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Supergirl | Recensione 2×14 – Homecoming

La quiete prima della tempesta; il sogno prima del brusco risveglio; l’utopia prima della realtà; qualsiasi sia la frase idiomatica o il modo di dire che vogliate utilizzare in questo contesto, la verità ultima è sempre la stessa: l’avevamo visto arrivare. Per quanto sia stato bello crederci o meglio, fingere di crederci per qualche minuto, anche una serie ottimista e positiva come “Supergirl” doveva rispettare la prima regola inviolabile di ogni storia che si rispetti: se va tutto bene a inizio episodio, tutto andrà a rotoli prima ancora di raggiungere i 20 minuti. Le dinamiche evolutive della narrazione erano ambigue fin dal principio: l’improvviso ritorno del CADMUS sui radar della DEO; l’inutile spreco di proiettili utilizzati contro Supergirl da agenti che dovrebbero ormai conoscere perfettamente l’impossibilità di fermarla con mezzi convenzionali; il provvidenziale salvataggio e conseguente ritorno a casa di Jeremiah Danvers dopo anni di prigionia talmente segreta da essersi rivelata solo in seguito a un fortuito intervento psichico compiuto da J’onn nella precedente stagione; erano tutte coincidenze forzate che purtroppo balzano immediatamente agli occhi e che razionalmente si presentavano impossibili da ignorare con lampante evidenza, almeno per chi, come Mon-El, viveva la storia rimanendo un passo indietro, al di là della cornice tentatrice che racchiudeva la perfetta famiglia Danvers.

E proprio Mon-El rappresenta fondamentalmente la chiave di svolta di questo episodio ma devo ammettere che, oltre il suo coinvolgimento attivo nella storyline centrale della puntata, il personaggio è stato sorprendentemente caratterizzato “a tutto tondo”, al di là di pareri e opinioni personali infatti, Mon-El ha mostrato sfumature inedite che nel complesso hanno poi “disegnato” uno spessore finora soltanto accennato. Ciò che infatti il daxamita deve affrontare in questo contesto non è soltanto la “pericolosità” della sua schiettezza e del suo punto di vista estremamente razionale e lucido, ma anche il posto che occupa al fianco di Kara in una relazione stabile e matura, situazione evidentemente inedita per lui. Essere il partner di un’ossimorica disordinata/control freak come Kara nonché il simbolo dell’indipendenza femminile come Supergirl complica la posizione di Mon-El nella relazione in maniera più profonda di quanto possa apparire all’inizio, anche nei piccoli dettagli che poi assumono maggiore significato nel quadro generale. Kara infatti scandisce fin dal principio i ritmi, le fasi e i ruoli di questo rapporto: è lei che si alza prima il mattino seguente per salvare il mondo, è lei che porta la colazione al compagno, è lei che regala i fiori e cerca (inutilmente) di mantenere una relativa riservatezza almeno sul luogo di lavoro. Inutilmente, come appena detto, perché la reazione di Mon-El non soltanto è esattamente quella che ci aspetteremmo da lui ma col senno di poi mostra chiaramente quale sia lo scoglio più ostico da superare per lui al fine di capire pienamente come trovare il giusto spazio accanto a una donna che quello spazio l’ha sempre vissuto perfettamente da sola [o condiviso esclusivamente con sua sorella]. Mon-El infatti irrompe alla DEO annunciando ufficialmente la sua relazione con Kara e per quanto il momento sia divertente e a tratti anche dolce [probabilmente ho apprezzato di più le loro scene in questo episodio che l’intera puntata precedente], col proseguire dell’episodio si nota evidentemente quanto quel suo modo di fare che continua a ripetersi costantemente come un modus operandi sia in realtà un problema “più serio” perché di volta in volta mette a rischio la sua storia con Kara cadendo sempre nel solito errore. Mon-El non ascolta e, come ho già evidenziato nella precedente recensione, sebbene senza malizia, il daxamita ha la costante tendenza a riprendere le abitudini del suo background di partenza e queste inevitabilmente finiscono per schiantarsi violentemente contro la personalità estremamente definita e determinata di Kara che non accetta alcun tipo di controllo o di tentativo di prevalere e ammettiamolo, non accetta neanche di avere torto o di essere contraddetta. Così come è successo per la privacy della sua relazione con Kara, anche nella questione che riguarda Jeremiah Danvers, Mon-El sembra non riuscire a smussare affatto la schiettezza delle sue opinioni e sebbene guidato dalle migliori intenzioni e dall’unico punto di vista legittimo e realistico tra i presenti, soprattutto se consideriamo l’aspetto prettamente militare della DEO [Jeremiah Danvers è stato un prigioniero che per anni ha dovuto sottostare agli obblighi di un’organizzazione nemica dalle ideologie persuadenti, la valutazione psicologica sarebbe stata la prima mossa a cui Alex e J’onn in primis avrebbero pensato se non si fosse trattato di una persona “di famiglia”, proprio loro che a inizio episodio avevano esposto il rigido protocollo da seguire agli agenti che intraprendevano una relazione sentimentale], Mon-El non riesce a far a meno di inciampare ancora una volta nel solito ostacolo, ossia seguire le sue idee con tenacia, com’è giusto che sia, non fraintendetemi, ma intraprendendo nuovamente una strada indipendente da quella di Kara e venendo meno in questo modo a un’empatia di cui a volte ancora gli sfuggono le sfumature.

