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Rubriche & Esclusive Spellbook

Spellbook 1×01 – Pilot

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1×01 Pilot

Settembre, 1642

“Cara speranza,

Ti chiamo così, perché non so quale sarà il tuo nome. Ma so che ci sarai, so che esisterai, e so che combatterai. Speranza mia, so di averti dato un compito arduo, so di averti caricato di un peso enorme, ma non l’avrei mai fatto se non sapessi che le tue spalle possono sopportarlo. E quando sentirai che non è così, quando sentirai che non ce la fai, che hai voglia di arrenderti e di lasciarli vincere, ti prego, speranza mia, guarda nel tuo cuore e cercarmi. Leggimi tra queste pagine. Ti ho dato gli strumenti necessari per combattere, per vivere la tua vita al meglio, per sconfiggere il male che ha radici su questa terra., solo tu puoi estirparle. C’è un qualcosa che neanche io ti posso dare tuttavia, ed è nel tuo cuore, è la tua anima, la tua voglia di combattere per noi e per ciò in cui credi. Spero riuscirai a trovarla da sola, quello è il primo passo. Questo libro non può insegnarti a vivere, ma può essere una guida, un amico fedele, è come se mi avessi, in qualche modo, al tuo fianco. Non lasciarlo mai, non abbandonarlo mai, lui non lo farà.

Tienilo con te, tienimi con te.

Tua,

Lisandra.”

Lisandra
Lisandra

Lisandra finisce di scrivere il tutto poi, velocemente, mette quei fogli in terra, quella terra sporca e sudicia, quella terra sulla quale è seduta da troppo tempo. Giorni, settimane, mesi. Ormai ha perso il conto. Una cella fredda e buia, la poca luce che le permette di leggere e scrivere proviene dalla fiamma che arde sulla torcia delle guardie, in lontananza.
La donna passa una mano sui fogli, pronunciando a bassa voce queste esatte parole: “un tutt’uno con la terra eravate, un tutt’uno con la terra ritornate.”
Improvvisamente, quei fogli che teneva in mano con tanta grazia quanto forza, come fossero un tesoro, diventano terra, si sbriciolano, mimetizzandosi col marciume.
Lisandra finalmente si appoggia alle mura, nascondendo il calamaio in un’apertura della sua gonna. Rilassa i muscoli, fa un grosso sospiro. Guarda le sue mani, sporche, levigate. Quanto desidererebbe poterle lavare, quanto desidererebbe tornare a fare quei lunghi bagni nel lago come soleva fare prima di essere rinchiusa.
Non potrà. Non potrà più fare niente. Quando rivedrà la luce del sole, sarà per dirle addio per sempre.
Ma ecco dei passi, quei passi inconfondibili, quei passi che riconoscerebbe ovunque. Quei passi marcati, fieri. Il cuore di Lisandra prende un forte ritmo, un incantesimo di rilassamento non funzionerebbe.
Davanti a quella cella un’ombra. Un uomo incappucciato. Lisandra non oserebbe mostrarsi impaurita, non gli darà questa soddisfazione.
Lisandra: sei venuto a dirmi addio?
Una voce piccola, indebolita. Ormai è difficile anche parlare.
La figura si toglie il cappuccio, finalmente, mostrando un bellissimo uomo. Biondo, i contorni del viso quasi disegnati. Ma c’è lo sguardo del male nei suoi occhi. C’è oscurità.

Alec
Alec

Lisandra: sai, ti preferisco così.
Figura: cosa stai cercando di fare, Lisandra?
Lisandra: parlare. Ormai è raro per me farlo. Non ricordavo il suono della mia voce.
Figura: ci siamo.
Lisandra sospira
Lisandra: lo so.
Figura: lo senti dentro di te?
Lisandra: forse.
L’uomo sorride, mostrandosi particolarmente compiaciuto.
Lisandra: quando brucerò, cosa proverai, Alec?
Alec ridacchia, divertito, come se avesse ascoltato la cosa più divertente del mondo
Alec: cerchi di far leva sui miei sentimenti?
Lisandra: no.
Lisandra sorride, ed è assurdo in questa situazione, ma è così. I due non riescono a vedersi completamente, è troppo buio.
Lisandra: tu non li hai. Tu non hai un’anima. Speravo di sì, speravo di riuscire…
Alec: è questo che ti dicevi mentre ti scopavo?! Che sarei stata una persona per cui valeva la pena combattere? È questo che ti faceva sentire meno sporca mentre gemevi ed io ero dentro di te?
Lisandra lo guarda, di nuovo, ormai arresa all’idea che il male, per ora, abbia vinto.
Lisandra: vorrei che tu potessi sentire, Alec.
Alec: oh ma io sento qualcosa, Lisandra.
Alec si abbassa leggermente, ammirandola da fuori la cella. Non c’è segno di rimorso in lui, non c’è segno di bontà o di qualsivoglia emozione.
Alec: io sono felice. Sono felice perché tu brucerai, ed io avrò vinto.
Lisandra: davvero, Alec?
Alec la guarda con sgomento, stupito dal fatto che la donna non si scomponga.
Alec: davvero.
Lisandra: hai perso invece. Hai perso tutto quello che ti rendeva diverso.
Alec: tu non sai niente di me.
Lisandra: già. Non so chi sei ora.
Alec: sono sempre stato così.
L’uomo insiste incessantemente nel rimarcarlo, con tono sicuro, fermo, quasi per autoconvincersene.
Lisandra: mi dispiace.
Qui, finalmente, la voce della donna si spezza, confermando ciò che le parole hanno detto.
Lisandra: avrei dovuto fare di più. Mi dispiace, Alec.
Alec la guarda, probabilmente in passato quelle parole lo avrebbero toccato, avrebbero avuto un senso. Ora sono spoglie, prive di significato, una lingua che non riesce a comprendere.
L’uomo si alza, finalmente, ricoprendo quel volto meraviglioso che ha fatto innamorare Lisandra, e probabilmente un altro centinaio di donne. Lisandra lo guarda attentamente, seguendo ogni singolo passo, quello è stato il loro ultimo confronto verbale, ed entrambi lo sanno.

La luce del sole, dopo i mesi di buio, è come una lama negli occhi. Lisandra riesce a stento a tenerli aperti, tutto questo la rattrista, vorrebbe poter catturare più immagini possibili, vorrebbe portare con sé un ricordo positivo della terra, del mondo in cui vive. Dovunque andrà dopo la morte, vorrebbe conservare il ricordo di quella luce come speranza, e non come agonia. Il caldo divampante delle fiamme non aiuta, neanche le corde strette attorno alle sue esili e minute mani, che sono come spine nella carne più tenera.

“Liberami da queste catene visive, affinché io possa portare nella morte immagini vive.”

Improvvisamente, Lisandra apre per bene gli occhi, e dopo aver pronunciato queste parole a fatica a causa del fumo e dei colpi di tosse che ne conseguono, finalmente la donna può vedere. Lisandra ora vede chiaramente, vede la folla. Sembrano animali, animali dinanzi ad un banchetto: eccitati, urlanti, bramosi di sangue. Lisandra credeva che la crudeltà fosse una prerogativa delle creature oscure, ma non è così, la crudeltà è anche umana.
La donna non si preoccupa del fuoco che si avvicina pian piano alla sua pelle come un verme che striscia sul terreno, non si preoccupa neanche del boato causato dalle urla eccitate, si preoccupa solo di guardare Alec, che si gode lo spettacolo in prima fila, sotto la piattaforma.

“Alec.”

Il nome riecheggia, azzittendo la folla, incuriosita dalla forza della strega. Alec la guarda, quasi sconvolto, “quasi” perché in realtà sarebbe un’emozione troppo umana.

“La strega vuole parlare.” “La puttana di Satana vuole parlare.”

Una varietà di insulti riempie le bocche dei partecipanti al macello.

“Ti chiedo pietà, solo per poco, aiutami ad abbassare questo fuoco.”

Lisandra pronuncia queste parole a fatica, ma hanno efficacia. La fiamma si abbassa, divenendo debole, permettendo alla donna di parlare con chiarezza. Lo stupore della folla fa da contorno agli sguardi tra lei ed Alec.

Lisandra: io brucerò oggi.
Lisandra urla, assicurandosi che la sua voce arrivi a tutta la piazza.
Lisandra: io brucerò. Ma la mia anima non morirà, la mia essenza non morirà, e soprattutto il bene non perderà. Non finirà qui, non potete cancellare tutto con le fiamme.
Nel pubblico una vasta gamma di reazioni, tra lo sconcerto generale e la paura. Quando credevano di bruciare una strega, in realtà non credevano di bruciare una vera strega. La maggior parte di quella piazza neanche crede all’esistenze delle streghe. Alec la guarda, non distoglie lo sguardo neanche per un secondo.
Lisandra: ascoltami, Alec. Ascoltami.
Lisandra lo guarda attentamente.
Lisandra: nel buio della notte oscura, quando il tuo potere sarà all’apice e non temerai alcuna incuria, all’ultimo pasto, all’ultima notte di luna, tornerai alla terra oscura. Lei verrà e sarà la luce, che ogni male alla fine conduce. 135505 soli, porteranno fine a tutti gli orrori. Ora mostrati creatura della notte, mostrati, rivela la tua vera natura.

Pronunciate queste parole, Alec inizia ad avvertire un malessere incontrollabile, c’è qualcosa dentro di lui, qualcosa che vuole uscire.

“Ora mostrati creatura della notte, mostrati, rivela la tua vera natura. Palesa la tua anima oscura.”

Più Lisandra rimarca queste parole, più il malessere di Alec aumenta, la folla indietreggia, intimorita, nessuno interverrebbe al momento. Lo guardano e basta, lo guardano accasciarsi.

Le mani di Alec tremano, non più controllate da lui, c’è qualcosa che sta cercando di uscire, e quella pelle, quell’involucro, glielo impediscono. L’uomo inizia ad urlare, straziato dal dolore, è il dolore più grande che qualcuno possa sopportare. Lisandra resta a guardare.

Alec inizia a vomitare sangue, ed è incontrollabile, vomita ovunque, macchiando il terriccio di rosso. Le persone attorno a lui indietreggiano ancora, ma non se ne vanno, la curiosità è più forte della paura. L’uomo, inabile nel contenere ciò che vuole uscire, decide di facilitare il percorso, di creare una via. Si porta le mani al volto, lentamente, sono ancora tremolanti, quindi poco agili, le porta in viso, ormai colorato anch’esso di rosso, ed inizia lentamente a graffiare la pelle, portandola via sotto le unghie. Man mano il compito diventa sempre più facile, i pezzi di cute cadono come se fossero foglie di un albero in autunno, scivolano via, lasciando spazio alla pelle delle bestia. L’uomo si libera delle sue membra umane, lentamente, alzandosi, esse abbandonano il suo corpo, rigidi artigli fuoriescono dalle sue mani, spaccando così le ossa delle dita.
Come lame che trafiggono la carne, lentamente delle grosse ali, simili a quelle di un pipistrello, però a grandezza d’uomo, si fanno avanti nella schiena ancora umana.
Le ali, istintivamente, si dispiegano, uscendo fuori del tutto, una volta che Alec è in piedi, e mostra la sua vera natura.
Occhi rossi come sangue denso, pelle nera come il più scuro carbone, posizione eretta, fiera, sguardo maligno. Alcuni pezzi di pelle umana sono ancora attaccati al corpo della creatura, e pian piano, scivolano lentamente come una goccia di pioggia sulla pelle.

