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Supergirl | Recensione 2×22 – Nevertheless, She Persisted [Season Finale]

Questa seconda stagione di “Supergirl” è terminata così com’è cominciata, sia nella forma che nei contenuti. Tra tutto ciò che si può appuntare criticamente a questo secondo ciclo di episodi dello show, l’incoerenza non è un’opzione accettabile. Questo perché, in un bilancio complessivo della stagione, “Supergirl” mi è sembrato sorprendentemente costante in ogni sua scelta, sia in quelle condivisibili, sia nella controparte che mi ha spinto, in ogni recensione, ad affrontare riflessioni e discussioni che mi vedevano a volte contrariata, a volte non completamente soddisfatta. Ma, come ho anticipato, lo show si è mostrato coerente anche in questo equilibrio altalenante tra obiettivi raggiunti e tentativi neanche troppo convincenti.

“Supergirl” è stato costante nella sua presa di posizione, nel messaggio che voleva trasmettere, nel ruolo che sperava di svolgere in una battaglia più ampia e reale che ci accomuna tutti, ogni giorno. L’ho ripetuto nella precedente recensione; l’ho notato in ogni frase, scena o personaggio portatori di un insegnamento, di un consiglio, di un’ispirazione; e infine ho ritrovato questa costante nell’ultimo titolo, un titolo che è una conferma, una dedica, una lezione, un simbolo di resistenza.

“Supergirl” è stato coerente purtroppo anche nelle decisioni che non ho apprezzato, nel focus predominante e asfissiante dedicato alla componente romantica della storia, nell’estrema rapidità con cui le relazioni si sono evolute, nella subordinazione che la caratterizzazione individuale di diversi personaggi ha subito proprio a causa della prevalenza della dimensione sentimentale, coerente nella scelta di alternare, nei confronti di un protagonista, un’attenzione a volte centralizzata a un’indifferenza a tratti imperdonabile.

Ma infine, ciò in cui “Supergirl” si è dimostrato assolutamente lineare e perseverante per tutta la durata della stagione è il suo significato più essenziale e autentico, è il valore che questo show intendeva impersonare e presentare, è quella piccola speranza di poter fare la differenza, anche solo in minima parte, anche solo per una persona che trova in ciò che guarda la risposta rassicurante che cercava. Quando senti parlare interpreti come Chyler Leigh e Katie McGrath a riguardo del loro coinvolgimento nella serie, non ti ritrovi di fronte a frasi fatte e di circostanze in cui elogi, a denti stretti e con un sorriso forzato, i “datori di lavoro” che ti arricchiscono il conto in banca. Sarò forse “illusa” ma la passione e la stima che ho letto tante volte nelle parole delle due attrici mi appaiono genuinamente sincere. Oltre le debolezze dunque, oltre i difetti, la costante di questa serie è stata quella di ricordare a chi la crea e a chi la guarda, l’importanza di un semplice, banale, stucchevole se volete, sentimento umano.

NEVERTHELESS, SHE PERSISTED. Si tratta di Kara Danvers, della sua perseveranza nella scelta degli obiettivi e dei compromessi che ha dovuto affrontare, accettare e respingere per compiere quella missione di cui è quasi investita adesso; si tratta di Supergirl e della sua lotta perenne per mantenere l’equilibrio ideale tra la sua umanità e il suo destino, tra ciò che vorrebbe fare e ciò che è chiamata a fare, in quanto paladina della Terra; si tratta di una donna che cerca ogni giorno di districarsi tra le antitesi che definiscono la sua quotidianità, tra quel potere così smisurato e messo al servizio di protezione di un pianeta intero e quelle fragilità che riescono a ferirla più di quanto possa mai fare la kryptonite verde; tra la capacità di salvare migliaia di sconosciuti, ma non la persona che ama. È una storia di coraggio quella in cui Kara Danvers persevera, e non si tratta del coraggio di affrontare un’invasione aliena nemica o di fermare il viaggio di una nave spaziale prossima ormai al lancio in un universo lontano dalla Terra, si tratta del coraggio di essere semplicemente umana, di riconoscere e accettare tutte quelle debolezze emotive che paradossalmente ci rendono più forti quando riusciamo a superarle, il coraggio di saper chiedere scusa, di saper amare incondizionatamente e in ogni forma, il coraggio di lottare per un lavoro, per una passione, per una personalità in cui crediamo, il coraggio di crescere rimanendo se stessi. Questo è stato probabilmente il lato di Kara che ho notato maggiormente in questo finale di stagione, vale a dire la sua straordinaria crescita. A volte è stato quasi difficile evidenziare nei singoli episodi un’evoluzione particolare in una protagonista che si è sempre messa in dubbio e che si è sempre caratterizzata con sfumature profondamente umane e variegate, tanto da affrontare quindi in ogni puntata un piccolo percorso di crescita costante, che però nel complesso rendeva il personaggio stabile, senza particolari alti e bassi. Ciò che è cambiato in questo finale dunque è stato secondo me la dimostrazione lampante di quanto Kara sia cresciuta davanti ai nostri occhi a volte senza che ce ne rendessimo conto. Kara non si è tirata indietro, in nessuna battaglia affrontata in questo episodio. Non ha avuto riserve nel combattimento, scenicamente straordinario, con suo cugino Clark;

