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Recensioni Supergirl

Supergirl | Recensione 2×04 – Survivors

Sebbene sia stato a mio parere un episodio più “debole” rispetto ai precedenti, anche questa settimana “Supergirl” porta a termine il suo compito, con i suoi mezzi e le sue possibilità, attenendosi inevitabilmente a quelli che sono gli obiettivi che la serie si è prefissata fin dalle sue origini. Così come era successo con la tematica dell’accettazione del diverso affrontata nel precedente episodio, anche questa volta “Supergirl” ha puntato un concept di base (o forse due) e lo ha sviluppato secondo il proprio stile. Guardando questa serie mi torna in mente una consuetudine tipica del teatro antico, si tratta di una sorta di tacito patto che si instaurava tra il drammaturgo (e gli attori) e il pubblico, affinché gli spettatori accogliessero la richiesta dell’autore di supplire con la loro immaginazione alle evidenti mancanze della rappresentazione, spesso inevitabilmente deficitaria di realismo. Allo stesso modo secondo me dovremmo accogliere una serie come “Supergirl”, uno show che non è perfetto, che ha dei limiti tante volte ma che, se riusciamo a vedere e ad apprezzare oltre determinate debolezze strutturali, può mostrarsi in tutta la sua pura onestà e rivelarsi nei suoi obiettivi forse semplicistici ma che posseggono sempre una loro dignità e un loro spessore.

 

Scommesse & Sopravvivenza

“You’re sick”
“And you’re naive”

Il significato del confronto tra Kara & Roulette pervade secondo me l’intero episodio, riprendendo in parte la storia lì dove si era fermata la scorsa settimana, ripartendo quindi dal desiderio di focalizzare l’attenzione sul posto occupato dagli alieni nella società umana e nella vita di tutti i giorni. Merito anche del fascino e dell’enigmatica sicurezza che emana Dichen Lachman in ogni ruolo moralmente ambiguo che si ritrova ad interpretare, il personaggio di Roulette si è rivelato incredibilmente intrigante e anche vitale a mio parere per un episodio che altrimenti avrebbe mostrato una debolezza di partenza rispetto ai precedenti. Ciò che più mi ha affascinato del personaggio di Roulette, e che in fondo rappresenta sempre l’aspetto che più mi colpisce nella caratterizzazione di un personaggio e della sua visione del mondo, è lo squarcio di realistica natura umana (e aliena) che impone all’attenzione di Kara, un punto di vista talmente cinico, crudele e disilluso da travolgere completamente Supergirl, e tutto il suo sistema di valori fondato sulla speranza, e lasciarla quasi immobilizzata, senza alcuna risposta capace di sostenere il confronto, mentre Roulette abbandona in quel frangente l’arena da vincitrice indiscussa di un duello tra personalità e modi di concepire la realtà che le circonda diametralmente opposti. Roulette diventa in quel momento infatti il simbolo e la voce di un’umanità senza scrupoli, di una quotidianità che fa fatalmente propri gli insegnamenti darwiniani sulla sopravvivenza della specie, di una visione del prossimo basata sulla profonda indifferenza, sul ripudio della diversità, sull’accettazione di una natura umana, fondata sul vizio di un divertimento crudele a spese di razze ritenute inferiori, e di una natura aliena che, inserita in un mondo distante dal proprio, si ritrova disposta ad abbracciare qualunque condizione le permetta di sopravvivere.

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E ciò che più spaventa del realismo proposto da Roulette è l’impossibilità di cambiare il corso degli eventi, una verità che congela in poche parole la speranza di Kara e forse anche la nostra, perché ci sarà sempre chi riuscirà a prevalere e chi invece accetterà di essere sottomesso e di lottare per il piacere altrui pur di sopravvivere in un ambiente ostile. Ma nonostante la mancata reattività durante il confronto iniziale, Kara non intende vivere secondo le regole e la moralità di Roulette e se è “costretta” a giocare in un mondo di scommesse, sceglie allora di scommettere su di sé e sulla possibilità di poter ancora cambiare le cose, di poter convincere le “marionette” intrappolate nel fight club a combattere ma questa volta per la loro libertà, per smentire i pregiudizi dilaganti nei loro confronti e per provare magari a trovare un posto legittimo in quella realtà ancora estranea ma anche l’unica possibile.

