Piccole Donne: le sorelle March possono ancora rubarci il cuore?

La programmazione natalizia della BBC ha riportato sui nostri schermi uno dei classici per eccellenza: “Piccole Donne”, adattamento dell’omonimo romanzo di Louisa May Alcott.
Noi abbiamo colto l’occasione di questa nuova versione per interrogarci un po’ sulla famosa storia delle sorelle March.


“Piccole Donne” ha segnato una tappa fondamentale della mia infanzia. Ricordo ancora perfettamente il momento in cui si sono aperte per me le porte del mondo delle quattro sorelle, che non si è mai veramente chiuso. Ho riletto tutti e quattro i libri innumerevoli volte, e ho visto moltissimi adattamenti, compreso il film del 1933, con Katharine Hepburn nei panni di una Jo decisamente spiritata. Ho perfino partecipato a una indimenticabile lettura di gruppo, in cui ci siamo divertite tantissimo a odiare Beth (scusatemi, fan di Beth, ma io non l’ho davvero mai sopportata).
Non potevo quindi perdere l’occasione di gustarmi la mini serie andata in onda lo scorso Natale perché “Piccole Donne”, grazie alla scena d’esordio, È Natale.

Ho letto opinioni contrastanti su questa rivisitazione, che invece io ho apprezzato molto. Ho partecipato alle vicende non sempre lievi che la vita riserva alle sorelle March, ho gioito e pianto con loro, e mi sono trovata inaspettatamente più vicina ad alcuni personaggi, qui resi con grande spessore (ho pianto per la morte di Beth, che normalmente desidero infliggerle io stessa). Ho percepito l’atroce dolore di una madre che perde l’amatissima figlia.
La serie è “Pure, warm and honest”, come la poesia che Jo dedica a Beth. Ho amato ogni istante trascorso con le quattro sorelle, che qui sono un po’ più simili fisicamente di quanto non lo siano nel libro, e per questo le ho viste per quello che sono: quattro giovani donne che lavorano per migliorarsi, per trovare la propria strada, per essere felici, accettando quello che la sorte riserva loro, ma senza rassegnarsi. E in questo trovo “Piccole Donne” sempre molto moderno, anche in questa versione, che mi ha coinvolto grazie alla mano delicata con cui ha tracciato le vite delle protagoniste, affiancata da una fotografia dai toni tenui, sobri, in linea con il taglio scelto per la narrazione.

Ma se da un lato è ancora moderno, avendo a cuore la ricerca di un’emancipazione fattiva delle sue protagoniste, che vengono spinte a fare le proprie esperienze in autonomia, dall’altro è innegabile che la trama venga appesantita spesso da una tendenza moralizzatrice a “domare gli istinti inaccettabili”. Comprendo il periodo e il contesto in cui ci troviamo (il padre è un un uomo religioso), ma per quanto apprezzi che le ragazze non siano costrette in vite prestabilite – come vorrebbe zia March interpretata da una Angela Lansbury che migliora incredibilmente la versione del libro -, il loro raggio d’azione non è così ampio come sembra. Le ragazze non possono essere davvero libere di essere se stesse, perché c’è sempre qualcuno che ricorda loro che devono *dominarsi virtuosamente*. No a impeti di rabbia, no a ribellioni, no alla frivolezza, no alle normali qualità che gli esseri umani possiedono e che dovrebbero essere accettate con più indulgenza.
Ed è per questo che non mi sono mai immedesimata con Jo. Jo spicca tra le sorelle per la personalità indomita, per la forza inarrestabile che la muove, per il fuoco con cui vive la sua esistenza, ma è un fuoco che deve spesso spegnere. Perché non le hanno permesso di arrabbiarsi in santa pace quando Amy le brucia il manoscritto? Perché hanno fatto sentire in colpa lei per avere questo terribile carattere selvaggio da mitigare? Perché le donne non possono esprimere una sana rabbia? E l’epilogo a me fa sempre stringere il cuore. Ho sempre avvertito Jo piegarsi a una sorte che si fa andar bene, con un marito pedantissimo. Non ho mai tollerato il professor Bhaer, per quel modo che ha di frenarla e indirizzarla in una versione più addomesticata. E in questo senso, soprattutto in questo periodo in cui le donne hanno trovato finalmente la voce e rivendicano il diritto di essere completamente libere, “Piccole Donne” rimane indietro.

