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Recensioni Riverdale

Riverdale | Recensione Stagione 1

Chiamatelo trash, chiamatela leggerezza o chiamatelo guilty pleasure: Riverdale è stato tutto questo a livelli veramente altissimi, talmente intensi che sono servite due menti per riuscire ad analizzare nel dettaglio questa prima stagione ed uscire dall’abbaglio di quei capelli rossi usciti direttamente dal catalogo dei pennarelli Giotto. Io e Moonrising ci siamo prodigate per la vostra somma gioia in questa doppia recensione, senza riserve e senza pietà, per cui, se non volete incorrere in drammatici spoiler, procedete, a vostro rischio e pericolo!

Rivardale mi ha dato soddisfazioni che non avrei mai immaginato di poter ancora ricevere da un teen drama alla veneranda età di quasi trent’anni. Guilty pleasure è la definizione che più gli calza a pennello, perché – ormai a che serve la dignità – ammetto che è stata una delle serie che aspettavo con più gioia nel fine settimana, una pausa di puro e totale relax infarcita di clichè narrativi e di recitazione non certo eccelsa che si lascia splendidamente guardare; incredibile come non si riuscisse veramente a staccare gli occhi dallo schermo. La chiave vincente credo sia stata la sua natura così eccessivamente pop, dall’ambientazione che ricorda in tutto e per tutto gli anni ’50 (tanto che, se non fosse stato per l’apparizione di computer e cellulari, avrei pensato che quella cittadina fosse rimasta congelata nel tempo in un eterno remake di Grease) alle scene e agli attori. Tirare in ballo vecchie glorie del passato come Luke Perry da Beverly Hills 90210, Madchen Amik da Twin Peaks e Skeet Ulrich da Scream, è stata una mossa molto intelligente per richiamare l’attenzione di chi, come me, con questi film e telefilm iconici ci è cresciuto – ed infarcire il tutto di nuove e aitanti leve ha reso il passo da complesso di Edipo a rischio pedofilia estremamente breve.

Come se tutte queste accattivanti premesse non bastassero, un articolo che ho letto tempo fa mi ha aiutato ad aprire i miei orizzonti e a realizzare che effettivamente Riverdale può essere considerata una versione nuova e migliorata di Dawson’s Creek. Produttore esecutivo a parte (Greg Berlanti), le similitudini ci sono eccome: la ragazza nuova e disinibita che viene da New York a sconvolgere la cittadina di provincia; la ragazza della porta accanto che si innamora prima del migliore amico e poi del ragazzo disadattato e senza futuro; la storia peccaminosa con la professoressa… insomma, potremmo anche andare avanti, ma il punto è che Riverdale non ha portato nulla di nuovo sullo schermo, ma lo ha fatto con una tale disinvoltura che alla fine non si avevano pretese nemmeno guardandolo. Ovviamente sono diminuite le pippe mentali e sono aumentati vertiginosamente i centimetri di pelle esposta (eh sì Cheyl, amore della zia, sto parlando di te, che magari i tuoi genitori non ti prendono sul serio non perché sei donna ma perché vai in giro conciata come una prostituta) ma si tratta di un naturale adeguamento alle nuove generazioni; qui la gente limona già dalla seconda puntata, che a Dawson buon anima gli sarebbe venuta una sincope. Che poi parlo, parlo, e smonto la trama fino al midollo, ma la verità è che l’ho guardato con una puntualità imbarazzante e l’ho amato alla follia. Non di solo Mr Robot vive l’uomo: dateci un po’ di sano TRASH!

I personaggi sono i classici stereotipi in cui gli americani amano rispecchiarsi – cosa che ancora mi lascia un po’ allibita, come se noi italiani amassimo essere sempre rappresentati con una pizza in mano e una gesticolazione nervosa da morbo di Parkinson.

Archie Andrews è appunto il classico ragazzo della porta accanto con lo spessore della carta velina, bravo a scuola, bravo nello sport, aspirante cantante neomelodico, sempre pronto a fare la cosa buona e giusta; suo padre è un santo ed è Luke Perry, sua madre è assente ma quando riappare ha la faccia di Molly Ringwald quindi funziona alla grande; fa una sola festa nella sua vita ed ovviamente finisce sbronzo marcio dopo mezza birra piangendo al telefono, ma, essendo la versione nuova e migliorata di Dawson, dopo la scena patetica, alla fine la ragazza se la porta comunque a letto.