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A sorprendermi davvero però è l’esito finale di questo confronto tra portatori di ideologie completamente differenti, perché se da una parte Supergirl ottiene la sua sentita vittoria riuscendo a liberare gli alieni dal controllo psicologico di Roulette e ad aprire in questo modo uno spiraglio di luce nell’oscurità proiettata dalla sua rivale, dall’altra anche le parole di Victoria Sinclair si rivelano nuovamente veritiere soprattutto nel contesto della sopravvivenza in cui tanto crede, riuscendo infatti a eludere l’arresto e a dimostrare ancora una volta quanto (almeno per il momento), chi possiede il potere, riesca sempre a rialzarsi o peggio, a evitare la caduta in partenza.

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Il richiamo del DNA

Una delle ragioni per cui Roulette aveva facilmente sottomesso la volontà e la libertà dei suoi “intrattenitori” era fondamentalmente la loro solitudine e il loro ritrovarsi inseriti in una realtà in cui vivono ai margini della società, mai davvero accettati, mai davvero visti se non con paura. E questo il più delle volte perché ognuno di loro rappresentava l’ultimo (o quasi) della sua specie e quindi abbandonato a se stesso in un mondo in cui sarebbe stato sempre estraneo.

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Questa è quindi la seconda tematica che si inoltra in tutte le trame dell’episodio: il bisogno innato di avere accanto qualcuno che capisca letteralmente cosa significhi essere perennemente ospiti in una casa in cui tutto è talmente diverso da essere portati a sentirsi soli anche quando si è circondati dal resto del mondo. E se Kara ha avuto la fortuna di poter contare fin dai suoi primi giorni sulla Terra sull’amore incondizionato di una famiglia e soprattutto su quello che sarebbe diventato il supporto costante di sua sorella Alex, più complicata e solitaria è stata la vita J’onn, emblema di questa continua sensazione di straniamento che accomuna tutte le forme di vita aliena approdate sulla Terra in un viaggio di sola andata, senza possibilità di ritorno a casa. Come ho già scritto in precedenza, amo quanto il personaggio di J’onn J’onzz rappresenti a volte, nonostante la sua reale natura, la voce più eroicamente imperfetta dell’umanità, dimostrando in questo modo quanto profondamente lui abbia compreso anche le sfumature più particolari degli esseri umani, facendo propria la missione di proteggerli senza esitazioni da una minaccia che loro stessi hanno riconosciuto in lui quando hanno scoperto la sua vera identità. Ma J’onn non ha mai smesso di lottare per questo obiettivo, seppure con sguardo disilluso e con una velata tristezza dipinta sul volto, la tristezza di chi rivive ogni giorno nella sua mente la perdita della sua famiglia e di ogni rappresentante della sua specie. Nonostante infatti abbia trovato nel rapporto con Alex e Kara ciò che più riesce a ricalcare l’affetto puro e il sostegno incondizionato di una famiglia, la rivelazione di non essere l’unico figlio di Marte presente sulla Terra diventa per J’onn una scoperta che rimette tutto in discussione, che fa tornare a galla domande, desideri e sogni che riteneva ormai impossibili in quanto preda di un passato archiviato.

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Il bisogno di conoscere la storia e le esperienze vissute da M’Gann prende il sopravvento su di lui, diventando un obiettivo a cui non vuole rinunciare, quasi come per paura che possa sfuggirgli come fumo tra le mani. E ancora più importante si rivela il suo desiderio di costruire immediatamente con lei quello che lui chiama il “legame marziano”, una forma di collegamento psichico dalla purezza sconosciuta agli umani e dalla potenza emotiva travolgente che permette ai due sopravvissuti di conoscersi intimamente, di leggere nei reciproci pensieri e ricordi, di instaurare un legame biunivoco in grado di ricreare, anche solo per un momento, la loro casa qui sulla Terra.

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La luce negli occhi di J’onn mentre ne parla, la speranza della sua voce in tutti i confronti con M’Gann, la consapevolezza di non poter forzare il loro rapporto e di dover accettare lo spazio che la ragazza voglia concedergli, sono tutti aspetti inediti per J’onn che finora aveva dedicato le sue emozioni quasi esclusivamente ad Alex Danvers e a sua sorella Kara ma che adesso insegue inevitabilmente e a giusta ragione la sua possibilità di non essere più l’unico sopravvissuto del suo pianeta d’origine, aprendosi forse ingenuamente però a chi potrebbe rivelarsi il suo peggior nemico o magari un’amica inaspettata.

