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Recensioni The Cry

The Cry – I due volti di Joanna Lyndsay

Esistono cardini della nostra società e della morale che in teoria la comanda che vengono tramandati come assiomi indiscutibili, verità assolute sull’umanità e sui legami che la regolano che appaiono come consapevolezze immutabili che vanno semplicemente accettate e rispettate come leggi divine. E proprio per un qualche volere divino o per una [s]fortunata casualità biologica, uno dei più antichi dettami della società umana riguarda il ruolo della donna in ambito familiare e la sua unica capacità di procreare.

Cresciamo accompagnati da luoghi comuni che cercano di convincerci universalmente che non esista dono più prezioso e immenso di un figlio, che diventare madri sia l’obiettivo ultimo di una donna e che nessun legame sarà mai come quello che unisce una mamma e il suo bambino, e noi per un po’ ci crediamo perché in fondo è la prima realtà che viviamo da piccoli, perché è ciò che vediamo nella persona che solitamente è il nostro primo punto di riferimento, nostra madre. Ma mentre diventiamo adulti, mentre cominciamo a capire e a vedere il mondo in cui viviamo con occhi diversi e disillusi, circondati da storie, eventi e notizie che non possiamo evitare e che attaccano ogni giorno l’illusorietà dei nostri preconcetti, ci rendiamo conto di quanto sbagliati essi fossero in partenza e di come siano stati proprio questi preconcetti a causare la moderna degenerazione.

Credo che sia questo ciò che “The Cry” intenda mostrare non solo nel suo primo episodio ma per tutta la durata di quello che sarà il suo percorso in quattro fasi: un’impenitente, concreta, asfissiante e disturbante rappresentazione delle drammatiche conseguenze che i luoghi comuni sulla maternità rischiano di comportare.

Ciò che “The Cry” ha portato in scena nella sua première è uno sguardo [da parte della sceneggiatura] privo di pregiudizi e di opinioni morali: Joanna non è una cattiva mamma e non è una buona mamma, non è innocente e non è colpevole, non è razionale e non è folle, Joanna è una donna intrappolata in un ruolo in cui col tempo avrebbe potuto eccellere o che forse non le appartiene affatto ma un ruolo per cui evidentemente non era pronta, per cui non si sente all’altezza e in cui è assolutamente sola a combattere quotidianamente per venirne a capo.

Lungi dal voler dipingere la maternità come la peggiore delle esperienze che una donna possa vivere, la miniserie, tratta dal romanzo omonimo di Helen FitzGerald, in onda sulla BBC e prodotta dalla compagnia indipendente scozzese Sychronicity Films, si pone l’obiettivo di portare in superficie proprio tutte quelle aspettative e quegli atteggiamenti di superiorità che la società si crede in diritto di rivolgere alle nuove madri solo perché in fondo noi donne dovremmo possedere una qualche dote naturale che ci renda perfette per il compito, comportamenti che invece annientano lentamente la psicologia di una donna come Joanna alle prese con una depressione post-partum che nessuno riesce a vedere per davvero e che le impedisce, apparentemente, di creare con suo figlio quel legame tanto speciale che istintivamente, agli occhi della società, dovrebbe possedere e sviluppare.

Sentirsi giudicata da una conoscente che incontra per strada e che sente il bisogno di farle notare quanto il suo bambino sia eccessivamente coperto, o ritrovarsi al centro delle attenzioni, dei fastidi e dei mormorii di un gruppo di passeggeri di un aereo maggiormente preoccupati dal proprio sonno disturbato che dalla possibilità di mostrarsi essere umani decenti, sono tutti momenti che sgretolano passo dopo passo la lucidità di Joanna e minano ancora di più la sua debole sicurezza, esasperando una sopportazione al limite.

Il primo episodio di “The Cry” ha un sapore inaspettato, amaro, inquietante. Oltre la velata denuncia che la storia introduce nei confronti degli stereotipi e delle aspettative, non c’è un’accusa e non c’è un’apologia rivolta alla protagonista, esiste solo una schietta e disturbante presentazione dei fatti, e ciò che disturba maggiormente purtroppo non è neanche la scomparsa del bambino, che avviene solo nelle battute finali dell’episodio, ma è la caratterizzazione angosciante di Joanna, di una donna verso cui vuoi solo provare empatia e comprensione, una donna che vuoi capire, che vuoi conoscere, ma che al momento non riesci a inquadrare, non importa quanto tu voglia farlo, una donna che oltre tutte le giustificazioni e le scusanti che merita, nasconde una parte di sé, una parte che diventa sempre più preponderante in seguito alla scomparsa di suo figlio e che dà vita infine a una doppia personalità che lei stessa riconosce.