non ha avuto dubbi nel guanto di sfida lanciato a Rhea nel nome della legge del Dakkam Ur, assumendosi la responsabilità di garantire per la libertà dell’intera umanità; ma più di tutto, non ha avuto reiterate esitazioni quando ha accettato di spezzare il suo stesso cuore pur di respingere l’invasione daxamita nella sua totalità, nessuno escluso. Il dilemma morale in qualche modo raggirato nel precedente episodio, si ripresenta ora in tutta la sua inevitabilità e Kara lo affronta adesso con una lucidità razionale ed emotiva al tempo stesso che riesce a definire contemporaneamente una straordinaria crescita in quanto supereroina e una conferma rassicurante in quanto giovane donna che non si preclude alcuna emozione e abbraccia consapevolmente tutte le sfumature più strazianti della sua umanità.

Kara vince e perde nello stesso momento; accetta la verità universale per cui le persone amate rappresentano una debolezza e un superpotere al tempo stesso; e infine accoglie la sofferenza che ne deriva dall’aver amato e perso e la trasforma in una lezione di forza, in un ricordo che non fa male ma di cui essere fiera, in una ragione rialzarsi e continuare a lottare perché ne vale sempre la pena.

NEVERTHELESS, SHE PERSISTED. Si tratta di Rhea, sì, si tratta anche di lei, secondo me. Perché Rhea è stata, dall’inizio alla fine della sua storia, una donna che ha perseverato nei suoi piani più tirannici, una regina che non ha mai perso di vista il suo unico obiettivo: la conquista del potere, un villain così distante ormai da una qualsiasi forma di umanità da non concedersi nessuna debolezza, nessun ostacolo sul suo cammino, che sia amico o nemico, che sia figlio o marito. La caratterizzazione di Rhea è stata, a mio parere, straordinariamente costante in ogni singolo momento vissuto dal personaggio, nell’orgoglio, nella razionale crudeltà, nella strategia militare sempre sorprendente, nella sicurezza dei modi e delle parole. Il geniale utilizzo della kryptonite d’argento per soggiogare la mente di Clark a una paranoia distruttiva, la soddisfazione nelle sue parole mentre “narra” la lotta tra Superman e Supergirl, la stupefacente rivelazione della kryptonite verde che pervade il suo corpo e che diventa per Kara una sconfitta anche quando è in vantaggio e infine l’indifferenza persino nei confronti di una legge sacra come quella del Dakkam Ur, sono tutti aspetti che vanno a definire il ritratto di un personaggio che non è mai cambiato, che non si è “giustificato” con ragioni morali per cui provare empatia, non si è redento prima della fine per amore della famiglia o per il rispetto degli dei, Rhea ha lasciato la Terra [e la serie] nello stesso modo in cui è arrivata, pensando unicamente a se stessa, lottando esclusivamente per raggiungere il suo obiettivo, rispondendo soltanto al suo volere e alla sua legge, oltre ogni accordo, oltre ogni legame. Rhea ha perseverato nel suo percorso e per quanto mi riguarda lo ha terminato nell’unico modo possibile: con onore.