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Lo stesso percorso secondo me può essere riscontrato in parte nella quotidianità di Kara, che quasi istintivamente avverte ancora il bisogno di rifugiarsi nel freddo e sterile ologramma di sua madre anche solo per sentire la sua voce e avere l’illusione di riaverla con sé per pochi minuti, ma soprattutto è un percorso che adesso è Mon-El a dover compiere, seppure con sfumature emotive, come dire, differenti da quelle vissute da Kara & J’onn. Dal carattere evidentemente più estroverso, spigliato e irriverente, Mon-El sembra aver razionalizzato in fretta la notizia della scomparsa del suo pianeta, vivendo forse ancora nella speranza di una risposta al suo SOS e considerando quindi la sua permanenza sulla Terra soltanto temporanea. Sta di fatto quindi che, rilegato per la sua sicurezza ma soprattutto per quella degli altri, tra le mura della DEO, Mon-El comincia a interrogarsi sempre più frequentemente sui cambiamenti subiti in seguito all’arrivo sul pianeta ospite, mostrandosi inevitabilmente attratto dai suoi nuovi poteri e desideroso di esplorare il linguaggio e le abitudini della gente del posto solo per scoprire che in fondo non sono poi troppo diverse dalla sue. Ma nonostante la guida “da confraternita” offerta da Winn inizialmente lo diverta, Mon-El si ritrova a dover affrontare presto la sua inesperienza con il controllo dei suoi poteri e soprattutto nel suo relazionarsi con un’umanità che può apparire incredibilmente simile ma che può anche rivelarsi improvvisamente diversa nel giro di pochi istanti. Ed è in quel momento che ritorna a farsi sentire prepotentemente il bisogno di avere accanto qualcuno che sappia esattamente come far fronte a queste differenze per cercare il modo migliore di acclimatarsi ad un ambiente estraneo destinato a diventare una nuova casa. Qualcuno inevitabilmente come Kara. Per quanto la ragazza abbia infatti cercato di evitare questo compito con tutte le sue forze, il “richiamo” della stessa origine diventa progressivamente impossibile da ignorare, permettendo così a Kara non solo di spezzare ancora di più la tradizione d’odio che aveva ereditato nei confronti dei popoli di Daxam, ma soprattutto di abbracciare finalmente la missione con cui era stata inviata sulla Terra ma che non aveva mai avuto modo di portare a termine con Clark, ossia istruirlo e indicargli la strada della conoscenza, sforzo che adesso accetta finalmente di rivolgere a Mon-El, anche se posso solo immaginare quanto diversi saranno gli esiti.

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Le dolenti note

È trascorsa una settimana, gli intenti sono diventati evidenti quanto un pugno in un occhio e la mia opinione purtroppo non è ancora cambiata. Per quanto io onestamente VOGLIA essere coinvolta da questa storia, per quanto voglia unirmi ai festeggiamenti in corso nel fandom trionfatore anziché restarmene ancora una volta in disparte ai lati della sala mentre al centro fanno partire il trenino, non posso negare a me stessa quanto lo stile CW stia diventando secondo me troppo ingombrante da questo punto di vista, e pensate quindi quanto ancora più frustrante tutta questa situazione diventi nel momento in cui è il mio personaggio preferito della serie a farsi protagonista di questa svolta purtroppo prevedibile. Sebbene io apprezzi il nuovo spazio individuale concesso ad Alex che comincia dunque a vivere in maniera indipendente da Kara, e nonostante ribadisca comunque un apprezzamento di base per il personaggio di Maggie, l’evoluzione della storyline che lega le due donne è costruita con uno stile talmente lampante ed evidente che non lascia spazio né all’immaginazione né a quella crescita graduale e ricca di pathos che tanto affascina all’inizio di una nuova possibile relazione. Sempre più “distante” dall’ambiente e dalla squadra della DEO, Alex comincia infatti ad avvicinarsi sempre di più al mondo di Maggie, al suo modus operandi, alle sue missioni e ai suoi spazi, cercando la sua compagnia alla prima occasione disponibile, mascherandola da partnership lavorativa per poi lasciare invece che i suoi occhi rivelino la verità senza più vie di fuga.

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La storia tra Alex & Maggie è stata voluta, cercata e ottenuta e sebbene questo sembri bastare al resto del mondo, purtroppo io continuo a ritenere indispensabile un percorso più graduale che magari mostri meno ma trasmetta di più a livello emotivo, che non allontani il personaggio dal suo mondo abituale solo per costringerlo ad una convivenza forzata con la sua nuova metà e soprattutto che si mantenga fedele a quella che è stata la caratterizzazione della personalità fino a questo momento. In poche parole, mi auguro che la serie mi permetta di godermi il viaggio conducendomi all’inevitabile traguardo … per la strada più lunga.

