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Handmaid's Tale Rubriche & Esclusive

The Handmaid’s Tale – L’orrore fa ritorno nella seconda stagione

Ciò che rende The Handmaid’s Tale un prodotto assolutamente strepitoso e spaventoso insieme, anche in questa nuova apertura di stagione, non è soltanto l’orrore nazi-fascista della società distopica che mette in scena.
Al centro di tutto quel confuso e articolato groviglio emotivo che ci tiene incollati allo schermo c’è la sottile, persistente e fastidiosa sensazione che questo universo parallelo non sia poi così assurdo, improbabile e lontano dalla nostra (potenziale) esperienza concreta.
A spingerci a guardarlo senza potercene staccare non è solo la fascinazione dell’abisso, la curiosità morbosa di scoprire fino a che punto la mente degli esseri umani può andare alla deriva, soprattutto quando si unisce in quel corpus micidiale che è la potenza cieca del gruppo che annulla la volontà del singolo e fa trionfare principi di forza oppressiva che favoriscono un’esigua minoranza. Il fatto è che vediamo noi stessi lì dentro. E la cosa ci spaventa, perché anche se vorremmo rassicurarci a vicenda che non succederà mai, non a noi, che siamo così civilizzati, così progrediti, non riusciamo a zittire quella voce che ci dice che non dovremmo esserne tanto certi.

I flashback usati in The Handmaid’s Tale servono a dimostrarci che la società da cui è partita quella degenerazione che ha portato a Gilead non è in effetti tanto diversa dalla nostra, a parte forse essere  ossessionati dalla riproduzione al punto da diventare paranoici sulla cura dei bambini o sui metodi anticoncezionali (ma siamo davvero tanto lontani da lì?). Il punto di inizio è un mondo simile al nostro, che ha lottato per acquisire e rendere solidi quei diritti civili, che progressivamente, inesorabilmente, vanno a scomparire. La società si è gradualmente trasformata in un incubo terrificante, incomprensibile per i suoi stessi abitanti, che sono disorientati, sconvolti, quasi incapaci di trovare da subito una forma di ribellione concreta. 
Quello che loro davano per scontato – quello che NOI diamo per scontato, è andato via via scomparendo sotto azioni di forza, imposizioni e leggi tiranniche. Il mondo di Gilead rappresenta le scelte di un pugno di uomini esaltati che pretendono di imporre la propria volontà, la loro visione ristretta agli altri e di gestire a proprio piacimento il corpo delle donne. E anche questo è decisamente familiare.

La seconda stagione si stacca dal romanzo di Margaret Atwood da cui ha preso spunto, per cominciare a vivere di vita propria, anche se l’autrice è rimasta nella produzione come consulente. Non avevo onestamente idea di cosa aspettarmi. Ho guardato The Handmaid’s Tale soltanto un paio di mesi fa, ho letto il romanzo recentemente discutendone in un gruppo di lettura, e sono quindi arrivata alla visione delle premiere ancora molto coinvolta dalla storia narrata nella prima stagione.

Avevo quindi più di un dubbio sul successo di una seconda stagione che, invece, si apre con una scena di enorme magnificenza scenografica, la punizione per le Ancelle che hanno osato ribellarsi alle regole e che affrontano una possibile morte per impiccagione. È un momento narrativo di grande impatto visivo che impone un coinvolgimento totale da parte dello spettatore che vive, respira quello stesso strazio mortale che i personaggi provano di fronte al loro destino.
Credo sia una delle scene di apertura di stagione più maestose ed eccellenti che io abbia mai visto.

Il plauso del successo di questo telefilm va anche soprattutto alla sua protagonista, Elisabeth Moss, che grazie a un enorme talento e un volto tra i più espressivi, riesce a comunicare senza parole l’intera gamma degli stati d’animo che June prova: la rabbia, la forza, la resilienza, l’impeto indomabile verso la ribellione, la speranza che possa esserci la salvezza, da qualche parte.
Ma i complimenti sono più che doverosi anche per Alexis Bledel nel ruolo più complesso e riuscito della sua carriera, il cui personaggio ci viene raccontato e svelato nella seconda puntata, che ci fa finalmente conoscere le tanto decantate Colonie, che sono davvero quell’inferno in terra con cui Aunt Lydia ha sempre – a ragione – minacciato chiunque.
È un mondo alla fine del mondo, dove non si ha diritto nemmeno a essere definiti esseri umani. È un luogo di pre-morte, sinistramente somigliante a un lager nazista, da cui non si può sperare di uscirne vivi, perché, anche in caso di ipotetica salvezza, la contaminazione radioattiva delle acque a cui le non-donne sono state esposte porterebbe comunque a compimento i piani di distruzione.

