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Dear White People Telefilm Addicted consiglia...

Telefilm Addicted consiglia… Dear White People


Difficilmente resisto alla schermata di Netflix, quando mi propone avvisi di “Nuove Serie” a grandezza naturale che mi pare quasi di aver per casa un cartonato degli attori intenti a ipnotizzarmi per indurmi a guardare la qualunque. Ed è quello che accade sempre, ovviamente. Netflix mi ha in pugno, soprattutto perché sono troppo pigra per fermarlo in quei quattro secondi di ripensamento che ti concede prima di passare all’episodio successivo. Ed è subito binge watching.
Naturalmente non sempre va a finire benissimo, ci sono telefilm che mi hanno prosciugato le riserve di resistenza per noia dichiarata, ma per fortuna questo non è accaduto con il telefilm di cui voglio parlarvi oggi: Dear White People, che ho guardato per blanda curiosità e che si è invece rilevato più che avvincente, al punto da indurmi a scriverci subito un articolo sopra.

Non avevo un’idea molto chiara di quale fosse il tema e di quali argomenti avrebbe trattato, ma il riassunto era abbastanza intrigante da convincermi a dargli una chance ed è finita che ho smesso di guardare qualsiasi altra cosa, per finirlo il prima possibile.
Si tratta di una serie in dieci puntate, basata sul film dallo stesso titolo, scritto e diretto da Justin Simien. Racconta in sostanza di un gruppo di studenti di colore, che fequentano la prestigiosa università privata di Winchester, e di tutto quello che comporta vivere giornalmente in un ambiente prettamente bianco ed elitario, analizzato facendoci immergere prettamente nel loro punto di vista.

Le puntate durano all’incirca trenta minuti, ma la serie non è classificabile come una commedia. Ne ha certamente l’impronta nella prima metà della stagione, ma poi il passo diventa piuttosto drammatico e le tematiche affrontate vengono approfondite in modo più serio e accurato, rendendo la visione un viaggio appagante, edificante, e che in qualche modo ci costringe a riflettere e fare i conti con la società in cui ci troviamo a vivere.

I primi episodi ci invitano a conoscere meglio i protagonisti, assumendone il punto di vista uno per volta per indagarne meglio la complessità, abbandonando nel corso della narrazione quegli apparenti stereotipi attraverso i quali i personaggi stessi sembravano all’apparenza essere stati presentati all’inizio. Abbiamo quindi Sam, leader incontrastata del gruppo per doti naturali inconfutabili, la ragazza che più di tutti si batte per disinnescare micce di razzismo dove l’occhio dell’Altro bianco non vede niente di offensivo e pericoloso. Lo fa attraverso un programma radiofonico, che le permette di far giungere la sua voce e le sue idee appassionate ovunque, senza permettere a nessuno di dimenticare che il razzismo è presente in mezzo a loro ogni istante delle vita del campus, anche quando non sembrerebbe o quando non è così visibile. Vivendolo da sempre in prima persona, sa riconoscerlo ovunque e non esita a mostrarlo chiaramente a tutti, anche a quelli che la contestano e le si oppongono. Sam si trova a vivere una situazione difficile quando le circostanze della vita creano una frattura con le idee in cui ha sempre creduto con forza e che si è premurata di diffondere: si innamora di un ragazzo bianco, evento che la manda in confusione e mette a repentaglio tutto il corpus di credenze e principi che l’hanno sempre rappresentata.

A seguire abbiamo quello che potrebbe sembrare il nerd del gruppo, Lionel, il giornalista del campus che è alle prese con un’identificazione di sé su più livelli, perché è sessualmente confuso, non sapendo di preciso come rientrare nelle etichette che il mondo vuole imporgli: gli piacciono le ragazze o i ragazzi? Ma, più di tutto, è importante definirlo? L’identità è qualcosa di formato o è qualcosa di fluido? Lionel, a dispetto dei modi garbati e una certa mitezza, si renderà protagonista di atti di coraggio, rischiando tutto per difendere la libertà di stampa. (Lionel è il mio preferito).

