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Quando gli show One Chicago non hanno saputo dire “addio”

Chiunque segua i miei profili social o i miei articoli qui su Telefilm Addicted ha imparato a conoscere le mie più grandi passioni seriali e potrà quindi ritrovare facilmente una costante nella mia vita da addicted degli ultimi anni: l’amore incondizionato e assoluto per gli show del franchising One Chicago.

Come narra anche la biografia che accompagna ogni mio pezzo, le serie tv ambientate nell’universo One Chicago ideato dalla leggenda della televisione statunitense Dick Wolf sono diventate per me parte integrante di una quotidianità che ormai non posso più immaginare lontana dalla “città ventosa”.

Di pari passo all’affetto e al trasporto emotivo che ho sviluppato nel tempo per la trilogia di Chicago, ciò che più mi ha sempre reso una fiera “chicagoan” nel corso delle stagioni è la profonda stima che ho sempre nutrito nei confronti di un franchising che è stato in grado di reinventare non uno ma ben tre generi che in televisione sono stati a volte sovrautilizzati in ogni sfumatura, riuscendo a creare un’intera realtà umana, sociale, morale e politica che ruota intorno alla magnificenza di una città chiaroscurale come Chicago e alle vite degli eroi che la rendono ogni giorno un posto migliore.

Per questo motivo è fondamentale per me evidenziare una tale premessa prima di soffermarmi, forse per la prima volta, sull’aspetto maggiormente negativo di questa incredibile trilogia, vale a dire la sua incapacità recente di dire addio a quei personaggi che hanno in fondo segnato e definito l’autentica storia dell’universo One Chicago.

Ancora traumatizzata e incredula, infatti, dopo l’ultima imponente uscita di scena di due protagonisti principali di questa grande famiglia, ho avvertito purtroppo il bisogno di sottolineare quanto negli ultimi anni il franchising One Chicago abbia fallito l’obiettivo di chiudere nel migliore dei modi i percorsi di quei personaggi che avrebbero meritato un epilogo degno e all’altezza del loro passato nelle rispettive serie tv di appartenenza. Queste sono state dunque per me le 5 volte in cui gli show di casa a Chicago non hanno saputo lasciar andare degnamente i propri protagonisti.

5. Erin Lindsay

Problematica e improvvisa dietro le quinte più di quanto lo sia stata sullo schermo, l’uscita di scena di Erin Lindsay ha inflitto a “Chicago P.D.” un innegabile duro colpo, cambiando per la prima volta il volto originale del primo spin-off della trilogia One Chicago. Che lo si ammetta o meno, Erin Lindsay ha retto, accanto ad Hank Voight, la storia di “Chicago P.D.” per quattro stagioni, trovando impeccabilmente il suo posto anche nei crossover con “Chicago Fire” e “Law & Order: Special Victims Unit” e donando alla trama orizzontale di ogni stagione uno spessore e un’intensità unici grazie a un background corposo e una caratterizzazione costante e puntuale, resa tale anche o soprattutto dalla straordinaria dedizione di Sophia Bush.

Per questo motivo, l’uscita di scena di Erin Lindsay, per quanto conseguenza di una spirale discendente che purtroppo vedeva il futuro della brillante detective pericolosamente a rischio a causa di un suo errore di giudizio, non è stata la peggiore portata in scena dal franchising One Chicago ma neanche una delle migliori.

One Chicago
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Protetta fino all’ultimo istante dall’unica famiglia che abbia mai avuto, ossia Hank Voight, Erin lascia Chicago con la promessa di una rinnovata carriera davanti a sé in un team federale, sfuggendo in questo modo alle grinfie vendicative degli Affari Interni [e anche di Jay Halstead, che per quanto mi riguarda è sempre stato più una zavorra che un possibile compagno di vita].

Costretta però a lasciare la sua città e la sua casa al distretto senza neanche avere la possibilità di dire addio alle persone con cui aveva scelto di condividere la sua vita, Erin Lindsay abbandona Chicago senza guardarsi indietro, nella notte, in una scena che purtroppo vede la stessa Chicago silenziosa e cupa perché priva ormai di una di quelle anime luminose che più la rendevano viva e sicura.

