Pretty Little Liars | Recensione 7×11 – Playtime

Chiudiamo gli occhi, lanciamo i dadi e diamo ufficialmente inizio all’ultima partita. Uno degli aspetti che mi hanno sempre affascinato della trama orizzontale di questa serie, nonché forse una delle costanti che ne caratterizzano lo stile fin dal principio, è la componente del “gioco”. Indipendentemente dalle ragioni che hanno motivato le azioni delle tre diverse nemesi e dalle modalità con cui i loro piani si sono svolti, ciò che accomuna il loro operato è sempre l’intenzione di impostare la loro missione come un gioco al massacro a spese delle liars, un gioco interminabile che coinvolge l’intera città e tutti coloro che la abitano con i loro rispettivi segreti e con gli immancabili scheletri negli armadi. E, proprio nel rispetto di un elemento che risulta imprescindibile per la serie, l’ultimo giro della ruota della roulette [russa, se vogliamo] mette sul piatto la concretizzazione di ciò che ho appena detto e che forse soltanto ora appare in tutta la sua evidenza: Rosewood è diventata adesso un autentico gioco da tavola, in cui probabilmente alle cinque pedine principali verrà “chiesto” di giocare individualmente poiché in squadra, in fondo, hanno sempre vinto.

“It’s Playtime”

Mona, per quanto racchiudesse secondo me le motivazioni umane più profonde delle sue azioni, “giocava” all’epoca in una categoria “principiante” potremmo dire, geniale, certo, ma con un timer destinato a scadere presto o tardi, proprio perché alimentato da una passione così umana da portarla inevitabilmente nel percorso a compiere passi falsi, come accadde con l’atto impulsivo di investire Hanna con l’auto, per paura che avesse effettivamente scoperto la sua identità. E non a caso, seppure solo a pochi istanti dalla sua rivelazione, Spencer riuscì ad agguantare per la prima volta la soluzione.

Il gioco di CeCe invece era, a mio parere, il più maturo nonché il più pericoloso, perché, proprio l’assenza di una motivazione profonda che guidasse le sue azioni, le aveva concesso una maggiore razionalità e soprattutto una straordinaria conoscenza delle sue “bambole” tanto da sapere quasi sempre dove colpire per fare più male, con una tortura psicologica che trova il suo culmine massimo nella “Dollhouse”, per me la storyline migliore dell’intera serie. Inoltre, mentre Mona, al tempo della sua rivelazione, perse progressivamente il controllo delle sue emozioni e quindi la lucidità necessaria, CeCe, prima di tornare ad essere Charlotte per “amore” di Alison, ha rispettato fedelmente il suo ruolo di burattinaio fino all’ultimo atto del suo gioco, momento in cui scelse autonomamente di mettere fine alla partita.

Il gioco di A.D. invece mi appare sinceramente confuso, perché mi sembra che unisca entrambi gli stili precedenti, riprendendo da Mona in parte la genialità e in parte l’immaturità del suo periodo come –A [i messaggini, gli emoji, i ricatti a volte deboli, mi sono apparsi fin dall’inizio della 6B come un passo indietro rispetto al “capolavoro” della Dollhouse], e riprendendo improvvisamente da CeCe la razionale e psicologica crudeltà, come nel caso del rapimento di Hanna o del tentativo di “surriscaldare” gli animi alla sua festa di fidanzamento. Per questo motivo infatti ho sempre ipotizzato che in realtà si nascondessero due persone nell’anonimato di A.D., una mente super partes e un braccio operativo sul campo, entrambi però autori degli ormai celebri messaggi, marchio di fabbrica dello show.

Ma un altro elemento caratterizzante del gioco di A.D. sta appunto, come ho anticipato, nella larga scala del territorio che copre, utilizzando ufficialmente quasi l’intera città come tavolo da gioco e soprattutto approfittando delle diverse sotto trame che si sono sviluppate nel corso degli anni a suo favore, da Noel Kahn a Sara Harvery, da Mary Drake e Archer Dunhill a Jenna Marshall, il cui rancore è diventato adesso parte integrante della sua ultima partita, del suo endgame.

Ecco perché, per quanto la première sia stata relativamente lineare e abbia “volato basso” per lo stile a cui siamo abituati invece, credo che l’episodio in questione abbia comunque raggiunto un obiettivo importante: mostrarci, nel concreto, ciò che saranno queste battute finali e ciò che in fondo è sempre stato lo show, ossia un gioco complessivo di cui Rosewood è sempre stata il punto di partenza, le sue storie e i suoi segreti ne erano e ne sono ancora oggi il motore che ha fatto partire questo inarrestabile domino e le liars sono le sue pedine principali. Il tutto mentre, come con un globo di vetro che racchiude l’intera città, qualcuno guarda dall’alto, soddisfatto, il suo gioco finale che prende vita.