Le persone hanno ormai quasi completamente abbandonato la piazza, e quelli che ancora non l’avevano fatto, hanno iniziato a correre all’apertura delle ali. Alec e Lisandra si guardano, per un’ultima volta, la donna sa che Alec ucciderà tutte quelle persone, deve, ma sa anche che le loro vite verranno rivendicate.

Una lacrima riga il volto della strega, che guardando un’ultima volta quella creatura, dice addio con lo sguardo, e stavolta per sempre, all’uomo che amava.

“Brucia.”

Alla pronuncia di questa semplice parola, le fiamme fino allora domate vengono liberate, divampando velocemente sul suo corpo, la donna non urla, non emette un suono, si lascia semplicemente andare, bruciando, morendo, abbandonando questo mondo tra le fiamme, con la consapevolezza che non è finita.

Alec si guarda attorno, una donna, terrorizzata dalla paura, è a pochi metri da lui, il terrore le ha impedito di correre velocemente, quando la donna vede lo sguardo della creatura poggiarsi su di lei, inizia a correre, inizia a correre di nuovo, ma è come negli incubi, non riesce ad andare abbastanza veloce. La creatura si alza a mezz’aria, sbattendo solo due volte le ali, alzando la polvere dal terreno, afferra grazie ai suoi artigli la donna, portandola in alto con sé, le urla si espandono in cielo, fino a quando un rumore non pone loro fine. A terra piovono sangue e membra della donna, e solo metà della sua testa, poiché l’altra giace nello stomaco della creatura.

Settembre, 2013

 

Rose
Rose

Colonna Sonora: Fond Memories

Rose guarda la sua immagine riflessa nel finestrino dell’utilitaria di sua zia Meredith, il viso stanco a causa delle ore di viaggio, ma la curiosità di ammirare il panorama al di fuori di quella macchina è più forte della stanchezza. Una lunga strada ai piedi di una montagna, sotto di loro un lungo fiume che divide una catena di monti parallelamente, l’iPod appoggiato sulle gambe in “pause mode.” Rose adora sentire il rumore del vento che entra dal finestrino, modificando il suo naturale suono, e diventando quasi una musica.
Meredith: ci siamo quasi!

Meredith
Meredith

Le parole della zia la riportano alla realtà.
Rose: ci siamo!
Le due guardano in avanti, il cartello “Welcome to Twinswood” le distrae.
Rose: hai attivato il GPS per l’albergo?
Meredith: hey, calma, ancora me lo ricordo dove si trova.

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Le luci del tardo pomeriggio fanno da sfondo ad un panorama mozzafiato. Rose prende un libro nella sua borsa. La zia la guarda, curiosa.
Meredith: non riesco a credere che tu abbia comprato una guida di Twinswood. Potevi semplicemente salvare una pagina sull’iPad.
Rose: zia, quante volte dobbiamo parlare del fascino dei libri?
Meredith: e del fatto che sei una purista dei libri.
Rose: c’è qualcosa di incredibilmente affascinante riguardo i libri. Qualcosa che non tutti riescono a capire. È come un rito: li sfogli, ti prendi il tuo tempo, li annusi. Amo l’odore dei libri. È un qualcosa che un iPad o un Kindle non possono darti!
Meredith: già, la so a memoria questa storia!
Rose guarda la guida e la legge attentamente:

“Twinswood, Virginia, la capitale delle foreste. Nel cuore di una catena di montagne, contornata da laghi e fitti boschi, la cittadina è una mecca speciale per tutti coloro alla ricerca di un avventura paranormale… BLA BLA BLA.”

Meredith: wow!
Rose: devo ammettere che la descrizione è dettagliata.
Meredith: sai, Stephen King adora la città.
Rose la guarda, sorpresa
Meredith: ricordo quando ero piccolina, lui veniva spesso e restava settimane intere a scrivere i suoi libri in hotel.
Rose: cosa ricordi di questa città?
Meredith: beh, ci ho vissuto fino a quando ero adolescente. È un bel posto, tranquillo.
Rose: la guida dice che è la mecca del sovrannaturale.
Meredith la guarda, facendo cenno di no con il capo
Meredith: oh, ma questa è solo falsa pubblicità per attirare l’attenzione. Non ricordo niente di particolare accaduto nella piccola Twinswood!
Rose: sai, anche Elena Gilbert disse che a Mystic Falls non accadeva mai niente di brutto, e guarda come è andata!
Meredith accenna un sorriso, e poi la guarda, fiera.
Meredith: andrà tutto bene. Lo sai, vero?
Rose la guarda, quelle parole in quel preciso momento vogliono dire tanto.
Rose: lo so.
Rose guarda di nuovo fuori dal finestrino, lasciandosi alle spalle una meraviglioso bosco, la ragazza guarda la piccola cittadina appena illuminata, le luci della sera iniziano a mangiare i colori diurni. Rose pensa che in fondo sia un bel posto. Per un attimo, per un secondo, una sensazione positiva la pervade.

 

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Le due arrivano finalmente davanti ad una grossa struttura, un meraviglioso albergo di colore bianco. È maestoso, sembra un dipinto, sembra avere un’anima tutta sua.
Scendendo dal veicolo, Rose nota subito un laghetto in fondo al viale, e una grossa casa vittoriana non lontana da questo.

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Meredith: beh, che ne pensi?
Rose si guarda attorno, quella sensazione positiva, stranamente, è rimasta tale.
Rose: è fantastico!
Meredith: sarà meglio che entri dentro. Tua nonna vorrà che io l’avverta sulle condizioni dell’albergo, e se siamo sopravvissute al viaggio!
Rose: ok!
Meredith: tu vuoi dare un’occhiata in giro? Dovremmo anche vedere la casa.
Rose: no, vengo con te!
Rose guarda sua zia, è sicuramente eccitata. Le deve molto, ed è pronta a supportarla appieno in questa nuova avventura. Meredith non è mai stata esattamente una donna che ha portato a compimento tutti i suoi progetti, è la classica donna che inizia mille cose diverse, senza veramente mai portarle a termine.

Le due proseguono verso l’entrata dell’albergo, ma prima che possano mettervi piede, un rumore le distrae. È una grossa macchina della polizia proprio dietro di loro. Il veicolo si ferma a pochi metri.
Rose: iniziamo bene!
Dalla macchina, che porta la scritta “SHERIFF,” scende un uomo, sulla trentina, affascinante in modo semplice.

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Meredith: salve, posso aiutarla?
Meredith si mostra gentile e disponibile. Non vuole di certo iniziare con il piede sbagliato.

“Sono lo sceriffo Morrison.”

Una voce bassa e decisa.
Meredith: piacere di conoscerla.
Morrison: siete delle turiste?
Meredith: come, scusi?
Morrison: l’albergo è chiuso al pubblico. La centrale non è lontana da qui, e mi hanno avvertito che c’era movimento.
Rose: wow, ha fatto davvero presto!
Rose non riesce a tenere a bada la lingua. Un po’ perché è più furba di sua zia, un po’ perché è nella sua natura.
Morrison accenna un sorriso, apprezzando la sagacia della ragazza, a differenza di sua zia.
Meredith: noi non siamo delle turiste. Siamo le proprietarie.
L’uomo sgrana gli occhi, incredulo.
Morrison: pensavo che l’albergo fosse chiuso.
Meredith: beh, riapre, ci rimettiamo in affari!
Meredith sorride, nervosa.
Morrison: quindi, lei è parente dei Wilson!
Meredith: sono i miei genitori. Insomma… mio padre è…
Meredith tentenna, mentre Rose continua a guardare la scena in silenzio.
Morrison: sì, ho saputo. Conoscevo John. Mi dispiace.
Meredith: lei conosceva mio padre?
Morrison sorride, annuendo
Morrison: chi non lo conosceva in città? Il proprietario dell’albergo più in voga di Twinswood. Lo sa che Stephen King veniva qui?
Rose sorride, divertita.
Meredith: ma non mi dica!
Morrison: era ossessionato da questo posto. In generale da tutta la città. Ma io non ho mai creduto a queste cose!
Rose: quali cose?
Di nuovo, Rose interviene.
Morrison: anche tu sei figlia di John?
Rose fa cenno di no con il capo
Meredith: no, lei è mia nipote. Lei vive con me.
Morrison capisce che fare ulteriori domande a riguardo sarebbe inopportuno.
Morrison: quindi ora lei gestisce l’albergo. È un bene che riapra i battenti. Non ne sapevamo niente.
Meredith: sì, mia madre mi ha lasciato l’arduo compito.
Morrison: e prenderà anche la casa al lago?
Meredith annuisce
Rose è stranita da tutte queste domande, le trova insolite e inopportune.
Morrison: beh, non posso che augurarvi buona fortuna!
Meredith: la ringraziamo infinitamente.
Finalmente, Meredith abbassa la guardia, la tensione si scioglie.
Morrison: ora vi lascio…
Morrison si guarda attorno ancora una volta
Morrison: vi lascio fare quello che dovete fare.
Meredith: passi una buona serata, sceriffo!
Morrison fa un cenno alle due, recandosi lentamente verso la sua macchina.

Rose: inquietante.
Rose bisbiglia a sua zia, che le fa segno di restare in silenzio.

La porta principale del Wilson Hotel si apre, dopo qualche manovra faticosa di Meredith, che non è mai stata una cima con le serrature, specialmente quelle bloccate.

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Meredith: wow.
Rose si guarda attorno. Il parquet leggermente impolverato e segnato dal tempo, la mobilia antica ma lussuosa, quelle meravigliose scale al centro. Il Wilson sembra davvero essere una persona, ha un’anima antica, questo è ciò che pensa Rose. L’odore è lo stesso dei suoi amati libri impolverati, la ragazza è estasiata da quella visione, e dall’idea che passerà intere giornate all’interno di quella struttura.
Il buio fa spazio alla luce, non appena Meredith accende il generatore accanto all’ingresso. Ormai fuori è il crepuscolo.
Alla luce, i colori diventano più caldi, e l’ambiente più familiare. Le due si guardano, eccitate.
Meredith: vado a prendere la borsa in macchina. Intanto tu dai un’occhiata. Che meraviglia!
Meredith è sovraeccitata, non riesce a contenere l’entusiasmo.
Rose è contenta di questo atteggiamento. Serve tanto alla zia quanto a lei.

Qualche minuto più tardi, dopo aver fatto un giro veloce del piano terra e della reception, Rose sale le scale, curiosa di scoprire le condizioni del primo piano.
La ragazza si guarda attorno, l’atmosfera è la stessa. Calda, rasserenante, lussuosa. Un qualcosa a cui Rose non è di certo abituata.
La ragazza viene distratta da una grossa porta in fondo al corridoio, pacchiana, diversa dalle altre, che nascondono dietro di loro le camere. Lentamente, per pura curiosità, vi si avvicina, volendo scoprire cosa si nasconde dietro di essa.
Aprendola, lentamente, Rose scopre un qualcosa che le fa amare il posto ancora di più. Una piccola biblioteca.

