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Big Little Lies Pilot Addicted

Pilot Addicted | Big Little Lies

Non avremmo potuto aspettare Bit Little Lies con maggiore ansia di quella che ci ha divorato nell’attesa che HBO mandasse in onda una serie imperdibile, visto il cast più che notevole e le premesse narrative.
Io e Al ci siamo tuffate sul pilot appena è stato rilasciato e lo abbiamo guardato e analizzato con grande piacere.

Big Little Lies è una miniserie in sette puntate, basata dal romanzo omonimo di Liane Moriarty, che racconta di tre madri che conducono vite apparentemente perfette, in una cittadina altrettando incantata e dalla bellezza mozzafiato, dietro la quale si cela un misterioso omicidio (e chissà cos’altro).

Per una serie come Big Little Lies, c’è poco da dire, l’investimento andava fatto sulla fiducia di un cast stellare e una produzione HBO, che raramente delude. Quando si hanno così grandi aspettative a priori però, la delusione è sempre in attesa dietro l’angolo. Fortunatamente mi trovo a parlare di questo pilot con un certo grado di soddisfazione: almeno per questi primi cinquanta minuti, le promesse non sono state disattese.

Il racconto si apre in medias res, catturando immediatamente l’attenzione; il che si è rivelata una scelta, a mio avviso, assolutamente vincente, perché l’inizio dal ritmo più frenetico e condensato di informazioni ha permesso di aprirsi invece, nella seconda parte della puntata, ad una maggiore introspezione sui personaggi, quando ormai ero già completamente assorbita dalla trama. L’evento drammatico che apre la scena è un omicidio, di cui non ci vengono rivelata né vittima, né ovviamente colpevole. Si preferisce fare il giro largo, e farci entrare a poco a poco nella piccola comunità che è stata sconvolta da questo evento: la classica periferia americana per bene, che dietro ad un’apparenza perfetta nasconde dei torbidi segreti. L’ambientazione e l’idea di base non sono certo nuovi nel panorama telefilmico (basti pensare a Broadchurch o Twin Peaks), ma questo non influisce sulla resa finale, risultando comunque coinvolgente ed accattivante.

Il cast ha giocato per me un ruolo fondamentale, a partire dalla per me grande scoperta di Shailene Woodley. Conoscevo il personaggio solo per fama, senza mai aver seguito nei dettagli la sua carriera, ma l’ho trovata perfettamente all’altezza delle sue coprotagoniste di ben altro lignaggio. La sua Jane Chapman è assolutamente intrigante: una giovane madre single che si trova ad affrontare una vera e propria tribù di madri in carriera, affiatate e restie all’ingresso di nuovi membri nella loro comunità d’élite, con un bagaglio passato apparentemente difficile e problematico. Su Nicole Kidman, nulla da aggiungere all’ovvio: perfetta nel ruolo a lei molto congeniale di Celeste, donna dalla bellezza eterea e dalla vita apparentemente perfetta (con corredo di marito sdolcinato e pieno d’attenzioni e figlioli da pubblicità), ma diventa presto chiaro che nulla a Monterey è veramente come l’immagine luccicante che vuole proporre agli altri. Reese Witherspoon invece è Madeline, il cliché vivente della casalinga e madre perfetta, in tacco dodici e abito da cocktail al primo giorno di scuola della figlia, e tendente a volte al tanto caro dramma americano della desperate housewife, in lotta con la nuova compagna dell’ex marito, sempre più giovane e più affascinante. Paradossalmente, nella sua banalità, è il personaggio che più mi ha affascinato, forse proprio perché mi aspetto il suo completo coinvolgimento nel caso di omicidio.

Alternare il racconto sull’incontro delle tre donne agli interrogatori della polizia sull’omicidio ha posto ulteriormente l’accento sulla fragilità di questo piccolo mondo: lingue taglienti come lame pronte ad attaccare tutto e tutti, senza riserve, portando a galla piccoli screzi e inimicizie, che già solo da questa prima puntata cominciano ad incrinare la superficie liscia come porcellana della realtà della piccola periferia. I rapporti tra i figli che frequentano la stessa scuola sono solo lo specchio di una gerarchia sociale ben più complessa e articolata, tanto che basta un piccolo litigio tra bambini a scatenare una faida tra le rispettive madri, che apparentemente potrebbe essere finita addirittura nel sangue.

Mi aspetto che le big little lies del titolo si riversino su questa piccola comunità come un tornado, portando a galla tutti i più torbidi segreti che queste famiglie nascondono; mi aspetto scintille da questa faida fra madri perfette, e mi aspetto che queste scintille ne facciano scaturire un incendio. Il pilot ha senza dubbio passato il test, ma ha anche alzato di gran lunga l’asticella per le mie aspettative future: saranno sette episodi da godersi tutti d’un fiato.

Al

Sono assolutamente entuasiasta di questo pilot! Correte a vederlo! (- Fine del mio commento, grazie, a presto).
Scherzi a parte (no, guardatelo, davvero), Big Little Lies si basa su un impianto narrativo che mi è da sempre molto congeniale, e che è il motivo per cui non me lo sarei mai lasciato sfuggire per niente al mondo. Non amo, infatti, i mega complottoni internazionali in cui succedono casini che mettono a repentaglio la sicurezza mondiale, e che vengono risolti dal provvidenziale intervento di qualche agente dormiente della CIA finto morto o finto pescatore di salmoni in pensione (sto inventando), ma vengo subito catturata dai drammi succosissimi che si nascondono dietro esistenze del tutto normali, all’apparenza senza macchia e, come in questo caso, tendenti decisamente alla perfezione.