Il confronto con Winn è per me uno dei momenti più onesti per il personaggio e se da una parte si evidenzia quanto Winn conosca profondamente Kara tanto da sapere come restarle accanto in qualsiasi occasione, dall’altra apprezzo lo sforzo di Mon-El di andarle incontro, cercando di definire i contorni del suo ruolo al suo fianco, provando a migliorare sempre di più per lei anche quando tutto intorno a lui gli suggerisce di aver fatto centro al primo colpo con le teorie.


Questo è per me l’episodio in cui tutti i protagonisti coinvolti hanno ragione a modo loro, e per quanto riguarda Mon-El io credo che, sebbene strategicamente lui abbia mostrato un’incredibile maturità e un contatto con la realtà che tutti gli altri perdono improvvisamente, umanamente lui avesse bisogno ancora di capire come stare accanto a una donna come Kara e come condividere nel migliore dei modi i rispettivi spazi, restando ad ascoltarla e riconoscendo il momento in cui le parole sarebbero state superflue.

ALEX. Alex è inevitabilmente il personaggio che in questo contesto perde totalmente aderenza [a giusta ragione] con quella logica e brillante razionalità che di solito la contraddistingue in quanto scienziato e agente operativo della DEO. Semplicemente perché in questo episodio, Alex smette di essere entrambe le cose, sveste e lascia andare quegli aspetti della sua personalità sui cui aveva costruito il suo futuro dopo la “morte” di suo padre e torna semplicemente una ragazzina adolescente con il suo sogno impossibile che si realizza improvvisamente davanti ai suoi occhi. Alex vive per tutto l’episodio in una bolla fiabesca in cui ogni cosa sembra andare per il verso giusto: il ritorno di suo padre, la cena in famiglia con i genitori riuniti, la complicità innocente con sua sorella, la storia ormai consolidata con Maggie, sono tutti aspetti della sua realtà che vivono in bilico tra la pura felicità e la facile tentazione, accecandola in modo naturale ma soprattutto umano. Alex ci crede, pienamente. Senza dubbi, senza riserve, lei non mette in dubbio neanche per un istante la lealtà e soprattutto la lucidità di suo padre, e quando provano a mostrarle una scena che si discosta dall’utopica perfezione della fiaba che sta vivendo, Alex volge lo sguardo altrove, “aggredendo” anche la persona che più ama perché il suo idillio comincia a venir meno se Kara non ne fa più parte.

