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Recensioni The Alienist

The Alienist – Vogliamo l’adattamento degli altri due romanzi

“The Alienist” ha raggiunto la sua fine e noi siamo qui per tirare le somme di questa miniserie (?) ed esprimere qualche speranza.

“The Alienist” è finito.
Un momento di raccoglimento per elaborare questa triste verità. Come faremo, senza i nostri pionieri dell’indagine scientifica, non possiamo saperlo, ma intanto analizziamo questa seconda e ultima parte a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane.

La serie si è confermata un “must see”. Non priva di difetti, ovviamente, ma d’altro canto non esisterà adattamento che non li abbia (insomma, persino “Il Signore degli Anelli” ha ricevuto qualche critica), tuttavia c’è stata suspense, lo show è riuscito a presentare gli eventi narrati in modo avvincente e ad approfondire i protagonisti, sia quelli più in vista che quelli secondari, svelandoli un poco alla volta, un passo alla volta, così come sono andate avanti le indagini.

Per quanto riguarda i personaggi, abbiamo assistito a diverse evoluzioni: Roosvelt, uno di quelli che abbiamo visto meno, si è avviato a diventare il leader che passerà alla Storia; John Moore, da membro più recalcitrante del gruppo, è diventato quello che ha poi preso in mano la situazione; Sara Howard ha abbandonato la sua infatuazione per Laszlo, capendo che l’uomo ha pregi e difetti come tutti; Lucius e Marcus Isaacson sono usciti dal laboratorio, non solo fisicamente ma anche mentalmente, e hanno rivelato spiccate umanità, empatia, rispetto per il prossimo; Laszlo ha svelato un animo ferito quanto quello dei bambini che accoglie nel suo “istituto”, nonché il fatto che proprio ciò che ha subito è la motivazione che lo spinge a volerli aiutare in ogni modo e lo rende così paziente e comprensivo con loro, e una profonda capacità di amare.
Il Dr. Kreizler è, in effetti, il personaggio più complesso e sfaccettato, il più affascinante e coinvolgente.



Abbiamo avuto un’evoluzione anche tra i villain, in particolare uno di loro: il Capitano Connor. La sua è stata una “discesa nelle tenebre”. Connor era partito come uno dei tanti poliziotti corrotti e violenti tipici di quel periodo, ma poi con l’uccisione del giovane Van Bergen è diventato qualcos’altro, qualcuno disposto ad aggredire giovani donne, qualcuno assetato di sangue. Se Sara non lo avesse ucciso lui avrebbe ucciso lei, John, Laszlo… perché Connor aveva intrapreso la strada per diventare a sua volta un serial killer.
E questo aspetto della storia, questa involuzione di Connor (a fronte dell’evoluzione degli altri) è stata affascinante quanto il rivelarsi della spiccata umanità di Lazlo.

Infine, non è passata in secondo piano la centralità dei mezzi di indagine introdotti proprio da Laszlo e da Marcus e Lucius Isaacson, del tutto pionieristici per l’epoca e, come ci ha mostrato proprio il finale, in parte ancora basato su teorie poi rivelatesi errate, elemento che ha sottolineato ulteriormente l’importanza di tali metodi e quanto fossero “all’avanguardia” a quei tempi.

La scena che, più di altre, mi è entrata nel cuore è quella che ha visto l’interrogatorio del poliziotto complice di Connor condotto da Lucius e Marcus Isaacson e, in particolare, il tentativo di Marcus di saltare addosso al collega corrotto e violento per i suoi insulti alla povera Mary. Una reazione dettata dal rispetto umano per quella giovane donna, dal senso di ingiustizia per la corruzione dilagante nel distretto di polizia, dall’affetto per Kreizler e partecipazione al suo dolore per la perdita subita, affetto che andava a coinvolgere, oltre a John e Sara, Mary, Cyrus e Stevie.
Infine, bellissima la cena finale che ha sancito definitivamente il loro rapporto come più di una collaborazione per indagare su un crimine, una vera e propria amicizia.

A fronte di tutto questo, pertanto, possiamo dire che “The Alienist” è una serie ben riuscita, che è andata in crescendo e merita un seguito.
Caleb Carr ha scritto altri due romanzi con questi protagonisti, che vanno a formare le “Kreizler series”: “The Angel of Darkness” (del 1997), che si svolge un anno dopo gli eventi di “The Alienist”, e “Surrender, New York” (del 2016).
Come è evidente, c’è materiale per altre due serie. Incrociate le dita con noi per l’annuncio della seconda!

Sam

Per me questa prima stagione di “The Alienist (e sottolineo prima stagione perché, come avrete dedotto dal titolo, qui non si aspetta altro che il rinnovo a sorpresa) è promossa sostanzialmente a pieni voti. Ci sono delle pecche, perché, come è ovvio che sia, nulla – tranne forse il sorriso di Luke Evans – è privo di errori, ma nel contesto le ho trovate del tutto superabili: con solo dieci episodi a disposizione raccontare una storia ricca di dettagli e dare a tutto la giusta profondità non era facile, per cui sì, ci sono alcuni personaggi che sono rimasti abbastanza sullo sfondo e questioni che non hanno trovato una vera e propria soluzione, ma se nonostante questi difetti la serie continua ad appassionarti, se nonostante siano rimasti on screen meno tempo di quanto avremmo voluto certi personaggi ci hanno comunque rubato il cuore e se nel complesso è rimasta tanta voglia di vedere un seguito, evidentemente, per me, è stato fatto un ottimo lavoro.

