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Recensioni Supergirl

Supergirl | Recensione 2×01 – The Adventures of Supergirl

After so many years of being lost, I’m finally HOME

Lo ammetto, sono emozionata! Lo sono sempre quando comincio a scrivere su una serie che non ho mai trattato in precedenza ma “Supergirl” rappresenta una vera sfida per me, forse perché mi ricorda (come noterete SPESSO nelle mie recensioni) un passato da addicted a cui sono fortemente legata. Anche se sono mancante della cultura fumettistica infatti, tanto tempo fa ho venduto parte del mio cuore a una storia targata DC, una storia che, prima della moderna ondata di supereroi che ha travolto gli schermi statunitensi e non solo, ha rappresentato l’inizio di un’epoca per le serie tv e, soprattutto, un costante punto di riferimento e termine di paragone per tutti quelli che verranno dopo. Ecco perché fin dal pilot mi sono innamorata di “Supergirl”, perché per la prima volta sentivo nuovamente “aria di casa”, aria di… “Smallville”.

Ed è proprio “casa” la parola che secondo me definisce al meglio una serie come “Supergirl”, uno show che almeno nella sua prima stagione a mio parere ha dimostrato di non avere la pretesa di voler stravolgere lo spettatore o capovolgere le dimensioni spazio-temporali creando un wibbly wobbly timey wimey a prova di Tachipirina, no, “Supergirl” voleva davvero farti sentire a casa, è sempre stato accogliente, proprio come i campi di grano del lontano Kansas, proprio come la semplicità che la goffa e solare Kara Danvers sprizzava senza controllo ad ogni respiro. E per il momento sono felice di constatare già dalle prime parole dell’infinito riassunto della première (lo tagliano dal prossimo episodio vero? No, perché è più lungo della sigla di Game of Thrones), questo aspetto non sia cambiato, nonostante la nuova “dimora” della serie.

In realtà almeno per il momento, non ho notato particolari stravolgimenti dovuti all’approdo di “Supergirl” dai suoi “super cugini” sulla CW e anzi, a dirla tutta, a parte gli inevitabili nuovi arrivi particolarmente bellocci, nessuno si è ancora tolto la maglietta (ma se vuole farlo J’onn CHI SONO IO PER IMPEDIRLO?) e soprattutto un aspetto in particolare di questo primo episodio mi ha sorpreso davvero, anche perché sembra essere in contrasto con quello che appunto è uno dei punti di forza degli show CW… ma ne parlerò a fine recensione perché adesso abbiamo argomenti più interessanti da trattare! Ready? Let’s go!

 

Reunited and it feels so good

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Sarebbe stato strano, dopo i 20 episodi della prima stagione, continuare a vedere Superman come “l’uomo d’acciaio” ma senza volto, si rischiava di cadere un po’ nel ridicolo e quindi un casting era obbligatorio. Ignorando la ribellione autonoma della mia mente che continuava a propormi l’immagine di Tom Welling anche contro la mia volontà, mi ritrovo ora costretta a confessarlo: a colpo d’occhio, per la loro prima volta insieme, i “super cugini” sono stati davvero belli da guardare! Sì, perché nonostante i gesti un po’ stereotipati, le espressioni a volte plastiche e l’inevitabile tsunami di effetti speciali, c’è qualcosa che mi ha emozionato comunque nella loro prima scena insieme e credo che sia proprio quella “S” che entrambi indossano sul petto.

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Il gesto di sbottonarsi la camicia in corsa per svestire gli abiti ordinari e far emergere l’eroe nascosto sotto un paio di occhiali è esageratamente iconico per non darmi i brividi, perché personalmente nutro sempre il massimo rispetto e la più grande ammirazione per quelle storie che vivono da più tempo di me, quindi per quanto siamo abituati a una concezione più moderna e fashion dei supereroi, per me ha sempre il suo fascino vedere quell’accostamento di colori e quel mantello quasi regale prendere il volo, up up and away, per rendere il mondo un posto più sicuro. Ma più di ogni altra tradizione, come ho anticipato, ciò che mi ha particolarmente emozionato è stato proprio il significato che quel simbolo trasmette universalmente, il sentimento più antico e primordiale che si fa largo nell’essere umano nei momenti più bui: la speranza. Fin dai suoi primi giorni come Supergirl infatti, Kara ha fatto della speranza il suo mantra personale, perché in fondo era ciò che da sempre la caratterizzava anche prima di ricominciare di volare, è con l’invito ad aggrapparsi a questo sentimento che Supergirl ha permesso a National City di liberarsi del controllo di Myriad. Ed è la speranza che adesso il resto del mondo vede quando guarda Supergirl o Superman, la speranza di non essere soli e lasciati a noi stessi, la speranza di avere una luce da seguire quando calano le tenebre, la speranza che qualcuno ascolti la nostra richiesta d’aiuto, è quello che in fondo abbiamo sempre voluto. E nella loro più profonda umanità, Kara & Clark fanno del loro meglio per ascoltarci e per portarci in salvo quando ne abbiamo bisogno.

