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Doctor Who Rubriche & Esclusive

Run you clever writer – Omaggio a Steven Moffat

Come ormai saprete tutti, Steven Moffat ha ufficialmente lasciato il timone di Doctor Who, dopo cinque stagioni nei panni di showrunner.

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C’è chi si sta disperando alla notizia, chi invece ha fatto festa grande in giardino con tanto di fuochi d’artificio artigianali ma, comunque la pensiate e qualunque sia il vostro Dottore preferito, è innegabile che quest’uomo sia stato una delle colonne portanti di questa nuova era dello show partita nel 2005. Io per prima spesso mi sono ritrovata a storcere il naso di fronte ad alcune sue scelte narrative, ma resta il fatto che è a lui che dobbiamo alcuni personaggi che ci hanno rubato cuore e anima – come ad esempio i Pond e Clara, nonché ovviamente gli ultimi due Dottori e una geniale rigenerazione del Master. Gli dobbiamo anche tutta una serie di fobie irrazionali che non pensavamo nemmeno potessero esistere – quella per i pupazzi di neve ad esempio – una sequela di notti infinite passate a scervellarci nel tentativo di mettere in ordine le idee su alcune storyline alquanto confusionarie, e immagino che a tutti noi debba risarcire tutta una serie di ghiandole lacrimali prosciugate, con tanto di bonus per quella sensazione di ansia perenne che ci ha assalito ogni volta che schiacciavamo il tastino play del nostro riproduttore video, perché non si può mai sapere quando il caro amico Steven deciderà di strapparti il cuore dalla gabbia toracica, schiacciarlo per benino, giocarci un pochino a ping pong e infine fargli una bella doccia gelata prima di rimetterlo al proprio posto tutto contuso e ammaccato, facendo anche finta che non sia successo nulla.

Oggi sono qui non per parlarvi di tutte le volte che Moffat mi ha fatto venire voglia di prendere il computer e sbatterlo fuori dalla finestra – e credetemi, sono tante – ma sono qui per parlarvi di tutte le volte che mi ha tenuta incollata allo schermo raccontandomi la meravigliosa storia dell’undicesimo Dottore e dei Pond.
Di Amelia Pond, the girl who waited.
Di Rory Williams, the last centurion.
E di Eleven, il Dottore che forse per la prima volta nella storia delle sue rigenerazioni si crea una famiglia. Perché i Pond sono diventati a tutti gli effetti la sua famiglia, le persone da cui tornare quando si imbarcava in un’avventura solitaria, le persone con cui festeggiare gli avvenimenti importanti, le persone a cui affidare la propria vita quando l’unica maniera per salvarla era per l’appunto affidarla a mani esterne. Sì, lo so, è un po’ quello che succede con ogni companion – soprattutto la parte in cui si arriva a un livello di fiducia tale da affidarsi completamente all’altro in caso di pericolo, senza nemmeno porsi domande – ma qui il rapporto è stato portato a un livello successivo rispetto al passato, al livello in cui non era solo il companion a essere partecipe della vita del suo Dottore, ma era anche il Dottore a voler essere partecipe di ogni aspetto della vita del – o dei in questo caso – companion, anche i più quotidiani, soprattutto quelli quotidiani. C’è tanta quotidianità nell’era di Eleven, ce n’è così tanta che anche se sappiamo che non è nell’indole del Dottore di sistemarsi a vita nell’accezione umana del termine, probabilmente non ci saremmo stupiti più di tanto se un bel giorno l’avessimo visto andare in giro per Londra al seguito di un agente immobiliare per cercare una casa alternativa alla sua Tardis, giusto per i momenti di noia.

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Lo ricordate Eleven svaccato sul Pond-divano a guardare la televisione? Credo sia una delle mie immagini preferite, quella di Eleven domestico in generale, un’immagine che non ha prezzo per un personaggio che ha tutto l’universo in ogni sua linea temporale, letteralmente a portata di mano.

Eleven è anche l’unico Dottore ad accasarsi nel senso umano del termine – per quanto la coppia sia bizzarra e abbia un rapporto inusuale – e vogliamo parlare del fatto che di tutte le persone che popolano la galassia, lui – Eleven – sia stato destinato a sposare proprio River Song – Melody Pond – rendendo il suo legame con i suoi companion un legame di sangue? Ammettiamolo, è un quadro meraviglioso.