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4. Gabriela Dawson

Se è vero che una serie come “Chicago Fire” nasce e si evolve sull’importanza di un gruppo che nella somma delle sue parti trova la sua anima più autentica, è altrettanto vero che fin dalle sue origini questa serie e la caserma che giace nel suo cuore pulsante sono state alimentate dalla passione dirompente, dall’eroica caparbietà e dalla ribellione congenita del paramedico dell’ambulanza 61 Gabriela Dawson.

Al di là delle opinioni personali, Gabby Dawson è stata, oggettivamente, uno dei personaggi più completi, totali e assoluti che abbiano mai vissuto l’universo One Chicago, sfruttando a pieno non solo ogni singola possibilità offerta da “Chicago Fire” ed eccellendo in ognuna di esse ma diventando anche uno straordinario anello di congiunzione con le serie “sorelle”, risultando giusta sia al Chicago Med che al distretto dell’Intelligence di suo fratello Antonio.

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L’uscita di scena di Gabriela Dawson però, per quanto non derivi da una scelta creativa, è a tutti gli effetti un errore di valutazione ammesso e riconosciuto dallo showrunner Derek Haas che, ignorando il reiterato avvertimento dell’interprete Monica Raymund della sua volontà di lasciare la prima serie dell’universo One Chicago allo scadere del suo contratto, ha chiuso la sesta stagione di “Chicago Fire” lasciando Gabby Dawson e Matt Casey sull’orlo dell’ennesima crisi che sarebbe stata inevitabilmente e nuovamente risolta nel corso della settima stagione. O almeno questo sarebbe successo se Haas avesse portato a compimento il suo piano di persuasione convincendo la Raymund a rinnovare il suo impegno con la serie.

Di fronte invece alla determinazione dell’attrice, ciò che purtroppo è stato portato in scena è stato un addio improvviso, frettoloso, vuoto, che non solo ha spezzato uno dei legami più intensi che siano stati costruiti nel franchising One Chicago ma ci ha anche privato di un confronto e di una risoluzione finale tra Gabby e i componenti della famiglia della caserma 51, con cui Dawson aveva intrecciato rapporti individuali e collettivi degni almeno di una conclusione. La reciproca comprensione con Kelly Severide, l’amicizia incondizionata con Sylvie Brett e Stella Kidd, il legame familiare con Christopher Herrmann, sono tutti elementi fondamentali della caratterizzazione di Gabriela Dawson che sono stati dimenticati e ignorati nel momento in cui gli autori della serie si sono ritrovati con pochi minuti a disposizione per gestire la sua uscita di scena.


Dal punto di vista della storia del personaggio, si potrebbe riconoscere comunque una sorta di coerenza nelle scelte di Gabriela Dawson, da sempre fortemente legata alla sua indipendenza e all’appassionata volontà di fare del bene lì dove ce n’è più bisogno, ma da un punto di vista di scrittura di un personaggio che è stato assolutamente centrale nelle dinamiche della serie per sei anni, non posso non ammettere non solo un’ingenuità nella gestione del suo addio ma anche una straziante mancanza di rispetto nei confronti del suo ricordo.

one chicago
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3. Sarah Reese

Sarah Reese è stata il primo esempio lampante e preoccupante di quanto facilmente gli scrittori di “Chicago Med” perdano dalle mani le redini di un personaggio che non riescono più a sviluppare creativamente. Atto finale infatti di un percorso da tempo ormai privo di sostanza e coerenza, l’uscita di scena di Sarah Reese ha terminato nel peggiore dei modi la caratterizzazione di un personaggio che invece avrebbe potuto rappresentare il futuro del medical drama targato One Chicago, spegnendo definitivamente il potenziale e il futuro della giovane dottoressa e assestando anche un brutto colpo alla sua psicologia già piuttosto precaria.

La scoperta della terribile verità su suo padre, l’insicurezza della sua carriera in medicina e la debolezza dei legami personali intrecciati con i suoi colleghi hanno “incorniciato” purtroppo un crollo inarrestabile per il personaggio di Sarah Reese, il cui abbandono del Chicago Med è apparso dunque come l’unica soluzione rimanente per la sua caratterizzazione, ormai gravemente danneggiata.