NEVERTHELESS, SHE PERSISTED. Si tratta di Lena Luthor e della sua perseveranza nell’essere diversa dalla sua famiglia, nel rispettare un’indole profondamente buona, nel restare fedele e leale a un’amicizia che rappresenta per lei una costante a cui non vuole rinunciare. Quando la rivediamo in questo finale, Lena è alle prese con l’ennesimo tradimento subito, con le conseguenze di una fiducia mal riposta e non le serve certamente una seduta dallo psicoanalista per capirne le ragioni ma non è una consapevolezza che al momento l’aiuta a superare il senso di colpa per essere stata parte integrante di un piano che si è tradotto nella realizzazione del suo incubo peggiore: rivelarsi una Luthor.

Non ho mai fatto mistero del mio occhio di riguardo nei confronti di Lena in quanto credo sia stata senza ombra di dubbio la new entry migliore di questa stagione, ma soprattutto penso che abbia portato alla storia quel dubbio affascinante riguardante la sua natura di cui la serie aveva bisogno. Ma da quando ho realizzato quanto in realtà lei sia intimamente buona, ho sviluppato quasi un senso di protezione nei suoi confronti e diventa quindi frustrante notare come ogni sua buona intenzione, ogni suo disperato tentativo di mostrare al mondo quanto il suo cognome possa anche essere sinonimo di successo, evoluzione, ma soprattutto positività, si infranga costantemente su equivoci e delusioni che la costringono a rimettere in discussione quella lotta perenne che Lena affronta per mantenere un equilibrio morale. Purtroppo però, è proprio nei momenti di maggiore debolezza di Lena, che sua madre Lillian plana su di lei come il più persuasivo degli avvoltoi, minando così la sua stabilità. Ora, una parte di me crede davvero che in fondo, e probabilmente MOLTO in fondo, Lillian provi una parvenza di affetto per sua figlia e credo anche che lei, così come Lex, si senta quasi “chiamata” a portare avanti quella che considera “la migliore delle cause” accettando così “il peggiore dei comportamenti”, in parole povere Lillian dorme con “Il Principe” di Machiavelli sul comodino.

Resta il fatto però che Lillian non rinuncerà mai a utilizzare Lena sempre e solo come un mezzo per il suo fine e lo dimostra ancora una volta, sfruttando proprio quello che è il desiderio più profondo di sua figlia: salvare il mondo. Usufruendo del suo talento per modificare un’arma creata da Lex, Lillian porta sicuramente in scena, ancora una volta, la soluzione al problema ma è il modo in cui essa viene impiegata a fare la differenza.

Anche quando la sua speranza sembrava ormai al limite della sopportazione, Lena “persisted” e crede in Supergirl ma più di tutto, crede in se stessa, nella possibilità di fare ancora del bene, nel suo scopo ultimo: essere una Luthor ma esserne fiera. E poi … avete visto quanto ci sta bene in squadra con Winn? Io la butto lì: Lena Luthor nel DEO!

NEVERTHELESS, SHE PERSISTED. Si tratta di Cat Grant e Alex Danvers. Cat Grant è stata un’assoluta conferma, come sempre. Con lei intorno, “Supergirl” sembra essere tornato lo stesso show della prima stagione e questo è il complimento migliore che si possa fare alla serie. Così come nel precedente episodio che ha segnato il suo trionfale ritorno, Cat si rivela la “voce” di cui l’umanità ha bisogno, l’idea che forgia il carattere e il pensiero, l’ispirazione che smuove le coscienze e le spinge a combattere. L’orgoglio che la pervade nel momento in cui afferma che le persone cominciano finalmente a farsi valere e a combattere per la propria libertà è identificativo per il personaggio, così come la sua corte spietata nei confronti di Clark Kent ma più di tutto, è la sua presenza nella vita di Kara la costante di cui la serie e la storia sentivano disperatamente la mancanza. Cat Grant è la voce di cui Kara ha bisogno nei suoi momenti più difficili, nei momenti in cui non riesce a riconoscersi e a ritrovare la strada che ha sempre perseguito, nei momenti in cui anche la sua umanità è un fardello troppo pesante da sopportare. E con “Kira”, Cat riesce sempre ad esprimere la parte migliore di sé, a illuminare la sua strada, a mostrarle quanto il suo percorso sia esattamente quello a cui lei è destinata, il percorso di un eroe. Perché Cat lo sa, Cat l’ha sempre saputo.