Al di là di tutte le singole avventure through space and time, al di là delle storyline orizzontali comprendenti i nemici più svariati a fare da minaccia costante, al di là perfino di tutte le cose che non ci tornano dell’arco narrativo comprendente la quinta, sesta e settima stagione, tolte tutte queste cose quella che ci rimane è una meravigliosa storia d’amore – non necessariamente nell’accezione romantica del termine, anzi – e di amicizia, riassunta benissimo dal titolo del penultimo episodio con protagonisti i Pond – il quarto della settima stagione, ‘The Power of Three’. È una storia – quella di Eleven e dei Pond -che secondo me non ha avuto eguali in questa serie televisiva.

dw02Amelia Pond non è la companion che si innamora follemente del Dottore e che non vede altri che lui nell’intero universo. Non è la companion disposta a mollare tutto a ogni ora del giorno o della notte per saltare sulla Tardis senza fare domande. Non è la companion che lascia alle spalle la sua intera vita e tutte le persone a cui tiene in un voto di fedeltà assoluto all’uomo che ha di fronte. Lei è quella che lo accetta subito, da bambina, e poi lo rifiuta da adulta perché l’ha lasciata lì ad aspettare per anni mentre il mondo intero le faceva credere che il Raggedy Man fosse stato solo frutto della sua immaginazione troppo viva. È quella che non è disposta a nessun costo a rinunciare a Rory – l’amore romantico della sua vita – e alla vita che sono riusciti a costruirsi insieme. È quella che fa tesoro di ogni singola esperienza e avventura vissuta con il Dottore, che salta sulla Tardis senza mai esitare, ma che a fine giornata vuole tornare alla quotidianità e al calore della propria casa con il Dottore.

Rory dal canto suo non è l’accessorio – spesso inutile – della companion del Dottore, Rory diventa un companion a tutti gli effetti, e nonostante inizialmente sia la figura di Amy a fare da ‘collante’ fra i due, alla fine si crea fra loro un rapporto di fiducia e di amicizia che, anche qui, è unico nel suo genere. Si arriva ad un punto in cui Rory e il Dottore hanno senso tanto quanto Amy e il Dottore, anche presi senza di lei in mezzo, a un punto in cui avremmo potuto benissimo vedere cinque episodi di fila di Rory e il Dottore a spasso insieme per la galassia senza trovarlo strano – un po’ come non trovavamo strani quei pochi episodi di Amy vissuti senza Rory.
È difficile riuscire a rendere a parole la grandezza di questi tre, è difficile riuscire a dare loro il credito che si meritano usando solo un po’ di inchiostro su un pezzo di carta.

dw00E in mezzo a tutta questa equazione, abbiamo avuto un altro personaggio molto chiacchierato, ovvero quello di River Song. È disturbante e, come ho già detto, terribilmente appropriato al tempo stesso che lei non sia altri che Melody Pond, la figlia di Amy e Rory, nonché delle persone più importanti nella lunga, lunghissima vita di Eleven. dw01Disturbante perché lei era già entrata nella vita del Dottore ancor prima che la vedessimo nascere, addirittura ancor prima che conoscessimo sia Eleven che i Pond – e qui, Moffat è stato un artista a collegare tutti i puntini, fino ad arrivare addirittura allo speciale di Natale del 2015 – in un intersecarsi di linee temporali di cui tenere traccia ci ha provocato più di un’emicrania. Coraggiosa e risoluta come la madre e sconsiderata e un po’ pazza come solo il nostro Dottore sa essere, River sarebbe stata pessima nelle vesti di potenziale companion, ma perfetta come ‘compagna di vita’ a tutti gli effetti – anche se l’espressione andrebbe virgolettata non una, ma bensì cento volte.

Ora ditemi, ce la sentiamo veramente di odiare Moffat dopo questo quadro meraviglioso e mozzafiato che ci ha donato e che resterà nei nostri cuori per sempre?

Vi lascio con la mia personalissima top 3 degli episodi dell’era Eleven/Pond.

Al terzo posto, A Good Man Goes To War (6×07). È l’episodio in cui Melody Pond viene persa per sempre. È anche quello in cui viene ritrovata, quello della rivelazione sulla vera identità di River Song. Ma più di tutto ciò, è l’episodio in cui il Dottore è disposto a scendere in guerra con tutti i mezzi a propria disposizione, a rovesciare l’intera galassia e a mettere a rischio tutto quanto pur di salvare il suo bene più prezioso, Amy. Penso che tutti abbiamo ancora marchiate a fuoco le parole con le quali l’episodio si apre, recitate dalla voce fuori campo di River Song.