Infine, nonostante il cuore mi sia volato in ogni scena Laurie-Amy, perché amo molto questa coppia, credo che l’aver deciso di tenere la stessa attrice nei panni di Amy-bambina e Amy-adulta abbia reso un po’ stramba tutta la faccenda e gli scambi tra i due. Inoltre Amy, all’inizio del libro, ha quei tratti infantili di egoismo non intenzionale a cui si può perdonare il terribile atto di vendetta. Non così quando la si vede agire con fattezze già adulte. Apprezzo però sempre l’enorme autostima di Amy che, conoscendo perfettamente la sintonia tra Laurie e Jo, è abbastanza forte da non preoccuparsene affatto, sicura dei sentimenti del marito per lei.

Syl

“Piccole Donne” ha sempre fatto parte della mia infanzia, dal primo libro illustrato alla versione animata e all’appuntamento fisso a Natale con il film con protagonista Winona Ryder. Quando qualcosa è così radicato nella tua memoria però diventa difficile poi giudicarlo con oggettività e la miniserie della BBC è stato un bello spunto per capire se la storia delle sorelle March potesse essere ancora attuale, oggi che le priorità di una donna sono, per così dire, cambiate. Devo innanzitutto partire dal fatto che “Piccole Donne” (nel complesso dei vari romanzi) non è stata, nella maturità, una delle mie letture preferite, perché fondamentalmente troppo “buonista”: la ricerca della perfezione della famiglia March mi ha sempre fatto venire voglia di urlare, di schiaffeggiare Amy e di chiedermi perché diamine Meg non fosse libera di indossare un corsetto se questo la faceva sentire bene con se stessa. Non riuscivo a capire come i signori March potessero essere tanto aperti e disponibili ad assecondare le inclinazioni delle figlie (prendendo per esempio il fatto che non abbiano mai fatto pressioni su di loro per un matrimonio vantaggioso o una posizione sociale rispettabile) e altrettanto limitanti nella modellazione e moderazione del loro carattere perché assomigliassero il più possibile all’ideale a cui loro stessi si attenevano.

E credo che questa sia la grande pecca di “Piccole Donne”, quello che rende difficile immedesimarsi con le protagoniste, perché qualunque ragazza oggi vorrebbe avere la possibilità di arrabbiarsi, di essere capricciosa e frivola, di esprimere a pieno la propria indole, senza doversi frenare. Non dico che si debba vivere nell’esagerazione e nella totale assenza di costrizioni, ma mi ha sempre fatto storcere il naso l’atteggiamento di auto-recriminazione e colpevolezza che le ragazze mostravano ogni volta che deviavano dal tracciato imposto, come se fosse un peccato essere se stesse. D’altra parte c’è un aspetto che renderà questo romanzo immortale e che ogni volta mi fa riprendere fiducia nell’umanità, ed è il profondo senso di solidarietà e di amore fraterno che si respira a ogni pagina. In quest’ultimo adattamento ho apprezzato in modo particolare i piccoli momenti di condivisione fra le sorelle, l’atmosfera che le circondava (come per esempio la scena della preparazione del matrimonio di Meg, quegli ultimi momenti in cui tutte possono essere ancora bambine insieme).

Concordo con Syl sul fatto che l’aver scelto delle attrici più o meno coetanee e l’aver in qualche modo annullato la differenza d’età tra le sorelle è stata una nota dolente, però l’armonia che sono riuscite a creare era esattamente quell’affetto incondizionato che immagino subito non appena penso a “Piccole Donne”. Ma oltre al legame fra le sorelle, senza dubbio il punto di forza dello show e del romanzo, è bello riconoscere quello spirito di generosità e altruismo in tutti i personaggi: a volte sfocia in una ridondante abnegazione (perché come detto prima si ricade in quell’esagerato buonismo del privarsi di tutto solo perché c’è una famiglia ancora più povera… il gesto è senza dubbio encomiabile, però farebbe sentire in colpa persino un monaco), altre semplicemente scioglie il cuore, come il convincere anche un vecchio burbero che c’è ancora speranza di essere felice. E alla fine, negli anni, è sempre questo che tendo a ricordare: rimuovo la patina di perbenismo e ricordo Meg, Jo, Beth e Amy che si amano così profondamente da superare qualsiasi screzio e che sono circondate da tanto amore che basterebbe almeno per altre tre vite.