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Rose: oh mio Dio!
Rose è estasiata dalla visione di così tanti libri tutti assieme, si sente “Belle” nel film de La Bella e la Bestia.
La ragazza ammira i vari volumi presenti nel posto. Enciclopedie, romanzi, Stephen King, horror, romance, comedy, c’è tutto. I grandi classici.

 

Colonna Sonora: Phoebe Score

Qualche minuto dopo, Rose si ritrova seduta ai piedi di uno degli scaffali, tra le mani ha “Le Avventure di Oliver Twist,” un romanzo che ha letto svariate volte, ma che non si stanca mai di rispolverare.

“Rose”

La ragazza viene distratta dalla pronuncia del suo nome.
Rose: zia?
Ma la voce non è quella di sua zia, o almeno non sembrava.
Rose: zia Meredith, sei tu?

“Rose”

La ragazza sobbalza, alzandosi di scatto. Non è la voce di sua zia, e stavolta ne è sicura. Il suono è disturbato, come quando si sente un qualcosa sott’acqua. È ovattato.
Rose: chi c’è?!
Una voce femminile, delicata.

“Rose.”

Di nuovo, la voce sembra provenire da uno degli scaffali. Rose dovrebbe andarsene, dovrebbe aprire la porta e scappare giù di sotto. Ma decide di non farlo. Il suono è basso, si dice che forse è uno stupido disturbo all’orecchio. La ragazza segue la scia di quel suono, la direzione dal quale proviene.
Si tratta di uno degli ultimi scaffali. Rose lo guarda, ancora incredula. Sembra non ci sia niente di diverso rispetto agli altri scaffali, tranne che per un dettaglio. Mentre sugli altri scaffali i libri sono perfettamente in ordine, in fila, quasi a formare un arcobaleno di colori, in questo uno dei libri è fuori posto, leggermente esposto all’infuori. Rose lo guarda, affascinata. Sembra un libro diverso, color marrone terra, rilegato in pelle, dei fogli strabordano, ed è tenuto insieme da una cordicella nera.
La ragazza si fa avanti, dimenticandosi per qualche secondo l’inquietante voce, prendendo il libro tra le sue mani. Sente una forte scossa dietro la schiena, un brivido che l’attraversa, ma ritiene che sia semplicemente suggestionata.
Rose guarda il libro, è una sensazione difficile da descrivere, ma le sembra di aver ritrovato un vecchio amico.
In copertina una grossa L stilizzata, la ragazza, con cura e attenzione, slaccia il filo che tiene unite le pagine. Apre il libro, finalmente, provando di nuovo quella sensazione di formicolio alla schiena.

Le pagine sono antiche, ed è evidente, sono vissute, Rose le tocca, sono ruvide. Dopo aver notato questo dettaglio, Rose legge la prima pagina:

“Cara speranza,

Ti chiamo così, perché non so quale sarà il tuo nome. Ma so che ci sarai, so che esisterai, e so che combatterai.Speranza mia, so di averti dato un compito arduo, so di averti caricato di un peso enorme, ma non l’avrei mai fatto se non sapessi che le tue spalle possono sopportarlo. E quando sentirai che non è così, quando sentirai che non ce la fai, che hai voglia di arrenderti e di lasciarli vincere, ti prego, speranza mia, guarda nel tuo cuore e cercarmi. Leggimi tra queste pagine. Ti ho dato gli strumenti necessari per combattere, per vivere la tua vita al meglio, per sconfiggere il male che ha radici su questa terra. Solo tu puoi estirparle.C’è un qualcosa che neanche io ti posso dare, tuttavia, ed è nel tuo cuore, è la tua anima, la tua voglia di combattere per noi e per ciò in cui credi. Spero che riuscirai a trovarla da sola, quello è il primo passo. Questo libro non può insegnarti a vivere, ma può essere una guida, un amico fedele, è come se mi avessi, in qualche modo, al tuo fianco. Non lasciarlo mai, non abbandonarlo mai, lui non lo farà.

Tienilo con te, tienimi con te.

Tua,

Lisandra.”

Rose non sa perché si senta in questo modo: commossa, spaventata, empatica nei confronti di chi ha scritto quel messaggio, in fondo potrebbe trattarsi di un romanzo, di un libro storico. Non sa perché si sente in questo modo. Tutto questo la sconvolge.

“Rose.”

La ragazza sobbalza, di nuovo. Guarda in avanti, sua zia Meredith è proprio lì.
Meredith: hey, va tutto bene?
Rose: mi stavi chiamando tu prima?
Meredith la guarda, confusa
Meredith: quando?
Rose: prima. Io ho sentito…
Rose sembra in stato di shock, ansiosa, non riesce a stare ferma, ed è raro per lei.
Meredith: hey, va tutto bene?
Rose annuisce
Rose: sì, scusa, devo… devo essere semplicemente molto stanca.
Meredith: ho aperto la casa. È fantastica, certo, serve una ripulita, ma… Ci si può lavorare. Ho ordinato la pizza. Vieni?
Rose guarda di nuovo il libro.
Meredith: sapevo che ti sarebbe piaciuto questo posto. Questa stanza doveva essere una sorpresa. Ma vedo che già ti sei accomodata.
La ragazza chiude il libro velocemente, ma sempre con cura, e lo rimette in ordine nello scaffale, stavolta spostandolo fino in fondo, per metterlo in ordine come gli altri.
Meredith: andiamo?
Rose la guarda, cercando di calmarsi. Cercando di pensare al fatto che quella voce era semplice stanchezza. Anche se è difficile pensarlo anche per lei, la regina delle scettiche.

Più tardi, Rose è nella sua stanza nella casa accanto al lago, ci si arriva facilmente scendendo per un viale che porta all’albergo.
La camera è abbastanza anonima, ma era quella di sua zia quando era giovane. Ha deciso di darle un tocco personale, ma ci penserà l’indomani, una volta tornata dal primo giorno di scuola.
Per ora un letto, uno specchio, e vari scatoloni andranno bene. La casa è una villa vittoriana, il che non è raro a Twinswood.
Lo scatolone aperto della pizza è sul letto, Rose ha deciso di cenare in camera sua, usando la carta della stanchezza.
Sotto la doccia ha riflettuto riguardo ciò che è successo in biblioteca, ma ha deciso di non dare troppo peso alla faccenda.
Alla tv, posizionata sopra uno dei tanti scatoloni “Hocus Pocus,” la ragazza ha sempre adorato quel film, la diverte.

Si siede finalmente sul letto, prendendo un pezzo di pizza, e ammirando Bette Midler che canta “I Put a Spell on You.”

Durante la trasmissione, sembra esserci qualche interferenza. Rose sente una precisa melodia:

“Those  lazy, hazy, crazy days of summer.”

Qualche secondo dopo, tuttavia, Rose viene distratta da un rumore ben preciso: acqua in movimento, che cancella quella “interferenza.” La ragazza si alza lentamente dal letto e procede verso la finestra. La sua camera dà proprio sul lago, e proprio sulla riva di quel lago c’è un ragazzo. Rose riesce ad ammirare solo la schiena, ben delineata, quasi disegnata. Il ragazzo indossa solo dei boxer bianchi, i vestiti sono in disordine, sparsi non lontano dalla riva.

Rose decide di scendere velocemente, sua zia è tornata in albergo a chiudere. La ragazza scende frettolosamente le scale che la portano al piano terra, fino ad arrivare in cucina, per poi uscire dalla porta che dà sul retro, e quindi al lago.

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Colonna Sonora: Pure Shores (Movie Version)

La luna non è piena, ma è alta nel cielo, e si riflette nell’acqua. Rose guarda in alto, il panorama è meraviglioso, e non si tratta solo del posto, ma anche di ciò che è in acqua. Rose si avvicina, un po’ spaventata, ma sicura di sé. Uno sconosciuto si sta facendo il bagno nella sua proprietà, ha tutto il diritto di dire la sua.

Rose si ferma accanto ad un grosso albero, finalmente riesce a vedere il ragazzo in faccia, anche se in lontananza, poiché ormai è completamente immerso in acqua, sembra davvero godersela.

Rose: hey!
Rose urla a fatica.
Rose: HEY!
Il ragazzo, dopo qualche secondo, viene finalmente distratto dalla sua voce. La guarda.
Rose: scusa, non puoi stare qui!
Rose pensa che queste parole siano davvero stupide, ma in fondo non sono sbagliate.

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Il ragazzo si ferma a guardarla ancora per qualche secondo, poi, lentamente, inizia a nuotare verso la riva, fino a quando non riesce a toccare, e quindi camminare. Rose rimane immobile, mentre il ragazzo si avvicina, pian piano, gli addominali sembrano essere disegnati dalla matita più precisa e marcata del mondo, il petto leggermente scolpito, non è un ragazzo esageratamente muscoloso, ma ha un meraviglioso fisico. Rose non riesce a vedere benissimo, ma la luce della luna le permette di ammirarne anche il viso, uno sguardo profondo, i capelli bagnati e mossi, che ondulano con delicatezza sulla fronte, le labbra sembrano morbide, ma Rose non sa ben dirlo, e non sa ben dir perché stia pensando alle sue labbra.

Il ragazzo arriva finalmente alla riva.

Ragazzo: hey.
Sorride, Rose finalmente riesce a vedere le sue labbra. E sì, sembrano morbide. Ma di nuovo, non sa perché ci pensa. Cerca di non guardare al di sotto. Ricorda perfettamente che il ragazzo indossava dei boxer bianchi. H20+ bianco non lascia molto all’immaginazione.
Ragazzo: e tu chi sei?
Rose continua a guardarlo in viso.
Rose: sono Rose. Rose Wilson.
Il ragazzo la guarda, sorpreso, ma sorridente.
Ragazzo: Wilson?! Come l’albergo?
Rose guarda di nuovo gli addominali, ma solo per qualche secondo.
Rose: esatto. L’albergo e la casa, e il lago. Sono proprietà privata.
Ragazzo: io sono Benjamin.
Il ragazzo continua a sorridere, mostrando un ghigno fastidioso che Rose prende come presa in giro. È sempre molto malfidata quando si tratta di nuove persone.
Benjamin: quindi?
Rose: te l’ho detto, è proprietà privata.
Rose sposta lo sguardo, nervosa, cercando di non andare con gli occhi nella direzione in cui gli ormoni le dicono di andare.
Benjamin: questo vuol dire che non potrò più venire qui?
Rose continua a guardare altrove, mentre il ragazzo, divertito, continua a temporeggiare.
Rose: no. L’albergo e il lago… sono proprietà privata.
Benjamin: e se noi diventassimo amici?
Rose non riesce a credere alla sfrontatezza del ragazzo.
Rose: cosa?!
Benjamin: se io diventassi tuo amico, mi daresti il permesso di venire?
Rose: cos’hai, 5 anni?
Benjamin sogghigna, divertito.
Benjamin: no, ma forse li hai tu, visto che sembra che tu non abbia mai visto un bel ragazzo mezzo nudo.
Rose lo guarda, sconvolta.
Rose: sei un maleducato!
Benjamin: perché ti ho detto che non hai mai visto un ragazzo mezzo nudo? Per me è un complimento, non si può dire lo stesso di molte altre ragazze.
Rose: tu non sai niente di me! Non mi conosci.
Rose sembra infastidita, in realtà è solo nervosa perché il ragazzo sembra avere sempre la risposta pronta.
Benjamin: anche tu non sai niente di me, eppure mi hai dato del bambino di cinque anni.
Rose sospira, nervosa. Da una parte vuole che questa conversazione finisca, dall’altra no.
Rose: cosa spinge una persona a fare un bagno nel lago all’una di notte?
Benjamin: cosa spinge una persona a spiare un’altra persona che fa un bagno all’una di notte?
Rose non aveva mai incontrato una persona che le rispondesse in quel tono, e così velocemente.
Rose: io non stavo…
Tutto questo è frustrante, e il ragazzo continua ad avere in volto quel sorrisetto fastidioso.