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È forse l’episodio che più di tutti ci mette in chiaro il fatto che Eleven non è il Dottore pacifico che era Ten, che Eleven è disposto a oltrepassare quella sottile linea che non andrebbe mai oltrepassata e, soprattutto, che Eleven ed Amy sono una cosa sola, nell’accezione meno romantica possibile dell’espressione e proprio per questo così meravigliosamente bella.

Al secondo posto metto Vincent and The Doctor (5×10). Non è un episodio particolarmente significante a livello di storyline orizzontale, ma è l’episodio in cui Amy chiede al Dottore di aiutarla a salvare Vincent e, proprio quando crede che la loro missione sia riuscita – in una scena mozzafiato in cui Vincent viene catapultato nel presente – sbatte il naso contro la triste realtà dei fatti, ovvero che il finale per l’amico pittore non è cambiato, nonostante loro fossero riusciti a donargli uno sprazzo di luce in mezzo al buio che era divenuta la sua vita.

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La scena finale, quella di Amy e del Dottore che tornano al museo nel presente e scoprono che la data di morte di Vincent non è mutata, la reazione di Amy, il modo di confortarla del Dottore… ebbene, questa è una delle mie scene preferite nell’intero universo telefilmico.

Al primo posto, The Angels Take Manhattan (7×05). Questo non solo è il mio episodio preferito in assoluto dell’era di Eleven, ma è anche il mio secondo episodio preferito dell’intera saga di Doctor Who, nonché uno dei miei preferiti in assoluto, punto. È stato criticato tantissimo, si è urlato al plot hole e al nonsense quando è uscito, e in parte potrei anche essere d’accordo. Ma tutto questo non basta a toglierli perfezione, perché questo è l’episodio in cui il rapporto di cui ho ampiamente parlato sopra, trova il suo culmine. C’è tutto, ed è perfetto.

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Ci sono Amy e Rory che non riescono a resistere all’ennesima chiamata del Dottore, nonostante siano più che mai consapevoli che ogni volta potrebbe essere l’ultima e che potrebbe finire male. C’è il Dottore che in qualche modo sente che la fine per loro è vicina, ma non riesce a non cedere all’impulso di bussare quell’ultima volta alla loro porta. C’è River Song, che diventa l’unico e ultimo tramite fra tutti quanti loro, quando tutto va a rotoli. C’è Rory che è disposto a sacrificarsi per Amy, Amy che lo fa per Rory perché per nessuno dei due può esistere un universo nel quale l’altro non ci sia. Infine c’è lui, Eleven, quello che rimane di nuovo solo quando il primo volto che il suo volto ha visto, decide di arrendersi agli angeli e di farsi trasportare chissà dove e in quale epoca pur di non vivere senza Rory. E c’è di nuovo River, grazie alla quale il Dottore verrà a sapere che in fondo i Pond hanno avuto una bella vita.

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Il cuore di tutti quanti loro si ritrova a venire spezzato in così tante maniere diverse tutte insieme, che io sfido chiunque a guardare questo episodio senza che anche il proprio di cuore faccia crac. È l’episodio in cui tutti loro devono rinunciare a qualcuno di importante pur di potersi tenere accanto qualcun altro di altrettanto importante. È l’episodio in cui il Dottore impara suo malgrado che certe cose non possono essere cambiate, per quanto siano dolorose e quasi impossibili da sopportare. O forse è l’episodio in cui il Dottore crede di averlo imparato, visto ciò che vedremo fare a Twelve ben tre stagioni e mezzo più tardi pur di non rinunciare a Clara. Comunque la si voglia girare, questo episodio è un capolavoro.

