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Recensioni The Last Tycoon

The Last Tycoon | Recensione Episodi 1-2-3

Dopo “Z: The Beginning Of Everything”, del quale è stata annunciata una seconda stagione, Amazon lancia un nuovo show con volti altrettanto noti rispetto al precedente, ovvero “The Last Tycoon”.

Lo show ci riporta ancora una volta nel mondo Fitzgeraldiano; infatti, la trama è tratta da un romanzo incompiuto di Francis Scott Fitzgerald, ovvero “The Last Tycoon”. La prima edizione data 1941, la prima pubblicazione italiana è del 1959; nel 2012 l’opera del grande scrittore americano è stata pubblicata in una nuova edizione con il titolo “L’Amore dell’Ultimo Milionario”. Il romanzo è stato pubblicato integrando le parti scritte da Fitzgerald con i riassunti della vicenda, gli appunti e le annotazioni che lo scrittore aveva lasciato all’epoca della sua morte prematura.
La vicenda è incentrata sulla storia di Monroe Stahr, importante personaggio dell’industria cinematografica americana degli anni ’30, che è riuscito a costruire la sua fortuna partendo dal nulla. L’uomo è vedovo, poiché sua moglie, la famosa attrice Minna Davis, è morta qualche anno prima.
Il romanzo è composto da cinque capitoli più parte del sesto e in esso Fitzgerald racconta il dietro le quinte di Hollywood nel periodo della Grande Depressione e prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Pur nelle differenze, in esso è possibile notare alcune caratteristiche comuni con “Il Grande Gatsby”, tra le quali vi è il narratore esterno della vicenda, che in “The Last Tycoon” è la figlia del socio di Monroe Stahr, ovvero Cecilia Brady.
La prematura morte di Fitzgerald colpisce ancora di più se si pensa che generalmente si ritiene che, grazie alla maturità della capacità narrativa raggiunta dallo scrittore, se ultimato “The Last Tycoon” sarebbe stato il suo capolavoro.

“Era una splendida notte azzurra.L’alta marea stava per incominciare e i piccoli pesci d’argento dondolavano sulle onde, lontano dalla riva, aspettando le dieci e sedici minuti. Pochi secondo dopo l’ora stabilita sciamarono verso la spiaggia con la marea, e Stahr e Kathleen passarono tra di essi a piedi nudi mentre saltellavano viscidi sulla sabbia.”

Del romanzo esiste già un adattamento cinematografico uscito nel 1976 e con un cast ricchissimo: Robert De Niro (Monroe Stahr), Robert Mitchum, John Carradine, Anjelica Houston, Jack Nicholson, Tony Curtis…


“The Last Tycoon” è una serie che è un meraviglioso concentrato di cose che amo: Fitzgerald, tanto per cominciare, del quale avevo letto tutto tranne il romanzo da cui è tratto lo show – non sono una grande fan dell’incompiutezza, ma ne ho comunque iniziato la lettura in contemporanea con la visione; l’ambientazione a metà degli anni ’30, che è un periodo magnifico per ambientare un qualcosa che tratta di cinema, perché quella è l’epoca in cui fare un film equivaleva a realizzare sogni, e difatti l’industria cinematografica era definita non a caso l’industria dei sogni. Il punto è che dietro le quinte in realtà di sogni se ne realizzavano ben pochi, gli attori in particolar modo vivevano spesso esistenze del tutto miserabili, delle mere marionette nelle mani dei produttori che erano i padroni indiscussi di quel mondo; c’è poi un cast di prim’ordine al quale consegue una recitazione eccelsa, ogni singolo attore indossa il proprio personaggio come una seconda pelle, bucando lo schermo e colpendo dritto al cuore lo spettatore.

Parlo in particolar modo di Lily Collins che è assolutamente fantastica nei panni di Celia Brady, questo personaggio che è not a girl, not yet a woman, inesorabilmente innamorata del bel produttore (apparentemente) senza macchia e che sogna di poter un giorno prendere il posto del padre e produrre grandi film. È una ragazza piena di sogni ma allo stesso tempo anche ben piantata coi piedi per terra. Si rende conto di conoscere bene quel mondo – perché ci è cresciuta – ma allo stesso tempo non ha la pretesa di essere pronta a compiere il grande salto. È ansiosa di imparare, al punto da offrirsi di aiutare a titolo gratuito il reparto costumi, rinunciando temporaneamente ai privilegi del proprio cognome e a una vita che potrebbe essere agiata senza dover muovere un solo muscolo del corpo.

L’unica cosa che vuole, che quasi pretende, è una possibilità: la possibilità di poter far pratica, di poter imparare, di poter essere messa alla prova, di smette di essere semplicemente “la figlia del capo”.