“Rose”

Rose si gira, distratta dalla voce di sua zia, che è arrivata finalmente a casa con il suo borsone.
Benjamin: beh, sembra che tu debba andare.
Rose si gira di nuovo verso il ragazzo.
Benjamin: ci si vede in giro, Rose!
Benjamin raccoglie velocemente i suoi vestiti, ancora completamente zuppo, si allontana lentamente dal posto verso la sua macchina, parcheggiata non troppo lontano. Rose, ancora infastidita, dà un ultimo sguardo al ragazzo che si allontana, e poi si incammina verso la casa, e verso sua zia Meredith.

Meredith: chi era quel ragazzo?
Rose la guarda, fingendo che l’incontro l’abbia lasciata indifferente.
Rose: si chiama Benjamin.
Meredith: cosa gli hai detto?
Rose: gli ho detto che l’albergo è ancora chiuso, e che il lago è proprietà privata.
Meredith sorride, avanzando verso la nipote
Meredith: beh, con quel fisichetto può venire a darsi una rinfrescata quando vuole!
Rose guarda la zia in malo modo, ma sicuramente ha pensato la stessa e identica cosa.
Meredith: oh, quasi dimenticavo. Dove lo metto questo?
Meredith rovista nel borsone, anche se non ci vuole molto per trovarlo, visto che è pacchiano e inconfondibile. È il libro.
Rose indietreggia, è un riflesso incondizionato.
Rose: dove l’hai trovato?
Meredith guarda ancora sua nipote, è palesemente agitata.
Meredith: era in camera tua.
Rose: no, no, non è possibile. L’avevo lasciato in libreria. Non l’ho preso.
Rose non sa cosa pensare, quel libro sembra inseguirla. E ciò che sembrava solo inutile paranoia, ora si sta trasformando in una macabra realtà.
Meredith: beh, forse ti sei dimenticata di averlo portato in camera.
Rose: no, io l’ho lasciato lì. Ne sono sicura.
Meredith: ma che libro è?
Rose guarda la zia, spera che sia solo uno stupido scherzo orchestrato da lei, anche se non è il tipo.
Rose: sento come se chiunque l’abbia scritto, sapeva che sarei stata io a leggerlo. O almeno così sembra…
Rose pronuncia queste parole tentennando, lei stessa le trova assurde.
Meredith: come?!

 

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Il rumore dell’acqua sul fuoco non riesce a rilassare Rose, di solito funziona. L’idea di bere una camomilla di solito la calma. La ragazza è seduta in cucina, davanti al tavolo principale, Meredith sta leggendo il libro, è poggiato sull’isola.

Meredith: beh, non vorrei darti dell’egocentrica, ma qui non c’è scritto “Rose,” c’è scritto “Speranza,” e nel resto delle pagine ci sono delle ridicole filastrocche. Anche se devo dire che è ben fatto.
Rose guarda la zia, cercando di capirci qualcosa.
Rose: non so spiegartelo, è come un sesto senso.
Meredith: sembra davvero antico, forse dovremmo farlo vedere a qualcuno.
Rose: mi stai ascoltando?
Meredith la guarda, avvicinandosi
Meredith: ascolta, credo che tu ti sia lasciata suggestionare.
Rose: io l’avevo lasciato in biblioteca.
Meredith: forse non ricordi bene.
Rose fa cenno di no con il capo, di questo è sicura.
Rose: no, zia, te l’assicuro. L’avevo lasciato lì.
Meredith la guarda, è genuinamente agitata, e vorrebbe fare qualcosa per calmarla.
Meredith: ascoltami.
La donna si siede, prendendo la mano della nipote per rasserenarla.
Meredith: sei stanca. Sei agitata, ti sei appena trasferita in una nuova città. È successo quel che è successo. Bevi la camomilla, vai a letto e riposati. Domani sarà un altro giorno.
Rose alza gli occhi
Rose: un altro giorno in una nuova scuola.
Meredith: hey. Io sono con te, so che ce la farai!
Rose guarda sua zia, apprezza il supporto. Ma il pensiero che quel libro stia cercando di dirle qualcosa ormai non riesce ad abbandonarla. Di una cosa è certa: prima di addormentarsi, lo spulcerà per bene.

 

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“Oh, sì. Scopami Benjamin, scopami.”

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Una ragazza si muove velocemente sopra Benjamin, le prime luci del mattino invadono la camera del ragazzo. Una camera sfarzosa, lussuosa, da principe. Un grosso finestrone posto davanti al letto, che permette ai raggi del sole di entrare e illuminare la schiena della ragazza che cavalca Benjamin come se fosse in corsa per la vita.

“Oh mio Dio, oh mio Dio.”

La ragazza urla a causa del piacere, geme, Benjamin è un grande amante. Il ragazzo decide di prendere il controllo, girando la ragazza e iniziando a possederla in modo virile, fino a soddisfarla completamente, e a soddisfare sé stesso, naturalmente.

“Vengo.”

La ragazza viene, e con lei anche Benjamin, che si sdraia, mettendo in ombra le natiche che prima erano illuminate dal sole.

“Oh mio Dio, sei un toro!”

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Benjamin non dice niente, prende solo fiato, per poi alzarsi, togliendosi il preservativo.
Benjamin: devi andartene, Kristin.
Kristin lo guarda, ancora sudata, ancora sconvolta.
Kristin: come, scusa?!
Benjamin: devo farmi la doccia.
Kristin: possiamo farla insieme.
Benjamin la guarda, neutro in viso.
Benjamin: no. Devo lavarmi, non sporcarmi.
Kristin lo guarda, offesa, inorridita.
Kristin: pezzo di merda.
Kristin bisbiglia queste parole sotto voce, mentre Benjamin procede, ancora a chiappe all’aria, verso il bagno della sua stanza.

 

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Benjamin scende per la scala principale della maestosa magione, pronto per andare a scuola. Un maglioncino di lino, un pantalone beige, una borsa a tracolla.

“Oh, Benjamin, sei un toro!”

All’entrata della mansion una bellissima ragazza imita in modo scherzoso la voce di Kristin. È Tatia, la sorella di Benjamin.

Tatia
Tatia

Benjamin: origliare è una brutta abitudine.
Tatia: non stavo origliando, le urla di quella puttanella sono arrivate fino al Kentucky.
Benjamin sorride, divertito
Benjamin: sei gelosa della mia vita sessuale?
Tatia: no. Sono triste. Secoli e secoli di femminismo mandati a puttane da una troietta che non fa altro che ripetere quanto tu sia un Dio. Dovrebbe essere il contrario, gli uomini dovrebbero urlare di piacere accarezzando il corpo perfetto ed armonioso di una donna.
Benjamin: non sono interessato ai monologhi della vagina in questo momento.
Tatia prende il fratello per un braccio, fermandolo.
Tatia: allora?!
Benjamin: allora cosa?
Tatia: l’hai vista? Com’è?
Benjamin: di cosa parli?
Tatia lo guarda, curiosa di sapere. E sa che il fratello sta semplicemente temporeggiando.
Benjamin: non ha un fottuto cappello e una scopa, tranquilla.
Tatia: fottiti, Ben!
Benjamin ridacchia, divertito, uscendo dal portone principale, seguito da un’infastidita e indisposta Tatia.

 

 

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Rose tiene tra le mani un bicchiere con una calda bevanda di Starbucks, assurdamente a Twinswood c’è anche uno Starbucks. Meredith guarda la nipote, mentre parcheggia davanti alla maestosa “Twinswood High School,” un edificio molto vecchio stile, che sembra appartenere ad un’epoca diversa, come tutto a Twinswood, d’altronde.
Meredith: eccoci qui.
Alla radio, di nuovo quella canzone “Those lazy crazy hazy days of summer.” Rose ci fa caso, ma pensa che sia solo una coincidenza, guarda fuori dal finestrino, curiosa.
Meredith: me la ricordavo più piccola.
Rose: quando cresci in teoria non dovresti vedere le cose in maniera più piccola?
Meredith: forse è colpa del libro delle streghe. Brrrrrr
Meredith prende in giro Rose, cercando di tranquillizzarla sull’intera faccenda. Scherzarci su sembra una buona idea.
Rose: avevi ragione tu. Sono andata un tantino in paranoia.
Rose sta mentendo. È una persona molto prudente e razionale, sa che deve scoprire la verità, sa che deve fare qualcosa. Nella sua cartella ci sono il libro e un indirizzo importante.
Meredith: allora ci vediamo dopo. Buon primo giorno di scuola.
Rose la guarda, sorridente.
Rose: buon primo giorno di…
Meredith: non dirlo.
Rose ridacchia, stavolta è sincera.
La ragazza scende dal veicolo, lentamente, zaino in spalla, il vestiario è semplice, ma ha il suo perché. Un jeans e una camicetta, non vuole fare una brutta impressione, e soprattutto non ha nessuna voglia di attirare l’attenzione in qualsivoglia modo.

Mentre la macchina di Meredith prende la strada principale, Rose si guarda attorno, il liceo di Twinswood è al centro della cittadina, riesce a vedere la catena di montagne che le fanno da contorno, è sicuramente un paesaggio pittoresco.

 

locker room lockers

Gli spogliatoi della Twinswood High sono sempre gli stessi, e nonostante l’estate abbia lasciato che prendessero aria, l’odore di sudore e di testosterone non li lasciano mai. Benjamin apre il suo armadietto, tirando fuori dalla cartella la divisa della squadra di calcetto e ponendola in modo disordinato tra il resto delle cose.

“Ben.”

Benjamin si gira, accenna un sorriso al ragazzo che si avvicina a lui.
Benjamin: Evan. Che fine hai fatto quest’estate?

Evan
Evan

Evan apre il suo armadietto pian piano, sembra che il solo rumore dello spostamento d’aria gli dia fastidio.
Benjamin: sei in post-sbronza?
Evan: mi scoppia la testa.
Benjamin: hai un aspetto pessimo. E puzzi!
Evan sembra veramente malmesso, un malessere generale che non riguarda una semplice sbronza.
Benjamin: dove sei stato quest’estate?
Evan: in giro.
Benjamin: wow, sei loquace.
Evan: te l’ho detto, mi scoppia la testa!
Benjamin guarda l’amico, il suo unico vero amico. Non servirebbe di certo una persona che lo conosce da tempo per capire che c’è qualcosa che non va, e non è da lui accettarsi che non sia così.

Evan guarda in avanti, fissa un ragazzo che si distingue dalla folla, vestito in modo incredibilmente elegante, forse anche troppo per l’ambiente scolastico, e soprattutto per uno spogliatoio maschile. Non solo il vestiario è distinto, ma anche i modi di fare lo sono. Sembra un ragazzo d’altri tempi.

Luke
Luke

Evan si rivolge a Benjamin
Evan: ci vediamo dopo!
Benjamin guarda l’amico, perplesso.

