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Pilot Addicted Pitch Rubriche & Esclusive

Pilot Addicted | Pitch

Tutti gli anni immancabilmente, puntuale come una disgrazia, arriva lei, la serie televisiva incompresa, snobbata dal mondo ma capace di ritagliarsi fin dai primi minuti un posticino nel mio cuore.
In genere la suddetta serie fallisce fra pianto e stridore di denti nelle settimane immediatamente successive, lasciandomi in preda alla rabbia repressa e alle manie di persecuzione (“Perché  capita sempre alle serie che seguo io? Secondo me lo fanno apposta, c’è chiaramente dietro un complotto internazionale!”).
Ancora ricordo come se fosse ieri il trauma per la cancellazione di Selfie, di cui mi ero innamorata all’istante, complice l’interpretazione esilarante di Karen Gillan.
Quest’anno, se tanto mi da tanto, è il turno di Pitch. Facciamo i dovuti scongiuri, incrociamo le dita, ma gli ascolti  del primo episodio non sembrano promettere altro che dolore e morte.
Ed é assolutamente un peccato, perché io il pilot l’ho visto, anche se sottotitolato in inglese (a ‘sto giro ho deciso di fare le cose in grande e ho scelto una serie che non si fila nessuno nemmeno in Italia) e devo ammettere, a malincuore, che merita considerazione.

Partiamo dal presupposto che a me le serie sportive sono sempre piaciute. Son cresciuta a pane e Pat, la ragazza del baseball, quindi quando ho letto la trama di Pitch mi son messa a ballare la Carlton dance per tutto il salotto (per i profani che ignorassero cos’è la Carlton dance allego un video educativo qua sotto).

La storia di Ginny Baker richiama un po’ quella di Lady Oscar: non so se avete presente i versi della vecchia sigla dell’anime giapponese in cui I Cavalieri del Re recitavano “Il buon padre voleva un maschietto, ma, ahimè sei nata tu, nella culla ti ha messo un fioretto, lady dal fiocco blu”? Ecco, la situazione non è esattamente quella ma quasi, perché quel buontempone di Tom ha sì un figlio maschio, ma è talmente una pippa a giocare a baseball che il padre lo disconosce cinque secondi dopo averlo visto con una palla in mano (per guadagnarsi vitto e alloggio il povero Willie verrà in seguito riciclato come punching ball motivazionale per quell’infelice anima della sorella).
Sta di fatto che, per qualche insindacabile ragione che sfugge alla mia logica, uno dei due ragazzini a baseball ci deve giocare per forza, quindi tocca alla povera Ginny farsi carico delle aspettative del genitore.
La povera tusa ce la mette veramente tutta, si sbatte un sacco, si sottopone ad allenamenti sfiancanti che nemmeno Mila quand’era in Peru, ma tutte le volte che raggiunge uno straccio di risultato l’unica risposta che riesce a ottenere dal padre è “We ain’t done nothing yet”… quando  si dice il rinforzo positivo!
Sta di fatto che a forza di contribuire al fondo universitario del figlio del fruttivendolo (sì, perché quella povera stella di Ginny veniva costretta a lanciare nettarine nel cortile dietro casa dall’alba al tramonto), la fanciulla impara un lancio a effetto talmente bastardo e imprendibile da farla diventare la prima donna a giocare per una squadra nella Major League. Secondo voi il padre a questo punto le da una gioia? Macché, solo ed esclusivamente vagonate di mxxxa.

Da questi presupposti prende il via il nostro pilot, che è in buona sostanza un elogio dell’ansia da prestazione di questa povera figliola, che si trova di punto in bianco elevata al ruolo di idolo delle folle e modello femminile da imitare per tutte le ragazzine d’America. Giusto un filo di pressione addosso.
A peggiorare la situazione, casomai ce ne fosse bisogno, ci pensa Mike Lawson, il tronfissimo capitano dei San Diego Padres, che all’inizio decide di trattarla come una bambina speciale, per poi riprendersi giusto quel tanto necessario a farmi partire la ship selvaggia.

Dal punto di vista qualitativo la serie non ha nulla da invidiare alla maggior parte dei prodotti presenti attualmente sul mercato. Mi piace il modo in cui sono gestiti i flashback, che spesso si ripresentano nei momenti di tensione sotto forma di immagini frammentate, mi piace il modo in cui sono gestiti i silenzi, usati per rafforzare la sensazione di solitudine e di pressione che pervade l’atleta sul monte di lancio, mi piacciono la fotografia e la caratterizzazione dei personaggi.
Probabilmente gli autori non riusciranno mai a sfiorare i vertici raggiunti da Friday Night Lights, che è un po’ il Breaking Bad degli show sportivi, ma hanno tutti gli strumenti necessari per dar vita a una storia in grado di lasciare il segno, ammesso e non concesso che il network dia loro quest’opportunità.

In sostanza, il mio consiglio spassionato è di dare una possibilità a questa serie, di buttare almeno un occhio sul pilot, che saprà convincervi anche se non siete particolarmente amanti del baseball o dello sport in generale, perché, sia che siate donne sia che siate uomini, finirete immancabilmente per immedesimarvi nelle disavventure di Ginny Baker e per tifare per lei.

Nel caso anche a ‘sto giro avessi portato sfiga e la serie fallisse, sono disponibile per terapie di gruppo in grado di fornire il supporto psicologico di cui noi addicted abbiamo sempre disperatamente bisogno.

Alla prossima!

https://www.youtube.com/watch?v=k0wLCGwYZ3g

 

 

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2 comments

Raggio 29 Settembre 2016 at 10:16

Ciao. Anch’io non ho ancora elaborato il lutto per la fine di SoA. Mi sono sppena rivisto la 3 stagione (per me la migliore).
Tradurrete Pitch?
Ciao, Giorgio.

Reply
MooNRiSinG
MooNRiSinG 30 Settembre 2016 at 23:30

Onestamente non credo che qualcuno si occuperà della serie in Italia 🙁

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