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Come immaginavo però, i due cugini sanno essere molto simili, in straordinaria e toccante sintonia, ma anche fondamentalmente diversi. Fin dal pilot infatti, ciò che ho amato di più di Kara è stato notare quanto diversa fosse sia come persona che come supereroina da quella che, indipendentemente dalle sue svariate trasposizioni, è sempre stata la figura di Clark & di Superman. E queste differenze si evidenziano ancora di più quando hai finalmente la possibilità di vederli fianco a fianco. Nonostante infatti un paio di brevi momenti di goffaggine quasi congenita, in realtà Clark appare da subito incredibilmente sicuro di sé e delle sue idee, posato, equilibrato, a volte quasi ammiccante e fin troppo perfetto per essere vero, in definitiva il solito Clark, ciò che di più vicino a un dio sceso in terra si possa incontrare in quella realtà.

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Mandando fuori fase con la sua sola presenza nello stesso giorno sia Winn (che di base è un fanboy quindi si entusiasma con poco… non come me che di solito mi emoziono con la sigla di Doctor Who) che Cat Grant (e ho detto tutto), Clark sembra riuscire a prendere facilmente in mano le redini della situazione complessiva, investigando come un grande reporter, vivendo da eroe e dispensando consigli come un fratello maggiore, il tutto mentre mantiene perfettamente stabile la sua relazione con Lois e fa lo sguardo da duro con J’onn (non ci provare, Clarky).

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Kara invece è fondamentalmente una di noi, lo è sempre stata. Ride troppo rumorosamente, incespica nelle parole, non riesce a gestire più aspetti della sua vita contemporaneamente e di solito mantiene un segreto per meno tempo di quanto ne impiega solitamente A per rivelare quelli delle liars, un giorno con Kara e cambierebbe mestiere. Ma il vero tratto distintivo che ho sempre amato di questo personaggio è che non è mai stata sola, “Stronger Together” diceva nei primi episodi della stagione d’esordio, perché rispetto a suo cugino Clark, Kara non era circondata da semplici alleati che rappresentano un po’ la corte di un re solitario, le persone che le sono accanto, la famiglia, gli amici più stretti, a volte anche i collaboratori della DEO, non sono per lei semplice supporto, loro sono la ragione per cui riesce ad essere l’eroina che ha sempre sognato di diventare, non è lei a rendere grandi loro tramite le sue gesta eroiche, ma sono tutti loro a spingerla verso la grandezza, a credere in lei e a diventare la sua rete di protezione, senza la quale non potrebbe mai prendere il volo. E questo diventa evidente secondo me ad ogni passo che compiono insieme, Kara si comporta come ha sempre fatto, idolatrando Clark come una sorellina idealizza il suo immenso fratello maggiore, facendosi però inevitabilmente ancora più piccola al suo fianco.

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Ma è proprio in quel momento che le persone che rendono vivo il suo mondo arrivano in suo aiuto rendendola protagonista di una scena che, se fosse stato per lei, avrebbe vissuto tranquillamente dietro le quinte.

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E credo che sia proprio quel suo modo di fare, quello spirito di squadra che forse troppo spesso lui per primo ha allontanato, che ispira Clark e lo convince a restare un po’ di più nei paraggi di sua cugina Kara perché se è vero che lei può imparare molto da lui su come sfruttare al meglio le sue capacità, è anche vero che Clark può imparare da Kara a far avvicinare davvero a sé le persone più care, quelle che meritano la sua fiducia.