Il suo migliore amico, Jughead Jones, è ovviamente l’opposto, un sociopatico che non si toglie mai il cappello, che legge libri impegnati e guarda film impegnati, aspirante autore del nuovo grande romanzo americano che schifa qualsiasi manifestazione pubblica, ma ha una famiglia disastrosa, per cui suscita immediatamente l’istinto della crocerossina: Io ti salverò Jughead Jones. E poi ti porterò all’anagrafe e cambieremo il tuo nome in John o Peter, perché quello che hai adesso non si può sentire. La vera scoperta è stata ritrovare in questo raggio di sole il protagonista di Zach e Cody al Grand Hotel, che purtroppo sì sono abbastanza vecchia da aver seguito nella sua originale messa in onda: torna in questa versione mora e tormentata e sconvolge il mio sistema ormonale, perché , ripeto, io me lo ricordo anche in versione pandoro platino, e la confusione è tangibile. Uniamo il fatto che suo padre è il suddetto Ulrich, il Billy Loomis di Scream, che con quella maglietta bianca alla James Dean mi ha sempre fatto tenere un occhio di riguardo per tutti i serial killer televisivi a seguire, e forse potrete immaginare come la mia fantasia abbia vagato in pericolosissimi territori di threesome che è meglio non sviscerare in pubblico. La sua relazione con Betty è stata ovviamente la vera ship della serie, peccato che insieme avessero il brio spinto dell’acqua di rose ed anche quell’unica volta che hanno tentato di limonare pesantemente sono stati interrotti da una band di motociclisti.

Betty Cooper è la ragazza della porta accanto quindi ha un armadio pieno zeppo di cardigan pastello e camicie a fiori,  e le è vietato usare il rossetto rosso perché è da Cheryl poco di buono ed incita pensieri peccaminosi come usare l’underwear del martedì di mercoledì. La sua coda di cavallo è talmente tirata che ho seriamente pensato che ne limitasse le capacità cognitive; più la sua coda è stretta, più la sua latente natura psicolabile tenta di emergere. Vive sotto l’ala protettrice di una madre altrettanto psicolabile e all’ombra di una sorella che ci viene descritta come l’anima della festa e che alla fine invece arriva con un’altra collezione di cardigan e colletti inamidati, e che ha commesso l’unico peccato di non stare attenta a lezione di educazione sessuale (motivo per cui viene spedita in monastero come le protagoniste dei migliori romanzi gotici).

Veronica Lodge è giustamente l’opposto, perché viene da New York e a quanto pare era BFF con tutta l’élite dell’Upper East Side, ma è finita come gli altri poracci in una cittadina dove il frappè e il drive-in sono ancora la massima forma di divertimento. Scuola, casa o divertimento, lei deve comunque affermare il suo status non separandosi mai dalla sua borsa di Balenciaga – io al liceo avevo un Eastpack scassato ed una borsa a parte per il dizionario di greco, ma questo non vuol dire che sono invidiosa. La tensione sessuale tra lei ed Archie è talmente alta che si taglia con un coltello da burro, ma Ronnie è talmente una brava persona in cerca di espiazione dal suo passato di mean girl da non agire fino a quando non ha il consenso a procedere dell’amica. Nonostante suo padre sia in prigione per aver truffato metà degli abitanti di Riverdale, non si lascia andare a patetismi in stile Marissa Cooper, anche per non rubare la scena alla drama queen Cheryl Blossom.