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La costante & L’incognita

Per un’evoluzione improvvisa che mi lascia perplessa, una piacevole costante comincia a farsi largo nella storyline personale di Kara ed è rappresentata dalla sua progressiva crescita come reporter, sempre al fianco dell’insopportabile e irresistibile Snapper Carr i cui insegnamenti in ambito giornalistico risultano ogni volta particolarmente diretti e cinici ma fondamentalmente indispensabili per l’evoluzione di Kara nel mondo del lavoro. Ancora una volta infatti, il talento da reporter della ragazza si rivela quasi innato ma inevitabilmente ancora acerbo, bisognoso di un percorso di crescita e di suggerimenti che fa presto suoi e che riesce anche ad adattare a seconda delle sue esigenze, raggiungendo episodio dopo episodio piccole vittorie fondamentali per la sua autostima e per il suo sviluppo in quanto giornalista.

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Ma se il suo lavoro comincia a diventare una costante in questa storia, è l’incognita in realtà ad affascinarmi maggiormente e questa misteriosa variabile è indubbiamente rappresentata da Lena Luthor. Nonostante compaia solo per pochi minuti, la scena di cui Lena è protagonista è particolarmente significativa e comincia secondo me ad alzare il velo di perfezione che sembrava avvolgere finora questo personaggio, lasciando intravedere attraverso i suoi occhi un obiettivo celato ma di già predisposto e pronto per essere agguantato, magari proprio con l’aiuto di Kara che comincia ad abbassare la guardia con Lena e ad affidarsi sempre di più al suo aiuto spesso provvidenziale. Continuo a credere e a sperare che la natura di Lena Luthor non sia la stessa di suo fratello Lex ma credo anche che in quattro episodi abbiamo visto esclusivamente la facciata superficiale di questo personaggio, rendendo quindi sempre più evidente quanto ancora dobbiamo aspettarci da una donna i cui segreti sono solo la punta dell’iceberg.

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Com’è tipico dello stile della serie, “Supergirl” prosegue con regolarità e costanza il suo percorso ordinario, con piccole rivelazioni e leggeri cliffhanger che permettono lo svolgimento della trama orizzontale pur concludendo ogni volta l’episodio in maniera spesso definitiva.

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11 comments

Basty 2 Novembre 2016 at 21:28

Anche io ho avuto la stessa impressione riguardo al personaggio di Alex… vediamo come evolve la cosa.

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WalkeRita 3 Novembre 2016 at 11:01

Questa storia mi spaventa da sempre, la situazione è peggiorata quando ho saputo del cambio di network e adesso comincia a diventare una triste realtà! Io ADORO troppo Alex, quindi spero che non la riducano esclusivamente a dolce metà di una ship un tantino fanservice!

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appassionato 3 Novembre 2016 at 14:01

Mah! Più vedo altre serie, più rimpiango Castle.
Comunque, ottima ed esaustiva recensione, come al solito.

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WalkeRita 3 Novembre 2016 at 18:47

Rimpiangi nel senso che Castle almeno ha aspettato l’ottava stagione per cominciare a perdere colpi? xD (E comunque l’ottava aveva un ottimo potenziale di partenza … poi è crollato tutto) Ad ogni modo, grazie mille per aver letto la recensione e per aver commentato anche se mi sembra di capire che tu non abbia apprezzato molto questo episodio!

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appassionato 3 Novembre 2016 at 21:29

Più che l’episodio, è proprio la serie che trovo alquanto sempliciotta. Ho capito che non ha pretese e la faccenda rientra soltanto nei miei gusti personali, senza per questo volermi ergere al di sopra di essa, tutt’altro. Diciamo che non è quello che cerco, tutto qui.
La guarderò ancora a mo’ di passatempo, ma senza entusiasmo. Ripeto: esigenza mia. Tu sei formidabile e fai miracoli a recensire così bene una materia tanto povera di spunti. Ancora complimenti sinceri.

