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Recensioni Supergirl

Supergirl | Recensione 2×18 – Ace Reporter

National City, we’re back! Dopo esserci presi un mese di pausa per riflettere sul futuro della nostra relazione, io & “Supergirl” abbiamo deciso di mettere una pietra sopra il recente passato e fare finta che l’ultimo episodio andato in onda fosse solo un’appendice necessaria alla storia per mostrarci quanto non sia prudente contraddire gli ordini della regina daxamita Rhea e per scoprire come non ci sia niente e nessuno in grado di fermarla dal suo proposito di riconquista del potere. E come simbolo della ritrovata sinergia tra di noi, “Supergirl” riporta in scena un personaggio la cui caratterizzazione è sempre un piacere da analizzare e soprattutto recupera un’identità originale, protagonista della serie, che mancava già da alcuni episodi ormai e la cui assenza stava diventando progressivamente un problema difficile da affrontare.

 

“You didn’t give up […] We need more reporters like that,
more reporters like you, who care about the truth”

 

Aspettavo questo momento da tempo ormai e devo ammettere che una parte di me temeva che non sarebbe davvero arrivato. L’inizio di questo episodio era stato premonitore a riguardo. L’entusiasmo, la voglia di agire, il desiderio elettrizzante di fare la differenza con le proprie azioni, di cambiare per il meglio la realtà che la circonda sfruttando quell’inesauribile energia che per troppi anni aveva relegato nella parte più nascosta di se stessa, sono tutti aspetti che hanno sempre caratterizzato Kara Davnvers, che l’hanno resa la supereroina che è oggi, che le hanno permesso di crescere e di abbracciare una missione a cui era destinata, sono quegli aspetti di Kara che hanno creato Supergirl e che hanno impostato le direttive della sua vita. Ma da alcuni episodi ormai, quegli stessi lati di sé si infrangevano su giornate vuote, dipendenti sempre di più dall’unico alter ego in grado di dare un senso alla sua quotidianità, per culminare infine in questa puntata in una travolgente e asfissiante noia che la confina a casa e la imprigiona in attività inevitabilmente provvisorie. E in tutto questo, personalmente, non riuscivo a impedire alle parole “Forse essere Supergirl e avere te nella mia vita è abbastanza” di riecheggiare nella mia mente.

Evidentemente il karma la pensava esattamente come me, costringendo Kara, salvata in calcio d’angolo da Lena Luthor dal diventare la Benedetta Parodi di National City, ad affrontare la fastidiosa immagine concreta del suo errore più grande, nelle vesti di Snapper Carr. Non posso negare di aver sempre apprezzato il modo in cui Carr, fin dall’inizio, riesca a “intrappolare” Kara sulle proverbiali corde del ring per obbligarla ad aprire gli occhi su una realtà lavorativa come quella giornalistica che lei a tratti semplifica e idealizza, aspetto che ad ogni modo amo di lei, ma che ha anche bisogno a volte di essere compensata da una buona dose di “dura verità” e soprattutto, nel suo caso, di pazienza e umiltà, due qualità che purtroppo nel suo ultimo confronto con Carr le erano venute meno, avvicinandola pericolosamente agli atteggiamenti tipici di Clark. Nel momento in cui Carr rientra casualmente nella sua vita, Kara si ritrova quasi spinta a volergli dimostrare di non aver sprecato il suo talento, di essere ancora in gioco, di essere in pace con se stessa e con il suo orgoglio quando in realtà ad ogni passo che compie non fa altro che confermare quella voce della coscienza che le ripete a toni sempre più alti una consapevolezza che ora è costretta ad accettare: ha sbagliato, su tutta la linea.

Ma paradossalmente più prova a scacciare l’inevitabilità di questa verità, più inconsciamente la interiorizza e prova a rimediare, immergendosi nuovamente in un lavoro per cui è portata, ricordando cosa voglia dire essere pervasi da una passione tale che ti fa sentire viva anche senza dover indossare un mantello e una “S”, ripercorrendo tutte le tappe giuste, ricordando tutti gli insegnamenti che avevano fatto di lei una promettente reporter. In un episodio in cui Kara Danvers è stata l’eroina che ha risolto la situazione e Supergirl è stata invece solo un supporto tattico sul campo, mi è sembrato di ritrovare finalmente la protagonista nella cui passione mi rivedevo, con la stessa umiltà, la stessa predisposizione ad incamerare qualsiasi insegnamento le sia concesso, con la stessa maturità che le permette ora di riconoscere che essere solo Supergirl e innamorata NON è abbastanza, non per chi come lei può contribuire a cambiare il suo mondo anche solo con la forza delle sue parole. Il confronto finale con Carr è puro, è intenso, è la sua ricompensa per aver compiuto un passo decisivo verso quel tipo di reporter che può diventare e che merita di accompagnare il nome di Carr in un articolo dalla così vasta portata da poter essere considerato un atto eroico degno delle gesta di Supergirl.