L’interpretazione di Jenna Coleman mi spaventa come mai prima d’ora proprio perché per la prima volta, nonostante la mia volontà di partenza di difendere Joanna da qualsiasi terrificante sospetto, non so cosa aspettarmi dal suo personaggio, non so se fidarmi di lei perché credo onestamente che Joanna stessa, in questa prima rappresentazione, non possa fidarsi di sé. La straordinaria maestria della Coleman sta ne riuscire a nascondersi al pubblico, nel mostrare così tante sfumature di Joanna da confondere le “carte” in tavola e impedire di riconoscere la verità in una facciata di segreti e bugie. I silenzi, gli occhi vuoti, i sorrisi appena accennati, la paralizzante lucidità con cui racconta e soprattutto analizza antropologicamente ciò che ha vissuto di fronte alla psicologa del tribunale, sono tutti aspetti che Jenna Coleman gestisce con una tale esperienza da farti credere di aver visto tanto della sua Joanna quando in realtà ci ha mostrato ben poco della sua reale personalità.

Un lato che purtroppo sembra evidente è la sua “sottomissione” nelle dinamiche di coppia con Alistair, l’unico personaggio su cui nessuno sembra aver dubbi: si mostra come un uomo egoista e manipolatore perché effettivamente è un uomo egoista e manipolatore, tanto da riuscire, in un certo senso, ad ammaliare Joanna, sia nel primo incontro, che nella relazione che intreccia con lei omettendo un piccolo particolare come la presenza di una moglie e di una figlia nella sua vita, fino ad arrivare ai dettagli più quotidiani ormai, come persuaderla ad affiancarlo nella lotta per la custodia esclusiva di sua figlia, e nonostante Joanna appaia evidentemente perplessa e scossa dalla possibilità di strappare la ragazza alla custodia di sua madre, tace e acconsente, come d’abitudine.

Lo storytelling rappresenta uno degli aspetti più caratteristici della première ma anche uno dei più criticati. Ora, sorvolando sul fatto che a onor del vero basta un minimo di attenzione in più per seguire le diverse timeline presentate contemporaneamente, e trattandosi di un thriller psicologico è il genere stesso che lo richiede, la narrazione della storia è innegabilmente confusionaria e disarmonica, proprio come la sua sigla iniziale, ma questo si rivela chiaramente come uno strumento necessario per il racconto degli eventi e delle personalità coinvolte, poiché l’obiettivo della storia è proprio quello di trasmettere una sensazione di ansia soffocante e di inquietudine, di lasciarti in balia di opinioni contrastanti e senza punti di riferimento di cui fidarti, spingendoti in questo modo a compiere uno sforzo maggiore per vedere la storia in tutta la sua completa frammentazione. Lo storytelling è protagonista a tutti gli effetti di questo primo episodio, è una lente attraverso cui la fenomenale regia di Glendyn Ivin ti permette di guardare la storia e di interpretare le parti coinvolte.

È anche grazie alle diverse timeline che il personaggio di Joanna appare così caleidoscopico e ti mostra senza riserve il dualismo della sua psicologia irrimediabilmente segnata, in una personalità che per quanto sia svuotata e distrutta, sembra quasi rinata esteticamente, come se un’oscura e cinica parte di sé stia meglio senza il piccolo Noah.

La sessione con la psicologa si afferma come una delle storyline migliori dell’episodio perché è proprio in quei momenti che Joanna più ti confonde e ti spaventa, è davanti alla dottoressa che ammette senza riserve la quotidiana convivenza con i suoi due volti [Pirandello andrebbe a nozze con questa storia] ed è proprio in seguito alla sua deposizione che, sorridendo, appare quasi trionfante, come se sapesse di aver ingannato apertamente anche la psicologa stessa.

Degna di nota è l’interpretazione di Asher Keddie nei panni di Alexandra, prima moglie di Alistair, che si presenta come una donna intelligente e una madre protettiva che vive per il benessere di sua figlia e che, sebbene sia avvolta inevitabilmente da un alone di mistero, personalmente mi ispira fiducia, soprattutto per il modo di porsi nei confronti di Joanna, e una donna del genere, per quanto rancore giustificato possa provare nei confronti del suo ex marito, non la considero capace di ferire un’altra madre, né tantomeno il suo bambino.

The Cry” è una miniserie molto più oscura ed enigmatica di quanto avessi ipotizzato al principio, ma soprattutto è una storia che abbraccia con straordinaria totalità il genere in cui si sviluppa, con ogni suo elemento, dalla regia alle interpretazioni del cast, dalla musica alla sceneggiatura reticente della serie. “The Cry” forse [e lo dico esclusivamente per la diffusa confusione che sembra accumunare parte dell’audience] non è una serie per lo spettatore comune che si aspettava la linearità di Broadchurch ma porta l’aspetto thriller della storia a un livello superiore e personalmente, per la prima volta, dopo tanto tempo, non ho davvero idea di cosa aspettarmi.

