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Telefilm Addicted Consiglia… Mercy Street

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Vi piacciono i period drama? Amate le storie ambientate in un ospedale, se pur improvvisato e mandato avanti con mezzi di fortuna? Mercy Street potrebbe fare al caso vostro!
Si tratta del primo American drama originale andato in onda da oltre dieci anni su un’emittente statunitense, la PBS, che si è coraggiosamente fatta avanti per competere contro la formidabile BBC britannica, che da sempre sforna gioielli per gli appassionati di storia e di letteratura inglese, senza quasi mai sbagliare un colpo.
Mercy Street, secondo me, ha ogni diritto di posizionarsi con merito all’interno di questo filone.

La prima stagione, andata in onda tra gennaio e febbraio 2016, è composta da sole sei puntate, che sono comunque state in grado di raccontare una storia ricca di umanità e colpi di scena, in modo accurato, dettagliato e mai frettoloso. Si tratta di un prodotto ben costruito, sia da un punto di vista storico che di realizzazione. È di pochi giorni fa, inoltre, la notizia del rinnovo per una seconda stagione.

Mercy Street si concentra su una vicenda fondamentale nella storia degli Stati Uniti d’America, quella che ne ha determinato l’essenza e la grandezza: la guerra civile tra gli Stati del Nord, abolizionisti, e quelli del Sud, di lunga tradizione schiavista.
La serie ha un ricco cast che comprende, tra gli altri Josh Radnor, (How I Met Your Mother), Mary Elizabeth Winstead, Gary Cole (Veep), Cameron Monaghan (Shameless) e AnnaSophia Robb (The Carrie Diaries).

La vicenda è ambientata nella cittadina di Alexandria, nello stato della Virginia. Anche se la trama prende spunto da un accadimento storico molto specifico, i campi di battaglia o le strategie belliche non ne sono i protagonisti . Al contrario, si prende spunto proprio da quegli eventi per mettere in scena, in modo approfondito, le conseguenze dello scontro civile nella quotidianità delle persone comuni. Quali cambiamenti ha portato, in che modo ha stravolto il loro mondo, come li ha messi alla prova, e quale percorso hanno scelto per reagire alle difficoltà.
Nel corso delle puntate, tutti i personaggi, pur non essendo al fronte, sono costretti a mettere in discussione il proprio sistema di valori che consideravano certo e cristallino, e che si rivela spesso più complesso e meno solido di quanto pensassero all’inizio.

La ricca famiglia Green, sudista, è stata costretta a cedere il proprio hotel di lusso perché diventasse un ospedale dell’esercito dell’Unione, la “Mansion House”.
È qui che viene mandata Mary Phinney, una giovane donna di Boston recentemente rimasta vedova, dalle idee molto rigorose su chi merita il suo appoggio esclusivo nel conflitto.mary È una donna forte e coraggiosa, che si trova catapultata in un mondo molto diverso da quello che si aspettava, in un ruolo che non le competerebbe (è capo infermiera, pur non avendo una preparazione in senso classico), ma che non per questo si perde d’animo. La prima cosa contro cui deve combattere è proprio il suo spiccato senso della giustizia categorico che le imporrebbe di accogliere e salvare solo soldati che combattono “dalla parte giusta” (quelli del Nord). Per questo motivo si scontra spesso con chi invece pensa che tutti gli esseri umani, soprattutto se feriti e bisognosi, meritano di avere le migliori cure possibili, a prescindere dalla bandiera sotto la quale si sono arruolati. È un tema molto importante, e molto presente nella serie, fin da subito.

Le fa da contraltare un altro personaggio femminile altrettanto ben strutturato e interpretato: Emma Green, che ci viene presentata come la tipica “bellezza del Sud”, il prodotto di un tempo che non esiste più, ma che la sua famiglia si ostina a tenere in vita. La vediamo all’inizio immersa in una nuvola di taffetà bianco, decisamente fuori luogo rispetto al contesto sporco, infangato, provvisorio. Prende la decisione di diventare infermiera volontaria, che è l’ultima cosa, pensa il pubblico, che le dovrebbe venire in mente, visto che è platealmente inadatta e impreparata alle asprezze della vita. 635815862681537438-MS-101-AP-0515A--389
Emma ci dimostra molto in fretta che abbiamo sbagliato del tutto idea su di lei. Si rivela determinata, decisa, molto autorevole, molto capace, se pur in difficoltà quando si trova di fronte ad aspetti estremi della professione medica (e noi con lei), in grado di ribattere e sostenere le sue idee, senza scappare in un angolo a piangere, come ci si sarebbe aspettati. Lo si vede subito dal primo scontro che ha con Mary, che non usa giri di parole per dirle di crescere. Emma non è solo una bella ragazza con il parasole di seta che pensa a trine e merletti. È una vera combattente.