 

NANOBOTS NIGHTMARE.

Nanobots, nanobots everywhere! Solo pochi giorni fa, mi ritrovavo a scrivere un’altra recensione per la serie tv sci-fi per eccellenza, l’iconica Doctor Who, che per il suo secondo episodio della nuova stagione ci ha raccontato questa presenza che potremmo definire “recurring” nel genere e che puntualmente si rivela una letale minaccia per la mente stessa che l’ha creata, vale a dire la nano-robotica e i suoi sviluppi terrificanti. Il connubio mente umana geniale – tecnologia avanzata e avanguardista ha trovato in passato e trova ancora oggi svariate riproposizioni cinematografiche e televisive che, nonostante le sostanziali differenze nelle strutture narrative dei prodotti in cui vengono impiegate, possono incontrarsi tutte in un unico punto di raccordo rappresentato da un esito disastroso e dall’inevitabile cambio al vertice del controllo. Da Tron a Ultron, l’errore in cui l’uomo sembra inciampare spesso infatti è quello di spingere costantemente un po’ più in là i confini del progresso tecnologico con l’obiettivo quasi sempre “umanitario” di migliorare la vita quotidiana, di intervenire tempestivamente sui problemi giornalieri, di facilitare in ogni modo possibile il percorso da compiere per il raggiungimento di un benessere complessivo. Al fine di realizzare questi propositi, la mente umana “gioca” col potere, gioca con i propri limiti, si affida ogni giorno di più alle possibilità che la tecnologia in perenne evoluzione le offre, lasciandosi abbagliare dal suo potenziale ma dimenticandone progressivamente i rischi e soprattutto perdendone sempre di più il controllo. Nel momento in cui l’uomo crea qualcosa che vanta la sua genialità ma si appoggia su un supporto più potente e quasi inarrestabile, le redini passano paradossalmente dal burattinaio al suo burattino e il sogno utopico di un futuro brillante che sfrutta al massimo le sue potenzialità si trasforma rapidamente in un presente da incubo in cui ancora una volta ciò che sfugge non è soltanto il controllo ma la moderazione negli obiettivi e nei mezzi che si sceglie di adoperare per raggiungerlo. In serie tv come “Doctor Who” e “Stitchers” [episodio 2×04 “The Two Deaths of Jamie B”], la nanotecnologia sviluppata al fine di migliorare la realtà contemporanea e la quotidianità dell’uomo comune incorpora i suoi obiettivi di partenza in maniera estrema e assoluta, tralasciando quelle sfumature decisionali esclusive di una mente senziente, di una psicologia in grado di riconoscere eccezioni e battute d’arresto necessarie per non oltrepassare il confine che separa il supporto dalla minaccia. In “Supergirl” questo però cambia perché, nonostante la passione per la ricerca di Jack lo spinga a diventarne prima cavia e dopo vittima, è ancora la mano umana a stringere le redini della robotica, a controllarne le azioni e gli effetti e soprattutto a sfruttarne ogni possibilità subordinandola al proprio volere e alla brama di potere. Sebbene però ci sia ancora una componente umana in controllo di una tale tecnologia, e nonostante questo scenario mi appaia in parte anche più “rassicurante” rispetto a un futuro in cui un tale progresso tecnologico vive ormai indipendentemente dal potere decisionale dell’uomo, credo comunque che, anche in questo caso, i confini che separano il potere umano e quello posseduto dalle sue creazioni siano pericolosamente labili e pronti a capovolgere la piramide del controllo alla prima occasione.

 

IN BILICO.

 

Così mi appare Lena Luthor ogni volta che ritorna in scena, “snocciolando” con parsimonia nuovi lati di sé e della sua storia in gran parte ancora misteriosa. Lena è per me un personaggio perennemente in bilico, quasi come se vivesse ogni sua apparizione sospesa a mezz’aria, mentre cammina su una corda tesa sotto gli occhi incuriositi del pubblico. L’opinione comune che la osserva e la giudica è convinta che cadrà, è pronta a pensare di aver sempre avuto ragione a non fidarsi di un Luthor, brama e spera che compia un passo falso per potersi sentire migliore. Ai suoi lati invece c’è la sua famiglia e quella forza gravitazionale che opera su di lei, quell’attrazione a cui è quasi impossibile resistere per una donna che in fondo ha sempre orbitato solo intorno a quel nome e a ciò che significava. E di fronte a sé invece c’è un traguardo che a volte appare così nitido e altre volte sfuma all’orizzonte come un miraggio irraggiungibile mentre Lena sembra domandarsi ad ogni passo se ne valga la pena, se non sia più facile abbracciare semplicemente ciò che dicono sia la sua natura e smettere di provarci così tanto.

