La drammaticità del suo essere dipendente da alcol e droghe, accompagnata dalla sua eccentricità, dà luogo a dei momenti assolutamente esilaranti (sullo stile di “Zia Zelda, dov’è la zia Hilda?”“Mi ha fatto innervosire, così l’ho uccisa e sepolta in giardino”, e sullo stile di Leonardo Di Caprio in “The Wolf od Wall Streeet”, che a un passo dalla paralisi celebrale striscia fino alla Lamborghini, apre la sua portiera col piede e riesce a mettersi al volante e ad arrivare a casa andando però a sbattere ovunque, o che arriva con l’elicottero in giardino e cade nella piscina facendo scattare tutti gli antifurto). Due su tutti: la scena con Five nell’ufficio del medico, in cui si finge padre di Five (non so dire quante volte l’ho guardata, ridendo a crepapelle), e la scena del bagno, mentre Cha-Cha e Hazel attaccano l’Academy e combattono con i suoi fratelli e sua sorella.

Anche Cha-Cha e Hazel, però, danno delle soddisfazioni in tal senso, basti pensare a quando si ritrovano strafatti perché hanno mangiato la cioccolata alla marijuana di Klaus e vanno a incendiare il laboratorio. Anche nel loro caso l’umorismo è nerissimo, visto che per di più li si vede uccidere e torturare e si vedono le loro vittime. Dunque, un umorismo da situazioni tragicomiche, che è anche uno degli aspetti che fanno pensare a Vincent Vega e Jule Winnfield di “Pulp Fiction”.

 L’USO DELLA MUSICA

Lo show fa un ampio uso della musica, forse perché i fumetti sono stati creati da un musicista e in qualche modo è stato così reso onore all’arte in cui Gerard Way “è nato”. Forse perché lui è uno dei produttori esecutivi. In ogni caso, la colonna sonora di “The Umbrella Academy” è ricchissima e ciò che davvero lo differenzia da altre serie tv è l’utilizzo che di questa viene fatto: le canzoni che compongono la colonna sonora, che coprono i decenni più disparati, non sono semplicemente inserite come contorno e/o sottofondo alle situazioni, ne diventano protagoniste; infatti, le situazioni vengono raccontate attraverso la musica, le immagini parlano attraverso questa, anche quando c’è un palese contrasto tra canzone ed evento che si vede accadere.
Un elemento che colpisce molto e che è impossibile non apprezzare.

E poi c’è la splendida musica composta per il concerto di Vanya.

Infine, un piccolo bonus. C’è un altro elemento che accomuna “The Umbrella Academy” a “Una Serie di Sfortunati Eventi”, “Sabrina” e anche “Riverdale”, sebbene quest’ultimo sia su un altro canale (e non sia qualitativamente all’altezza dei precedenti), ovvero lo stile: un mix di modernità ed elementi di altre epoche, come l’inizio del Novecento e gli anni Cinquanta e Sessanta. Una cosa che è sempre bella e interessante da vedere.

Concludendo, pertanto, lo show merita senza dubbio dei thumbs up.
Chi ha letto i fumetti avrà notato i cambiamenti apportati rispetto a questi e il fatto che gli autori dello show, pur seguendo la generale trama del primo volume (“The Umbrella Academy: Apocalypse Suite”), hanno introdotto elementi del secondo (“The Umbrella Academy: Dallas”), come Cha-Cha e Hazel. Il tutto, ovviamente, è stato fatto solo per rendere la storia adatta allo schermo e all’ambientazione prescelta (come avvenuto con tanti altri adattamenti dai fumetti, non ultimo tutto l’universo Marvel).
Personalmente ho amato la scena di Klaus morto con la ragazzina che dovrebbe essere Dio (visto che i ragazzi sono, in sostanza, dei nuovi Messia mandati a salvare il mondo). E’ vero che nel fumetto Dio è diverso, ma la variante è molto carina e niente impedirebbe poi di inserire anche la sua manifestazione “originale”.
Inevitabilmente sorgono dunque le domande: il finale ha aperto la strada per “Dallas”, con le sue rivelazioni, o la season 2 ci porterà altrove? E i fratelli riusciranno ad aiutare Vanya senza commettere gli errori del passato?

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2 comments

Alessandra 23 Febbraio 2019 at 12:53

Altro che disfunzionali! Questi eroi ( più antieroi) sono totalmente pazzi!
Ho amato ogni singolo minuto, la prima serie non buonista con supereroi che non mi annoiano.
Sono stati ampliamente descritti e come
sono cambiati dal primo episodio fino alla fine.
Il mio personaggio preferito 5. Alcuni lo hanno definito inquietante e pazzo, ma io l’ ho trovato perfettamente normale per uno che ha passato oltre 30 anni da solo. È solo da ammirare!
Quando ha eliminato da solo un’intera squadra di agenti, è stato straordinario!
Anche il suo rapporto con Dolores, wow! Che attore fantastico, io non riuscirei a parlare con un manichino senza che mi venga da ridere

Reply
Sam
Sam 23 Febbraio 2019 at 18:53

Ciao!
Sono assolutamente pazzi. Come ho detto, non ce n’è uno sano. Come risponde Klaus a Lance che gli dice “Tu sei pazzo”, “You’ve got no idea”. Ma questo è il bello.
Beh, oddio, di supereroi complicati Netflix è pieno, ma questi di certo sono fuori da tutti i “normali” canoni dei supereroi.
Sì, lo spessore dato a ognuno di loro è uno degli aspetti migliori dello show.

Five è anche il mio preferito (e poi c’e Klaus): è inquietante, ma questo è uno dei suoi vari aspetti positivi!
La scena in cui fa fuori il commando, nel pilot, è fantastica.
Aidan Gallagher è bravissimo, sì.

Grazie per aver letto e commentato!

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