Ho amato moltissimo conoscere la storia di Emily. Nella prima stagione ero dell’idea che, quando la narrazione si spostava da June verso gli altri, la storia perdesse di forza, cosa che invece non succede quando il focus si concentra su Emily, personaggio riuscitissimo che affronta, come tutte le altre, una progressiva perdita dello status quo, di quello che aveva sempre considerato normale. Perde il lavoro perché il suo stato coniugale rappresenta una versione inaccettabile di famiglia, inesistente secondo i valori tradizionali, perde la moglie e il figlio che riescono a emigrare in Canada lasciandola a terra, perché di colpo la nuova società diventa kafkiana e la burocrazia tentacolare inventa sempre nuovi modi estemporanei di opprimere, ostacolare, sottomettere i cittadini. Dopo la mutiliazione genitale subita lo scorso anno, Emily finisce nelle Colonie, dove compie ogni sforzo per non adegursi al generale abbrutimento, per conservare un minimo di dignità che le consenta di sentirsi ancora umana, aiutando le compagne grazie alle conoscenze biologiche. Fino a un certo punto.

Ero convinta della sua buona fede nell’aiutare una delle Mogli, deportata nelle Colonie insieme alle Ancelle per un generico “peccato d’amore”. Non mi aspettavo che l’avvelenasse per vendicarsi, fino all’ultimo ero convinta che la donna stesse male per gli effetti dei farmaci scaduti. Ho trovato il suo gesto estremamente potente e simbolico, oltre che affascinante da guardare, senza esprimere il minimo giudizio. Emily è un personaggio complesso alla pari di June, reso in modo altrettanto brillante.

June è fuggita. E la sua fuga ha qualcosa di misterioso che incuriosisce – oltre a essere lieti perché finalmente ce l’ha fatta -, soprattutto perché è avvenuta in modo tanto semplice e improvviso da farmi chiedere perché allora fossimo rimasti chiusi in quella stanzetta soffocante nel sottotetto per tutta la prima stagione.
A rendere il tutto più confusionario è il fatto che non si tratta di una vera fuga, non c’è un’attività sotterranea ben organizzata che salva ancelle e il mondo da se stesso. June assapora la libertà, è impaurita dall’ignoto, ma si trova di fatto in un vicolo cieco, piombata di colpo nella stessa noia, e nella stessa impossibilità di prendere in mano la sua vita, esattamente come al punto di partenza. Nick ha voluto salvarla in preda a un raptus umanitario – forse egoistico?  – senza sapere dove portarla, senza avere un piano preciso, relegandola in una bolla artificiale di tedio e totale mancanza di prospettiva. È ancora prigioniera.
Magnifica, anche qui, la scena di June che si taglia i capelli e poi un pezzo di orecchio per definire anche fisicamente la sua libertà, lo scorrere vivo del sangue che rispecchia quel rosso vitale delle vesti delle Ancelle in un rimando alla passione e alla Vita che loro simboleggiano con il loro utero, ma che non possono vivere.

My name is June Osborne.
I am… free.

È bello sentirla finalmente dire ad alta voce il suo nome, quando ancora prima di vedersi tolta ogni identità personale, veniva ostinatamente chiamata con il cognome del marito da una assistente sociale troppo solerte e complottista, che ha trasformato una banale influenza in un caso di intromissione statale sull’idoneità della famiglia a prendersi cura di un minore (!).

Ed è simbolico e potente il gesto di June di rendere onore ai morti avvenuti in quell’edificio, a quelle vite spezzate di punto in bianco, che ridà umanità a loro e a se stessa. Così come lo è riprendere possesso del proprio corpo con una lunga (estenuante!) sessione di sesso con Nick e l’impegnare il tempo guardando una puntata di Friends che parla, ironicamente, del piacere femminile, che ormai appartiene solo a un polveroso dvd.

Il breve scambio tra June e il camionista rende con una nota umoristica il cambio di prospettiva repentino e sconcertante della vita di June, che fatica a rimuovere dai suoi schemi mentali quei muri ai quali, con il tempo, si era rassegnata.