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LO SHOWRUNNER DELLE COMPANION

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“The story of Doctor Who is always the story of the companion, it’s always their story”

[Fonte]

Abituarsi a Steven Moffat non è facile, o almeno non lo è stato certamente per me. Ho sempre creduto che nel momento in cui Moffat sostituì Russell T Davies alla guida di Doctor Who, lo show cambiò totalmente il suo volto, quasi ricominciando tutto da capo così com’era successo nel 2005, perché tra il mondo di Davies e quello di Moffat si avverte a mio parere un cesura quasi netta, tra “I don’t want to go” e “Geronimo” non c’è effettiva continuità e tutti noi veniamo catapultati in una realtà completamente nuova, con un “nuovo” Dottore, nuovi compagni, un nuovo Tardis ma più di tutto, nuove storie. E proprio queste storie rappresentavano per me la novità più grande e forse più difficile da affrontare in quanto capire i percorsi mentali e creativi di Steven Moffat come showrunner e scrittore della serie non è impresa facile. Tutto sembrava esagerato, tutto sembrava più grande all’interno e non c’era un attimo di pausa o di silenzio, ogni storia sfrecciava nello spazio e nel tempo ad un ritmo più frenetico e inarrestabile di quanto fossimo abituati a vedere, come se il Tardis avesse deciso di ingranare la marcia e non fermarsi più. Quindi questa era forse la vera difficoltà: capire Moffat, capire che tipo di rapporto volesse instaurare con questo show, capire il suo modo di guardare e vivere Doctor Who. Ma quando quel momento arriva, quando lentamente inizia ad entrare in sintonia con le sue storie e con i suoi obiettivi, è allora che vedi Steven Moffat per quello che è in realtà: un dannato genio. E per me, quel momento particolare è avvenuto la prima volta in cui ho letto le sue parole sul ruolo della compagna, dei cosiddetti “companion”.

“It’s important to me that the little girls watching see Amy or Clara or Rose and want to be like them. People object and say you’re turning it into The Clara Show but that’s always been the case from the beginning. The Doctor’s always been a co-lead. He’s the hero figure but he’s not any more than a co-lead. Elisabeth Sladen was not less important than Tom Baker. Katy Manning was not less important than Jon Pertwee. Ian and Barbara frequently eclipsed the Doctor. Rose Tyler was the star of modern Doctor Who for the first two years. Every time any paper carried a photo of Doctor Who, it wasn’t Chris or David, it was Billie. And that’s a strength.”

[Fonte]

 

Arrivata ormai a un punto di non ritorno in cui a Steven Moffat farei scrivere anche le sceneggiature delle mie giornate, posso tranquillamente ammettere che ascolterei quell’uomo parlare della sua concezione di uno dei ruoli più belli che si possa mai avere la fortuna di guardare, per ore senza mai stancarmi delle sue parole perché è in quel pensiero che ritrovo perfettamente ogni sua scelta, è in quell’idea che rivedo uno degli aspetti che più amo incondizionatamente di questo mondo. Steven Moffat per me è stato lo “showrunner delle compagne”, è stato colui che ha rifiutato e allontanato progressivamente definizioni come “assistent” o anche “companion” perché ai suoi occhi loro erano le star, loro erano il motivo per cui la serie riesce sempre a reinventarsi, loro erano, nella più profonda umanità e quotidianità, protagoniste tanto quanto il Dottore, il suo show apparteneva a queste donne (per la maggior parte, perdonaci Rory!) che, come lui stesso afferma, “non sono Bond Girl” che scompaiono nel nulla da un film all’altro, loro entrano nella storia e nella vita del Dottore per restarci sempre, anche quando vanno via, il loro ricordo resta indelebile in lui e il loro distacco non potrà mai essere facile perché perdere una di loro annienta il Dottore ogni volta, lasciandolo nuovamente solo senza quell’amica, senza quella persona che in quel particolare momento impara a conoscerlo meglio di chiunque altro. E Doctor Who, per Moffat, è sempre stato lo show delle compagne tanto quanto del Dottore, i suoi occhi da fan innamorato di questa serie hanno sempre visto Sarah Jane al fianco di Tom Baker, Ian e Barbara al fianco di William Hartnell e soprattutto nel 2005, quando il Tardis ha ricominciato a viaggiare nelle nostre vite, Steven Moffat ha visto Rose Tyler ed è stato travolto da lei e da tutto ciò che quel personaggio significava. Io credo che Rose Tyler sia stata una sorta di epifania per Moffat, sapete, quel momento in cui guardiamo quasi con estasi ciò che più amiamo nelle mani di un altro e pensiamo “un giorno lo farò anch’io e sarà fantastico!”, e Steven Moffat secondo me ha aspettato a lungo quel giorno in cui la serie sarebbe stata davvero sua e allora avrebbe avuto la sua Rose Tyler, la sua star, il personaggio che avrebbe quasi dovuto eclissare l’immenso Dottore, la donna che si sarebbe imposta nel suo Doctor Who non come compagna ma come protagonista, la SUA protagonista, il centro del suo show, quella per cui non avrebbe mai smesso di scrivere. E infine quella donna è arrivata ed era quasi impossibile, la sua ragazza impossibile, col nome di Clara Oswald e il volto di Jenna-Louise Coleman.