E ormai esasperate, stanche, confuse e perennemente in balia non solo di una minaccia di cui non riescono a scorgere i confini, ma anche di nemici che appaiono moltiplicarsi di anno in anno adducendo sempre nuove motivazioni per giustificare il loro odio reiterato nei confronti delle ragazze, le liars si ritrovano nuovamente al centro della città, letteralmente e metaforicamente, con un unico vero dilemma da affrontare, lo stesso che le caratterizza da sempre e ancora di più dal momento del loro ritorno, al principio della 6B: fuggire o combattere.

Ad affascinarmi della città di Rosewood infatti non è soltanto il ruolo iconico che svolge nel grande gioco di cui si passano le redini le anonime nemesi, ma è soprattutto il rapporto che, volenti o nolenti, le ragazze hanno instaurato con quel piccolo paese così oscuro e custode di indicibili segreti. A volte mi sembra quasi che Rosewood proietti sui suoi abitanti la stessa maledizione che attanagliava Storybrooke nei bei tempi andati della prima stagione di “Once Upon A Time”, perché nessuno di loro riesce davvero ad oltrepassare i suoi confini senza che gli accada qualcosa di terribile e Toby è in fondo solo l’ultima vittima innocente del potere che questa cittadina sembra possedere. Il suo confronto in ospedale con Spencer mi è parso estremamente rivelatore da questo punto di vista, nonché anche uno dei momenti più puri e dolci dell’episodio.

Guardando infatti anche al passato della serie, mi sembra di riconoscere quasi una costante nel comportamento e nelle azioni delle protagoniste perché nessuna di loro, secondo me, ha mai davvero avvertito Rosewood come “casa”. Anche prima dell’arrivo di A nelle loro vite, le liars erano a mio parere intrappolate in una città che purtroppo, essendo modesta e provinciale, viveva e respirava pregiudizio e finzione ad ogni angolo e tutte loro erano costrette a rispettare il ruolo che la famiglia o la società gli aveva affidato. Ecco perché alla prima occasione disponibile, nel momento che segna per loro il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, Aria, Spencer, Hanna e Emily fuggono insieme da Rosewood, con il tacito e comune obiettivo probabilmente di non guardarsi più indietro, non dopo aver trascorso anni a combattere e aver finalmente agguantato la loro via di fuga dall’asfissiante controllo che quella città proiettava. Ma nonostante questi sentimenti si siano anche inaspriti nel tempo, dopo quattro anni, basta una lettera dell’unica di loro che era rimasta, in quanto secondo me emblema vivente della sua città e di tutti i suoi lati chiaroscurali, per riportarle nuovamente tutte a Rosewood. E guardiamo in faccia alla realtà: avrebbero potuto lasciare il paese il giorno dopo esserci tornate, avrebbero potuto fuggire di nuovo e mettere fine al gioco di A.D. ancora prima di cominciarlo, così come avrebbero potuto distruggere l’enigmatico gioco da tavola che hanno avuto in regalo esattamente come intendeva fare Hanna, ma per qualche ragione non lo fanno. Spencer cerca di consolare Toby con parole a cui secondo me non crede neppure lei, gli dice che presto o tardi finirà tutto per il meglio e potranno finalmente fuggire tutti da quella città, Hanna crede ancora di vivere a New York, Aria sembra sempre in bilico tra la volontà di restare e il bisogno di andar via, ma ciò che le accomuna è sempre l’esito finale in cui nessuna di loro riesce mai a lasciare davvero Rosewood. E la dimostrazione sta per me ancora una volta in quel gioco da tavolo che diventa ora la chiave di questi ultimi episodi.

Spencer Hastings è indubbiamente la protagonista indiscussa di questo episodio nonché ancora una volta perno centrale di tutto ciò che ho detto finora in quanto fa suo il dilemma “Fuggire o combattere”, scegliendo nuovamente di combattere, o meglio, di giocare. Il modo in cui A.D. si è rapportato con Spencer in questo episodio è fedele alla descrizione iniziale del suo gioco, ossia se da una parte mi sembra di riconoscere lo sguardo onnipresente che aveva Mona nel suo periodo come A e quindi anche quella facilità nel riconoscere la preda più appetibile, dall’altra ho rivisto nella banalità del suo ricatto la subdola genialità di CeCe perché, in balia purtroppo di bugie radicate alla base della sua intera esistenza e in preda quindi a un’inevitabile crisi d’identità, dopo aver scoperto di essere il frutto dell’ennesimo tradimento di sua padre ma anche di un inganno perpetrato in nome dell’odio, Spencer cede dinanzi al bisogno di facili risposte ed è proprio lei a far cominciare la partita finale, adesso inarrestabile, coinvolgendo involontariamente anche le sue amiche.