Evan rincorre quel ragazzo, deve farlo.
Evan: Luke, Luke aspetta!
Urla, per quanto può, visto le sue condizioni.
Luke si ferma, girandosi verso di lui. Lo guarda, disgustato.
Luke: che cosa vuoi?
Evan si ferma, cercando di parlare a bassa voce per non attirare l’attenzione degli altri
Evan: sto male.
Luke non si scompone, resta lì ad ascoltare, senza battere ciglio.
Evan: sono sempre affamato. Ed ho sempre il cazzo duro. Vorrei, vorrei semplicemente uscire lì fuori e succhiare tutti. Ogni volta che qualcuno si avvicina a me, vorrei scopare e poi spezzargli il collo e mangiare, mangiare e basta.
Luke lo guarda, facendo un profondo sospiro
Luke: beh, bisogna fare qualcosa a riguardo.
Evan: perché mi avete fatto questo?! Perché mi avete fatto questo?
Evan è disperato, in stato confusionale. Affamato, lussurioso, tutto ciò che lo controlla è l’istinto, e riuscire a frenarsi sembra la cosa più difficile del mondo.
Luke: controlla la sete. Impara a farlo, o prenderò provvedimenti!
Luke si gira, disinteressato, pronto ad uscire fuori da quel sudicio spogliatoio.
Evan: ti prego.
Evan si pone avanti, velocemente, fermandolo.
Evan: ti prego, insegnami a controllarmi.
Luke si ferma, per qualche secondo, cercando di mantenere la sua famosa calma.
Luke: non sono la tua fottuta tata!
Il vampiro si allontana, stufo di dover sprecare il suo tempo su questa situazione. Evan resta lì, sconsolato, non sa che cosa fare.

In lontananza, un ragazzo biondo, con gli occhi azzurri, ha assistito alla scena, ma Evan crede che sia troppo lontano per aver sentito o capito. Lo conosce di vista, si chiama Bright, è da anni che lo nota nei corridoi. Evan si avvicina a lui, lentamente, con nonchalance, facendo finta che vada tutto bene e che non sia successo niente.

Bright
Bright

Evan: che hai da guardare, frocetto?!
Il ragazzo resta in silenzio, mentre Evan passa accanto a lui e torna verso il suo armadietto. Bright non risponde, non ne è il tipo, e non perché non ne sia capace, ma perché non è un attaccabrighe, e perché sa, in cuor suo, e LO SA, che Evan ha un animo buono.

Rose si prepara ad entrare dall’ingresso principale, è rimasta fuori quanto poteva, ma ad un certo punto si è detta: via il dente via il dolore. Fare una buona prima impressione non è mai facile, e soprattutto, anche se lei non direbbe di essere il tipo, è uno dei maggiori problemi per una diciassettenne. Le porte principali il primo giorno di scuola sono completamente spalancate, la cosa positiva è che la ragazza è forse troppo concentrata sul libro per preoccuparsi del primo giorno, delle presentazioni e di tutto ciò che ne consegue.

 

Colonna Sonora: How Soon is Now

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Rose mette piede nel corridoio principale, si ferma, si guarda attorno. E la cosa incredibile è che non è la sola. Tutto quel movimento, tutto quel gregge, si ferma insieme a lei. Gli occhi sono puntati su di lei, è come se fosse entrato un dinosauro nell’edificio. Così si sente Rose, come un fenomeno da baraccone, che tutti stanno guardando. Alcuni annusano anche in lontananza, e la cosa la inquieta. Si chiede dove sia finita.

Tatia la guarda, affascinata. Benjamin è dall’altro lato del corridoio, e assiste alla scena.

Luke è accanto al suo armadietto, è sicuramente, per quanto può, visto il palese e affascinante odore, il più sobrio nella reazione.

Benjamin guarda ancora la ragazza. Lei lo riconosce, non è molto sorpresa di trovarlo lì.
Un ragazzo passa accanto a Benjamin, si tratta di Gabriel, una testa calda che Benjamin conosce dai tempi dell’asilo. Benjamin sa cosa deve fare per distogliere l’attenzione da Rose. E non sa perché voglia distogliere l’attenzione da Rose, ma sente il bisogno di farlo.

Gabriel
Gabriel

Benjamin: cane.

Gabriel si ferma dopo aver udito questa parola, sa che ovviamente è rivolta a lui. Guarda Benjamin, incattivito.
Gabriel: come, scusa?!
Benjamin: cane. Ho detto cane. Sei un cane, no?!
Gabriel non esita neanche un secondo. Gli tira un pugno, ed è ciò che Benjamin voleva, la folla si distrae, Rose si distrae.
Benjamin fa la sua parte per continuare a distrarre il pubblico, gli restituisce il pugno. Un giovane ragazzo, basso, interviene.

Robin
Robin

Gabriel: lasciami stare, Robin!
Robin si pone in mezzo tra i due.

Robin: smettetela, smettetela!
Robin contiene Gabriel, che ormai ha iniziato a ruggire, ed ha il cuore quasi al ritmo giusto di trasformazione.
Robin: non ne vale la pena, non ne vale la pena.
Benjamin guarda i due. Un mix tra il divertito e il soddisfatto. Poi guarda Rose, di nuovo, la ragazza si allontana dalla folla, procedendo verso quella che crede essere la sua classe, non resterà un secondo di più lì.

“Sono inorridito.”

 

Bront
Bront

Il preside Bront inizia a fare la sua solita ramanzina. Benjamin non ha intenzione di starlo ad ascoltare, preferisce concentrarsi sul design dell’ufficio, così come Gabriel, che è accanto a lui. In fondo è come se l’uomo parlasse da solo.
Bront: una scazzottata, il primo giorno di scuola.
Gabriel: ha iniziato a lui.
Bront: a me risulta che sia stato lei.
Gabriel: oh, certo, Benjamin Whittermore ha sempre il sedere salvo, visto chi è.
Bront: signor Galas!
Bront lo riprende con tono severo, ma non alzandosi dalla sua scrivania.
Benjamin continua a non dire una parola.
Gabriel: mi ha chiamato “cane.”
Gabriel sottolinea la parola, quasi per far capire ai presenti quanto sia ridicola associata a lui.
Gabriel: un cane non può staccarti la testa con un solo morso.
Benjamin: Dio Gabriel, vuoi anche farci vedere quanto ce l’hai grosso?
Bront non dice nulla, confermando la teoria di Gabriel.
Bront: signor Galas, abbiamo contattato i suoi parenti, ma tanto per cambiare non siamo riusciti a raggiungerli, manderemo un comunicato.
Gabriel: come vuole!
Gabriel si alza, prendendo lo zaino da terra e mettendoselo in spalla.
Benjamin cambia espressione, improvvisamente.
Benjamin: un momento… avete chiamato?!

La porta dell’ufficio del preside si apre, lasciando spazio ad un’anziana signora:

“Il Signor Whittermore è qui.”

Benjamin assume decisamente un’altra postura.
Bront: lo faccia entrare.
Gabriel esce in fretta dall’ufficio, lasciando spazio al signor Whittermore Alec.

Alec
Alec

Dal 1642 non è cambiato nulla, è sempre lo stesso fisicamente. Ed ha sempre quello sguardo: fiero, deciso.
Bront: signor Whittermore.
Alec: Bront.
I due si guardano.
Bront: mi dispiace di averla scomodata, davvero.
Bront sembra avere una sorta di timore reverenziale nei suoi confronti.
Whittermore: si figuri. Le dispiace lasciarmi qualche minuto solo con mio figlio?
Bront lo guarda, annuendo senza esitare.
Bront: certo. Faccia con comodo.
Bront si alza, finalmente, abbottonandosi in fretta la giacca e uscendo di corsa dall’ufficio.

Benjamin si alza, come se la presenza del padre lo costringesse a farlo. Alec si pone davanti a lui, guardandolo attentamente. Dopo qualche secondo di silenzio, l’uomo dà uno schiaffo deciso al figlio. E Benjamin non esita, non dice nulla. Semplicemente, dopo poco, riporta lo sguardo in avanti.
Alec: azzuffarsi con un cane.
Benjamin continua a restare in silenzio.
Alec: sai che nomi porti? Lo sai?!
Alec urla, cercando di scuotere il figlio
Benjamin: lo so!
Benjamin risponde, finalmente, deciso.
Alec: soprattutto in questi mesi, non puoi permetterti queste sciocchezze. Ci siamo quasi.
Benjamin lo sa bene, è un discorso che conosce a memoria e che non ha alcuna voglia di riascoltare.
Alec inizia a muoversi per la stanza
Alec: lei è qui?
Benjamin lo guarda, annuendo
Alec: lo so. Lo sento. È incredibile.
Alec sembra eccitato, forse troppo, vista la situazione.
Benjamin: è solo una ragazza.
Alec guarda il figlio, avvicinandosi a lui.
Alec: Benjamin, figlio mio. Non lasciarti ingannare. È nella loro natura ingannarti, è nella loro natura farti credere che siano innocenti. Potrà anche avere le sembianze di una giovane ragazza, ma lei è tua nemica.
Benjamin annuisce, vuole solo uscire da quell’ufficio.
Benjamin: ora devo tornare a lezione.
Alec sospira, mettendo una mano dietro il capo del figlio.
Alec: buona giornata, figliolo. E dai un bacio a tua sorella.

Rose non pensava di finire così in basso. Nel bagno della scuola, nel gabinetto, con il libro. Non può aspettare, non può non rileggere quelle parole, e non può continuare ad ignorare quelle pagine. Sembrano chiamarla, sembrano attirare la sua attenzione più di qualsivoglia altro avvenimento. E soprattutto è una buona scusa per saltare le pause tra una lezione e l’altra.

Rose apre di nuovo il libro, assicurandosi che nessuno sia nei paraggi. La prima pagina ormai la conosce a memoria. E nonostante le parole di sua zia le rimbombino nella testa, non può fare a meno di pensare che quella “speranza,” sia proprio lei. È come una legge scritta per lei, anche se razionalmente le sembra assurdo.

Sfogliando le pagine, di nuovo, la ragazza nota sempre più dettagli: le parole “Demoni, vampiri, licantropi” risaltano, comparendo più volte. Filastrocche, frasi, ingredienti. È un libro di incantesimi, e su questo non c’è dubbio.

Rose si ferma su una pagina. La guarda, non ha mai provato a leggere ad alta voce qualcosa di impresso sul libro.
Rose: Rose… ma che diavolo ti sta succedendo?
E si sente ancora più stupida nel parlare da sola. Fare un tentativo non guasta, tuttavia.

“Il sangue pulsa a poco a poco, scorrendo accende questo fuoco.”

Rose tentenna, non è per niente sicura, e si sente incredibilmente ridicola.

“Il sangue pulsa a poco a poco, scorrendo accende questo fuoco.”

Di nuovo, non succede nulla.
Rose: sei un’idiota, Rose!
Rose si alza, riponendo il libro nella borsa in modo disordinato e poggiando le mani sul lavandino.

“Va tutto bene?”
Rose sobbalza, non avendo avvertito nessuno nel posto. Una ragazza molto carina, con lunghi capelli rossi e un rossetto rosso marcato è proprio accanto a lei.

Leda
Leda

Rose: sì, va tutto bene.

