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Recensioni Supergirl

Supergirl | Recensione 2×19 – Alex

Aspettavo un episodio come quest’ultimo andato in onda dalla prima stagione. Cosa volete che vi dica, c’è sempre stata una piccola drama queen in me, un’innocente e inconsapevole addicted che ha sempre apprezzato un po’ di sano e puro dramma, purché rispettasse due condizioni fondamentali: che fosse scritto con professionalità e intensità travolgente senza scadere nella soap opera e che mi garantisse comunque un happy ending soddisfacente e non scontato, perché in fondo sono una drama queen dal cuore tenero a cui non piace chiudere definitivamente una storia con l’amaro in bocca. Ecco perché le mie aspettative per questo episodio erano inevitabilmente alte a partire dalla trama, ma lo stesso si può dire del timore che “Supergirl” perdesse questa occasione per portare in scena l’episodio che desideravo. E il responso finale è … *rullo di tamburi* assolutamente promosso … con qualche piccola rimostranza. Della serie “Ha le potenzialità, si impegna quando vuole ma potrebbe fare di più”. E vi spiego il perché.

 

Quando si parla di questa serie e di “pure drama” [rubo le definizioni alla BBC], “Black Mercy” rappresenta per me il modello [ma anche la scena della confessione di Alex nella 1×15 non è da meno], perché credo sia l’episodio in cui “Supergirl” raggiunge il suo picco di drammaticità, con una storia scritta con il giusto mix di emotività e tensione, con un cliffhanger che alimenta perfettamente la storyline orizzontale e con un finale intimamente domestico che riporta una buona dose di serenità nella vita di tutti i personaggi nonostante le questioni lasciate irrisolte. Credo che non ci siano troppi dubbi nell’ammettere che lo stampo CBS donasse alla serie un particolare ordine ed equilibrio delle componenti. Mi avvalgo di questa premessa per ribadire un concetto di partenza: “Alex” non è stato “Black Mercy”, non mi ha travolta emotivamente com’è successo nell’episodio sopracitato, ma certamente non mi ha lasciata indifferente e soprattutto è riuscito lì dove i precedenti 18 episodi avevano fallito, una missione che a questo punto della storia credevo davvero fosse ormai impossibile: APPREZZARE MAGGIE SAWYER.

 

Non è un mistero, dall’inizio di questa stagione purtroppo Maggie Sawyer non mi ha mai davvero concesso elementi chiave che potessero far nascere un discorso compiuto su di lei e sulla sua caratterizzazione, e quando ho cercato di interpretare e analizzare i suoi momenti più ampi ciò che ho visto non mi è piaciuto particolarmente. Almeno fino ad ora. Che sarebbe stato un episodio inevitabilmente costruito come un dialogo a tre era facilmente intuibile fin dalla sinossi e dal promo rilasciato nei giorni scorsi; che le dinamiche di questo triangolo emotivo mi avrebbero convinta pienamente nonostante le riserve di partenza non era poi così scontato. Del personaggio di Maggie ho apprezzato sinceramente ben due lati essenziali in questo episodio: il primo riguarda il suo lavoro, un aspetto su cui personalmente avrei puntato molto di più, come sembravano intenzionati a fare al principio, e che invece si è perso progressivamente con lo sviluppo della stagione a favore di un tavolo da biliardo; il secondo riguarda invece la sua funzione primaria nello show [non è bello da dire ma è così], ossia il suo coinvolgimento nella storia con Alex.

Il suo acceso confronto con Supergirl nella prima parte dell’episodio mi ha permesso di approfondire una riflessione che mi ha incuriosito e coinvolto e soprattutto ha aperto un’interessante finestra sulla caratterizzazione di entrambi i personaggi. La figura della detective in una serie tv fa parte di una categoria che personalmente mi affascina molto da diversi anni ormai, perché credo che ognuno di questi personaggi porti con sé un background inevitabilmente intenso e profondo, con un passato spesso caratterizzante anche nella scelta di intraprendere una carriera in un mondo tipicamente maschile in cui una donna è spesso costretta a lottare il doppio per emergere e per guadagnare il rispetto che merita. Ecco perché probabilmente, se avessero concesso a Maggie una maggiore attenzione sulla sua sfera personale ma legata al mondo del lavoro, avrei avuto modo di considerare il personaggio in un’individualità che forse avrei potuto apprezzare di più. Ma questo episodio ha anche dimostrato quanto non sia poi così facile far parte delle forze dell’ordine in una comunità sorvegliata e protetta, a volte anche “troppo” se possibile, da una supereroina che riesce a risolvere la situazione e tornare a casa in tempo per una cena di famiglia. Sarebbe estremamente facile per me tacciare Maggie di semplice indignazione causata da un imbarazzo più personale che professionale, e anche in quel caso non mi sentirei comunque di biasimarla perché effettivamente non deve essere appagante “giocare” in una competizione con un tale dislivello di possibilità e mezzi. Ma in realtà questo episodio mi ha fatto capire … beh, non esageriamo, diciamo intuire quanto Maggie sia concretamente legata alla sua professione e a ciò che significa, riuscendo anche a far appello per l’occasione a una razionale lucidità che non avevo ancora riconosciuto in lei, fino a questo momento estremamente impulsiva e chiusa in un mondo tutto suo in cui non permette neanche ad Alex di entrare a volte. In questo frangente invece, il modo in cui difende la fondamentale importanza delle sfumature di un lavoro che tante volte è molto di più del solo obiettivo di fermare i criminali, caratterizza Maggie in maniera assolutamente inedita e interessante, forse momentanea, ma tempestiva in un contesto in cui serviva disperatamente una tale evoluzione. Il bisogno di parlare e provare a negoziare prima di agire è molto “newyorkese” come stile di investigazione, l’occhio sempre attento anche all’aspetto giudiziario delle indagini è estremamente realistico e mi appaiono come piccoli dettagli che valgono una caratterizzazione.