 
Ogni settimana ho atteso con ansia l’uscita del nuovo episodio, cosa che, lo ammetto, ultimamente mi capita sempre meno spesso. Invece “The Alienist” ha messo in scena quel giusto mix da riuscire ad attirare la mia attenzione. Ha avuto in un certo modo lo stesso fascino che aveva esercitato a suo tempo “The Knick”, per il modo in cui ha esplorato un campo medico ancora alle prime armi in un’epoca che vive diametralmente divisa tra l’attaccamento al vecchio secolo e la tensione rivoluzionaria verso la novità; in un caso si parlava di chirurgia, nell’altro di psichiatria. Il titolo e le note iniziali che hanno accompagnato ogni episodio hanno messo ben in chiaro la situazione: l’argomento centrale non è la caccia al serial killer, ma lo studio della mente umana; la serie di omicidi è solo un pretesto per vedere all’opera un alienist e per seguire passo passo una primordiale indagine scientifica e costruzione di un vero e proprio profilo criminale. La scena finale in cui analizzano il cervello del colpevole, sperando di trovarvi delle anomalie, mette bene in chiaro quanto strada si debba ancora fare per arrivare a ciò che oramai è la norma e altrettanto chiaro quanto fosse innovativa per l’epoca la situazione descritta e straordinari gli uomini e le donne che ne hanno fatto parte.

Sulla scia dell’analisi psicologica hanno perfettamente inserito anche la conoscenza dei personaggi stessi, soprattutto dei tre protagonisti. Laszlo Kreisler mi aveva conquistato fin dall’inizio e non ne sono rimasta delusa. Partito come imperturbabile uomo di scienza, capace di esporre le debolezze di chi gli si parava di fronte con un solo sguardo, si è rivelato infine un uomo tormentato e altrettanto fragile, timoroso del confronto con gli altri proprio per paura che questi potessero in qualche modo leggere in lui tutto quello che invece avrebbe voluto tenere gelosamente nascosto. Non dirò nemmeno quante lacrime ho versato per la perdita di Mary e per la vista di quell’uomo, apparentemente tutto d’un pezzo, distrutto proprio in quell’unico attimo in cui si era concesso un po’ di tenerezza. Sara e John invece mi hanno conquistato piano piano. Dakota Fanning è giovane (anche se con una grande esperienza) ma ha dimostrato di sapersi integrare alla perfezione in un cast di grande talento: la sua Miss Howard ha lottato forse più di tutti per arrivare alla risoluzione del caso, scontrandosi non solo con lo scetticismo nei confronti della pratica intrapresa ma anche con la pressione dell’essere l’unica donna in una professione prettamente maschile (e in un ambiente maschilista). Su Luke Evans i complimenti non sono mai sufficienti. Ho adorato il suo John Moore e la sua estrema umanità; mi sono innamorata del suo rapporto con Sara e ancora di più del suo istinto di protezione nei confronti dei ragazzi di strada (Joseph in particolare ovviamente). A primo avviso poteva risultare il meno adatto all’indagine, quello che aveva meno interesse nella riuscita dell’inchiesta, ed invece è stato quello che ha saputo leggere il lato più umano della vicenda, empatizzare con le vittime e fondamentalmente metterci il cuore.

I personaggi “secondari” però non sono stati da meno, sia nel bene che nel male. I gemelli Isaacson sono stati praticamente dichiarati patrimonio dell’umanità, due cuccioli tenerissimi da proteggere e due professionisti attenti e curiosi. Li ho amati ogni settimana di più, così come ho amato Theodore Roosvelt: impostato, ligio al dovere e profondamente onesto. Ha avuto meno spazio di quanto avrei desiderato, ma la sua è stata una presenza fondamentale – in un’ipotetica seconda stagione vorrei senza dubbio più Roosvelt! D’altra parte anche i “villain” – il Captano Connor e l’ex-commissario della polizia di New York – sono riusciti nell’impresa di farsi odiare all’inverosimile. Ho detestato di più questi due “uomini di giustizia”, con la loro corruzione e l’asservimento all’alta società, di John Beecham, per quello che hanno fatto a Mary in primis e, in generale, per tutte le volte che hanno ostacolato le indagini solo per preservare la loro posizione ed avere un tornaconto personale.

Ci sono ancora tante questioni che vorrei esplorare e approfondire, tante questioni che sono state abilmente lasciate in sospeso pur concedendo una perfetta chiusura all’indagine e, eventualmente, alla serie, quindi non nessuna valida ragione perché “The Alienist” non debba tornare con una seconda stagione. Il materiale su cui lavorare c’è – concedeteci questa soddisfazione e date spazio a questo piccolo gioiello.

Al

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