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Sebbene la storia di Clara Oswald come “impossible girl” venga presentata e sviluppata nell’ultima fase dell’epoca di Matt Smith come Undicesimo Dottore, credo che sia evidente ormai che la vera evoluzione del personaggio avvenga con l’avvento del Dodicesimo Dottore interpretato da Peter Capaldi. A mio parere, Moffat ha portato avanti parallelamente la caratterizzazione del “nuovo” Dottore e dei “nuovi” aspetti di Clara che ci ha permesso di conoscere, lontani ormai dal mito della ragazza impossibile perché come lui stesso ha affermato diverse volte, in fin dei conti non c’era nulla di impossibile in lei, era soltanto straordinariamente umana. Così ci ritroviamo nell’ottava stagione di fronte ad un nuovo inizio per entrambi, mentre impariamo a conoscere meglio due personaggi che abbiamo già visto e vissuto ma che adesso si mostrano in tutta la loro complessità, tanto da aver bisogno anche loro di riconoscersi ancora volta, di crescere e di capire di non essere “destinati” a restare insieme ma di volerlo fare, più di qualsiasi altra cosa. Ed è proprio in questo contesto di conoscenza, proprio nel momento in cui il Dottore cerca le risposte più giuste a tutte quelle domande arrivate con la rigenerazione, che Clara Oswald prende vita e spessore ancora più di quanto fosse accaduto in precedenza, diventando l’unico punto fisso nella quotidianità del Dottore, l’unico aspetto della sua realtà che non mette in dubbio perché è stata il primo volto che ha visto nell’istante della sua “rinascita”, è stata la persona che dimostrava giorno dopo giorno di conoscerlo meglio di quanto lui conosca se stesso. Penso che si possa quasi “avvertire” il momento in cui la caratterizzazione di Clara diventa così dettagliata da andare oltre la parola scritta sulla carta e diventare qualcosa di vero che vive sospesa in un luogo intermedio tra le idee di Steven Moffat e le interpretazioni di Jenna Coleman, mentre tra loro due si crea inevitabilmente un rapporto di estrema e totale fiducia che innalza il personaggio ad un nuovo livello creativo. Le critiche mosse proprio in questo periodo al personaggio di Clara Oswald non sono altro che una conferma di ciò che sto affermando: in molti la consideravano preponderante, centrale, protagonista a volte più di quanto il Dottore stesso non fosse e la verità è che avevano ragione perché Moffat aveva finalmente trovato quella “compagna” in grado di capovolgere gli equilibri mettendo in dubbio ciò che in molti consideravano una certezza, ossia che il Dottore venisse prima di tutto e tutti, vivendo su un altro livello rispetto all’umanità. Più Moffat scriveva, più Clara Oswald diventava importante, per lui, per il Dottore, per la storia, per chiunque la vedesse mettersi comoda in quel Tardis come se fosse anche casa sua adesso. Ma allo stesso tempo, episodio dopo episodio, Moffat le dedicava talmente tante attenzioni da non dimenticare mai la sua umanità, la sua personalità sfaccettata, la sua forza travolgente e contemporaneamente quell’insicurezza che celava ma non troppo bene perché tornava a farsi sentire quando meno te lo aspettavi.

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In “Listen”, a mio parere uno degli episodi più belli da lui scritti, Moffat porta Clara in un posto in cui nessun’altra compagna era mai stata: nel tempo in cui il Dottore era più fragile e indifeso, nella sua infanzia. Fin dalla storia della “ragazza impossibile”, Moffat aveva cercato secondo me di inserire Clara nel mondo classico di Doctor Who, portandola infatti a salvare il Dottore in ogni sua vita. Ma dopo aver addirittura riportato indietro Gallifrey nell’evento del 50esimo anniversario della serie, in “Listen” Moffat porta Clara all’inizio di tutto, la rende una dolce voce nell’oscurità della notte di colui che era solo un bambino all’epoca e non voleva essere nient’altro, non un guerriero, non un grande Signore del Tempo.