– Under His eye.
– After a while, crocodile.

Le due puntate possono essere riassunti dall’assioma di Aunt Lydia, che esplicita con semplicità terrificante due visioni del mondo diametralmente opposte: “liberi di e liberi da”. Il nuovo mondo è convinto di aver riportato in auge la vera libertà, quando ha di fatto, invece, represso ogni forma di espressione individuale, di scelta. Solo chi ha paura può davvero credere che libertà e protezione vadano a braccetto, mentre sono agli antipodi.

Sono completamente – di nuovo – coinvolta nella storia, vorrei che fosse uno di quei telefilm che vengono resi disponibili tutti in una volta, anche se capisco che sia necessario un po’ di tempo per metabolizzare gli eventi. La seconda stagione promette di mantenere quegli standard elevatissimi che già aveva dimostrato di perseguire lo scorso anno.

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4 comments

Valeria 27 Aprile 2018 at 19:00

Giustissima riflessione iniziale!
Ho guardato i primi due episodi a notte fonda per mancanza di tempo, e la mia reazione oscillava tra aiuto e I regret nothing xD Indubbiamente si è trattato di un’entrata, anzi di un ritorno, trionfale! Ho amato/odiato profondamente la scena iniziale e in particolare il momento in cui, anche sul punto di morire, iniziano a prendersi tutte per mano per affrontare insieme la morte, con un sottofondo musicale da brividi. Bellissimo anche il momento in cui June (non riuscirò mai più a chiamarla Difred), rivendica la dignità di Janine ancora una volta di fronte a aunt Lydia. E’ stato tutto meravigliosamente (e sanguinosamente) spietato, anche le scene nelle colonie, di cui abbiamo sempre intravisto molto poco nei precedenti episodi e per la prima volta ci è stata fornita l’idea di un luogo spettrale che corrode la pelle ma non i sentimenti chi ci lavora. June ed Emily sono, se è possibile dirlo, ancora più forti, energiche e supportive della stagione precedente. C’è, grazie a loro, un intreccio magnifico di passione, morte, vendetta, ricordo, cura e amore, qualcosa sicuramente di vivo che il clima generale di repressione non può toccare. June/ Iron woman che sopravvive a un viaggio in una cella frigorifera (scena raccapricciante), si taglia parti del corpo, gira armata di martello e rivendica i suoi diritti di donna e madre mi ha ispirato tantissimo, è l’emblema della figura femminile che riemerge facendo leva sui suoi tratti addolciti per natura ma forti e personaggi così ne abbiam visti davvero pochi! Non vedo l’ora di seguirla nella sua fuga di donna libera che persegue la libertà ultima, con il mondo alle calcagna!
Grazie (di avermi fatto scoprire il telefilm xD) della tua analisi!

Reply
Syl
Syl 28 Aprile 2018 at 10:04

Grazie a te per il tuo commento! Anche io non riesco più a chiamarla diversamente, è liberatorio poter finalmente usare il suo nome. Sono davvero curiosa di capire come farà a muoversi da lì e soprattutto se avrà il bambino alla fine, se il feto di pochissime settimane sopravviverà a tutte quelle esperienze e scossoni. E sarà anche interessante vedere, se riuscirà mai a ricongiungersi figlia e marito, cosa succederà con Nick, che è un personaggio a suo modo ribelle e altrettanto appassionato, mentre il marito ancora non lo si conosce benissimo.

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Federicuccia 27 Aprile 2018 at 20:02

in June c’è vendetta, rabbia accecante ma ha anche assaporato un po’ di potere, perché la gravidanza le ha permesso di averlo su Serena quando le dice che non è saggio minacciarla dato che è incinta. ecco, lì June capisce che la gravidanza è sopra ogni cosa un mezzo per sopravvivere, per non subire altre brutalità, poiché il suo nuovo status la protegge.

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Syl
Syl 28 Aprile 2018 at 09:59

È vero, nella risposta a Serena e ancora prima ad Aunt Lydia c’è la consapevolezza di essere intoccabile, almeno temporaneamente, ma io ho sempre avvertito in June una grande capacità di resistenza, la volontà di non farsi soggiogare, di non sottomettersi, che è più manifesta adesso perché se lo può permettere. Grazie per il commento 🙂

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