Il confronto con Kara invece mi ha permesso di vedere Maggie sotto una luce diversa dal punto di vista che meno mi piaceva di lei, ossia il suo coinvolgimento nella relazione con Alex, storia che tante volte mi sembrava troppo a senso unico per colpirmi particolarmente [cercando di dimenticare il fanservice che troppe volte l’ha definita]. Ma nel momento in cui ha davvero rischiato di perdere la donna che ama, ai miei occhi, Maggie è cambiata, almeno in questo contesto. In uno scontro personale con Kara, che in qualsiasi altro caso mi avrebbe infastidita particolarmente, ho trovato Maggie vera, spaventata, non superba ma sinceramente terrorizzata dalla possibilità di non riuscire a vivere con Alex la vita che intimamente stava già immaginando al suo fianco.

La profonda preoccupazione per le sorti di Alex spinge Maggie a mostrare una maggiore sensibilità e fragilità che apre gli occhi a chi, come me, nutriva fin troppi dubbi su questo personaggio. Il momento condiviso con Alex attraverso lo schermo asettico di un pc è a mio parere il migliore vissuto dalla Sawyer, è umano, è commovente, è empatico perché ho avvertito la sua disperazione di fronte al rischio di perdere il suo futuro con la donna che ama, di perdere tutte quelle prime volte che desidera vivere e che forse neanche immaginava. Complice un’interpretazione di tutto rispetto di Floriana Lima [il cui impegno non è mai stato messo in dubbio, i suoi flashback in “Lethal Weapon” sono strazianti], per la prima volta [e spero a questo punto non per l’ultima] la storia tra Alex & Maggie ha assunto vera e umana intensità, arricchendosi di quelle piccole sfumature emotive che elevano una storia d’amore dalla parola scritta e le permettono di vivere autonomamente.

 

“You held on”
“I held on”

Non posso e non voglio negare però che la reazione che più desideravo vedere in questo episodio era quella di Kara, della persona la cui intera esistenza è legata a doppio filo a quella di sua sorella Alex, poiché lei rappresenta tutto ciò che ha perso su Krypton e che, quasi per miracolo, è riuscita a ritrovare sulla Terra. Così come Alex cerca di raggiungere Kara dopo la disastrosa cena con i rispettivi partner perché il suo primo istinto è sempre quello di parlarle per accertarsi che stia bene, così Kara perde improvvisamente ogni certezza quando Alex non è più al suo fianco, perché nonostante i suoi poteri illimitati, nonostante un’apparente invincibilità, Supergirl torna ad essere solo una ragazzina spaventata su un pianeta “estraneo” quando perde, da un momento all’altro, l’unica persona che la fa davvero sentire a casa, l’unica a cui non potrebbe mai rinunciare perché è per lei che ha spiccato il volo la prima volta, è grazie a lei se ha davvero creduto di poter fare la differenza. Per Kara, Alex è l’ancora della sua quotidianità, è il punto di partenza, è la rete di sicurezza sempre presente che attutisce ogni caduta ed è la mano che l’aiuta a rimettersi in piedi ogni volta, con la costante consapevolezza di non essere mai sola, neanche per un istante. Di fronte a un’inedita situazione di pericolo in cui è Alex per una volta ad aver bisogno di aiuto, Kara perde progressivamente il controllo, smettendo di ragionare lucidamente ma soprattutto dimenticando anche cosa significhi essere Supergirl, guidata da un unico pensiero che diventa preponderante ad ogni secondo che passa: trovare sua sorella, salvarla, riportarla a casa, come Alex ha sempre trovato Kara, fosse anche su un altro pianeta e in un’altra dimensione.