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Clara Oswald quella notte vede il cuore puro del suo Dottore e ha la possibilità ancora una volta di influenzare quella purezza, di illuminargli, come un faro lontano, la giusta via da seguire, di accompagnarlo per mano, la stessa mano che lo accarezza o lo rassicura, verso il suo futuro, un futuro in cui essere spaventato sarà l’unica arma di cui avrà bisogno e non dovrà essere un guerriero o un codardo ma soltanto il Dottore, soltanto se stesso, e quel giorno lei sarà di nuovo lì al suo fianco a tenergli la mano e a ricordagli quella promessa.

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In “Flatline” invece, forse uno degli episodi più sottovalutati e “odiati” dell’ottava stagione, Clara realizza per la prima volta l’incubo di molti seguaci “tradizionalisti” della serie e diventa ancora più protagonista di quanto non sia mai stata, Clara Oswald diventa il Dottore.

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Separata dal suo Dottore a causa di uno “sbalzo” di dimensioni, Clara si ritrova costretta a prendere in mano la situazione, con tanto di carta psichica, cacciavite sonico e Tardis nella borsa. Entusiasta e divertita forse più del dovuto, Clara si rende conto di sentirsi perfettamente a suo agio nei panni del Dottore, diventando un mix perfetto di ciò che ha imparato da lui e ciò che invece è sempre stata, geniale e umana. Ancora una volta, sebbene non abbia scritto personalmente l’episodio, Moffat affida a Clara le redini dello show, concedendole il totale controllo sulla storia e portando nuovamente il Dottore al suo stesso livello, mentre le differenze si annullano progressivamente e da “compagna” Clara diventa co-protagonista, o forse lo diventa il Dottore, questo è ancora da chiarire.

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In “Death in Heaven” gli occhi di Jenna Coleman sostituiscono quelli di Peter Capaldi nella sigla iniziale perché inizialmente quello doveva essere il suo ultimo episodio nella serie e come tale Moffat voleva concederle l’addio che meritava. Quello che non tutti sanno però è che in quel periodo, per ben due volte, Jenna Coleman ha cambiato idea sul suo coinvolgimento nello show e per ben due volte Steven Moffat ha adattato i suoi piani alle sue decisioni, riscrivendo intere scene o finali solo per lei, solo per poter avere la possibilità di continuare a scrivere per Clara Oswald, perché una volta trovata la sua star era diventato impossibile lasciarla andare. Ma quando quel momento è davvero giunto, quando la storia della sua protagonista è davvero arrivata al termine, Steven Moffat ha creato per Clara Oswald la storia più incredibile ed entusiasmante che potesse mai scrivere, donandole un finale epico, qualcosa che nessun’altra “compagna” ha mai avuto. In “Hell Bent”, Moffat abbatte per Clara anche i limiti invalicabili della morte, concedendole l’ultima immensa avventura con il suo Dottore, regalandole istanti preziosi in cui permetterle di dirgli tutto ciò che aveva sempre taciuto, portandola su Gallifrey e rendendo infine il suo legame con il Dottore estremo, assoluto, impossibile, proprio come lei. Steven Moffat concede a Clara Oswald di conservare i suoi ricordi, le spezza il cuore tramite le note della SUA canzone suonata da un uomo che adesso non la riconosce, ma poi le dona un ultimo sorriso che in qualche modo nasconde una speranza, perché se è vero che non può sfuggire al corvo che le viene incontro, è anche vero che in quell’istante, tra un battito e l’altro, Clara Oswald è viva e libera ma più di tutto è a casa, in un Tardis tutto per lei con cui tornare a Gallifrey come il Dottore le ha insegnato… per la strada più lunga.

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Ecco, questo era Steven Moffat come showrunner di Doctor Who, questo in realtà era solo uno dei suoi tanti aspetti ma era il mio preferito perché era quello che riuscivo a capire meglio di qualsiasi altra cosa, era diventata quasi una certezza perché sapevo che lui era l’unico ad amare Clara Oswald quasi più di me.