Eeeehhh (sospiro rassegnato)… dove siete amati Caskett?… che fate? 🙁

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WalkeRita 3 Novembre 2016 at 22:00

Ooooh “formidabile”, addirittura! Ti ringrazio di cuore comunque! E capisco completamente il tuo punto di vista e nessuno può aggiungere assolutamente niente per come la vedo io! Credo che sia normalissimo che una serie possa non entusiasmare e non rientrare nei gusti personali, che sia Supergirl o qualsiasi altro show quindi onestamente ti ringrazio ancora perchè leggi anche le recensioni di una serie che non ti appassiona e questo personalmente è motivo di orgoglio per me! Per i Caskett … purtroppo devo ammettere che mi manca più Castle che i Caskett, cioè io ho sempre considerato la serie nel complesso e per quanto credo che i Caskett siano una delle coppie migliori degli ultimi anni, a volte mi dispiaceva vedere che si poneva l’accento solo sulla coppia relegando a mera cornice i comprimari, motivo per cui strutturalmente parlando preferisco Bones da questo punto di vista! Per esempio sono stata una delle poche ad AMARE Hayley nell’ultima stagione, personaggio dal grande potenziale!

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appassionato 4 Novembre 2016 at 11:57

Hai tirato in ballo Bones e mal te ne incolse. Mi spiace, ma dopo un’affermazione del genere, ti tolgo perlomeno un 12,35% di stima per le recensioni. Anzi, no, non sarebbe giusto. Quelle rimangono valide comunque.

E’ che per me c’è una differenza abissale fra le due coppie, come intensità di rapporto e relativa sua crescita. E’ vero, la loro storia offusca gli altri personaggi, ma è proprio lì la sua grandezza, niente a che vedere con Bones. E’ un po’ come voler paragonare la profondità di This is us a Supergirl, + o -.
Naturalmente è il parere di uno “appassionato” di quella storia, che se n’è sempre fregato altamente dei casi da risolvere e di tutto il contorno. Mi sono sempre interessati quei due lì e basta, ancora + o -. Tu invece consideri l’insieme e sotto questo aspetto hai ragione. Per me però è differente: io sono dentro quella storia, l’ho vissuta insieme a loro.
Allora c’è pure Rosewood che ha diverse attinenze con Castle (hanno copiato parecchio), ma anche lì non c’è tutta quella poesia, quell’incantesimo che mi ha preso e rapito fin dai primi episodi.
Ti sembrerò esagerato, lo so, ma guai a chi mi tocca i Caskett, compresa ABC che mi ha rovinato la favola. Eterna, presente già prima di loro e dopo di loro.

WalkeRita
WalkeRita 4 Novembre 2016 at 12:25

Ahia, avverto delle ostilità con Bones! xD No, scherzi a parte, io sono sempre stata felicemente nel mezzo tra le due serie tv, credimi, le ho amate alla follia entrambe e per diverso tempo nello stesso modo! E se parliamo di evoluzione della storia della coppia principale, allora hai certamente ragione, lo sviluppo dei Caskett è stato molto più graduale e gestito perfettamente rispetto a quello di Booth & Brennan, non ho mai avuto dubbi su questo! Però come dicevo prima, è dal punto di vista dei comprimari che Bones non ha rivali nel confronto, l’attenzione dedicata ad Angela, Hodgins e Cam, Lanie, Espo e Ryan non l’hanno mai avuta! Ma come hai detto, in fondo dipende anche da ciò che ognuno di noi cerca in una serie tv e i Caskett erano per te ragione essenziale e lo capisco, ci sono serie tv in cui il mio amore per un personaggio probabilmente supera quello per la serie in generale, credo che sia inevitabile ed è un discorso che condivido ampiamente!

appassionato 3 Novembre 2016 at 21:34

Una domanda per voi che siete esperti del settore:
E’ mai successo che un network riprenda una serie chiusa da un altro?
(Una domandina così, tanto per sapere. Tentativo patetico e disinteressato…)

Reply
WalkeRita 3 Novembre 2016 at 22:08

Sì, è successo, raramente ma capita! Recentemente è successo con Nashville, cancellato dalla ABC l’anno scorso e acquistato da un network minore, non ricordo esattamente quale! Invece un altro caso che ricordo, ma abbastanza vecchio è quello di Roswell, che fece le prime due stagioni sulla vecchia WB (se non sbaglio) e l’ultima sulla UPN! Però è molto difficile che capiti perchè con la questione dei diritti c’è un giro di soldi assurdi! Per quanto riguarda Castle (sto IPOTIZZANDO che tu ti riferisca a questo, solo un’ipotesi eh! xD ) temo che il problema non sia neanche solo quello dei diritti ma una serie di cose, non è finito bene purtroppo, tra tutte le parti coinvolte e questo mi ha lasciato molto l’amaro in bocca

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appassionato 4 Novembre 2016 at 12:34

C’è una sola cosa che hanno in comune Castle e Bones: uno dei due partner è troppo cicciotello.

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