 

Go out there and make me proud

E il primo aspetto della vita di Kara su cui Clark forse potrebbe influire positivamente è proprio quell’equilibrio tra vita personale e “dovere” che lui ha stabilmente raggiunto ormai, ma che lei ancora ricerca, ricominciando da zero. Ma forse anche quel posto nella vita di sua cugina è già meravigliosamente occupato. Dall’acidità appena più smussata (almeno nei confronti di Kara, il cui nome continua comunque a cambiare ogni volta che fa qualcosa che la infastidisce), Cat Grant torna finalmente nelle nostre vite per illuminarci la via come un guru esistenziale. Tiranneggiando con stile la nuova assistente personale che abbiamo già visto uscire in lacrime dal suo ufficio, Cat spinge Kara a dare un nuovo assetto alla sua vita, adesso che per miracolo è libera dalla “morsa”, per quanto saggia, sarcastica e fashion fosse, del suo capo e ha praticamente il futuro che l’aspetta fuori dalla porta, letteralmente.

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Credo infatti che, seppure in modi a volte completamente diversi, dopo Alex, Cat sia la persona che più abbia influenzato Kara come persona in quanto modello da seguire e fonte d’ispirazione e non tanto per il successo e i traguardi raggiunti quanto per il suo essere riuscita ad aprire gli occhi, illuminare le menti e plasmare le opinioni comuni solo tramite la forza della sua parola, della personalità, della determinazione che le ha permesso di imporsi nel suo mondo e reclamare il suo spazio, una sicurezza che per Kara è al momento (e forse sarà sempre, ma questo non è un difetto) quasi un’utopia. Ma così come è stata un punto di riferimento per Supergirl, Cat lo è ancora di più per Kara, facendo parte di quell’ordinaria quotidianità che la ragazza affronta con orgoglio ma spesso non al massimo delle sue potenzialità. Mai come in questo episodio Cat dimostra di conoscere la giovane Danvers più profondamente e intimamente di quanto lei abbia mai immaginato (e contemporaneamente segue i suoi stessi consigli), e nel momento in cui paradossalmente Kara si ritrova a dover riorganizzare quell’identità che era in fondo una delle sue poche certezze, Cat è lì con lei mentre riesce a leggerla come un romanzo più celebre di “Orgoglio & Pregiudizio” e la sprona ad avere il coraggio di tuffarsi in quella che è ormai la prossima fase della sua esistenza, una fase che non può continuare a respingere o a controllare con razionalità ma deve soltanto abbracciare con quel lato di sé che è sempre stato il suo maggior punto di forze: il cuore e l’istinto che ne deriva dal suo miglior utilizzo.

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E quando finalmente Kara riesce a vedere per la prima volta chiaramente uno squarcio del suo futuro, quasi come una madre, Cat le dimostra di averlo sempre saputo molto prima di lei, proprio grazie a quel cuore che rende simili due donne così diverse.

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Friends or Foe

Come ho anticipato precedentemente, Clark Kent arriva a National City in un’aura di perfezione che, mentre con il resto del mondo si dipana in sorrisi, ammiccamenti e pacche sulle spalle, di fronte a J’onn J’onzz si trasforma in quell’alone di superiorità morale ed etica che tanto detesto nel personaggio di Superman. I motivi della faida tra Superman e Martian Manhunter ci vengono presto rivelati da una curiosa Alex Danvers, che ancora una volta rappresenta la più profonda umanità dei due alieni al suo fianco, sua sorella Kara e J’onn.