 

“The first version was David, Matt and Chris together. With whatever involvement we could contrive for the other Doctors, but – being brutal – it had to be Doctors that still looked like their Doctors”

[Fonte]

 

Penso che sia punibile a norma di legge omaggiare il lavoro di Steven Moffat come showrunner di Doctor Who senza menzionare una delle sue opere più grandiose, l’episodio speciale per celebrare il 50esimo anniversario di questa immensa serie tv. “The Day of The Doctor” ha rappresentato probabilmente uno di quei momenti catartici per me nei confronti di Steven Moffat perché ancora oggi quell’episodio, quell’evento televisivo, mi permette di rendermi conto di quanto quell’uomo abbia venduto una parte della sua anima a questo mondo, con gli stessi dubbi e le stesse paure che un fan avrebbe nel mettere mano a una storia che ha amato e che da un momento all’altro, scrivendo anche solo una parola sbagliata, potrebbe rovinare per sempre. Con “The Day of the Doctor” Steven Moffat ha superato se stesso per quanto mi riguarda, abbracciando in un unico evento i cinquanta anni di storia di Doctor Who, riportando nelle nostre vite non solo la perduta Gallifrey ma ogni volto del Dottore, anche quello che all’epoca dovevamo ancora conoscere, a volte come un ricordo, altre volte in carne ed ossa, nelle forme di colui che rimpiange, colui che dimentica e colui che invece ha spinto quel grande bottone rosso e ha spazzato via la sua intera specie. Grazie anche alla presenza limitata ma imponente della sua Clara Oswald, Moffat concede al Dottore, in tutte le sue forme, ciò di cui più aveva bisogno ossia il ricordo di una promessa fatta a se stesso e in nome di quella promessa, il Dottore capisce di poter cambiare la sua storia come fa da sempre ormai e di poter essere nuovamente fiero del nome che ha scelto, senza dimenticare, senza rimpiangere.

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“We had to work out what else to do. At that point neither David nor Matt were under contract either. I had Jenna. And I did come up with a plotline that was just Jenna. It was a nightmare. We’re weeks from filming. A production team is assembled, people are doing storyboards and I don’t even know if anyone who has ever played the Doctor is going to be in it. And meanwhile the entire internet is finding my email and sending me the most hideous death threats. Because I haven’t got William Hartnell back! And I’m thinking, “Well, one: he hasn’t answered the phone. I don’t know why…” But never mind him – I’m not sure if David and Matt are doing it either. I’m crouched in the corner of my office wondering, “What the f*** am I going to do!”

 

Come sempre le parole di Moffat fanno anche sorridere quando parla del processo creativo che ha permesso la nascita di questo episodio speciale, quando racconta di quanto avesse voluto richiamare anche Christopher Eccleston o … William Hartnell ma per qualche ragione entrambi purtroppo non erano disponibili! Anche in quel momento, Jenna Coleman era la sua unica certezza ma sono le parole che Moffat spende su Billie Piper ad emozionarmi ogni volta e a confermare il pensiero che ho espresso precedentemente, ossia quanto importante Rose Tyler e la sua interprete siano state per lui, in quanto fan, scrittore e successivamente showrunner di questa serie. E per quanto mi riguarda nessuno potrà mai superare una tale passione.

 

“There would have been options but none of them would have been as perfect as Billie, who, in some ways for me, represents the revival of Doctor Who more than anybody else. I know I’ll get in trouble for saying this, but if you look back at the first two years of Doctor Who‘s revival, it’s all about Billie. It’s her show for two years. I mean, it’s really startling watching ‘The Runaway Bride’ and you’re going, ‘Where is she? Where’s the star of the show?’”

 

Di Steven Moffat possiamo dire ciò che vogliamo, possiamo esprimere opinioni o pareri personali positivi o negativi, ma credo che sia inevitabile ammettere quanto straordinariamente innovativo lui sia stato per questo show (la rigenerazione del The Master in Missy segna un punto di non ritorno nella storia, così come la scelta di Michelle Gomez come interprete, che è totalmente merito di Moffat), riuscendo nello stesso momento ad abbracciare e capire meglio di chiunque altro la sua anima più autentica e classica, annullando quasi le distanze tra Peter Capaldi e William Hartnell, riunendo tutti quei volti e tutte quelle personalità in un unico inimitabile Dottore. Quindi sì, Steven Moffat potrà non piacere a tutti i fan, ma credo che da whovian il minimo che gli si possa concedere è il rispetto per l’immenso lavoro fatto con la serie. E magari anche un Grazie non guasterebbe.

WalkeRita

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1 comment

Francesco 30 Gennaio 2016 at 10:01

Attenzione, non “ha lasciato dopo cinque stagioni”, bensì “lascerà dopo sei”! 😉

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