Ho avvertito Alex Danvers purtroppo particolarmente sottotono nell’episodio, relegata al DEO e fin troppo distante dall’azione a cui appartiene. Non posso esimermi dal credere che la proposta di matrimonio a Maggie nel finale sia quantomeno frettolosa e dettata anche dall’influenza che inevitabilmente hanno operato su di lei gli ultimi eventi che avevano visto protagonisti Kara & Mon-El. Comprensibile è il bisogno di far tesoro delle parole di Kara e della promessa di non lasciar andare chi si ama, destabilizzante è la scelta agire così d’impulso in una relazione che solo recentemente aveva effettivamente trovato un sano equilibrio tra differenze e grandi cambiamenti avvenuti nella vita di entrambe. Ma anche per Alex c’è una costante in cui lei “persevera” nonostante tutto, nonostante la centralità riservata alla sua nuova storia d’amore, nonostante quell’insolita posizione a bordo campo che a volte si ritrova ad occupare, e la sua costante è sempre Kara.

C’è un momento nelle prime fasi di questo finale che personalmente credo valga per l’intero episodio e si tratta di quell’istante inconfondibile in cui Kara, sfinita dal confronto con Clark, si accascia senza forze cadendo in ginocchio e quella scena che si apre davanti ai suoi occhi rappresenta per Alex la spinta necessaria per fare un passo in avanti e afferrare sua sorella, come ha sempre fatto per tutta la sua vita. Alex “aspetta” per tutta la durata del combattimento perché la sua fiducia in Kara, e in quella crescita di cui parlavo prima e che lei avrà notato prima di chiunque altro, è imperterrita e salda come il primo giorno in cui sua sorella ha indossato quel mantello ma allo stesso modo Alex corre a sostenerla ogni volta che la vede cadere, ogni volta che quello stesso mantello “scompare” lasciando soltanto Kara, distrutta e annientata dalla lotta, ferita e fragile. In quel momento, tutte le differenze evidenziate quest’anno nel percorso compiuto dal personaggio in queste due stagioni sembrano annullarsi improvvisamente, perché Alex riprende quel posto che le ho visto occupare dal pilot, ripetendo anche le stesse parole: “I got you, I’m here and I got you”.

E anche se non possono rientrare, evidentemente, nell’espressione “nevertheless, she persisted”, degni di nota sono Mon-El e J’onn J’onzz. Per quanto riguarda Mon-El, un personaggio verso cui ho opinioni contrastanti [se da una parte non posso fingere che mi emozioni e mi esalti, soprattutto quando noto quanto almeno in parte il suo screentime potesse essere distribuito ad altri personaggi, dall’altra non voglio neanche negare che ha rappresentato una componente importante per la stagione], ciò che ho apprezzato della sua storyline è sicuramente ancora una volta la costanza. Ricordo bene di aver sempre stimato del personaggio la volontà di cambiare in meglio, per essere un uomo degno di restare al fianco di Kara, anche quando credeva di non avere possibilità di creare con lei un futuro, perché ciò che davvero il suo amore rappresentava per lui era un’ancora di salvezza, era l’impegno di riconoscersi se non in un eroe almeno in un uomo vero e rispettabile. Ed è questo ciò che hanno mostrato di Mon-El fino al suo ultimo istante sulla Terra, vale a dire quanto Kara lo abbia ispirato e cambiato profondamente, quanto abbia tirato fuori da lui una bontà nascosta e addormentata, quanto gli abbia mostrato un modo diverso di vivere la sua vita anziché sprecarla come succedeva su Daxam. Del loro addio ho apprezzato proprio questo, l’insegnamento e l’amore che resteranno con Mon-El ovunque lui vada. In attesa del suo ritorno.

A onor del vero, J’onn, come Alex, troppo spesso viene rilegato sullo sfondo della storia ma non posso negare di essere stata davvero felice del suo risveglio e del ritrovamento di un legame, ossia quello con M’gann, talmente forte da riportare la marziana sulla Terra per combattere al suo fianco, accompagnata dai risultati della sua missione evidentemente compiuta: white martians alleati che lottano accanto a lei per una stessa causa.