Questo campione umano così variegato ovviamente da solo non poteva reggere per 13 puntate senza avere uno scopo, per cui la nuova versione della Scooby Gang si è gentilmente prodigata nel cercare di risolvere l’omicidio del secolo. Come sempre, a meno che non si stia parlando di un procedural, tutte le volte che ci scappa il morto, la polizia di provincia si rincoglionisce totalmente e tocca ai quattro pischelli che hanno appena superato i loro problemi con l’acne risolvere il grande mistero. Il cadavere in questione poi rende tutto ancora più incredibilmente trash, perché Jason Blossom era il golden boy di Riverdale, figlio ed erede della famiglia più importante della città, che vive in una mansion da fare invidia a Tim Burton, corredata di cimitero personale in giardino ed agghiacciante nonna in sedia a rotelle che spara sentenze profetiche sulla vita nelle notti buie e tempestose. La vera chicca è la già più volte citata Cheryl Blossom, gemella del defunto, innamorata persa del fratello (memore probabilmente di troppi pomeriggi passati a guardare le repliche di Georgie), con un look che definire appariscente è dire poco e una natura alquanto psicolabile.

Dopo aver visto Thornhill per la prima volta, non pensare che i Blossom nascondessero del marcio era praticamente impossibile: io avevo immaginato la stessa Cheryl come colpevole, in un raptus da doppia personalità omicida che avrebbe tenuto alto l’onore della sua famiglia e dell’intera cittadina, ma ahimè ci è toccato ripiegare sul padre Clifford, che al massimo poteva essere stato posseduto dal suo parrucchino. Il traffico di droga era solo la conseguenza naturale di tutto quello che ci era stato presentato – perché non si può inserire una gang di criminali dei bassifondi, chiamarli Serpents e non aspettarsi un minimo circolo locale di spaccio, o veramente avevate pensato di poter mantenere quella collezione di stivali al ginocchio e calze a rete solo con il commercio di sciroppo d’acero?

L’omicidio del perfettissimo Jason Blossom porta alla luce tutti i segreti seppelliti sotto tonnellate di perbenismo e di scadente tinta rossa per capelli: gravidanze, fratelli perduti, traffico di droga, legami di parentela che nemmeno Beautiful c’aveva pensato, incesti e un twincest, velato ma mai smentito, e chi più ne ha più ne metta – a Riverdale non ci siamo fatti mancare niente. Gli adulti fanno da sfondo, sono gli artefici di tutti gli errori che hanno portato allo scatafascio che abbiamo visto e sono lo specchio di ciò che potrebbero diventare i loro figli se solo seguissero le loro orme.

I Cooper e i Blossom condividono inaspettatamente lo stesso sangue (anche se non mi arrendo sulla teoria di una possibile parentela pure con Archie), ma anche lo stesso orgoglio esasperato e lo stesso spirito di vendetta. Così Betty e Cheryl sono in un certo senso entrambe vittime delle proprie famiglie, chiuse nelle loro gabbie di convenzioni e ferrea etica famigliare, ed è certamente la prima, nonostante i suoi momenti di crisi, ad uscirne più vittoriosa: conquista il ragazzo, risolve il caso, porta i genitori (soprattutto la madre) dalla sua parte e prende le redini della situazione. I Lodge avranno molto da mostrare nella prossima stagione, dopo che lo spirito del patriarca Hiram ha aleggiato su tutti i protagonisti, e punto su di lui per l’omicidio di Luke Perry aka Papà Andrews, sperando che non mi deludano e continuino in questa scia di ovvietà che mi fa sentire più al sicuro nel mondo. Paradossalmente il protagonista (e la sua famiglia) risultano essere i più insipidi. Archie è troppo di tutto: troppo talentuoso, troppo buono, troppo amico di tutti e troppo non voglio ferire nessuno; l’avrei voluto un po’ più sporco, e la relazione con la Grundy non è bastata – evito di aprire una parentesi sulla prof con la falsa identità che a scuola porta le gonne della Rottermeier e fuori gira con gli occhiali da Lolita leccando in maniera assolutamente poco casta un lollipop perché dai, qui avete voluto vincere facile! Prevedo che la morte del padre non migliorerà la situazione, ma lo avvicinerà di più al suo modello lagna e probabilmente a Betty, riportando in auge il buon vecchio triangolo amoroso che in questa serie si è sciolto senza drammi e senza vittime, quindi senza vera soddisfazione. Sugli addominali nulla da dire, possono restare così come sono; sui capelli spero si possa migliorare e in merito lancerei un appello alla CW per avere nella prossima stagione delle tonalità di rosso più simili a quelle che si trovano normalmente in natura.