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Forse ancora prima di conoscere la sua reale identità, credo che Alex sia sempre stata la persona che più riusciva a toccare quelle corde emotive e personali di J’onn che il resto del mondo probabilmente neanche sa che esistono, la persona che l’ha accettato completamente e difeso senza remore,  la donna con cui J’onn sceglie di non avere più segreti, tanto da non battere ciglio di fronte alle “indagini” sul suo passato condiviso con Clark, che ai suoi occhi è comunque “uno di famiglia”… con un ottimo profumo. Ma ad entusiasmarmi particolarmente è stata proprio la ragione della tensione tra il marziano e il kryptoniano, una ragione che strizza molto l’occhio proprio a “Smallville” ma che proprio per questo mi fa impazzire perché mi permette di affrontare una riflessione che amo in questo contesto. Ad infastidire Clark Kent è stata infatti la decisione di J’onn di sfruttare la potenza della Kryptonite verde per costruire delle armi da utilizzare in caso di bisogno contro minacce aliene, esattamente la stessa decisione che prese anche Chloe Sullivan nella nona stagione di “Smallville”. Mettendo da parte quanto a mio parere questa decisione si sia già rivelata giusta nel conflitto contro Astra e Non, ad affascinarmi in questi contesti è il confronto che si crea tra due punti di vista, un confronto che di solito in realtà oppone lo sguardo completamente umano a quello estremamente morale di Clark Kent, ma che questa volta vede addirittura un marziano dall’altra parte, per gli stessi motivi che in realtà guidavano anche Chloe in “Smallville”, vale a dire difesa e sopravvivenza. Anche in “questa vita” infatti, Clark immagina come al solito uno scenario catastrofico in cui quelle armi cadono nelle mani sbagliate, uno scenario certamente possibile ma alla pari di tante altre disavventure che inevitabilmente si susseguono nella loro realtà, ma quello che Clark sembra non riuscire a capire costantemente è la portata della minaccia che quotidianamente un’agenzia come la DEO si ritrova a contrastare per difendere quell’umanità che non sempre Clark o anche la stessa Kara possono proteggere 24 ore su 24 e che in quel caso richiede l’intervento indispensabile di una nuova forza in gioco, una forza quasi sempre del tutto umana, che deve riuscire a difendersi come può contro un nemico che sulla carta è certamente avvantaggiato. Ecco perché anche in questo caso sento di voler parteggiare almeno per il momento per J’onn e per quelle ragioni che l’hanno spinto ad armarsi nell’unico modo possibile contro una minaccia spesso ancora sconosciuta.

 

I kinda believed her

Croce e delizia di questa stagione saranno per me (già lo immagino) la marea di personaggi nuovi che la serie introdurrà e che ha già cominciato a presentare. “Delizia” perché è sempre affascinante conoscere nuove storie e nuovi volti, “croce” perché sono terrorizzata dalla possibilità di già concreta che questi personaggi possano togliere spazio a quelle che considero colonne portanti dello show come Alex Danvers e Cat Grant. La première ad ogni modo si è dedicata alla prima grande new entry di questa stagione, Lena Luthor, sorellastra di Lex, che in un’altra vita abbiamo conosciuto come Tess Mercer.

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In realtà è proprio il personaggio di Lena a mettere in moto la storyline alla base di questo episodio: l’esplosione del Venture, le indagini, i continui attacchi mirati e sventati da Supergirl, Superman e dalla DEO, sono tutti eventi che ruotano intorno a questa donna incredibilmente potente, affascinante e a quanto sembra desiderosa di liberarsi dal controllo e dal pregiudizio che quel cognome ancora proietta su di lei anche se Lex Luthor è ormai in prigione e il suo regno di terrore è crollato. Lena è una donna certamente sicura di sé e delle sue potenzialità e soprattutto sa bene come difendersi sia con le parole che con i fatti, ma onestamente io dubito che sia arrivata a National City per aiutare gli scout a vendere i biscotti o per unirsi alla Lega della Giustizia e questo mi ha fatto sospettare di lei e dei suoi intenti fin dal suo primo ingresso in scena. Non sono certa che Lena possa rivelarsi un vero villain ma credo e mi auguro che possa mostrarsi come un personaggio particolarmente “sfumato”, per cui i confini tra bene e male sono spesso labili, un po’ come Maxwell Lord nella prima stagione… ma meno irritante! E proprio con Lena viene introdotto il sicario che era stato assoldato da Lex per ucciderla (o almeno così dicono): John Corben, che nel finale “rinasce” ai laboratori Cadmus (che ancora tengono prigioniero Jeremiah Danvers) come “Metallo”

 

L’ultimo spunto di riflessione dunque voglio dedicarlo a ciò che in fondo mi importa meno nello show: la ship. La mia ragazza dalle antenne puntate, Alex, l’aveva notato prima di Kara: qualcosa era cambiato in lei da quando il fatidico passo avanti era stato compiuto nel suo rapporto con James e adesso che finalmente potevano avere il loro primo vero appuntamento, Kara sembra quasi preferire di far da babysitter al kryptoniano misterioso e in coma che si era schiantato sulla Terra poche ore prima (E questo è quanto sappiamo su di lui al momento).