Quando poi ci troviamo come protagoniste tre attrici incredibili come Nicole Kidman, Reese Witherspoon e una notevole Shailene Woodley, che avevamo visto in quel telefilm terribile non di mio gusto, La vita segreta di una teenager americana, e che qui si è rivelata, come detto in precedenza da Al, una vera scoperta all’altezza delle altre due, il gioco è per lo più fatto.
A una prima occhiata sembra trattarsi della classica rivisitazione di un tema tanto caro a Hollywood, incentrato su una cittadina sonnolenta e rispettabile, la cui tranquilla vita di provincia viene sconvolta da turpi scandali e segreti (financo un omicidio), nascosti sotto la superficie di una facciata di formale rispettabilità. In realtà è molto di più, grazie soprattutto al talento di queste tre attrici che sanno portare in vita i loro personaggi con una tale nitidezza, introspezione e complessità, da tenerci incollati allo schermo. Decisamente una narrazione superiore alla media, ma non sto dicendo niente che non potessimo aspettarci.

Nicole Kidman è una Celeste meravigliosa, sofisticata e dalla bellezza fragile del cristallo, di cui riusciamo a cogliere l’abisso malinconico attraverso semplici sguardi, pennellate che riescono a rimandarci con immediatezza naturale un’interiorità che indoviniamo complessa e misteriosa. Celeste mi ha subito affascinato per il suo charme e per la tristezza che sentivo emanare a ondate da lei, nonostante la famiglia invidiabile composta da un marito giovane e affettuoso (ehm) e due gemelli biondi adorabili.

  

Madeleine (Whiterspoon) è la classica socialite che svolazza con equilibrio da un gruppo all’altro, fulcro della vita cittadina con la sua verve e tendenza al protagonismo, ma che combatte con una certa rigidità di fondo, che le fa vivere la vita con un po’ troppa intransigenza, resa benissimo dal suo continuo cicalare, chiacchierare, intervenire, dibattere, chiarire, a coprire un’ansia e una vulnerabilità di fondo ben percepibile e ben rappresentata nella scena con le sue figlie, momento emotivamente pregnante e interpretato con grande maestria.

 

Jane è invece l’outsider capace di suscitare le nostre simpatie nei primi minuti in cui la incontriamo, in cui ci appare un gatto orfano bisognoso di cure (con quella giacca informe, soprattutto), ma al contempo riesce a rendere evidente una vibrazione di stranezza non meglio specificata, che ci mette in allerta, soprattutto per via delle misteriose immagini flash che rivive nella sua mente.

 

Ho molto apprezzato il fatto che il pilot sia riuscito, in soli cinquanta minuti, a presentarci con grande ricchezza psicologica i ritratti delle donne protagoniste, tratteggiandone con abilità sia l’involucro esterno – la parte di sé che vogliono mostrare al mondo -, sia i drammi e i turbamenti interiori, che appartengono a tutte, anche a chi avrebbe ogni motivo per considerare la propria vita una serie ininterrotta di successi, come nel caso dell’antagonista del trio, Renata, donna realizzata che ha tutto, ma è afflitta dalla consapevolezza di non ricevere un consenso unanime, di essere in qualche modo “l’esclusa”, dal momento che si rende conto di non piacere alle altre, nonostante si sforzi di fare tutto nel miglior modo possibile. Eppure, nonostante la grande correttezza di principi con cui si muove, giusti e socialmente riconosciuti validi (portare la figlia a scuola il primo giorno, difenderla, schierarsi contro il bullismo), viene osteggiata. (Come puoi chiamare tua figlia AMabell??).
Avrei qualcosa da dire sul modo assolutamente fuori da ogni logica e pedagogia infantile, che non sarebbe venuto in mente nemmeno a un abitante di Sparta, con cui la zuccherosa insegnante cerca di risolvere un problema in atto tra due bambini. Non mi bastano le mani nei capelli.

Il ritmo dell’episodio è sempre molto sostenuto, soprattutto all’inizio, quando piombiamo di colpo, e impreparati, nella tragedia dell’omicidio, di cui sappiamo poco o nulla. Ottima l’idea di alternare la conoscenza delle protagoniste con dei flash molto rapidi sui primi passi dell’indagine, che ci fanno inquadrare la situazione senza appesantire la narrazione. A fine puntata rimaniamo con il desiderio inappagato di saperne ancora di più e presto, e siamo già totalmente coinvolti nella vita di questa cittadina, che non si fa mancare pettegolezzi succosi e persone pronte a cogliere la minima occasione per rivelarli, distruggendo in fretta l’idea di un’atmosfera “so friendly” come l’ha definita Jane, di cui ignoriamo peraltro il motivo per cui l’abbia scelta come meta del suo trasferimento, che l’ha allontanata dalla sua famiglia, da sola con suo figlio.

È un pilot davvero ben fatto, ben costruito, che promette di tenere alta la tensione nelle successive sei puntate (il cui numero basso dovrebbe garantire una certa qualità di trama, senza inutili dispersioni dovute ai troppi episodi) e che ci fa rimpiangere che non ne abbia acquistato i diritti Netflix, in modo da renderci possibile star su di notte a guardarcela tutta. Purtroppo dovremo invece aspettare un numero insopportabile di giorni prima di immergerci nuovamente nei segreti e nelle bugie di Monterey, per dipanare una matassa di misteri che prevedo già essere molto ingarbugliata e con inaspettati twist.

Un plauso alla fotografia e a tutte le altre scelte stilistiche che lo rendono un pilot superiore alla media, nella mia personale opinione naturalmente soggettiva, e che hanno avuto l’indubbio pregio di non riuscire a farmi letteralmente staccare gli occhi dallo schermo, nemmeno per un secondo.

Spero di avervi convinti a dare una chance a questa miniserie. Fateci sapere se avete guardato questo pilot e che cosa ne pensate!

Syl

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