La notizia del rinnovo è stata accolta ovviamente con grande calore, e solo al pensiero di quanto altro trash questa serie possa regalarmi ho provato una grande emozione, come alla vista di un barattolo di nutella, o meglio come entrando da Mc Donald’s. Ecco, Riverdale è stato il mio Mc Donald’s stagionale: salse, patatine fritte e milk shake… Io adoro i milk shake.

Al

Quando l’estate scorsa fu annunciata l’uscita di Riverdale, il network e l’internet al completo non esitarono a paragonarlo immediatamente a Twin Peaks.
La mirabolante associazione era apparentemente dovuta al fatto che entrambe le produzioni si aprono con il ritrovamento del cadavere di un adolescente nel fiumiciattolo locale, in pratica come paragonare Assassinio sull’Orient Express a Il trenino Thomas perché c’è una locomotiva di mezzo.

In realtà Riverdale, a posteriori, sembra più un bizzarro miscuglio di richiami a Dawson’s Creek (non ai patinati cugini di The O.C. e Gossip Girl, perché al confronto i personaggi sono mediamente dei pezzenti) e Pretty Little Liars, perché effettivamente qua a indagare sull’omicidio sono quei quattro scappati di casa dei protagonisti.

La storia ruota intorno all’insipido Archie Andrews, il bello del ballo, il manzo da diporto con l’addominale scolpito e lo sguardo vacuo.
All’inizio della serie Archie trascorre il suo tempo copulando selvaggiamente con la sua insegnante di musica (Pacey, is that you?) e scrivendo canzoni strappalacrime e stracciamaroni come si addice alla sua figura di eroe romantico ed estremamente tormentato.

Si impegna così tanto nel tentativo di essere emo in maniera imbarazzante, da non accorgersi che quella povera stella della sua migliore amica Betty gli sbava dietro come un mastino napoletano nella calura estiva.

L’equilibrio già precario fra i due rischia di incrinarsi ulteriormente con l’arrivo di un raro esemplare di gnoccolona cittadina, Veronica Lodge, che ha perso tutto per colpa dei loschi magheggi del padre (tranne il mega – attico con vista sulla segheria a Riverdale, quello non gliel’hanno tolto… forse perché non è nemmeno lontanamente concepibile che una persona sana di mente si compri un attico in quel buco dimenticato da Dio).

In un vortice di buonismo, di dichiarazioni fallite e di limonate estemporanee, i tre decidono che l’amicizia fra loro è una cosa troppo bella e cuoriciosa per rovinarla con del sesso scadente e promettono di non congiungersi più carnalmente all’interno del gruppo (vi faccio subito spoiler anticipandovi che, ovviamente, le cose non andranno a finire così).

A completare il variegato gruppetto ci sono Jughead (su cui non mi dilungo adesso perché ho già progettato di ammorbarvi in seguito), Cheryl, la gemella incestuosa del caro estinto, e Kevin, il figlio gay dello sceriffo (di nuovo: aidonuannauei!!).

A incorniciare questo sconfortante quadretto arrivano i genitori, che fanno da sfondo impegnandosi con i figli in una gara a chi fa la cazzata più grande (sì, persino Luke Perry non riesce ad esimersi e, dopo un inizio quanto mai brillante e morigerato, viene colpito dall’epidemia dilagante di imbecillità che sembra impazzare nella cittadina).

Con mia grande sorpresa, Betty capisce rapidamente che non vale la pena struggersi su quel disastro mononeuronico che è Archie e intraprende una relazione torrida casta in maniera imbarazzante e insensata con Jughead.

Ed è qui che, ahimé, comincia il disagio. Io ho sempre avuto l’ormone facile per il ragazzo tormentato, per l’apparente sfigato che alla fine della fiera rimorchia più di un carro attrezzi dell’ACI.
Sfortuna vuole che a metà della serie, quando ormai avevo perso ogni ritegno e fatto vagonate di pensieri impuri, io abbia scoperto che sotto le spoglie dell’eccitante ragazzo ombroso si nascondeva in realtà uno dei ragazzini di Zack e Cody al Grand Hotel.

