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Station 19 – Lo spin-off di Grey’s Anatomy è un Big Yes!

Confesso di aver guardato Station 19 soltanto perché si tratta di uno spin-off di Grey’s Anatomy (sì, la mia fedeltà multidecennale arriva fino a questo punto) e peraltro non avevo trovato la puntata di lancio all’interno della serie madre particolarmente interessante. Anzi. Mi sono concentrata a fatica e mi sono dovuta forzare per arrivare alla fine. Con questo stato d’animo particolarmente lieve e per per nulla votato al sacrificio, mi sono quindi approcciata alla visione delle prime due puntate della nuova serie.
Surprise, surprise, ho invece trovato Station 19 molto, molto meglio di quanto mi aspettassi.
È riuscito a coinvolgermi da subito, grazie anche a un ritmo rapidissimo che non finirò mai di apprezzare e, inoltre, i personaggi sono così ben caratterizzati che è stato facile immergermi senza esitazione nel loro mondo fittizio e sentirmi già smossa dalle vicende di qualcuno (il comandante anziano che parte leader e finisce in punto di morte senza nemmeno il tempo di capire come si chiamasse. Voglio già fare una petizione perché si salvi!).
Il gruppo di vigili del fuoco è coeso, è improntato all’idea della grande famiglia che permette subito all’empatia dello spettatore di aprirsi un varco e raggiungerli seduti al tavolo a cenare tutti insieme. L’amicizia che c’è tra loro e il profondo spirito di gruppo sono già due elementi identificativi importanti.

Si vede benissimo l’impronta di Shonda nel presentarci una protagonista femminile molto badass, Andy Herrera, alle prese con un tragitto di vita, che avrà ripercussioni sul suo sé interiore, estremamente chiaro da subito: è giunto il momento in cui deve emergere dal bozzolo in cui è stata (soltanto) figlia, amica, ex fidanzata e (forse) futura fidanzata, con un nugolo di uomini pronti a darle consigli in assoluta buonafede, ma un tantino soffocanti, per diventare se stessa. E leader. Perché “il potere non te lo offrono, devi andartelo a prendere”, chiosa l’amica geniale che è da subito diventata la nuova Cristina di Andy, la sua “persona”, grazie al totale sostegno e all’arguzia che spesso sfocia in spassoso cinismo.
Questo non è l’unico punto che Station 19 ha in comune con il progenitore, Grey’s Anatomy. C’è anche il voice-over, un po’ strano da ascoltare in una tonalità vocale diversa rispetto a quella di Meredith Grey (perché l’effetto déjà vu è assicurato), il mix di drama-emergenze tragiche/tragicomiche-salvataggi all’ultimo secondo-rischio di lasciarci la pelle – momenti zen di automotivazione – triangoli amorosi-intrallazzi segreti e la presenza, naturalmente, di Ben Warren che ha, forse, scoperto finalmente che cosa vuol fare della sua vita lavorativa. Per non parlare del cameo di Meredity e Miranda Bailey in ospedale che è stato utile per dare un senso di continuità e ribadire il forte legame tra i due telefilm, almeno in partenza.

Spero che poi Station 19 acquisisca una dimensione individuale, non tanto perché non sia già godibile per come è adesso, ma perché è sempre giusto che uno show televisivo cresca e avanzi con le proprie gambe, invece che essere soltanto “la copia/la costola di”.

Parlando di Ben Warren, ammetto di averlo trovato molto più interessante in questa sua nuova veste, rispetto a quando si aggirava insofferente tra i corridoi dell’ospedale, o quando litigava con la moglie per non averla messa al corrente delle sue aspirazioni lavorative. Anche qui si trova a fare il “novellino” tra professionisti esperti più giovani di lui e ci dà l’idea esatta di come non sia facile iniziare un nuovo lavoro, nonostante la preparazione (anche medica, nel suo caso), la buona volontà e un grande dose di umanità e comprensione per il prossimo. Credo abbia finalmente trovato il suo posto e apprezzo l’aver inserito il figlio di Miranda, che in Grey’s Anatomy abbiamo sempre visto pochissimo, che ci ha permesso di scoprire il tipo di rapporto profondo, stabile e sereno che Ben è riuscito a costruire con lui, pur non essendo il padre biologico.