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2. Antonio Dawson

Nel corso degli anni, Antonio Dawson ha lasciato “Chicago P.D.” e l’universo One Chicago da una porta girevole, evidenziando sempre più quanto purtroppo lo sviluppo del suo personaggio fosse già in grave pericolo. Ma dopo un primo addio degno di questo nome, con abbracci, auguri e brindisi, il ritorno di Antonio Dawson in Intelligence non ha rappresentato il nuovo inizio auspicato, spingendo dunque gli scrittori a rinunciare nuovamente a lui, forse questa volta in maniera definitiva.

Il rinnovato addio di Antonio però è questa volta un violento schiaffo in faccia alla sua caratterizzazione. Dopo un’intera stagione quasi totalmente negativa, che ha messo a repentaglio non solo la sua salute ma anche i suoi rapporti familiari, la première della settima stagione di “Chicago P.D.” ha semplicemente eliminato la figura di Antonio Dawson dall’equazione dell’ensemble della serie, giustificando la sua assenza con un ricovero fulmineo in un centro di riabilitazione e archiviando così il percorso di un personaggio che, come sua sorella, è stato in fondo uno dei “pionieri” dell’universo One Chicago.

Una piccola speranza che non sia davvero questo il finale riservato ad Antonio resiste ancora, considerando appunto la temporaneità del suo abbandono precedente, ma temo purtroppo che non sia il caso di trattenere il fiato in attesa del suo trionfale ritorno.

1. Ava Bekker & Connor Rhodes

La caratterizzazione, lo sviluppo nel corso della quarta stagione e l’epilogo che “Chicago Med” ha concesso a due dei suoi personaggi più iconici non soltanto mi ha lasciato fortemente perplessa e allibita ma mi ha anche spinto a domandarmi cosa abbia effettivamente guardato negli ultimi quattro anni. Dallo stile irriconoscibile e lontana anni-luce dai fasti a cui la trilogia One Chicago mi aveva abituata, la débâcle di “Chicago Med” esula ogni spiegazione razionale e purtroppo ogni possibile giustificazione creativa.

Dopo una quarta stagione condotta costantemente sul sottile filo del dubbio che separa verità e menzogna, scelta narrativa in parte accettabile e comprensibile ma già estranea al genere e agli obiettivi perseguiti da “Chicago Med”, la première della quinta stagione, nonostante avesse a sua disposizione la totale disponibilità degli interpreti, ha scelto di coronare una storyline già dubbia in partenza con un doppio traguardo al limite del realismo e della logica, disintegrando in questo modo una narrazione e una caratterizzazione che avrebbero potuto reggere le dinamiche della serie per diverse stagioni future.

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Ava Bekker era un personaggio che la serie stessa ci ha quasi “costretto” ad amare, donandole una psicologia sfumata e mostrata gradatamente e permettendole anche di compiere un percorso di crescita in grado di riunire alla fine la sua celata sensibilità e la tenacia professionale che la rendeva un chirurgo straordinario. Connor Rhodes invece era uno dei punti fermi del medical targato One Chicago, un personaggio talmente inserito nella maggior parte delle storyline principali della serie da aver già vissuto in quattro anni una serie di eventi catartici che avevano donato spessore e stabilità alla sua caratterizzazione.

Per queste ragioni, assistere alla lenta e graduale cancellazione di tutto il lavoro compiuto per le prime tre stagioni è stato quasi inverosimile. L’uscita di scena di Ava Bekker ha dunque annullato l’intero percorso compiuto dal personaggio, ritraendo anche un’immagine banale e stereotipata di una psicologia improvvisamente deviata e pericolosa; l’addio di Connor invece ha semplicemente ricalcato in parte quello di Erin e Gabby, con un’aggravante aggiuntiva a causa di una serie di problemi psicologici che anche lui portava con sé fin dal pilot e che non sono mai stati affrontati per davvero.

Riconoscere la dura verità su quelle debolezze narrative che credevo l’universo One Chicago non avesse è stata una realizzazione graduale che ha scosso il mio sistema di certezze da addicted ma che, nel bene e nel male, non toglie a questo franchising il merito innegabile di aver già lasciato un’impronta definita e personale nel panorama della serialità televisiva statunitense.

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