Ora, a mia difesa posso dire che era del tutto inimmaginabile che un bombolone alla crema pettinato come il piccolo Lord diventasse un tale tripudio di figaggine. Allego prova fotografica per testimoniare la veridicità delle mie affermazioni e la purezza delle mie intenzioni.

Dopo un breve periodo di lancinanti sensi di colpa, ho democraticamente e saggiamente deciso che il fatto di sbavare anche per i genitori mi rendeva in qualche modo meno colpevole in base a un insindacabile appello alla media ponderata. Amen.

Per compensare le sagge scelte della sua amica in campo sentimentale, Archie decide di provarci con qualunque donna gli passi davanti, a patto che sia rigorosamente quella sbagliata.
Per un periodo finisce pure per farsi mettere sottissimo dai Blossom, che vogliono accollargli quella sgallettata della figlia. Per inciso, Cherry dovrebbe seriamente riflettere sul fatto che al mondo esistono anche tonalità di rossetto diverse e che quel rosso la sbatte come una mozzarella lasciata a marcire in un canale di scolo sotto il sole d’agosto.

Alla fine, complice una notte di bagordi e una birra che doveva contenere allucinogeni, sennò non si spiega il trip in cui si è calato, Archie si butta su Veronica (ve l’avevo detto che non sarebbe durata) e la possiede con vigore, salvo poi fissare Betty e Jughead con occhi struggenti da labrador di fronte a un biscottino che mi fanno pensare che nella seconda stagione gli autori torneranno ad ammorbarci pesantemente con questo triangolo totalmente insulso.

Archie prova pure a lanciare a Betty una palla curva, accennando al fatto che aveva sempre immaginato che alla fine della fiera, un po’ per abitudine e un po’ per disperazione, loro due avrebbero finito per stare insieme, ma lei lo stronca senza nemmeno dargli il tempo di finire facendogli notare che ormai sta con un figo quindi fondamentalmente anche no.
Pericolo scampato, almeno per il momento.

In tutto ciò le indagini sull’omicidio di Jason procedono con esiti altalenanti e si scopre che il poverino voleva semplicemente darsi alla macchia con la sua fidanzatina, la sorella di Betty, non prima però di essersi intelligentemente offerto di diventare un corriere della droga per la banda di motociclisti locali (certo, con quei capelli sarai sicuramente invisibile!).

Con un turbinio di facce fintamente sconvolte e di colpi di scena scontati come un pandoro il 3 gennaio, l’assassino viene finalmente rivelato e sembra che tutta Riverdale possa mettersi il cuore in pace, a parte Betty che decide di diventare la persona più impopolare della cittadina stracciando le balle a tutti a suon di discorsi drammatici che manco in Lady Oscar.

Ora, a un occhio poco attento potrebbe sembrare che io non abbia apprezzato questa perla del trash e qua, ragazzi miei, mi sento in dovere di smentire.

Come già detto da Al, anche per me Riverdale rappresentava un po’ un guilty pleasure, una boccata di aria fresca in un panorama di serie che a volte si prendono troppo sul serio.
Con il passare delle settimane, mi sono trovata ad aspettare con sempre maggiore ansia il sabato mattina per potermi godere la mia sana dose di trash settimanale.

La fine della prima stagione ci ha lasciato con molte domande: Fred è veramente morto? La sua aggressione è stata davvero un caso (non ci credo neanche se mi pagano) o dietro ad essa si nasconde qualcuno (coff coff… Hiram Lodge)? Betty riuscirà a ritrovare suo fratello? Avremo uno spin off sul torrido passato di FP Jones e Alice Cooper? In una cittadina in cui tutti copulano con tutti, è davvero solo un caso che Archie si tinga i capelli con la stessa tonalità di Uniposca usata da Jason e Cheryl? E soprattutto riusciranno i Blossom a frodare l’assicurazione e a farsi ripagare l’enorme villone? Ai posteri l’ardua sentenza!

Non mi resta che salutarvi nella maniera che preferisco, con uno splendido Jughead che trangugia un hamburger in maniera sensuale.

https://www.youtube.com/watch?v=M9EoKVs7ZyQ

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