“Sono Leda.”
Rose: piacere. Sono Rose.
La ragazza sorride, avvicinandosi. Le due si stringono la mano. Quella di Leda è particolarmente fredda, e Rose se ne accorge.
Leda: ti ho vista a lezione prima. Sei nuova?
Rose annuisce
Rose: sì, sì, mi sono trasferita da poco. Ieri veramente.
Leda annusa. È un’abitudine che hanno un po’ tutti a Twinswood.
Leda: hai un buon profumo.
Rose: ti ringrazio.
Rose è imbarazzata, ma comunque non lo dà a vedere, è la prima persona che le parla e sembra essere gentile.
Leda: giornata movimentata, eh?
Rose la guarda, non sa quanto abbia ragione.
Rose: già, ho assistito a quella…
Leda: lite?
Rose: succede spesso, qui?
Leda: nella tua vecchia scuola era diverso?
Rose: diciamo che non è solo la scuola
Leda: bisogna abituarsi a Twinswood. Alle sue particolarità.
Rose la guarda, curiosa
Rose: già. A proposito di queste particolarità. Di cosa si tratta?
Leda la guarda, forse si è lasciata sfuggire troppo.
Leda: cosa vuoi dire?
Rose: Stephen King, la parte sovrannaturale. Leggevo sulla guida che questa cittadina è una specie di mecca per i curiosi.
Leda: tu, tu sei curiosa a riguardo?
Rose: forse.
Rose tentenna, non sa quanto può dire, e c’è sempre il fattore di diffidenza a priori.
Leda: beh, che ne dici di uscire dal bagno tanto per iniziare?
Rose sorride, ed è un bel passo avanti per quella giornata.
Rose: a me sta bene.

Le due, insieme, si incamminano verso l’uscita. Aprendo la porta, Leda si ferma, quasi immobilizzata da qualcosa.
Rose: hey, ti senti bene?
Rose segue lo sguardo della ragazza, che si prolunga verso la fine del corridoio. Il suo sguardo è fermo su Robin, ed è chiaro.
Rose: è il tuo ragazzo?
Leda si gira, facendo cenno di no con il capo, sembra come se reagisse ad una grossa offesa.
Leda: no, di che parli?
Rose: scusa. Devo aver…

“Leda.”

Leda sobbalza, riconoscendo il tono di voce. Luke si avvicina lentamente verso le due. Rose l’aveva già notato in corridoio, è quasi impossibile non notarlo. Oltre ad essere un bellissimo ragazzo, ha un qualcosa di diverso. Un’aura diversa.

Leda: Luke…
Luke: cosa stai facendo?
Rose guarda i due, curiosa.
Leda: niente, stavo… stavo mostrando a Rose…
Rose: lei, lei mi stava semplicemente offrendo una panoramica della scuola.
Luke sposta il suo sguardo su Rose. La guarda, senza poggiare gli occhi in modo fisso per troppo tempo.
Leda: lui è mio fratello.
Rose: piacere di conoscerti. Sono Rose!
Luke: il piacere è mio.
Luke pone la mano avanti Rose, sempre con diffidenza, la sfiora appena. È molto imbarazzante.
Luke: Leda, posso parlarti?
Lo sguardo di Luke sembra arrabbiato, Rose pensa che Leda debba aver fatto qualcosa di davvero brutto per meritare tale trattamento.
Rose: beh io… io devo andare.
Rose lascia i due disquisire, allontanandosi dalla prima chance di amicizia che aveva avuto alla Twinswood High.

 

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Robin è nel cortile della scuola, un cortile che al momento è vuoto, tutti gli studenti sono all’interno dell’edificio. Lui ha ovviamente saltato l’ora.

Robin
Robin

Il ragazzo sta disegnando una strana forma nel terreno. Una figura irriconoscibile all’occhio umano, ma che per lui ha perfettamente senso.
Gabriel si fa avanti, poggiando lo zaino a terra e si siede accanto a lui.

Gabriel
Gabriel

Gabriel: non dovevi immischiarti.
Robin: ho paura di fare male a qualcuno. Non ti succede mai?
Gabriel lo guarda, accennando un sorriso di superiorità.
Gabriel: perché dovrebbe?
Robin: ci sono persone lì fuori, e non sono come noi.
Gabriel: io non sono come te.
Gabriel sottolinea queste parole con un tono marcato, per evidenziarle, per far sì che a Robin non sfuggano. Ma come potrebbero?
Robin continua a disegnare con il dito quella strana figura, delineandone i contorni, è come un dipinto.
Gabriel: quindi… ti piace la vampira?
Robin lo guarda, facendo cenno di no con il capo
Robin: di che parli?
Gabriel: vi ho visti ieri sera al campo. Come siete teneri!
Gabriel usa sempre un tono sarcastico, fastidioso quanto basta.
Robin: Gabriel, stanne fuori.
Gabriel: ti preoccupi tanto degli umani. Di queste persone che farebbero di tutto per cacciarci dalla nostra città. Ma non te ne importa niente del tuo branco. Se si venisse a sapere…
Robin lo interrompe, si alza velocemente, prima che lui possa continuare.
Robin: e come?! Tu, tu dirai tutto?
Robin lo guarda, fermo nello sguardo, sa che non è mai un bene sfidare Gabriel.
Robin: mi importa di questo branco. Non farei mai nulla per metterlo a rischio.
Gabriel: tu no. Ma forse il tuo pisello sì!
Gabriel guarda quello strano disegno nella terra. Sospira, e poi sposta di nuovo lo sguardo sul ragazzo.
Gabriel: non mi sorprende sai. Non hai l’istinto di protezione del gruppo, è un qualcosa di naturale per noi lupi. Tu non sei uno di noi, e questo lo prova.

 

Colonna Sonora: Passion and Danger

“Mi fai male.”

Leda cerca di scandire le parole, anche se lo sgabuzzino nel quale sono lo rende già abbastanza difficile di suo.
La forza nella stretta della mano di Luke è incredibile. Un vampiro della sua età potrebbe semplicemente stringere un collo e spezzarlo, come se fosse la cosa più delicata di questo mondo.
Luke: cosa ti avevo detto?
La guarda, furioso. Se avesse pulsazioni, adesso sarebbero accelerate all’ennesima potenza.
Leda: io… Io volevo solo essere gentile.
Leda tentenna, impaurita dalla reazione del fratello. Luke, d’istinto, tira fuori le zanne.
Luke: noi non ci immischiamo nei loro affari.
Leda: negli affari di chi?
Luke: delle streghe.
Luke urla, ancora furioso, poi lascia la presa, Leda può finalmente sentire i suoi piedi di nuovo a terra.
Leda: lei è una strega?
Luke: non è chiaro?
Leda: è per questo che ha quel buon odore?
Luke: il sangue di una strega è afrodisiaco per noi.
Leda lo guarda, confusa. Non ha mai incontrato una strega prima d’ora.
Luke: non devi più parlarci.
Leda lo guarda, arresa, non è solo di questo che si tratta tuttavia.
Leda: tranquillo. Sono abituata ad obbedire ai tuoi ordini.
Luke alza lo sguardo, stufo di parlarne ancora.
Luke: io faccio ciò che è meglio per te.
Leda: io lo amo. Io lo amo.
Leda si assicura che il messaggio sia chiaro, parla con voce tremolante tuttavia, sa benissimo come la pensa il fratello a riguardo.
Luke: tu non sai ancora cosa sia l’amore.
Leda: e tu?! Tu cosa ne sai?
Luke si ferma qualche secondo a guardarla, poi, risponde, fermo nel tono di voce. Si è ricomposto.
Luke: è proprio per amore che ti sto impedendo di vederlo.

 

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La campanella suona, l’ultima interminabile ora di lezione è finita. Rose è stanca dei continui sguardi da parte dei suoi compagni di classe, è un qualcosa di incredibilmente fastidioso, che non riesce a spiegarsi. È una piccola cittadina, ma tutte queste attenzioni non le dovrebbe riservare ad una semplice ragazza appena trasferita.
Rose nota Benjamin agli ultimi banchi, Luke al lato opposto della classe, e Leda proprio davanti a lui.

“Non farci caso.”

Rose si gira alla sua destra, a parlare è Bright, che la guarda con il suo solito dolcissimo viso. Il ragazzo funge da calmante, è incredibile.

Bright
Bright

Rose: cosa?
Bright: sono Bright. Ho notato che sei un po’ spaventata dalle attenzioni. Attenzioni silenziose.
Rose: già… piacere sono…
Bright: Rose. Sì, lo so.
Rose lo guarda, curiosa

“Non perderci tempo, nuova, a lui piace altro.”

Evan
Evan

Evan passa, andando verso l’uscita, dovendo necessariamente dire la sua.
Bright sospira, ormai arreso all’idea che oggi sia una giornata particolarmente no per Evan.
Rose: wow…
Bright: già. Ma ha ragione, insomma…
Rose: oh. Sei gay?
Bright annuisce
Bright: sembri felice. È il sogno di tutte le ragazze avere un migliore amico gay.
Rose ridacchia, divertita, ed è positivo.
Bright: allora, come ti pare la Twinswood High?
Rose: questa è una cosa tipo Mean Girls. Mi porterai in giro per la scuola mostrandomi le varie caste?
Bright la guarda, perplesso
Bright: cos’è Mean Girls?
Rose: sei gay e non hai mai visto Mean Girls?!

“Rose Wilson!”

La conversazione viene interrotta da una minuta ragazza bionda, che si intrufola tra i due.

Lauren
Lauren

Bright: Lauren.
Lauren: ciao Bright. Finalmente ti ho trovata, ti ho cercata ovunque.
Rose la guarda, curiosa.
Rose: davvero?
Lauren: sì, dovevo farti da guida, ti aspettavo questa mattina in segreteria, ma non ti ho trovata.
La ragazza sembra molto disponibile, e anche molto dispiaciuta.
Rose: mi dispiace, diciamo che ero un po’ confusa sugli orari.
Lauren sorride, è la tipica American Girl.
Lauren: non ti preoccupare. Però vorrei farmi perdonare. Sei libera? Posso mostrarti la città.
Rose: oh, no, mi dispiace, ho un impegno.
Lauren la guarda, delusa.
Lauren: ma puoi… Benjamin?!
Lauren ferma Benjamin, prendendolo per mano.
Rose guarda la scena, curiosa
Lauren: questo è il mio ragazzo, Benjamin. Lei è Rose, quella nuova.
Rose: sì, io…
Benjamin non dà il tempo a Rose di finire, che pone la mano avanti.
Benjamin: piacere di conoscerti, sono Benjamin!
Rose guarda il ragazzo, perplessa, sta davvero fingendo di non averla mai incontrata. Rose potrebbe sbugiardarlo, ma decide di portare semplicemente una mano avanti.
Non appena le mani dei due si sfiorano semplicemente, il ragazzo cambia espressione. Ciò che era un volto sicuro e fiero, diventa un volto incredulo e impaurito. Benjamin ritrae la mano velocemente, prendendo aria, quasi come se un attimo prima l’avesse persa. Rose non riesce a capire. Ma quel semplice gesto, quel semplice sfiorarsi, le ha provocato un brivido lungo la schiena, simile a quello procurato dal libro, ma questa volta è diverso. Rose non sa ben dir se sia un qualcosa di positivo o negativo. Di sicuro il ragazzo non le è indifferente.
Lauren e Bright hanno assistito al tutto, non capendo cosa sia successo, ma neanche interrogandosi troppo a riguardo.
Lauren: beh, stasera siamo al Mouintain. È un locale bellissimo poco fuori dal centro città, e mi piacerebbe che venissi.
Rose la guarda, tentennando
Rose: non lo so io…
Benjamin: forse Rose è stanca, insomma, è arrivata da poco…
Rose: ci sarò!
Rose stava per dire di no, ma la risposta di Benjamin l’ha convinta a dire il contrario.
Lauren sorride, è eccitata.
Lauren: ok, allora ci vediamo lì. Alle 9!
Rose annuisce
Rose: contaci!
Benjamin guarda Rose, stavolta è lei ad avere un’espressione divertita in volto. Il ragazzo si allontana insieme alla sua fidanzata.
Bright: wow, che incontro teso!
Rose guarda Bright, divertita, ma allo stesso tempo incredibilmente infastidita dall’atteggiamento di Benjamin.