Personalmente, vedere Alex così felice in principio e poi assistere, minuto dopo minuto, alla realizzazione di quanto il suo mondo le stia nuovamente crollando addosso senza che lei riesca nemmeno ad accorgersene è stato assolutamente straziante, e il picco della drammaticità lo si è raggiunto secondo me proprio nel confronto con Kara, ancora di più di quello devastante con suo padre nel bosco. Il legame tra Alex & Kara è e deve rimanere il cuore pulsante di questa serie, è il motore che mette in movimento l’intera storia, è la base su cui lo show è nato e cresciuto, perché il rapporto tra le due sorelle Danvers racchiude in sé una forza travolgente e inarrestabile, in cui diventano entrambe la reciproca priorità, l’unica persona di cui hanno bisogno sia quando hanno il mondo contro sia quando invece sono circondate da coloro che amano. Per questo motivo assistere a quel dubbio che Alex insinua con rabbia tra lei e Kara è stato il momento più difficile dell’episodio per me, tanto quanto è stato meraviglioso notare come anche durante il suo primo abbraccio con Jeremiah, Alex chieda a Kara di avvicinarsi, avendo costantemente bisogno di sentire sua sorella lì accanto a sé. Per la stessa ragione però, nonostante abbia apprezzato sia il suo momento con Maggie [che per la prima volta si mette a totale disposizione di Alex come supporto incondizionato] che quello parallelo di Kara con Mon-El, non ho amato affatto la mancata risoluzione del contrasto aperto tra di loro in questo episodio, e per quanto mi aspetti [leggete “pretendi”] un confronto nell’episodio successivo, non vi nego che avrei voluto vederle affrontare insieme quello che appare a tutti gli effetti come il tradimento peggiore che entrambe potessero subire.

E proprio per gli stessi motivi appena evidenziati con Alex, credo che la posizione di Kara sia stata anche la più difficile da “vivere” nella situazione corrente. Per una volta infatti, i ruoli delle sorelle Danvers sembravano sorprendentemente invertiti [forse anche per una questione di equilibrio caratteriale] e mentre Alex, come abbiamo visto, si abbandona alla fiducia cieca nei confronti di suo padre, Kara, dopo un inizio in cui anche lei aveva appoggiato pienamente Jeremiah allontanandosi da Mon-El, in seguito all’intervento di Winn, non riesce più ad affidarsi alla sua solita fiducia quasi irrazionale nei confronti del prossimo e per la prima volta, anziché seguire il cuore, diventa preda della mente e di quei dubbi che prendono sempre maggiore spessore trasformandosi in un incubo che la allontana drasticamente da sua sorella e dalla sua famiglia.

Sebbene inedite per il suo personaggio, anche le azioni e le parole di Kara sono a mio parere comprensibili e non biasimabili, ma soprattutto il momento che più mi ha avvicinato a lei portandomi a riconoscere nuovamente la donna che ci hanno presentato finora è stato il finale in cui confessa a J’onn quella paura radicata in lei probabilmente dal giorno in cui aveva lasciato alle spalle i suoi genitori e il suo pianeta, ossia il timore che tutto stia nuovamente per cambiare. E se quel “tutto” adesso comprende anche Alex, allora la battaglia che l’aspetta appare più minacciosa e fatale di quanto lo siano mai state le precedenti.


Infine c’è Jeremiah, il cui sogno è stato bello finché è durato. Anche se aspettavo il colpo di coda da un momento all’altro, anche se non mi sono mai fidata del ritorno provvidenziale, devo ammettere che avrei voluto tanto fermare il tempo a inizio episodio e lasciare la storia in quell’accogliente atmosfera di pace e famiglia che si respirava durante la cena. I ricordi, le risate di Alex & Kara che non riescono nemmeno a controllare la loro gioia, gli scherzi amichevoli, Jeremiah che riusciva a dire la cosa giusta al momento giusto con tutti e con Maggie in primis, l’arrivo di J’onn e l’abbraccio con Jeremiah, sono stati tutti momenti da Mulino Bianco, lo so, e anche solo per questo motivo era evidente quanto non potessero essere reali ma non ho potuto fare a meno di sorridere per tutta la durata della scena perché per quanto semplice o stucchevole possa apparire, la realtà domestica di quella famiglia così eterogenea mi emozionava.

Ma ancora prima dell’intervento di Mon-El, credo che le parole di Eliza abbiano cominciato a spezzare l’idillio creatosi per il ritorno di Jeremiah con una razionalità giustificata che forse non ti aspetti dalla donna che ritrova improvvisamente il marito che credeva morto svariati anni prima. Da lì in poi la situazione è degenerata progressivamente e più si andava avanti, più la maschera di Jeremiah sembrava lasciare spazio al suo vero volto, più oscuro di quanto apparisse nei ricordi di Alex e Kara. A sorprendermi in realtà ancora più del suo braccio potenziato dalla tecnologia sviluppata al CADMUS, è stata l’impossibilità di J’onn di leggergli la mente, un segnale che secondo me proietta su Jeremiah un’ombra ancora più buia di quella mostrata in questo episodio. Così come non avevo dubbi sugli sviluppi a cui avremmo assistito in questo contesto, così credo anche che ci sia molto di più da raccontare su Jeremiah e sul perché che guida le sue azioni, confidando infatti in una missione di controspionaggio e doppio gioco il cui fine dovrà essere ancora una volta quello di proteggere la parte migliore di sé.