Sebbene abbia sentito sicuramente la mancanza di un momento tra le sorelle Danvers che fosse dedicato esclusivamente a loro e a quel rapporto così assoluto e intenso, ciò che è stato rispettato, così come pretendevo, è l’unicità di un legame che non ha paragoni, che seppure a volte ridimensionato rappresenta ancora e sempre il cuore della serie. Ho trovato emozionante e quasi poetico il momento in cui Kara si perde nei suoi sensi extra sviluppati nel disperato tentativo di sentire Alex nella notte di National City, scontrandosi con un’insolita impotenza che adesso appare profondamente frustrante perché tutti i poteri concessi dal sole giallo non servono a nulla se non riesce a trovare la persona che più conta per lei.

E per quanto sperassi di vederlo molto più presente nella storyline e nella vita di Alex, l’arrivo di J’onn in quel momento completa un quadro che mi appare perfetto, che mi riporta anche solo per pochi minuti a quella prima stagione che a volte ancora rimpiango, di cui Kara, Alex e J’onn erano protagonisti assoluti, in un rapporto di straordinaria umanità che non prevede legami di sangue ma solo la volontà di scegliersi reciprocamente giorno dopo giorno, come un’autentica e pura famiglia.

Ed è proprio nel nome di questo amore così intenso e incondizionato che entrambe provano per Alex che Kara e Maggie riescono davvero a capire l’una le posizioni dell’altra, scambiandosi improvvisamente i ruoli di cui erano state portatrici fin dal principio dell’episodio e riconoscendosi complementari ed entrambe indispensabili nella vita di Alex. Se l’inquietante countdown spaventa tanto Maggie da spingerla a cedere al ricatto del rapitore pur di riavere la donna che ama nella sua vita, Kara si riappropria di quella lucida sensibilità che caratterizza Supergirl da sempre e sceglie di abbracciare le parole prima delle azioni, esattamente come Maggie aveva provato a farle capire a inizio episodio.

E se Maggie è stata un’autentica sorpresa, Alex Danvers è la mia costante conferma. Presa nel mezzo tra le donne più importanti della sua vita, la pazienza e l’amore con cui Alex gestisce la tensione tra Kara e Maggie è esemplare, rifiutandosi categoricamente di prendere posizioni o scegliere da che parte stare, provando senza riserve a creare quel punto d’incontro di cui ha estremamente bisogno per vivere serenamente la sua quotidianità. Le risorse e le capacità che Alex dimostra anche in una situazione impossibile di cui è vittima sono sempre più sorprendenti, ma ciò che mi colpisce profondamente è notare quanto tenace sia il suo tentativo di resistere il tempo necessario per permettere a Kara e Maggie di trovarla, sicura oltre ogni ragionevole dubbio che loro, J’onn e l’intero DEO sarebbero arrivati, consapevole del suo potenziale ma soprattutto della famiglia che le guarda le spalle. L’aspetto che più ho apprezzato di questo episodio è stato proprio l’intento di dimostrare quanto centrale sia Alex nelle dinamiche personali di tutti i personaggi coinvolti, quasi alla pari della centralità di Kara, un’evoluzione del personaggio e dei suoi rapporti umani che non posso esimermi dal riconoscere totalmente soddisfacente. Inoltre ho trovato particolarmente adatta ai fini dell’episodio la scelta di caratterizzare un villain non soltanto completamente umano nelle forme e nelle motivazioni, ma appartenente addirittura al passato adolescenziale delle sorelle Danvers, una decisione inedita ma che effettivamente si sposava alla perfezione con la storyline e con gli obiettivi della trama.

Infine vorrei soffermarmi brevemente su una storyline parallela, introdotta nel precedente episodio e sviluppata in quest’ultimo andato in onda, vale a dire la misteriosa partnership tra Lena Luthor e Rhea. Voglio innanzitutto cominciare esprimendo un parere totalmente soggettivo, non potendo fare a meno di notare quanto incredibilmente ricchi di fascino ed eleganza mi appaiano i momenti condivisi sullo schermo da Katie McGrath e Teri Hatcher, due interpreti che hanno sicuramente concesso alle loro scene comuni un’intensità dalle sfumature intriganti e forse anche un po’ pericolose. I personaggi sono apparsi quasi istantaneamente complementari, riuscendo a creare facilmente un ponte tra le rispettive esperienze personali ma soprattutto tra le rispettive menti geniali. Distante purtroppo da quella persona che rappresenta un po’ la sua bussola morale, Lena riesce comunque con esperienza e furbizia a capire la reale identità di Rhea e soprattutto le ragioni che si celano dietro la sua richiesta di collaborazione ma, facile preda forse di una dialettica incredibilmente persuasiva della regina daxamita, accetta ignara la partnership con una donna di cui ha visto fondamentalmente solo l’aspetto migliore.

 

In attesa dunque di evoluzioni che adesso mi incuriosiscono e allo stesso tempo intimoriscono, io vi lascio [finalmente, penserete] e vi do appuntamento alla prossima settimana mentre la serie si avvia lentamente al finale di stagione.

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