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Rubriche & Esclusive The Resident

The Resident 1×02-1×04: Non è tutto oro quello che luccica (ma ci piace lo stesso)


Dopo l’analisi molto schietta che io e Walkerita abbiamo fatto in occasione dell’uscita del pilot, che non ci aveva grandemente entusiasmato, ho comunque deciso di continuare la visione settimanale di The Resident, rendendomi conto, con il proseguire delle puntate e con mio stupore, che 1. le cose cominciavano a farsi sempre più interessanti 2. il pilot non fa minimamente onore a questa serie. 

Intendiamoci, non è che adesso lo ritengo la genialata di mezza stagione, “come avremmo potuto farne a meno”, “è il miglior medical drama mai visto”, “complotto”, etc. No. Continuo a pensare che sia un prodotto medio, che fatica a spiccare nel panorama dei telefilm ambientati in un ospedale e che pecca ancora un po’ di (ab)uso di stereotipi, ma il coefficiente di miglioramento è sorprendentemente alto, ha un ritmo vivace e comincio ad appassionarmi alle storie dei suoi protagonisti. Il tutto senza minimamente annoiarmi. Vi pare poco? A me proprio per nulla.

Di seguito, la lista di quello che mi piace di questa serie. E qualcosa che ancora funziona poco.

1. I personaggi: Conrad, Nic e Devon
– Il dottor Conrad Hawkins, che continua a essere chiamato solo per nome – perché tanto piace a tutti, tutti lo amano e pure quelli che non lo amano, tutto sommato non possono resistergli -, è uno dei punti forti della serie. Il più forte, probabilmente. Aveva fatto un ingresso notevole, nel primo episodio, che ci aveva fatto intuire come sarebbe diventato ben presto l’angelo del focolare la personificazione eroica della Positività Umana, nelle vesti di un dottore con cui la sorte è stata oltremodo benevola, se solo avesse mitigato quei tratti francamente insopportabili che ostentava, tra cui la spiccata pretesa di essere Dio. Si crede ancora naturalmente Dio, ma dopo quattro episodi, comincio a pensare che ne abbia ben motivo. È instancabile, giusto, corretto, pieno di umanità, si dà senza riserve, è mosso da entusiasmo e nobili intenti, è severo quanto basta (tendenzialmente poco), gentile, educato, empatico, molto dotato professionalmente. Ha mantenuto intatto il suo carisma, ha aggiunto spessore, complessità, profondità. Sa sostenere e infondere fiducia in chi lavora con lui, riceve rispetto a palate, si fa carico delle situazioni che non gli competerebbero e quando c’è lui, tendo istintivamente a rilassarmi. Non che compia atti sempre integerrimi da un punto di vista etico, ma le sue azioni hanno sempre finalità lodevoli, che lo rendono un vero e proprio paladino della giustizia e l’unico (o uno tra i pochi) che ha veramente a cuore il Ben-essere, a tutto tondo, dei suoi pazienti.

Nic è un personaggio che, con mio grande piacere, sta iniziando a sbocciare. È la controparte femminile di Conrad, si dà senza riserve al suo lavoro, prende a cuore i suoi pazienti, è forte, determinata e non ha nessuna intenzione di rimanere relegata in un angolo, solo perché è un’infermiera. Questo tendenzialmente la fa inciampare in qualche potenziale casino, che vediamo benissimo profilarsi all’orizzonte (tutta la faccenda della clinica oncologica su cui la dottoressa Hunter mostra un sospettosissimo riserbo. Magari potrebbe mentire un po’ meglio e sentirsi meno colta in fallo, perché è evidente che bolle in pentola qualcosa di grosso). Nic è una che non molla, una che fa sentire la sua voce, che non ha paura di prendere posizione, che va a fondo, che c’è, sempre e comunque. E che si fa un turno doppio, se può aiutare una paziente a cui tiene. Può fare ancora di più e certamente lo farà, perché la mia impressione è che le stiano dando autonomia narrativa, in modo da non essere sempre schiacciata dalla presenza scenica e di trama del dottor Conrad.