C’è poi Matt Bomer, che riesce a portare sullo schermo un personaggio così complesso come Monroe, riuscendo a evidenziarne tutte le sfacettature. Monroe non è una cattiva persona di base, ma è pur sempre un produttore hollywoodiano. Questo significa che pur mantenendo un’umanità molto rara per l’ambiente, in realtà anche lui è costretto a scendere a compromessi con esso e ad assumere comportamenti e prendere decisioni non proprio etiche o generalmente corrette. Parlo, per esempio, di quando licenzia un cast quasi per intero in nome della riuscita del film, o di tutti i momenti in cui fa deliberatamente credere a Celia che in fondo possa esserci speranza per loro, nonostante poi in realtà ci siano anche delle scene in cui le dice chiaramente che fra loro non potrà mai accadere nulla, che si tratta di mero business per quel che riguarda il loro rapporto.

È un uomo distrutto dalla morte prematura della moglie ma che allo stesso tempo non si lascia abbattere da questo dolore o meglio, si auto convince che sia così quando poi in realtà noi, spettatori esterni, sappiamo che non lo è, lo sappiamo mentre lo vediamo trovare conforto in un accento irlandese o in una relazione sadomaso illecita nella quale evidentemente sfoga tutto il proprio dolore.

In generale la recitazione, come dicevo prima, è tutta di alto livello. Così come lo è la storia, che ci porta nel dietro le quinte di questa industria dei sogni mostrandoci tutta la miseria umana che in realtà si cela dietro a quello splendore apparente. E questo è un po’ il punto di forza e il tema ricorrente in tutta la produzione di Fitzgerald: a lui piace raccontarci dello sfarzo e dello splendore che albergavano in certi rami della società dell’epoca, ma poi strappa con violenza la maschera dell’apparenza per darci quel pugno allo stomaco che dimostra che ciò che luccica raramente è oro puro. E i suoi personaggi sono tutti così meravigliosamente tormentati, così ben caratterizzati, da farci affezionare in maniera quasi morbosa a loro, perché sappiamo che sono imperfetti, vediamo le loro imperfezioni e nonostante questo finiamo inesorabilmente per amarli quasi incondizionatamente, perché finiamo col provare una fortissima empatia. È un aspetto della sua narrativa che viene trasposto pari pari in questa serie targata Amazon, dimostrando che gli autori non si sono limitati a prendere questa storia incompiuta di Fitzgeralrd e a raccontarcela in qualche modo, ma hanno fatto un lavoro di ricerca approfondita su di lui e sul suo modo di raccontare la vita d’epoca.

Insomma, dopo tre episodi mi sento di raccomandare a chiunque questo show. È realizzato con cura, recitato divinamente, e mostra così tanti aspetti del mercato cinematografico dell’epoca da risultare affascinante in più di una maniera. Infatti non si parla solo di attori e di produzione, ma anche di politica, di come i film subissero continue censure perfino da oltre oceano – in un periodo in cui la Germania dettava legge in Europa e non era una bella legge – di come si arrivò alla formazione dei sindacati di settore, di come tanta gente – tanti addetti ai lavori – approdassero a Hollywood convinti di trovare una sorta di giardino dell’Eden moderno quando poi non era esattamente così.

Gli episodi sono lunghi, si aggirano tutti sulla media dei 50 minuti e in alcuni casi arrivano all’ora, ma si fanno guardare senza problemi proprio perché impregnati di fascino sotto ogni punto di vista e ve lo dice una che odia il format così lungo.

ChelseaH

 

Premessa d’obbligo: dite Francis Scott Fitzgerald e io arrivo. Irrimediabilmente. “Il Grande Gatsby” è uno dei miei romanzi preferiti, i suoi adattamenti sono tra i miei film preferiti e qualunque cosa in cui egli sia nominato, coinvolto o addirittura appaia, entra nelle mie preferenze di diritto (non per niente “Midnight In Paris” è il mio film preferito di Woody Allen, anche se non solo per la presenza di Francis Scott Fitzgerald, interpretato da Tom Hiddleston) ed è per questo che ho accettato di scrivere l’articolo sul parallelismo, per ciò che concerne i temi, tra “Il Grande Gatsby” e “Gossip Girl”.
Sappiamo tutti che come persona non era… come dire, la più stimabile del mondo, è stato un uomo complicato, controverso, tormentato e difficile, ma le sue storie, seppur anch’esse tormentate e di certo non felici, hanno un fascino probabilmente irraggiungibile da chiunque. E lo stesso vale per la sua figura. Sarà forse l’epoca in cui i romanzi sono ambientati, la stessa nella quale lui ha vissuto (e che, come dimostra “Midnight In Paris”, era caratterizzata da un grandissimo fervore culturale poi andato perso), accompagnata, ovviamente, alla sua capacità narrativa unica, ma è impossibile resistere a Francis Scott Fizgerald. Pertanto, non potevo non interessarmi a “The Last Tycoon”.