“Those hazy crazy dazy days of summer…”

Ed eccola di nuovo, quella canzone. E stavolta non c’è uno stereo, e non c’è una televisione. È semplicemente nelle sue orecchie.
Bright nota che c’è qualcosa che non va.
Bright: hey, ti senti bene?
Dopo qualche secondo, Rose riesce a tornare alla realtà.
Rose: sì. Ma… devo andare.
Rose prende la cartella, e si incammina verso l’uscita della classe.

 

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Due fermate di bus, e tanta impazienza dopo, Rose arriva finalmente nella parte Est della cittadina, caratteristica per i suoi numerosi negozietti uno accanto all’altra e in discesa. Rose si ferma davanti al “Magic Emporium,” pensando che sia il nome meno originale nella storia dei negozi di magia.
La ragazza entra, ed il tipico campanello alla porta suona, rendendo il posto un cliché vivente.
In effetti dentro la situazione non cambia: sfere di cristallo, libri, guide, erbe, il tutto contornato da mille candele con mille profumi diversi.

“Posso esserti utile?”

Lane
Lane

Alla cassa una giovane donna. La targhetta indica “Lane.”
Rose: sì. Stavo cercando. In realtà non so neanche io cosa sto cercando.
Rose sembra arresa all’idea di non sapere cosa stia facendo.
Lane: forse non sai farti le domande giuste.
Rose la guarda, curiosa
Rose: ho trovato questo libro…
Lane la guarda, curiosa, particolarmente curiosa.
Lane: un libro?
Rose: sì. E sembra essere molto antico. È molto strano e…
Rose ha la tentazione di tirarlo fuori dalla cartella. Ma di nuovo, entra in gioco la sua poca fiducia, e la troppa curiosità della ragazza.
Lane: forse dovresti farmelo vedere.
Rose: purtroppo non ce l’ho qui.
Lane la guarda, chiaramente delusa.
Lane: che cosa c’è in questo libro?
Rose scruta di nuovo il posto, in fondo sembra tutto una grande farsa, e probabilmente la donna ne sa meno di lei.
Rose: incantesimi, pozioni, informazioni su varie creature.
Lane sgrana gli occhi, ancora più curiosa. Si allontana dalla cassa, girando lungo il bancone e avvicinandosi a Rose, estasiata.
Lane: potrebbe essere un libro di incantesimi.
Rose: sì, deve essere una qualche sorta di ricostruzione.
Lane: potrebbe essere originale.
Rose la guarda, perplessa. Sembra fuori di testa.
Rose: come?!
Lane: non conosci la storia di questa città?
Rose: tutti sembrano accennarla, ma nessuno vuole raccontarmela.
Lane: Twinswood fu fondata da due stregoni gemelli. Si dice che uno fosse buono e l’altro cattivo.
Rose: gli autori di LOST hanno letto la guida della città?
Lane: il bene e il male, il dualismo. La luce e l’ombra. Il sole e le tenebre. Nel 1642 a Twinswood ci furono dei crudeli processi alle streghe.
Rose si fa seria, finalmente.
Rose: streghe?
Lane annuisce
Rose: sento sempre questa canzone. Anche quando non c’è uno stereo vicino. La sento nella mia testa.
Rose inizia ad intonare la canzone, lentamente, cercando di prendere le note giuste.
“Those lazy crazy hazy days of summer.”
Lane: è una canzone degli anni ’60.
Rose: non capisco. La sento da ieri. Da quando sono arrivata qui.
Lane sospira, guardando la ragazza, cercando di allarmarla nel modo giusto, ma non di spaventarla tanto da farla scappare.
Lane: potrebbe essere un demone.
Rose deglutisce, cercando di porre rimedio a quella fastidiosa sensazione alla gola.
Rose: un demone?
Lane: un demone.
Rose: stai dicendo che esistono i demoni?
Lane: pensa alla luce. Se non ci fosse l’oscurità, non avrebbe modo di esistere. In natura c’è sempre un equilibrio, Rose.
Rose si tocca la fronte, quasi come per constatare, per provare di essere lì, di essere certa di aver sentito bene, di essere certa che questa conversazione stia realmente avvenendo.
Rose: cosa c’entra la canzone con tutto questo?
Lane: i demoni che prendono come bersaglio una determinata vittima, amano torturarla. Questa canzone potrebbe essere legata al passato del demone, ad un ricordo, ad un avvenimento particolare. Tu la stai ascoltando perché la creatura maligna ti sta pensando.
Rose deglutisce di nuovo, e cerca di parlare senza che la voce le tremi.
Rose: un demone?
Lane: pensa al passato. Sono ovunque, Rose. E aspettano solo il momento giusto per approfittare della cattiveria umana.
Rose: io… Io non capisco. Che cosa vuole da me?
Lane la guarda, sorridente stavolta.
Lane: mi sembra abbastanza chiaro. Il demone vuole la strega.

La sera si sta ormai affacciando su Twinswood. Benjamin è in procinto di uscire di casa per andare a prendere Lauren, quando Tatia, in tenuta casalinga, ma sempre con stile, si affaccia dalla balconata che dà sulle scale.
Tatia: carina la streghetta.
Benjamin si gira, fermandosi a pochi passi dal portone.
Benjamin: cosa?
Tatia: pensavi che non capissi chi è? Andiamo, puoi sentirlo a miglia di distanza.
Tatia continua a giocare con la gomma da masticare, arrotolandola tra le dita, riportandola alla bocca con precisione quasi maniacale.
Benjamin: e dunque?
Tatia: te lo fa venire duro, Ben?
Benjamin: stanne fuori.
Il ragazzo guarda la sorella. Lei è così: deve provocare, ne ha bisogno come l’ossigeno.
Tatia: è anche vergine. L’ho percepito. Pensaci, in fondo venire qui per lei è stato come una specie di suicidio. Una strega vergine in una cittadina piena di creature brutte e cattive.
Tatia pronuncia queste parole con tono goliardico, divertita dalla situazione. E’ il suo nuovo gioco.
Benjamin: non la conosci.
Benjamin non conosce Rose, ma sicuramente non vuole entrare in dispute che fanno parte di qualcosa che è più grande di lui, a differenza della sorella, che adora immischiarsi in cose che non la riguardano.
Tatia: ci pensi Ben?! Metterglielo dentro per te sarebbe come infilarlo in una centrale nucleare. Affascinante.
I due si guardano ancora, Benjamin è chiaramente infastidito dal tono della conversazione, ma è abituato alle provocazioni della sorella.

 

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“Sì, Zia, devo passare da una parte, ma tornerò a casa per cena. Stai tranquilla, va tutto bene, ho solo fatto delle amicizie e mi stanno mostrando la cittadina… A dopo!”

Colonna Sonora: Sidney’s Lament Slow

Rose attacca il telefono, odia mentire a sua zia, odia mentire in generale, ed odia mentire soprattutto in questo momento, visto che si trova all’entrata di una chiesa. L’unica di Twinswood.
La ragazza entra, lasciandosi alle spalle la ormai quasi buia cittadina.
Entrando in chiesa, il clima cambia. Il posto è completamente vuoto, ma accogliente. La ragazza guarda in avanti, gli affreschi riescono a metterla in soggezione, soprattutto ripensando alle parole di Lana.
Rose si fa avanti, verso il centro, cercando in qualche modo conforto, anche se non è mai stata una persona molto religiosa. Tra le mani una busta del “Magic Emporium,” che lascia intravedere il libro sui segreti delle streghe che ha acquistato.
“Posso aiutarti?
Rose si gira, notando alle sue spalle un sacerdote.

file_205513_0_Mark_Pellegrino

Rose: mi scusi. Ehm… Sono nuova di qui.
Sacerdote: sono padre Larson.
Rose: mi chiamo Rose.
L’uomo ha un’aria rasserenante, una voce rasserenante.
Padre Larson: streghe? Argomento affascinante, cara.
Padre Larson nota la busta che Rose tiene tra le mani.
Rose lo guarda, cercando di mascherare il nervosismo con un’espressione curiosa
Rose: lei ne sa qualcosa?
Padre Larson sorride, quasi compiaciuto, quasi come se aspettasse con impazienza una domanda del genere.
Padre Larson: nel 1642 ci fu una grande caccia alle streghe a Twinswood.
Rose: sì, ne ho sentito parlare, padre.
Padre Larson: quello che si dice nei libri non rispecchia quasi mai la pura e certa verità. Non fu un bel periodo.
L’uomo parla quasi come se avesse assistito al tutto. Rose indietreggia leggermente, senza farsi notare. La chiesa è vuota, le voci rimbombano, provocando un disturbante eco.
Padre Larson: fu devastante. Ma necessario.
Rose sgrana gli occhi
Rose: lei, lei crede che le streghe siano davvero esistite?
Padre Larson si reca verso il centro della sala, spostando un candelabro sull’altare principale. Sembra quasi un rituale. Un rituale che Rose non conosce, non che sia mai stata un’esperta delle usanze religiose.
Padre Larson: oh, è più di questo. Io credo che esistano ancora.
La tonalità dell’uomo si abbassa, improvvisamente tutto ciò che c’era di “sicuro” e rasserenante nella sua voce svanisce. Ma è strano, Rose non sa da cosa dipenda. Indietreggia ancora un po’, chiaramente il discorso la mette a disagio.
Rose: cosa vuole dire?
Padre Larson la guarda attentamente, rimanendo fermo al suo posto.
Padre Larson: lo sa, molto tempo fa i demoni camminavano sulla terra. Non tutti lo sanno, ma erano qui…
L’uomo sorride, di nuovo.
Padre Larson: e si divertivano, vivevano come Dei tra gli umani. Uccidevano uomini, si accoppiavano con le loro donne. E quando queste donne restavano incinte, partorivano degli esseri diversi.
Un brivido percorre la schiena di Rose
Rose: streghe?
Padre Larson: già. Le streghe. Sono le figlie del male.
Rose perde qualsiasi senso di fiducia nei confronti dell’uomo, indietreggiando ancora.
Padre Larson: sono creature infernali.
Il padre inizia ad avanzare verso di lei, e più avanza, più la tonalità della sua voce si abbassa.
Rose: ok, la ringrazio di tutto… ora devo andare.
Padre Larson: ma come, non resti ancora un po’? Potrei dirti di più.
La voce ormai è del tutto cambiata. È una voce demoniaca, plasmata. Rose ha l’istinto di correre, di scappare.
Padre Larson: non dovresti leggere quelle cose, Rose.
Rose: lo so. Mi dispiace, io, io ora devo…
Padre Larson: devi cosa?
Gli occhi di padre Lorsan iniziano a colorarsi di nero, mentre i contorni iniziano a diventare venosi.
Rose: oh mio Dio…
Il cuore di Rose ha ormai assunto un ritmo troppo forte, sembra uscirle dal petto.
Padre Larson: vuoi essere una strega Rose, vuoi essere una puttana di Satana?!
Rose, dopo questa espressione, si fa coraggio, si gira, ed inizia a correre più veloce che può. Ma il demone l’aveva previsto, con un semplice salto in avanti la raggiunge, portandola a terra. Rose urla, urla con tutta la voce che ha.
Il demone la imita, urlando insieme a lei, mentre il suo volto si plasma in diverse forme demoniache.
Larson mette una mano sul collo della ragazza, stringendo forte.
Larson: cosa direbbero mamma e papà della loro figlia puttanella?!
Rose guarda il volto del demone, che a scatti si trasforma in ciò che ricorda di sua madre, e poi in ciò che ricorda di suo padre.
Larson: crazy hazy dazy. MUORI.
Il demone rimarca l’ultima parola, stringendo ancora più forte.