– Il dottor Devon Pravesh, che all’inizio sembrava essere destinato a ridursi a fare lo zerbino di Conrad, impegnato (in apparenza) a distruggerlo per ricrearlo a sua immagine e somiglianza o, sadisticamente, distruggerlo e basta, si è fatto notare molto in fretta per la notevole grinta, la capacità di leadership e mediche, il sangue freddo, e l’assoluta mancanza di soggezione nei confronti di Conrad, di cui ha zero timore. Diciamo che ci ha messo giusto un paio di puntate per alzare la testa e farsi valere. È diventato, per Conrad, un partner affidabile, un alleato, qualcuno a cui chiedere aiuto, consiglio e a cui affidare trenta pazienti per volta.

Bonus: Conrad e Nic.
È chiaro che tutti gli sforzi sono concentrati per far sì che nasca nelle nostre menti, prima ancora che sullo schermo, una ship con i fiocchi. E io, che non ho bisogno di grandi opere di convincimento, ho già naturalmente fatto finire lì le mie speranze (quel ballo?! Parliamone).

C’è da dire però che i personaggi stanno crescendo, fortunamente, anche per conto proprio, che non esistono in funzione dell’altro e che, soprattutto, gli autori non stanno già manipolando la chemistry – che per me hanno – in modo troppo esplicito e ossessivo. Apprezzo il fatto che tra di loro ci sia stima, affetto, che siano l’uno il rifugio dell’altro e che si sostengano a vicenda, conoscendosi tanto bene. Lei cerca di frenare le sue idee spericolate, lui le affida i suoi specializzandi e si fida di lei. Nonostante all’inizio fosse sembrato che la storia tra i due fosse finita perché lui era sexy ma non esattamente uno con cui metter su casa, con il tempo si è scoperto, e lui ce l’ha dimostrato, che a lei tiene davvero e che non è un dongiovanni che salta da una donna all’altra. Vuole lottare per lei, perché ne vale la pena. E se magari evitassimo di inserire un terzo incomodo, ne saremmo tutti veramente lieti.

2. Il realismo delle vicende trattate
Esattamente come già era successo nel pilot, The Resident non si tira mai indietro nel mostrare il lato oscuro della medicina, la brama di potere, l’ego spropositato e un visibile delirio di onnipotenza. I medici più anziani non hanno la minima remora nel mostrarsi per quello che sono: persone che hanno perso quell’entusiasmo giovanile che faceva loro venir voglia di combattere per un mondo migliore. Sono interessati ai soldi e al prestigio personale, direi a livelli pericolosi. E non hanno nessuna intenzione di perdere lo status quo raggiunto, nemmeno in nome di un’augurabile etica. Né ci viene risparmiata una rappresentazione per niente edulcorata di quello che significa aver bisogno di cure senza un’adeguata assicurazione, negli Stati Uniti al giorno d’oggi. Significa non ricevere, probabilmente, le cure adatte. Il caso di Louisa, la ragazza immigrata illegalmente, lo ha dimostrato chiaramente: senza l’intervento congiunto di medici pronti a tutto per salvarla, non sarebbe stata curata e, anzi, arrestata e rimandata in patria gravemente malata. Il gesto eroico di Conrad e degli altri non è stato privo di conseguenze: i soldi la fanno da padrone e da qualche parte devono saltare fuori. Tutto quel che accade, in The Resident, ha sempre conseguenze immediate e visibili.