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Questo ovviamente prima di giungere alle celeberrime battute finali: “Forse funzioniamo meglio da amici”. E il mio peggior incubo si realizza, e non perché amassi particolarmente la coppia Kara/James anche se ammetto che nella prima stagione mi erano piaciuti davvero tanto fin dal pilot (ma il personaggio di James si è rivelato più noioso di quanto pensassi), ma perché purtroppo Kara si è appena ammalata di un grave morbo che aspetta dietro l’angolo tutti quei personaggi che sostano nella “friendzone” per troppo tempo e che per questo infine diventano assolutamente insopportabili, sto parlano della fatale “Joeypotterite”. La “Joeypotterite” porta queste giovani donne innamorate a sfracellarci le p… a deprimerci l’esistenza per via del loro amore non ricambiato solo per rendersi conto di voler restare “solo amiche” con l’oggetto del loro desiderio una volta che l’hanno finalmente raggiunto. NO. Kara, da te non lo accetto. Considerando anche il fatto che sono passate poco più di 24 ore da quando si struggeva d’amore per James, questa decisione onestamente non ha molto senso, sia che si riveli temporanea (il tempo magari di creare ventordici triangoli amorosi) sia che diventi permanente (a questo punto possiamo far tornare il figlio di Kat, quello grande?). Ma temo in fondo che il nuovo kryptoniano possa avere un ruolo attivo in tutta questa vicenda …

 

Questo è tutto dunque per il primo appuntamento con “Supergirl”, la première è stata a mio parere assolutamente all’altezza delle aspettative, ma spero solo di vedere Alex più centrale nei prossimi episodi. Io adesso vi libero dalla prigionia da questa recensione e vi do appuntamento se vorrete alla prossima settimana!

Up, up and away!” – WalkeRita

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cristal85

5 comments

Federicuccia 12 Ottobre 2016 at 19:51

beh che dire,in bocca al lupo per questa tua nuova avventura 😉

sai che il nuovo arrivato kriptoniano (sempre che non sia un suo parente, ma kara l’avrebbe riconosciuto) non mi dispiacerebbe come potenziale interesse amoroso della ragazza d’acciaio? ah si chiama mon-el by the way 😀

win è adorabile, è la versione maschile di felicity smoak!

cat grant è come una terza mamma per kara, è uno dei pilastri della sua vita

lena luthor è enigmatica (forse anche pericolosa) come donna, dettaglio rilevante della famiglia da cui proviene

Reply
WalkeRita 13 Ottobre 2016 at 12:14

Crepi il lupo!!! Grazie mille per gli auguri!! Lena Luthor mi affascina tanto, SO che non può essere pulita e linda come afferma di voler essere, e non solo perchè è una Luthor ma perchè è al comando di un impero ora e questo la rende di base una potenziale minaccia! Non vedo l’ora di scoprire la sua storia!

Reply
appassionato 15 Ottobre 2016 at 10:32

Ciao.
Non amo particolarmente il genere, soprattutto dopo essermi entusiasmato per le prime stagioni di Smalville, che in seguito hanno ridotto ad un calderone dove buttarci dentro di tutto, rendendo irriconoscibile la serie, almeno per come ci era stata presentata all’inizio. Se vogliamo, un po’ come successo in Castle, dove nel finale hanno stravolto perfino i personaggi nel tentativo di aumentare l’audience. Un vero schifo che ha rovinato la più bella storia d’amore da me vista in tv.
Però, la freschezza ed ingenuità di Kara mi hanno conquistato fin dall’inizio, per cui ho deciso di seguire la serie.
Affermi di credere che Cat abbia influenzato molto Kara. Io direi invece che SICURAMENTE è la persona con cui ha interagito di più in maniera utile nel suo processo di formazione e crescita. Molto più che con la sorella. Kara, orfana, è assai dipendente dai rapporti di parentela. Cat, donna tremendamente sola che si nasconde dietro una facciata di ostentata sicurezza. Fra di loro si è instaurato un rapporto madre/figlia assolutamente necessario ad entrambe.
Spero solo che l’annunciato inserimento di nuovi personaggi non rovini l’atmosfera dell’insieme, aspetto a cui io sono particolarmente sensibile.
Complimenti per la recensione.