Troy, coinquilino di Lionel, è in apparenza il re(ginetto) del campus. È il figlio del rettore, un uomo completamente asservito alla logica dei piani alti e che lo ha allevato come una marionetta, castrandolo. Tenta la strada dell’ascesa politica, spinto dall’aspetto fisico rassicurante e a un perfetto atteggiamento politico. Troy sembra più adatto, per educazione e carattere, a una strada tipicamente istituzionale, nell’idea di poter sovvertire le cose dall’interno, piuttosto che alle battaglie fatte di sit in e proteste urlate con i megafoni, cioè la visione di Sam, sua principale antagonista. Anche tra persone che appartengono a un gruppo che condivide gli stessi problemi, l’approccio può essere completamente opposto. Troy deve trovare la sua strada, scoprire chi è veramente, togliendosi la maschera composta dalle aspettative di chiunque, primo fra tutti il padre.

Coco (Colandrea) è la ragazza prodigio scoperta da un mentore scolastico che l’ha convinta di poter diventare la prima persona della sua famiglia ad andare all’università. È decisamente intelligente, molto preparata, e ambiziosissima, più di chiunque altro, a parte Sam. Sa che cosa significa vivere il razzismo nei quartieri poveri dove le persone vengono uccise sul serio per il colore della loro pelle e ha perso alcune persone che amava. Nonostante le sue doti, vive un complesso di forte inferiorità rispetto ai coetanei bianchi. Vorrebbe avere una bellezza occidentale, vorrebbe usare quella bellezza per essere accettata dai gruppi di bianchi, soprattutto quelli più elitari, ricchi e snob e cerca di ottenere potere attraverso un uomo potente, senza rendersi conto che lei vale molto più e che può realizzarsi nella vita senza essere necessariamente la “compagna di”, o dover fingere di non essere quella che è.

E infine abbiamo Reggie, il tipico ragazzo ribelle che vive di battaglie e opposizioni forti al “nemico” e che deve affrontare quella che è una vera minaccia concreta nella vita di un nero: quella di poter essere ucciso in ogni momento, per qualsiasi futile motivo, da un poliziotto bianco, che lo considera colpevole per principio. È lui a essere il protagonista di una delle puntate più drammatiche dell’intera serie e a dimostrarci che si può reagire ai soprusi in modi inaspettati, ma non privi di altrettanta forza e valore.

Non è facile immedesimarsi nei problemi quotidiani a impronta più o meno velatamente razzista che ci vengono descritti, partendo dalla posizione di chi certi problemi non è costretto a viverli. Possiamo cercare di capirli, possiamo seguirne attentamente la descrizione, ma non potremo mai veramente capire il terrore innato nei confronti di un tutore della legge, che per i ragazzi bianchi del campus significa, istintivamente, sicurezza, ma per un ragazzo nero solo pericolo. “Se c’è una rissa si chiama la polizia”, pensa chi fa la telefonata che porterà al dramma. “Se c’è la polizia io potrei morire senza un motivo”, pensa ogni ragazzo nero.
Anche senza arrivare a momenti così spaventosi, è straniante semplicemente rendersi conto dei tanti piccoli atteggiamenti razzisti all’apparenza innocui, che possono invece infastidire chi li subisce da lungo tempo. Canticchiare una canzone rap con la parola “nigger” all’interno, fa di te una persona un razzista? Se ci fosse una parola offensiva che definisce i bianchi, tu ti offenderesti? No, risponde uno dei protagonisti. Ed ecco spiegata la differenza.

Sono tanti i mondi identitari che si intersecano in Dear White People, tanti e diversi i modi di reagire di fronte a un’ingiustizia quotidiana e a un senso di esclusione che fa parte integrante delle loro vite fin dalla nascita. Tanti i modi di relazionarisi con la controparte bianca, che ha, d’altro canto, il problema opposto di non sapere di preciso come rispettare un gruppo che le ricorda ogni giorno di avere dei privilegi immotivati per i quali non hanno dovuto combattere, finendo per camminare sulle uova e non potermi mai esprimere liberamente. Qualche volta le persone vengono giudicate per quelle che sono. Non sempre un bianco maschio è premiato solo per quello e non per merito, non sempre è un’ingiustizia perpretata dall’oppressore contro una minoranza, vorrebbe gridare uno dei protagonisti bianchi, ma non se la sente di puntualizzarlo.

Sono tanti i tasselli che ci vengono mostrati, tanti i punti di vista e gli strati interpretativi di quella che è una delle serie più interessanti e coinvolgenti che mi ha è capitato casualmente di scegliere e guardare. Spero di avervi convinto a darle una chance!

– Syl

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