Rose inizia a perdere i sensi, le immagini si fanno sempre più sfocate, fino a scomparire nel buio. E quando ciò avviene…

“Larson!”

Larson guarda in avanti, Benjamin è all’entrata della chiesa.
Benjamin: che cosa stai facendo?
Larson: io volevo portarla al padrone.
Benjamin fa cenno di no con il capo
Benjamin: no, la stavi uccidendo!
Larson: ha solo perso i sensi, mio signore.
Benjamin: allontanati da lei.
Benjamin guarda il demone, ormai completamente plasmato in volto, il nero negli occhi, nelle vene della faccia, e in tutte le parti del corpo visibili.

Mentre tutto ciò accade, Rose è in uno stato di semicoscienza, non riesce a capire dove si trova. Ma riesce a sentire delle voci, come se si trovasse in una sfera.

“Rose.”

Rose: chi è?
Lisandra è proprio accanto a lei, le tiene la mano, mentre giace a terra.
Rose: sto morendo?
Lisandra fa cenno di no con il capo.
Lisandra: usa il fuoco, Rose. Ricorda le parole. Sentile tue. Non usare la rabbia, usa l’amore.
Rose guarda gli occhi della donna, pieni di speranza, pieni di fiducia, non sa ben dire se stia sognando, ma sa che lei è lì, con lei.

Rose tossisce, sembra che stia per riprendersi. Benjamin indietreggia per non farsi vedere. Ormai Larson è lontano dalla ragazza.
Rose vede chiaramente ora, e assurdamente, sapeva che quello non era un incubo, sa bene di trovarsi nella realtà.

La ragazza, lentamente, prova ad alzarsi, riuscendoci pian piano, con successo.
Il demone ride, inizia a ridere a crepapelle, prendendola chiaramente in giro. Ma la ragazza è ferma nello sguardo, impaurita, ma sicura di sé.

“Il sangue pulsa a poco a poco, scorrendo accende questo fuoco.”

Rose pronuncia queste parole con decisione, pensando a ciò che le ha detto Lisandra, pensando all’amore per i suoi genitori, per sua zia, per sé stessa. La voglia che ha di continuare, e quelle parole in quel libro che acquistano incredibilmente senso.

Sente ribollire dal sangue una grossa scarica di calore, le pervade il corpo fino ad arrivare alle mani, prendendo forma in vero fuoco ardente. Il demone sembra sorpreso quanto Rose, così come Benjamin che assiste alla scena nascosto in un angolo, pronto comunque ad intervenire nel qual caso ce ne fosse bisogno.

Le fiamme bruciano, Rose, d’istinto, le rilascia a terra. Il demone, di nuovo, scoppia a ridere, prendendo in giro la sua inesperienza.

Rose lo guarda, attentamente, di nuovo.

“Il sangue pulsa a poco a poco, scorrendo accende questo fuoco.”

E di nuovo, nelle mani di Rose arrivano due grosse fiamme, ma stavolta la ragazza non le sprecherà a terra, le lancia, con forza, contro il demone, che incredulo inizia a prendere fuoco, inizia ad ardere, cercando di spegnersi gettandosi tra le sedute della chiesa.

Ma Rose continua, continua imperterrita.

“Il sangue pulsa a poco a poco, scorrendo accende questo fuoco.”

Sempre con più precisione, sempre con più potenza. Continua, continua fino a quando il demone, e parte delle sedute, non diventano cenere. Questo richiede qualche minuto. Rose si guarda attorno, le fiamme ardono quella chiesa, che non è mai stata dimora di Dio. Rose, dopo essere rimasta a guardare per un imprecisato lasso di tempo, decide di andarsene camminando. Non scapperà. Prima di uscire dalla chiesa in fiamme, recupera lo zaino, e quindi il libro. Poco dopo anche Benjamin uscirà dall’edificio.

Rose ha camminato fino a casa, senza aver paura, senza essere particolarmente preoccupata per ciò che può trovare lungo il suo tragitto. L’idea di poter semplicemente dar fuoco alle cose tramite una filastrocca è alquanto rilassante quanto sconvolgente. La ragazza scende verso il tragitto che porta al lago, non può permettere che sua zia senta i vestiti puzzare di fumo, e soprattutto non può mostrarsi con la cenere nei capelli.

La ragazza avanza verso il lago, completamente vestita, immergendosi. L’acqua è fredda, si domanda come Benjamin riesca a sopportarla di sera. E a proposito di Benjamin, ricorda l’appuntamento con Lauren al quale non è andata. Certo non potrà usare la carta “ho sconfitto un demone in una chiesa.”

“Rose!”

Meredith è uscita di casa, in fretta, avendo sentito il rumore dell’acqua.

Rose: hey!
Rose la guarda, sorridente.
Meredith: sei vestita!
Rose: mi piace questo posto!
Le due urlano, cercando di far arrivare la voce a destinazione. Meredith sorride, sorpresa dalla pazzia di Rose, ma contenta della sua affermazione. In realtà la ragazza vuole semplicemente tranquillizzare la zia, e rendersi conto di quale sia il suo scopo. Non tutti possono dire di avere un libro che spiega perché si è venuti al mondo.

 

Colonna Sonora: Seven Devils

In una stanza che ricorda un antico sotterraneo, Alec è al centro, accerchiato da vari uomini incappucciati, che tengono in mano dei candelabri.

Alec: signori miei. Questa sera abbiamo subito una grave perdita. I tempi oscuri sono iniziati, una grande persecuzione ci aspetta. Perdite, forse molte perdite, fanno parte del nostro futuro. Ma che questo serva da lezione. Larson era una di noi. Era uno dei nostri amici più fedeli, eppure, ha infranto una promessa. Questo è un grande disonore per la nostra stirpe. Ma la consapevolezza che il nemico sa di essere il nemico, ci porta a proseguire dritti per la nostra strada. Quando la strega recitò la sua profezia, eravamo convinti che non ci fosse scampo, eravamo convinti di giacere nelle tenebre per sempre all’arrivo della prescelta ma… ogni prescelta ha il suo prescelto come controparte. E nostro figlio Benjamin ci condurrà verso quella che sarà la vittoria. La mia, la vostra, delle tenebre!

Gli uomini incappucciati esultano, rendendo onore ad Alec.

Alec: bene, ora lasciatemi cenare!

Mentre gli uomini se ne vanno, Alec afferra da terra un braccio, portando verso di sé Kristin, la ragazza che era a letto con Benjamin. Sembra impaurita, fuori di sé. Troppo terrorizzata per poter dire una parola.
Alec: ciao!
Kristin: che cazzo vuoi?!
Alec: tranquilla cara.
Kristin: che cosa vuoi farmi?!
Kristin urla, rabbiosa, cercando di sfuggire all’uomo, che tuttavia continua a tenerla stretta a sé.
Alec: voglio solo mangiarti.
Kristin continua a guardarlo, incredula. L’uomo allarga lentamente la bocca, pian piano, fino a quando non raggiunge un’espansione innaturale, la ragazza continua ad urlare, terrorizzata, immobile a causa della forza dell’uomo, ,ma anche a causa dell’immane paura, mentre Alec, proprio come un’anaconda che inghiotte la sua preda, inizia a risucchiare la testa della ragazza, a mangiarsela, mentre questa ancora respira.

Colonna Sonora: No Light No Light (Unplugged)

Rose è seduta sul letto, i capelli bagnati avvolti in un asciugamano, è da poco uscita dalla doccia, il buon proposito di sistemare la stanza a modo suo è andato in fumo, visti i recenti avvenimenti, a gambe incrociate, continua a sfogliare il libro, attentamente, cercando di capire la prossima mossa, cercando un segno, un indizio, una chiave per decifrare il tutto.

Ma di nuovo, ecco un rumore, un rumore che porta al lago. La ragazza chiude il libro lentamente, con cura, come sempre, alzandosi dal letto lascia cadere l’asciugamano, i capelli umidi bagnano la t-shirt che indossa come pigiama. Arrivata alla finestra, Rose guarda in basso. Benjamin è lì, di nuovo, ancora mezzo nudo, ma stavolta non è rivolto di spalle, anzi, guarda alla finestra, guarda Rose. I due si fissano per qualche secondo, qualche strano secondo, fino a quando la ragazza non decide di indietreggiare, spegnere la luce, e lasciare che Benjamin faccia il bagno nel suo lago.

Fine primo episodio.

MESSAGGIO IMPORTANTE: SE VOLETE CHE LA STORIA CONTINUI, COMMENTATE NEL SITO, SCRIVETE COSA NE PENSATE, I VOSTRI PERSONAGGI PREFERITI, E LE VOSTRE IMPRESSIONI. 

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5 comments

Anonimo 30 Gennaio 2014 at 01:55

…complimenti scrivi bene..penso che riusciresti meglio se nn attingi ai vari telefilm..saresti geniale…complimenti comunque

Reply
Giulia 11 Maggio 2014 at 23:12

Bello, davvero bello! Mi pento solo di non aver iniziato a leggerlo prima. Il modo in cui è scritto trasporta molto, così come la storia, molto interessante 🙂

Reply
Marco 4 Giugno 2014 at 17:32

Complimenti! Hai fantasia e sei dotato. Da scrittore in erba quale sono, però, penso che una critica costruttiva sia meglio di un semplice complimento. Secondo me dovresti lasciar scorrere il testo più liberamente, senza imbrigliarlo in consuetudini e regole grammaticali, alleggerisci la punteggiatura (questo è anche un mio limite, purtroppo). Non ho il tuo talento, sia chiaro, ma penso che così il testo procederebbe meglio. Per il resto, bravissimo!

Reply
Federica Ferraro 14 Giugno 2014 at 00:38

I enjoyed it sooo much!
Ma non so perché mi ha colpito un dettaglio:il fatto che quando un demone ti prende come bersaglio, senti un ricordo proveniente dal suo passato. L’ho trovata una figata! *__*

Reply
susi 18 Settembre 2014 at 22:43

Bellissimo!

Reply

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