L’importanza di questo gesto è racchiusa secondo me in due aspetti: il primo riguardante proprio Spencer, che inconsciamente forse riconferma quasi una “dipendenza” dalla curiosità del gioco, dal bisogno di sapere, o magari anche dal desiderio razionale di accettare quest’ultima partita nella speranza di poter davvero andare avanti dopo; il secondo riguarda invece il motivo per cui A.D. ha spinto Spencer a far partire il gioco SENZA neanche interpellare le altre “pedine” coinvolte. Come dicevo nell’introduzione infatti, credo e temo che A.D. possa “rubare” da CeCe l’obiettivo della Dollhouse, ossia allontanare le ragazze l’una dalle altre e spingerle a un tale livello di esasperazione da condurle a giocare da sole e ad abbracciare l’idea di “mors tua, vita mea”. Perché solo in quel caso avrebbe davvero dichiarato scacco matto alle liars. Spencer è stata la prima a cedere effettivamente a questa trappola machiavellica ma le basi affinché presto anche le altre corrano il rischio di giocare esattamente il tipo di partita che A.D prevede sono state già impostate.

 

E sono basi che tante volte le liars costruiscono da sole, debolezza su cui A.D. conta molto. Non è difficile per esempio riconoscere in Aria i segni di un dubbio costante e di una vita messa nuovamente “in attesa”, sensazione che comincia a logorarla dall’interno. Nonostante infatti i consigli di Hanna sull’andare avanti con i preparativi delle nozze, ignorando quasi quel piccolissimo dettaglio rappresentato dal ritorno di Nicole [qualcuno impedisca ad Hanna di dare altri consigli, per favore] e nonostante l’apparente volontà di Ezra di proseguire il percorso intrapreso prima dei recenti sviluppi, Aria è adesso ben lontana dall’essere la giovane donna luminosa e certa per una volta dell’esito della sua storia con Ezra, ricominciando purtroppo a vivere nel timore paralizzante di non sapere neanche se si realizzerà quel matrimonio che sta organizzando. Ad ogni minuto che passa, si concretizza secondo me la nuova leva che permetterà ad A.D. di fare breccia nelle liars e di scavare sempre più in profondità nella ferita che adesso comincia a farsi largo in Aria nelle forme di un’insicurezza che purtroppo Ezra non ha ancora riconosciuto. Nonostante Aria l’avesse ormai dipinta su tutto il volto tanto da insospettire anche il redivivo Holden.

 

E sebbene Hanna sia al momento la più fortunata in ambito sentimentale [e grazie al cielo, almeno abbiamo un problema in meno di cui preoccuparci visto che senza Caleb stava davvero sfiorando i limiti dell’insopportabilità], anche lei vive secondo me costantemente in bilico tra voglia di ricominciare e il timore di non potersi mai davvero fidare delle possibilità che le si aprono davanti. E in fondo non ha neanche del tutto torto nel momento in cui queste possibilità le si presentano sotto forma di Mona Vanderwaal.

Una delle mie poche certezze in questa serie sarà sempre la consapevolezza di non potermi fidare mai completamente di Mona perché Mona è la mia adorabile incognita. Per quanto sia piacevole rivederla accanto ad Hanna, nonostante io per prima non sia mai stata fan della loro amicizia, poiché credo che sia sempre stata parzialmente “deviata”, e per quanto vorrei potermi fidare di Mona se non altro per smentire Caleb la cui utilità assume per me contorni sempre più sbiaditi, è impossibile per me non considerare, anche solo in modeste percentuali, la possibilità che Mona abbia ancora una seconda vita di cui nessuno riesce a scorgere i confini e paradossalmente ho avvertito questa sensazione preponderante nel momento in cui ha domandato ad Hanna se si fidasse di lei. Ho sempre considerato Mona uno dei personaggi più riusciti della serie, quel tipo di personaggio così vivo e intenso da permetterti di aprire discussioni e dibattiti sulla profondità delle ragioni che sottostanno alle sue azioni, e forse questa volta Mona è esattamente come ci appare e desidera solo condurre una vita che le permetta di godere di affetti sinceri. Ma non posso neanche pensare che forse, e sottolineo “forse”, il destino di quel personaggio che ha dato inizio al gioco sia anche quello di concluderlo. Che collabori con A.D., che sia A.D. o che sia semplicemente a capo di un piano tutto suo dai fini misteriosi e sconosciuto, credo sinceramente che la serie abbia quasi bisogno di quel lato di Mona di cui non potremo mai fidarci perché solo così la sua presenza sarebbe da considerare effettivamente irrinunciabile.