Reply
WalkeRita 15 Ottobre 2016 at 13:16

Ciao! Innanzitutto ti ringrazio davvero tanto per il commento e per i complimenti! Condivido gran parte di ciò che hai detto e purtroppo condivido il pensiero su Castle e ancora oggi mi dispiace davvero tanto perchè era ed è una serie che amo e a cui sono incredibilmente legata ma l’ultima stagione è stata un fallimento, aveva potenzialità incredibili non sfruttate, e poi la ABC ha fatto il resto! Su Smallville io forse sono una delle poche persone al mondo che ha apprezzato molto le ultime stagioni, soprattutto dalla 8 alla 10, in cui determinate storie erano senza dubbio un po’ lente ma credo che l’evoluzione di alcuni personaggi in quelle stagioni sia straordinaria, loro, come la serie, sono più adulti e in parte disillusi e questo li rende molto umani, si vede davvero la loro crescita come persone e personaggi! Sono d’accordo con la tua visione del rapporto tra Kara & Cat ma secondo me viaggia parallelamente al rapporto di Kara con Alex perchè il loro in fondo non è stato un semplice rapporto di parentela e non è stato sempre facile perchè Alex non ha mai fatto mistero del fatto che l’arrivo di Kara abbia scombussolato la sua vita da adolescente, ma la verità è che se Kara è cresciuta diventando la donna solare e straordinaria che è oggi lo deve anche o soprattutto all’amore e al supporto incondizionati che ha trovato in Alex, una persona che in fondo le ha dedicato la sua vita, Alex è il suo punto di partenza, non è solo la famiglia, è la base per Kara. Per questo io credo che Cat, come hai detto anche tu, sia stata l’influenza maggiore per la sua maturità in quanto donna che definisce il suo posto nel mondo del lavoro ma Alex secondo me è stata la chiave che le ha permesso di diventare quella donna e quell’eroina. Grazie mille ancora per il commento!

Reply
appassionato 15 Ottobre 2016 at 15:53

Grazie a te per aver risposto: io sono sempre alla ricerca del confronto, tanto da insistere troppo e risultare poi pure un po’ noioso e pedante.
Su Castle, parli con un vedovo inconsolabile e anche piuttosto incazzato. Ho certi nervi che il tempo ancora non è riuscito ad ammorbidire.
Riguardo a Smalville, ho smesso di guardarlo al 5/6 anno, ora non ricordo, ma mi fido di ciò che dici.
Il problema è che per tenere viva l’attenzione di una serie, quasi sempre non esitano ad inserire colpi di scena e similari assortiti, tanto che poi finiscono per snaturare l’insieme, cioè proprio quello che rendeva interessante (nel mio caso appassionante) la faccenda.

Comunque, riguardo alla crescita di Kara, condivido ciò che sostieni, ma il rapporto con Alex, pur senza dubbio basilare, lo vedo più relativo all’aspetto affettivo (chiaramente con i logici risvolti di crescita individuale), mentre quello con Cat è una ricerca del sé sotto l’aspetto di crescita “umana”. In fondo, è un’estranea in un mondo di estranei, per quanto fin da piccola sia stata “costretta” ad inserirsi. Da un lato la sorella, con la quale ha comunque un rapporto conflittuale, dall’altra una donna difficile e spigolosa, dalla quale però trae linfa per la sua crescita. Una sorta di maestra di vita a cui si affida senza remore, conscia però di poterle essere anche utile a sua volta. La sua grande forza è proprio questa. Gli altri dipendenti scappano di fronte al tiranno crudele, lei invece fin dall’inizio ha cercato una collaborazione attraverso la sua solarità. Non si è lasciata spaventare, ma col suo candore ha accettato un dialogo che poteva apparire impari e soprattutto un monologo del suo capo. In qualche modo entrambe hanno intuito di potersi confrontare ed integrare, succhiando l’una dall’altra ciò di cui più avevano bisogno. Spero di spiegarmi.
Ancora ciao e ancora grazie per la recensione approfondita.

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