In conclusione, l’episodio, per quanto prevedibile a tratti, è stato intenso e credo che abbia finalmente introdotto quella che sarà la storyline centrale di questa seconda parte di stagione. E mentre il CADMUS sembra pronto a sferrare il suo attacco su larga scala nei confronti di tutti gli alieni registrati, un dubbio mi assale prepotentemente: si saranno mica dimenticati di avere James Olsen nello show?




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4 comments

Samantha 2 Marzo 2017 at 11:23

Ciao mia fellow, stavolta sarò breve anche perchè, come tuo solito, hai fatto un’analisi della puntata a cui non ho praticamente nulla da aggiungere. Ma perchè privarmi del piacere di comunicare con te?
– Ammetto che il pensiero di Jeremiah impegnato in una missione di controspionaggio e doppio gioco è un’ipotesi che mi intriga molto, non conosco per niente il personaggio, ma davvero 15 anni di “lavaggio del cervello” potrebbero indurlo a tradire la sua figlia aliena? Suppongo che saranno le prossime puntate a svelare quale strada hanno scelto di intraprendere gli sceneggiatori.
– Ora, capisco l’incapacità di sparare, per uccidere, il proprio padre (naturalmente, nemmeno per un secondo ho pensato che Alex lo avrebbe fatto), ma perchè, e lo dico in generale per questi telefilm, a nessuno passa mai per l’anticamera del cervello di mirare, che ne so, ad un piede per impedire la fuga e così prendere la persona in questione in custodia?
– Effettivamente, anch’io mi sono chiesta: che fine ha fatto James Olsen? Ma, avendo cominciato a seguire la serie da pochissimo, e non avendomi colpito particolarmente come personaggio (cosa che, oggettivamente, è accaduta con tutti gli altri), non vado oltre il chiedermi che fine abbia fatto e anche se tornasse sporadicamente, ne sentirei davvero poco la mancanza.
That’s all. Alla prossima.

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WalkeRita 2 Marzo 2017 at 11:50

HOLA DARLING!!!! Effettivamente mi faccio spesso la stessa domanda, ossia mirate a un piede, alla spalla, a un punto random non vitale che possa solo fermare il fuggitivo!!! Però in questo caso io credo che Alex non fosse affatto lucida neanche per pensare, figuriamoci per provare a fermare suo padre ferendolo (che comunque è potenziato quindi in qualche modo probabilmente sarebbe fuggito comunque)! Purtroppo la questione James Olsen è spinosa perchè se vedessi la S1 ti renderesti conto che lui era il MAIN MALE CHARACTER e adesso è l’ombra di se stesso. A me piaceva molto ma già nella S1 persi parte del mio interesse nei suoi confronti, ad ogni modo però mi dispiace molto vedere quanto lui sia stato penalizzato dal cambio di network, è EVIDENTE che la CW lo abbia messo da parte per dare il suo spazio a Mon-El. Triste. See you next time, my fellow!

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alan 2 Marzo 2017 at 12:18

eh la questione “spara alle gambe” non è l’unica; quelli del CADMUS scappano A PIEDI da un’aliena con super vista, super udito, super corsa e chissà che altro; tutta la scena di jeremiah che guida il blitz contro cadmus, poi quando è chiaro che non c’è nulla semplicemente prende un ascensore e va a trafugare i dati…
Dopodiché la questione famiglia ritrovata/tradimento è stata trattata bene.

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appassionato 4 Marzo 2017 at 21:04

Non posso fare altro che confermare: recensione assolutamente perfetta, a dire poco. Complimenti davvero.
Quanto allo sparare ai piedi (a me vengono sempre in mente le gambe) e similaria, in questo genere di telefilm è una lotta a chi rispetta meno la logica, purtroppo. Meglio far finta di niente. Però, sono tutte occasioni perse per alzare il livello. Chissà poi perché fanno certe stupidaggini. Mai capito.

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