Nonostante sia lui il punto di incontro effettivo tra i due telefilm, il racconto è soprattutto incentrato su Andy, che si trova a dover lottare per se stessa in un mondo tipicamente maschile, a partire dal padre che non la vede per quella che è, e quanto vale davvero, nonostante non lesini in complimenti per una figlia che stima e adora. Però, come è scontato, il ruolo di successore lo destina a un uomo, senza che gli venga nemmeno in mente che anche la figlia può essere un’ottima candidata. Andy capisce che essere una brava ragazza, ligia ai doveri, rispettosa della gerarchia non basta. Deve anche farsi valere e farsi vedere in un mondo che tendenzialmente non fa caso alle donne. Non deve aspettare che qualcuno le dia il permesso di farsi notare.
Non che questo significhi che, una volta preso il comando, lei sia effettivamente pronta e si riveli come la miglior donna capitano di una caserma di vigili del fuoco, perché è anche giusto che vengano rappresentati degli esseri umani, non dei geni. Il fatto di uscire dall’ombra non implica che per farlo si sia già magnifici e perfetti. Andy ha una marcia in più e moltissime ottime qualità, ma non è ancora capace di essere una leader, soprattutto se si trova a competere in un mondo che trova naturale rivolgersi all’elemento maschile portatore scontato di autorevolezza, solo per il fatto di essere nato uomo. Essere vista non significa essere automaticamente brava, in sostanza. Andy dovrà imparare sul campo, dovrà abituarsi a vedere le cose in una prospettiva capovolta e dovrà gestire diversamente i suoi rapporti con la squadra. Sono persone che l’apprezzano, con cui ha lavorato come pari e che ora faticano ad accettarla nella sua nuova veste, anche per via dell’abitudine a considerarla in un ruolo subalterno, quasi materno, e non di comando.


C’è un punto iniziale in cui si vede molto chiaramente la posizione di Andy e cioè quando si comporta da perfetta segretaria per quello che pensiamo sia il comandante, e che è invece il padre, scoperta che mitiga l’effetto “donna in posizione subalterna che può solo prendersi cura di un uomo”, ma che segnala l’abitudine da parte dei suoi colleghi di incasellarla ormai in quella visione stereotipata, tanto che sono convinti che il tipo di gestione che imporrà nella caserma sarà quello di madre affettuosa che perdona i figli che commettono marachelle in un clima di totale relax e assenza di disciplina. Andy deve imparare che cos’è un leader, come diventarlo lei stessa, combattendo contemporaneamente contro l’idea della società, che pare aver interiorizzato, che una donna possa spingersi solo fino a un certo punto.

Sul triangolo amoroso mi sento un po’ combattuta, perché ci troviamo due uomini belli tendenziamente simili nel tenere molto ad Andy, nel volere il meglio per lei ed essere apparentemente ottime persone. Forse preferisco il detective, così a sensazione, ma solo perché mi diverte che sia sempre presente dove ci sono i vigili del fuoco e a un certo punto sembra faccia quello di mestiere. Non ha una vita? Li stalkera?

Nonostante siano andate in onda solo due puntate, si è riusciti a dare spazio, brevemente ma in modo efficace a tutti i personaggi, mostrandoci i tratti salienti delle loro personalità, e insieme, permettendoci un breve sguardo alle loro fragilità e paure, lasciandomi con la voglia di approfondire le loro storie e di farmi coinvolgere sempre di più nel loro mondo. E se penso a certi esordi telefilmici, anche di show che poi ho amato visceralmente, direi che si è trattato di un ottimo inizio.


Voi gli avete dato una chance? Come l’avete trovato?

– Syl

 

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2 comments

Marco 28 Marzo 2018 at 22:55

La serie è anche OK (ma il confronto con Chicago Fire è francamente impietoso), ma la protagonista è bocciata su tutta la linea; un’arrogante presuntuosa che vuole il posto di capo solo perchè lei è la figlia del capo, e tra l’altro non sa andare sul palo. Figlia d’arte, praticamente cresciuta in caserma! Inoltre ci dobbiamo cuccare un’intero pippone sul palo e il suo significato metaforico, oltre alla scena ridicola in cui usa il camion dei pompieri per spingere l’auto della polizia che manco Gabriela Dawson nei suoi momenti peggiori, il drama-llama sul fatto che il suo fidanzato le chieda di sposarlo e lei, sconvolta dalla cosa, non trovi miglior modo di reagire che farsi l’ex-fidanzato/amico di una vita. In pratica una nuova Izzie, e io Izzie la detestavo, odiata dal primo episodio. Spero che alla fine sia rivelata come Decoy Protagonist e ci faccia il sacrosanto piacere di morire male come è costume in Grey’s Anatomy e il suo verse.

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Syl
Syl 29 Marzo 2018 at 10:27

Ciao! Il tuo messaggio mi ha divertito tantissimo, mi piace questo impeto analitico XD

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