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Recensioni The Night Shift

The Night Shift | Recensione 4×07 – Keep The Faith

Carissimi addicted, eccoci arrivati a quello che rimarrà negli annali come l’episodio di The Night Shift per antonomasia, non perché si tratti di una puntata particolarmente brillante o avvincente, no, ma perché la produzione, stanca di relegare i veterani al ruolo di pazienti e figure di contorno, ha pensato bene di riciclarli anche come autori ed interpreti.
Il risultato è un episodio tutto sommato apprezzabile, delicato e malinconico, che non ci dà però molto dal punto di vista dello sviluppo della trama orizzontale (ricordo un tempo neppure troppo lontano in cui questo rito pagano e scabroso veniva rispettato quasi settimanalmente).

Dopo un cliffhanger durato una settimana, ma che si sapeva benissimo come si sarebbe risolto, gli autori non hanno nemmeno voluto regalarci una sequenza adrenalinica in cui ci mostrano il tentato salvataggio di Mac e ci trasportano per direttissima al termine del suo funerale, in modo da concentrarci sul vero fulcro dell’episodio: lo scontro con i manifestanti che credono che i caduti in guerra abbiano meritato la loro sorte perché… appoggiano i gay..? Ok, questa associazione se devo essere onesta non l’ho trovata proprio chiarissima, anche perché la storia di Drew e del suo difficoltoso coming out (a meno che gli sgallettati non si riferissero proprio a quel particolare evento) ci ha insegnato che l’esercito è tutto meno che gay-friendly.

Proprio in questo frangente il personaggio di Kenny, che dopo la debacle di Cain sembra non voler perdere occasione di fare una bella figura da cioccolataio, decide di ergersi a giudice supremo, contraddicendo tipo un fantastilione di regole etiche e rifiutandosi di occuparsi al meglio di un paziente a causa di divergenze ideologiche e politiche, salvo poi scoprire di aver negato gli antidolorifici a un agente federale sotto copertura… bene ma non benissimo.
In generale il personaggio di Kenny è stato soggetto a un processo che lo ha stereotipato in maniera estrema, trasformandolo in una figura permalosa, cocciuta e poco incline a rispettare i limiti e le regole imposte dalla sua professione, una figura di cui, se devo essere onesta, personalmente comincio a sentire sempre meno il bisogno. Della serie, ripijate!

Passando allo spinoso argomento TC, il medico senza fissa dimora, devo ammettere che questa settimana è quasi riuscito a dare il meglio di sé strappando a mani nude un’aquila ornamentale dalla schiena di un paziente e mandandolo a casa senza nemmeno dargli due punti, limitandosi a un cerottino (dimensione stimata dell’aquila e quindi della ferita: almeno cinque centimetri). Emozioni come non se ne vedevano dalla stagione due.
Su una cosa hanno però ragione Scott e Jordan: TC non può pretendere di starsene diviso fra due mondi, deve scegliere quale maggiormente si confà alle sue esigenze e ai suoi desideri, perché in questa maniera non sta solo complicando enormemente la vita del personale ospedaliero e di Scott, obbligati a dare una giustificazione alla sua presenza e a suoi eventuali errori, ma sta anche facendo male a se stesso e a Jordan, perennemente in balia della sua indecisione e dei suoi cambiamenti di rotta.
Onestamente non so come la morte di Annie, a cui finalmente si è tornati ad accennare (TC si è infatti lamentato di non essere riuscito a mettersi in contatto con la cognata) influirà su questa scelta: se di primo acchito mi verrebbe da pensare che la recisione dell’ennesimo legame potrebbe dare un’ulteriore spinta a TC per scegliere la Siria e la fuga dalla realtà, dall’altra potrebbe spingerlo a sentirsi in colpa e a pensare che avrebbe potuto evitare il suicidio della donna se solo si fosse trovato in patria.

Questa settimana Jordan si è meritata una sentita pacca sulla spalla da parte mia, perché per quanto ovviamente le esperienze passate dai militari in territorio ostile non siano nemmeno vagamente immaginabili, Drew e TC non hanno dato prova di grande sensibilità rinfacciandole il fatto che lei non può capire perché non è mai stata in guerra, perché oltretutto non si tratta di un’affermazione veritiera: Jordan forse non sarà scesa in campo in prima linea, ma sicuramente non ha avuto vita facile, costretta a una statica attesa, nella più totale ignoranza delle condizioni del suo uomo, occupata nel non facilissimo compito di sostenere Annie e il suo stesso fidanzato dopo la morte del fratello e il suo traumatico ritorno in patria.

Si è tornato a dare molto spazio anche a Drew e abbiamo avuto l’occasione di scoprire cosa lo ha spinto a intraprendere la lunga strada per diventare medico, proprio lui in cui l’istinto del combattente è così radicato.
Drew anche in questa occasione ha avuto modo di mostrarci il suo infinito senso di pietà, che lo spinge a rinunciare alla vendetta e a fare ciò che ritiene moralmente giusto solo per ridare un senso alla vita di una collega che ha perso tutto. E lo fa senza nemmeno prendersi i meriti, che andranno tutti al principale responsabile degli avvenimenti che ancora oggi lo tormentano quotidianamente con ferocia.
Un applauso quindi alla sua maturità e compassione, che generano un contrasto singolare con il comportamento di Kenny a cui ho accennato a inizio recensione.

La vicenda più toccante dell’episodio è stata però forse quella di Douglas Stratton, il paziente trattato da Paul e Shannon, tormentato per tutta la vita dal rimorso per non essere stato capace di resistere alle torture subite in guerra e da un dolore fantasma che lui percepisce distintamente nonostante sia stato generato dalla sua mente.
Stranamente in quest’occasione mi sono piaciuti moltissimo anche i due medici, che in genere sono quelli che tollero un po’ meno, si sono dimostrati molto umani e determinati a tal punto da convincere persino Scott a mettere da parte le regole per alleviare le sofferenze del loro atipico caso.

Per questa settimana è tutto, vi lascio con il promo dell’ottavo, adrenalinico episodio.

 

https://www.youtube.com/watch?v=m2OaZNh9B7U

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