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WalkeRita

2 comments

Syl 1 Ottobre 2018 at 22:03

Dunque. Devo andare per punti perché ho appena finito di guardarlo e devo fare un po’ di ordine nei pensieri e nelle emozioni. Io non sapevo bene cosa aspettarmi, a parte il bambino scomparso (che a questo punto è il meno), quindi riassumo random quello che provo:
1. non trovo assolutamente la narrazione confusionaria, come ho letto su Radio Times. Sì, ci sono vari piani temporali, ma sono ben assortiti e inseriti nel contesto, non ho mai avuto l’impressione di non capire di cosa si stesse parlando e a che punto della storia si riferisse.
2. Non capivo perché nessuno salvasse quella poveretta da quell’uomo terrificante che ha al suo fianco. Ma scherziamo? Ha una chiarissima depressione post partum e tu le dici: eh sono solo due fermate di autobus, vai a ritirare i passaporti per un viaggio infernale di 120 ore direzione Australia per riprendermi mia figlia strappandola alla madre, che me l’ha strappata a sua volta e mi viene in mente di farlo solo adesso.
3. “Non è così che funziona il jet lag” te lo faccio mangiare per colazione
4. Come dici tu, è talmente assoggettata da lui che tende poi a riprodurre lo stesso atteggiamento verso chiunque, tipo la hostess che le dice: “insomma, dai da mangiare a sto poveretto” e lei le sorride, incapace di rimetterla al suo posto (e lui dorme, manco lo avessero preso in ostaggio i narcotrafficanti).
5. Sono confusa anche io da lei, actually. Perché da un lato vorrei difenderla a tutti i costi, dall’altro ha quel fare perturbante che mi rende impossibile fidarmi del tutto (e pure quando lui le dice: “Pensi di poter piangere?”. A tratti ho idea che lui sia completamente fuori di senno)
6. Interpretazione STREPITOSA di Jenna. E non lo dico da fan, perché in realtà non lo sono, l’ho conosciuta grazie a te, quindi non sono di parte
7. Ho talmente tanti pensieri che non sono in effetti in grado di congetturare in modo lucido sul resto della storia.
8. Ottima analisi, come sempre, la tua. E stavolta era difficile mettere in fila le riflessioni per scrivere un articolo organico che orientasse chi, come me, l’ha letto cercando di dare un senso a quello che aveva appena visto
9. Forse non sembra chiaro dal mio elenco, ma mi è piaciuto MOLTISSIMO 😀

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WalkeRita
WalkeRita 1 Ottobre 2018 at 22:33

Oh god! Adoro il tuo elenco! E adoro tutto ciò che hai scritto! Innanzitutto, purtroppo lo storytelling ha avuto tante critiche, e Radio Times mi ha spezzato il cuore per due volte in una settimana, ho letto la recensione e non è completamente negativa ma temo non abbiano “capito” l’obiettivo della serie. La narrazione è confusionaria per chi vuole vederla in questo modo perché è così che appare ma basta davvero poco per rimettere in ordine tutto: Joanna single, madre e donna dai due volti, non c’è margine di errore e SAPEVO che l’avresti capito subito, ne ero CERTA!

Alistair è spregevole, lo è stato con Alexandra in un modo e lo è con Joanna in un altro e l’unica critica che io al momento muovo a lei è proprio essere rimasta con un mezzo uomo del genere perché lui l’ha davvero plagiata a modo suo.

Avere dubbi su Joanna mi strazia l’anima non solo per il volto che indossa ma anche perché, proprio per quell’educazione di partenza che tutti noi abbiamo, è terribile avere dubbi su una madre, ma non la conosco, è stata onnipresente per 60 minuti e io NON LA CONOSCO, non so di cosa sia capace e mi spaventa a volte. Voglio che sia innocente ma non so se la sua psiche sia d’accordo con me.

Le parole su Jenna mi fanno implodere i feels perché so bene che ormai la guardo con gli occhi dell’amore per quanto provi a restare vagamente oggettiva, però se a dirlo è qualcuno che non è sua fan (e leggere “l’ho conosciuta grazie a te” mi ammazza un po’), questo mi fa esplodere l’orgoglio.

E infine GRAZIE MILLE per aver letto l’articolo, speravo che fosse all’altezza della serie e di Jenna, e mi fido totalmente del tuo giudizio, quindi GRAZIE!!

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