3. Gli atti di profonda umanità
Proprio perché si trovano a operare in un contesto in cui prevale il cinismo e un orientamento più che materialista teso al guadagno, i medici (quelli ancora dotati di vocazione appassionata), si rendono protagonisti di scelte grandemente generose, che potrebbero mettere a rischio la loro carriera, scelte totalmente altruistiche, che dimostrano come la cura disinteressata per il prossimo, che implica dispendio di tempo, energie, risorse personali sia ancora un valore da perseguire senza quasi starci a pensare. Gli sforzi di Conrad di trovare l’identità del paziente sconosciuto, il suo fare di tutto per dare un cuore a Micah che se lo merita dopo essere stato mandato a casa per tre volte, la delicatezza con cui si rivolge a Lily, la malata di leucemia, l’affannarsi di Devon per quattro lunghe ore, per ottenere l’autorizzazione all’intervento sperimentale, il matrimonio improvvisato per i due anziani. Sicuramente non ci viene risparmiata la faccia spietata della medicina e il lato perfino disumano delle persone, ma non mancano di certo eventi che ci fanno riavere una grande fiducia nel genere umano.

4. La continuità delle storie da una puntata con l’altra
Mi piace continuare a scoprire che ne è di Lily e come progredisce la sua malattia. Mi piace rivederla di volta in volta, sapere che fine ha fatto e continuare ad apprezzare i modi gentili che i medici hanno di trattarla, perché hanno stabilito un legame con lei e gli altri pazienti più presenti. Non sempre i telefilm riprendono quotidianamente i fili del discorso, spesso incontriamo personaggi che, esaurita la loro funzione, semplicemente spariscono. Ma questo non accade in The Resident.

Quello che non fuziona.
Oddio, una volta che si accettano le premesse di quello che The Resident è, senza la pretesa di essere altro, e lo si guarda senza voler a tutti i costi puntualizzare quello che non va o quello che dovrebbe essere migliorato (c’è ancora margine perché lo faccia), io non ho moltissime cose da sottolineare. Mi godo la visione senza eccessive aspettative e ne sono più che soddisfatta!
– Ho letto che ci sono stati alcuni errori medici, nelle procedure mostrate, ma non sono competente per notarlo e, in tutta onestà, a me personalmente non tange moltissimo, lo ammetto.

– È vero che talvolta non sono chiarissimi nel mostrare i ruoli dei personaggi, che lavorano un po’ dappertutto in ospedale senza mansioni specifiche, Nic prende l’iniziativa di fare un’iniezione di epinefrina e non mi pare che possa essere di sua competenza, Devon cerca di convincere l’assicurazione a dare il consenso per l’intervento sul tumore alla cistifellea, sprecando ore lavorative quando dovrebbe esistere un ufficio predisposto, senza contare che, di nuovo Nic, prende e se ne va a farsi consegnare la cartella clinica di persona. Immaginiamolo in qualsiasi altro medical drama dove i ruoli sono rigidamente prestabiliti in una struttura gerarchica che non si può ignorare a piacimento e pensiamo a che cosa potrebbe succedere. Sarebbero costantemente rimproverati.

– Vorrei inoltre che venisse data una maggiore profondità a personaggi come l’Antagonista Number One, il dottor Bell, che prima aveva il tremito e adesso non più grazie alle benzodiazepine che si autoprescrive. Tutti preferirebbero dargli in mano arance invece che pazienti e forse nemmeno quelle, ma nessuno sta in effetti facendo niente per mettere al corrente chi di dovere. D’accordo che il cinismo va per la maggiore e come spettatori abbiamo dovuto ampliare il limite di quello che troviamo eticamente accettabile, ma nel mondo la negligenza dovrebbe ancora essere condannata. O almeno non accettata passivamente perchè “tra medici ci si sostiene”. Nessuno sta pensando alle cause legali che eventualmente si abbatterebbero sull’ospedale, se si venisse a scoprire in modo tragico?

– Così come amerei molto se potessero dedicare un po’ più di tempo alla dottoressa Okafor, che sta diventando in fretta uno dei miei personaggi preferiti, per le sue uscite spiazzanti, la bravura e la sua irresistibile arroganza. E l’indifferenza con cui si fa scivolare addosso qualsiasi cosa che potrebbe ostacolare la sua carriera, offese e punizioni comprese.

Lo state guardando? Che cosa ne pensate? Ho trovato davvero pochissimi commenti in giro, mi piacerebbe molto sapere la vostra opinione!

– Syl

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