 

Il passato vissuto con Jack rappresenta in fondo solo uno dei tanti dilemmi che Lena ha affrontato per restare in equilibrio, una delle scelte che ha compiuto ma a cui non ha mai davvero smesso di pensare perché nel tempo era diventata uno dei suoi tanti “what if”, cosa sarebbe successo se fosse rimasta al suo fianco, cosa sarebbe successo se avesse scelto di vivere ogni sentimento, ogni emozione, senza tirarsi indietro, senza lottare incessantemente per affermarsi diversa da chi era venuto prima. E quando ripensamenti e rimpianti ritornano nella sua vita, la corda su cui Lena cammina trema vistosamente, facendole perdere di vista quell’obiettivo che ancora mantiene il suo equilibrio e le concede una ragione per proseguire, anche contro i pareri di tutti coloro che aspettano solo di vederla cadere. Ma è in questi momenti che compare l’ultima componente di questa perenne sfida che è la quotidianità di Lena e compare al suo fianco, per sostenerla, per porgerle la mano che l’aiuta a mettere un passo dietro l’altro, con più sicurezza, con un bagliore di certezza che sembra riuscire a convincerla che, forse, sta effettivamente compiendo il giusto cammino, quello a cui è destinata. E questa persona è ancora una volta Kara Danvers e il suo alter ego di Supergirl. Per Supergirl, per la sua salvezza e per ciò che lei rappresenta, Lena ha messo fine alla minaccia dei nano-robot ma in questo modo ha purtroppo condannato a morte colui che era diventato il loro ospite principale; grazie a Kara, Lena ha permesso a se stessa di accettare la sua parte più emotiva, nonostante la ferisca, nonostante intensifichi i suoi dubbi che ancora una volta vengono espressi soprattutto attraverso i suoi profondi occhi. Lena Luthor è e probabilmente sarà sempre un’incognita per me, proprio perché la sua esistenza in bilico vive di un equilibrio instabile, pronto ad oscillare e a perdere aderenza alla prima spinta più vigorosa o alla prima offerta più conveniente, come quella che Rhea sembra pronta a presentarle, ma il suo rapporto con Kara sta diventando secondo me una costante, la rete di sicurezza pronta ad afferrarla ad ogni possibile caduta, la stabilità di un traguardo che non sfuma, non svanisce, ma resta sempre di fronte a lei e la aspetta, crede in lei perché i suoi occhi non hanno mai visto una corda ma sentiero sicuro.

 

[p.s. nell’istante in cui Kara pronuncia le parole “I will always protect you”, Lena apre di colpo gli occhi, come fulminata da una consapevolezza improvvisa, che abbia capito della doppia vita di Kara?]

E infine questo episodio mi ha anche concesso la storyline che non mi aspettavo e che si è rivelata sorprendentemente piacevole. Per quanto infatti il personaggio di James sembri ormai un carcerato liberato per un’ora d’aria ogni 3/4 episodi, e questo certamente non gli permette di usufruire di una storyline dal potenziale accettabile, è stato apprezzabile lo sforzo di caratterizzarlo almeno dal punto di vista umano, cementando la sua amicizia ormai fraterna con Winn e spingendolo a superare anche i suoi limiti e le sue convinzioni pur di far coincidere la loro missione con la sua relazione con Lyra, ottenendo come risultato un inedito team di vigilanti che non salveranno il mondo ma almeno strappano un sorriso per la purezza del loro legame.

L’episodio dunque mi è apparso assolutamente soddisfacente nella sua totalità, l’unico aspetto che ancora non mi convince di questa stagione è la scelta dei tempi operata in ogni puntata, una scelta che sembra destinata purtroppo a privilegiare costantemente lo screentime di un personaggio a discapito di quello di un altro, e così in un episodio in cui Lena e James ottengono maggiore attenzione, Alex e J’onn fanno da tappezzeria. È davvero così impossibile mantenere una caratterizzazione multipla e contemporanea? Con questo dubbio io vi lascio a e vi do appuntamento alla prossima settimana!

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