E veniamo allo show.
In alcuni aspetti esso sembra distaccarsi un poco dal romanzo dal quale è tratto, almeno in questi primi tre episodi, ma d’altronde quest’ultimo è incompiuto, per cui lascia una certa libertà di manovra per apportare piccoli cambiamenti più congeniali allo schermo.
Dicevamo che la storia è ambientata nella Hollywood degli anni ’30, per cui non ci si può aspettare un ritmo incalzante, che invece è quello tipico di Fitzgerald, simile, dunque, a quello de “Il Grande Gatsby”. E, come si diceva, ci sono delle similitudini tra le due opere: a parte il narratore esterno già citato e il ritmo, la figura di Monroe Stahr rimanda a quella di Jay Gatsby, un self-made man, affascinante e carismatico, amato, acclamato e desiderato da tutti. Un uomo che, in parte, vive nel passato. Come Jay Gatsby viveva nel passato del suo amore con Daisy Buchanan, che voleva far rivivere come se gli anni non fossero trascorsi e le vicende della vita non li avessero divisi, Monroe Stahr vive nel ricordo della moglie perduta che, anche se inconsciamente, si ritrova a cercare in altre donne.
Come “Il Grande Gatsby” mostrava “lo sporco” dietro il lusso dell’alta società newyorkese degli anni ’20, “The Last Tycoon” mostra quello che vi era dietro le luci appariscenti e ammalianti di Hollywood negli anni ’30 (una sorta di tema ricorrente nelle opere di Fitzgerald).

Lo show è davvero ben realizzato, possiamo dire di classe. Non ha quell’aura da abbagliante capolavoro di “The Crown”, ma è decisamente un prodotto di qualità: è ben recitato, i costumi e le ambientazioni sono belle, la sigla già da sola è splendida e ammaliante; in alcuni momenti scenografie e fotografia sono davvero splendidi (basta pensare al set del film su Minna Davis, al ballo per i produttori, alle luci, scenografie e riprese sul set della Metro Goldwyn Meyer, durante la ricerca dell’attrice da affiancare a Clarke Gable); la trama è avvincente, proprio per ciò che narra, ovvero il mondo hollywoodiano degli anni ’30.
In quel periodo, infatti, gli attori “appartenevano” alle case cinematografiche e le condizioni lavorative spesso erano molto difficili anche per loro (alcuni venivano trascinati sul set anche in precarie situazioni fisiche), oltre che, ovviamente, per tutti coloro che si trovavano nelle schiere dei tecnici (sceneggiatori, cameramen, operai, costumisti, autisti…). E la storia non tralascia questo aspetto: ci vengono mostrate anche la nascita dei primi sindacati e la ferrea e spesso violenta opposizione dei “padroni”, dei capitalisti in genere, in un’epoca in cui si aveva scarsa considerazione per la vita umana, la divisione in classi sociali era ancora molto marcata. Allo stesso modo, viene mostrata la condizione della donna in quell’ambiente e tra i ricchi, con attrici e mogli sfruttate e considerate oggetti.
Inoltre, non si tralascia nemmeno la questione politica. La storia è ambientata nella seconda metà degli anni ’30, la società americana risente ancora dei tragici effetti della Grande Depressione (sono gli anni del New Deal del Presidente Roosvelt, proprio per risollevare l’economia statunitense dopo lo shock del crollo del 1929) e in Europa iniziano a soffiare venti di guerra, a causa della salita al potere di Hitler in Germania. E proprio la situazione in Europa, in Germania con i primi anni del Nazismo, è riportata sia indirettamente che direttamente: nel primo modo, con pagine di giornali che spiegano ciò che accade in Germania; nel secondo, invece, con la presenza del Console tedesco a Los Angeles, che fa il giro delle case cinematografiche dettando regole per i film americani da produrre, sotto minaccia della non distribuzione in Germania. Regole che le case cinematografiche sono costrette ad accettare a causa dell’importanza del mercato tedesco.

I personaggi sono interessanti, in particolare alcuni di loro: Monroe, un uomo che vende sogni ma è anche dotato di principi; Celia Brady, la figlia del fondatore della casa cinematografica per la quale lavora Monroe, giovane donna idealista ma anche forte e decisa a imparare, ritagliarsi il suo spazio nell’industria cinematografica per poi affiancare e prendere il posto del padre; Aubrey, uno degli sceneggiatori più importanti, che è anche il collegamento con la tematica politico-sociale interna, inerente alla nascita dei sindacati.

Matt Bomer nei panni di Monroe Stahr è certamente bellissimo (non che sia una novità per lui), ma soprattutto carismatico, a suo modo drammatico e struggente. Lily Collins, che interpreta Celia Brady, è delicata e luminosa, ma anche forte e decisa.





Se volete uno show che vi intrattenga piacevolmente ma sia anche di qualità e se amate il mondo di Francis Scott Fitzgerald, “The Last Tycoon” fa per voi.

Sam

 

Bene, ci fermiamo qui e vi diamo appuntamento per le prossime due recensioni!

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