In conclusione, credo che “Supergirl” abbia portato in scena un finale degno della stagione appena conclusa, con alti e bassi senza dubbio, sorprendente se vogliamo dato che ci si aspettava una perdita nel team [felice che non sia avvenuta], ma in fin dei conti soddisfacente. Oltre le aspettative, oltre le polemiche e le lamentele, “Supergirl” ha portato a termine il lavoro senza allontanarsi troppo dal suo spirito di partenza e caricandosi invece di nuovi significati dal valore innegabile e indiscutibile. Si potrebbe quasi dire che … “Nevertheless, she persisted”.

 

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Natasha

8 comments

appassionato 26 Maggio 2017 at 11:19

Secondo me fai la pubblicitaria e se non è così dovesti farci un pensierino. Riesci a forgiare mirabilie su di una trama abbastanza semplicistica, come da copione del genere. La tua enfasi raggiunge vette inesplorate e, bada bene, la mia osservazione è un complimento di enorme valore, non perché l’abbia fatto io che non sono nessuno, ma per i risultati che raggiungi con prodigiosa destrezza.

Poi, solo per quanto mi riguarda:
1) mi è parso che tu attribuisca una valenza positiva alla coerenza della serie nei suoi alti e bassi. A me sembra invece un difetto non aver eliminato i bassi.
2) bisognerebbe intendersi sul significato della parola “onore” perché che a Rhea sia possibile accostare il suddetto termine in qualsiasi modo, seppur minimo, mi sembra inaccettabile. Ho capito il senso da te inteso, ma secondo me è comunque inappropriato.
3) non capisco perché Lena si faccia così tanto soggiogare dalla madre. Le ha già fornito abbondanti prove della sua natura malvagia (una specie di Rhea), perciò cosa aspetta a distaccarsene?
4) concordo: Cat è fantastica.
5) Alex e il matrimonio: ma non sarà troppo presto? Con il mestiere che fa dovrebbe stare più attenta a non subire le emozioni del momento. Poi, chi lo sa, magari è la scelta giusta, ma è appena entrata in un mondo nuovo e aspettare un pochino forse sarebbe più saggio. Anche se, in effetti, in amore di solito la saggezza è solo un optional.
6) Continuo a ritenere Mon-El un personaggio poco riuscito e ancor meno approfondito. Mi sembra lì per caso e che c’entri poco o nulla con la storia. Non mi vedo al femminile, ma se fossi donna immagino che non capirei come Kara possa innamorarsene. C’è un abisso fra le due personalità. Insomma, vuoi mettere i Caskett? Per dire.

Comunque, ancora una volta, non sono affatto stupito dalla tua mirabile recensione.

Reply
WalkeRita 26 Maggio 2017 at 12:33

Innanzitutto, grazie mille per questo commento e soprattutto grazie per aver letto tutte le mie recensioni e per aver speso sempre parole generose!! Rispondendo, se posso, ai punti che giustamente hai evidenziato, ti dico che:
1) considero la coerenza della serie un dato di fatto, più che un aspetto sempre positivo; detesto gli aspetti negativi di questa serie, detesto la caratterizzazione ridimensionata di Alex e J’onn che sono i miei personaggi preferiti e non comincio neanche a lamentarmi del modo tremendo in cui hanno trattato il personaggio di James, però purtroppo temo che siano state debolezze volontarie, secondo me non è stato un errore ma una scelta ben precisa, e sicuramente una limitazione importante per lo show ma una volta che l’ho evidenziato in svariate recensioni, ho pensato che non avesse senso ripeterlo ampiamente anche in questa, quindi personalmente “mando giù” i difetti e provo a concentrarmi sugli aspetti positivi;
2) Quando parlo di “onore” (e sapevo che sarebbe stato un termine ambiguo ma l’ho scelto per questo xD) riferito a Rhea, mi riferisco al PERSONAGGIO e non alla persona sicuramente, perchè Rhea è stata nel suo “piccolo” una villain straordinaria, perché non aveva umanità, non aveva affetti, non le importava di nessuno, era spietata e intelligente! Psicopatica, certo, ma un personaggio dal fascino innegabile, che ha terminato il suo percorso “a testa alta”, appunto con onore.
3) Lena, come ho detto, “purtroppo” ha un’indole davvero buona e ancora spera di poter sentire da sua madre le parole che sogna, basti vedere come le si illuminano gli occhi quando la vede sulla nave spaziale daxamita perchè lei è andata a salvarla! Lena è ancora una bambina quando si tratta di sua madre.
4) Enough Said.
5) La proposal è un big nope per me, troppo presto, è la sua prima storia importante, si stanno conoscendo ora, no, troppo in fretta.
6) Mon-El è sempre stato indifferente per me, nè lo amo nè lo odio. Però c’è quell’aspetto che ho evidenziato di lui che mi è piaciuto fin dall’inizio, non stava cambiando solo per Kara ma stava cambiando GRAZIE a Kara e questo è bello. Impossibile paragonare la coppia ai Caskett che sono stati una delle coppie migliori degli ultimi anni.