Nonostante le loro idee siano spesso agli antipodi, Emma e Mary sono due donne che hanno in comune la stessa forza d’animo, il desiderio di cambiare le cose e che si mettono in gioco senza remore. Sono due modelli di donna diversi, ma fatti della stessa tempra d’acciaio.

Intorno a loro si svolge la normale attività di un ospedale da campo in costante stato di emergenza, dove si cercano di salvare più vite possibili avendo a disposizione mezzi molto limitati. L’ospedale è anche il palcoscenico dove vengono rappresentate tutte le sfumature dell’animo umano, esemplificate dal comportamento di tutti gli altri personaggi.
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Il più importante è senza dubbio il dottor Foster, medico cresciuto in una famiglia del Sud e che si è spinto fino in Europa per affinare le proprie conoscenze mediche. È un uomo di saldi principi, di idee moderne e dalla grande umanità (che sia di bell’aspetto e, per un colpo di fortuna, pure sul mercato, sono altri punti da non sottovalutare). A differenza di altri sui colleghi, come il dottor Hale, medico arrivista senza scrupoli, il dottor Foster considera sacro il giuramento di Ippocrate. Per lui tutti i feriti hanno lo stesso grado e pari dignità. Il problema si pone perché l’ospedale sarebbe in teoria un luogo di cura per solo una fazione del conflitto. Non dovrebbero essere quindi curati i Confederati. Ma per lui non conta. Sono le vite umane a essere importanti, senza distinzioni:

Blood is not grey or blue. 

There is just one patient: the sick one”.

Possiamo considerarlo la vera guida morale dell’intero ospedale. Il suo senso della giustizia, la sua rettitudine lo fanno diventare il personaggio maschile di punta, quello a cui si fa riferimento in caso di bisogno, quando è necessario una voce autorevole che faccia giustizia.

Da non dimenticare le vicende, altrettanto importanti, degli (ex) schiavi neri, che hanno avuto sì l’occasione di potersi affrancare dalla schiavitù (in alcuni casi), ma che si trovano ad affrontare una vita da liberi in cui si scontrano ancora contro ingiustizie e soprusi. Oltre al fatto che, in molti casi, la famiglia presso la quale “lavorano” è l’unica che abbiano mai avuto, per la quale provano sentimenti di lealtà e di affetto. La libertà ha il suo prezzo. Niente è facile. Il pregio della serie è proprio quello di mostrarci tutte le sfaccettature delle vicende in essere, in modo mai stereotipato.
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È il caso di Aurelia, una donna ricattata dal villain impietoso del telefilm (Mr Bullen, che impersona il ruolo del cattivo senza speranza, della crudeltà senza spiragli di cambiamento), o di Sam, costretto a lavorare come inserviente, pur avendo una preparazione medica che non ha rivali, ma che non può esercitare in quanto nero.
È una serie che si prende tutto il tempo per farci conoscere i personaggi, per analizzare il loro comportamento, che ci mostra tutte le loro emozioni, i loro dissidi interiori.
Succedono molte cose drammatiche, e di certo non ci vengono risparmiati momenti dolorosi, o commoventi. Ma c’è spazio anche per qualche interludio comico, per la nascita di sentimenti di amicizia, condivisione e, forse, anche di amore.

A questo proposito, menzione speciale per il cappellano che, nonostante abbia mostrato una predisposizione all’accoglienza e all’ascolto invidiabili e un’apertura mentale molto moderna per i problemi psicologici (non era ancora stato definito il disturbo da stress post traumatico), è riuscito a farci concentrare per tutto il tempo solo sul suo aspetto fisico (anche l’occhio eccetera…).
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Ho adorato anche il personaggio della “Matron”, donna tutta d’un pezzo che manda avanti l’ospedale con i suoi metodi spicci, sarcasmo e buonsenso. Winner! mercy1

La serie prende spunto dai memoriali e le lettere dei veri dottori e delle infermiere che hanno prestato la loro opera all’ospedale di Alexandria. A febbraio è stato pubblicato un libro che parla proprio dei personaggi storici realmente esistiti: “Heroines of Mercy Street: The Real Nurses of the Civil War” (Pamela D. Toler PhD).

Se vi siete incuriositi, ecco a voi il promo della prima stagione:

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