Infine sul fronte Emily, torniamo al liceo, e purtroppo non solo come membri del corpo docenti. Le dinamiche conflittuali che infatti si ripetono inesorabilmente ogni volta che Alison e Paige si ritrovano faccia a faccia riportano inevitabilmente tutte le parti coinvolte ai cari vecchi tempi delle scuole superiori e per quanto mi riguarda nessuno ne esce vincitore. Da una parte infatti, con tutte le attenuanti che sicuramente riconosco e concedo ad Alison a causa delle sue particolari condizioni, comincio davvero a credere che una buona caratterizzazione del personaggio non coincida sempre con quella di una brava persona. A parte la parentesi rappresentata dalla 6A in cui per la prima volta riuscivo ad apprezzare il personaggio di Ali senza augurarle contemporaneamente una morte lenta e dolorosa, e nonostante io abbia cominciato anche ad accettarla come parte integrante del gruppo delle liars, in questo episodio ho notato quanto, come personaggio, Ali dia spesso il meglio di sé quando si riappropria dell’autentico stile DiLaurentis: velenoso, insopportabile e da abbattere senza pensarci due volte. Ma ciò che più rende questo comportamento assurdo al momento è che in realtà la sua avversione nei confronti di Paige sia motivata esclusivamente dalla gelosia nei confronti di Emily, con cui non riesce ancora ad ammettere la natura dei suoi sentimenti.

Dall’altra parte però c’è Paige, il cui attaccamento a Emily invece non mi è mai sembrato particolarmente salutare e continuo ad avere questa sensazione. Pareri personali a parte però, non posso negare che la sua analisi del rapporto tra Emily e Alison abbia un consistente fondo di verità perché anche quando prova a mettere delle distanze, Emily ritorna ogni volta da Alison, dipendente dal bisogno di salvarla.

E nel finale di un episodio che intende porre le basi di quello che sarà l’ultimo capitolo dello show, ritroviamo Jenna Marshall, immersa in un’indefinita oscurità, “vittima” non di un rapimento, ma di un autentico reclutamento. Non sarò mai davvero pronta per affrontare la conclusione di questa storia ma con entusiasmo vi do appuntamento alla prossima settimana mentre la strada per conoscere l’identità di A.D. si accorcia sempre di più.

Sempre vostra, Walkerit-A.D.

 




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WalkeRita

Giovane 23enne sulla carta d’identità ma con un passato tormentato e vissuto più di quanto voi possiate immaginare. Tutto è cominciato frequentando il liceo di Beverly Hills 90210 ma la vera epifania è avvenuta quando ha scoperto di avere poteri magici da dividere con tre sorelle in una splendida casa vittoriana. Ciò che segue è storia: ha cominciato a combattere i vampiri con una biondina esplosiva mentre nel tempo libero frequentava assiduamente gli alieni del New Mexico. Tra innumerevoli viaggi e incontri variegati, ha trovato la sua vera essenza solo in tre posti: una piccola cittadina del North Carolina, un negozio di elettronica intriso di Nerd e una missione ad alto rischio e tasso adrenalinico al fianco di un’agente Cia doppiogiochista, nome in codice: Fenice. Non ha mai smesso di visitare mondi e tempi diversi e quando credeva di non potersi più innamorare come era successo in un glorioso passato, è stata folgorata da uno scrittore e dalla sua musa, da un’angelica vendicatrice (che è QUASI certa di aver incontrato in una vita precedente) e da una Salvatrice e la sua famiglia. Tutto questo le ha ridato carica ed energia e l’ha fatta sentire inarrestabile: si è persa in uno strano Magazzino del South Dakota, ha ammirato un’affascinante scienziata appassionata di ossa, ha fatto persino una visita indimenticabile in un ospedale di Seattle ma quando ha notato che i dottori morivano più dei pazienti, ha deciso di andarsene, in cerca di nuove avventure. Ha trovato così i suoi alter ego: una geniale hacker conosciuta come Watchtower e una sorprendente artista di Broadway. Infine quest’estate si è iscritta ad una società segreta chiamata Divisione, ha viaggiato con mezzi alternativi come una cabina della polizia e si è resa conto di essere una piccola graziosa bugiarda. Può sembrarlo, ma non è pazza, è invece Folle per le serie tv, con il sogno impossibile di essere nata negli USA e con l’abitudine di sfogare questa passione scrivendo!!

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