Detto questo, grazie ancora di tutto! <3

Reply
appassionato 27 Maggio 2017 at 08:56

Non ho considerato che siamo a fine stagione, perciò mi scuso se non ho salutato come è d’uopo per l’occasione. Leggerò comunque le tue recensioni sulla prossima sempre che sia tu, come spero, a redigerle.
Comunque, poiché sono uno piuttosto pedante e che non molla tanto facilmente, riguardo a Rhea che ne dici di coerenza? L’onore è un’altra cosa.
Ciao e grazie ancora.

Reply
WalkeRita 27 Maggio 2017 at 09:47

La coerenza è onorevole per me!

Reply
appassionato 27 Maggio 2017 at 13:53

Quindi oltre a Rhea, anche Hitler, Hannibal Lecter, ecc. tutti meritevoli di onore.
Ok.

WalkeRita
WalkeRita 27 Maggio 2017 at 15:14

Ma ti ripeto che non è la persona ad avere onore, parlo del villain! Paragone azzardatissimo, ma il Kilgrave di Jessica Jones è uno dei personaggi più viscidi, inquietanti, terrificanti e intimamente malvagi che abbia mai visto e allo stesso modo è uno dei villain migliori mai creati in televisione, secondo me, e in quanto villain geniale, il personaggio ha onore, è la scrittura che ha onore, una scrittura di spessore e valore! Non & Indigo della prima stagione, per quanto mi riguarda, non erano personaggi dello stesso spessore di Rhea. Non prendere “onore” come un complimento al carattere o alla personalità di Rhea ma come un complimento agli scrittori.

Samantha 26 Maggio 2017 at 15:53

Ciao mia fellow, come al solito non avrei nulla da aggiungere a quanto hai, con la consueta bravura, scritto, ma essendo il season finale non potevo non farti almeno un salutino. Spero ci ritroveremo in questo appuntamento settimanale con la nuova stagione di “Supergirl”, o – perchè no? – in qualche altra tua recensione o rubrica.
Prima di congedarmi però due ultime cose: 1) spero anch’io che Alex rifletta un po’ di più sul suo matrimonio, è davvero (e sottolineo davvero) troppo presto per lei e Maggie e 2)complimenti a Kara, nel mondo telefilmico (ma anche dei film) in cui tra una persona amata e “il resto del mondo”, di solito, si tende a propendere per l’egoismo, il suo aver fatto la scelta giusta (nonchè la più difficile) le rende meritatamente onore. Detto ciò, spero che comunque Mon-El trovi un escamotage per tornare presto. Sarò unica e sola quanto un’oasi nel deserto, ma a me i Karamel piacciono e li rivoglio insieme!
Alla prossima.

Reply
WalkeRita
WalkeRita 27 Maggio 2017 at 15:18

Saaaaaaaaam!!! Grazie mille per tutti i commenti, love you my darling fellow! La proposta è stata davvero fuori luogo secondo me, stanno spremendo un po’ troppo la potenzialità di questa storia. Mon-El tornerà sicuramente, Wood dovrebbe essere regular nella S3, e ti assicuro che non sei la sola ad amarlo! 😀 Alla prossima!

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