Al

Questo Natale la BBC ha deciso di riportare sugli schermi un classico dell’infanzia di molte giovani donne da generazioni e generazioni, ovvero “Piccole Donne”, adattamento dei romanzi di Louisa May Alcott sulle sorelle March.
Come tutte noi giovani donne sappiamo bene, “Piccole Donne” è caratterizzato da uno spiccato e a volte eccessivo buonismo, tuttavia non è questo che, personalmente, mi infastidisce. Ovviamente, come tutte le ragazze che lo hanno letto ho provato fastidio dinanzi, per esempio, a Jo che deve perdonare Amy per averle bruciato il romanzo perché “Lei è tua sorella e in fondo tu puoi riscriverlo”, una cosa che francamente è una follia oltre che una mancanza di rispetto totale per l’impegno necessario a scrivere (un romanzo, per di più), tuttavia trovo che questo discorso possa essere solo relativo, poiché bisogna sempre ricordare che l’opera è stata scritta nel XIX secolo, quando la società era completamente diversa dalla nostra, quando le concezioni sociali erano completamente diverse dalle nostre. In tal senso, quindi, si comprende quanto le sorelle March fossero innovative e moderne per quell’epoca (per la nostra, ovviamente no); la contestualizzazione storica è il criterio in base al quale la storia va valutata ed è ricordando tale elemento che si riesce ad andare oltre tale buonismo, che indubbiamente oggi avvertiamo davvero tanto.

Come illustrato poco più di tre anni fa nell’articolo che evidenziava i parallelismi tra quest’opera letteraria e un famoso show televisivo (nella relativa rubrica sui parallelismi tra grandi romanzi e famosi telefilm), è chiaro, infatti, come il romanzo sia l’emblematica rappresentazione del cambiamento ineluttabile della società, che nell’universo dell’autrice è quella della seconda metà del XIX secolo (periodo in cui la stessa ha vissuto); ciò si realizza, nello specifico, grazie alle quattro protagoniste e alle caratteristiche che le contraddistinguono: la delicata civetteria di Meg, l’intemperanza di Jo, la dolcezza di Beth e la puntigliosità e la voglia di crescere di Amy.
Queste quattro giovani hanno segnato (e forse, in qualche modo, segnano ancora) un punto fermo nella rappresentazione di figure femminili nei romanzi, poiché non avevano origini nobili, né vivevano chiuse in meravigliosi palazzi o in squallide soffitte in attesa di un evento straordinario che cambiasse improvvisamente e in modo radicale le loro vite. Ed è  proprio qui che emerge la loro importanza come protagoniste femminili: la società americana, in pieno Ottocento, propose immagini femminili diverse, incarnate da queste quattro ragazze vivaci, non in attesa di un Principe Azzurro, né intente a ricamare, bensì pronte ad affrontare i piccoli e grandi problemi della vita, così come le persone, vis à vis, senza svenimenti di sorta, con coraggio. E se pensiamo che tali eventi riguardano anche uno dei periodi più tragici della storia statunitense, ovvero la Guerra di Secessione, nonché che proprio in quegli anni fu scritto il romanzo, possiamo renderci conto facilmente della significatività di esso, delle sue protagoniste e del messaggio che emerge.
E alla fine, è proprio questo che permette a tutte noi persone moderne di apprezzare lo stesso la storia, andando oltre quelle caratteristiche che non si adattano più alla nostra epoca.
Altro fondamentale elemento è ovviamente, come già sottolineato, il rapporto tra le quattro sorelle, sempre bellissimo da vedere, anche in questa versione.



Personalmente, i miei problemi con questo adattamento stanno nella realizzazione. Forse per il difetto già evidenziato del quasi annullamento delle differenze d’età tra le sorelle (Amy in particolare), l’unione piuttosto comune di “Piccole Donne” e “Piccole Donne Crescono”, che caratterizza in pratica tutti gli adattamenti dell’opera della Alcott, mi è sembrata un po’ raffazzonata, quasi un “taglia e cuci”, e non ho amato tutte le interpreti delle sorelle March.
Nonostante questo, la recente versione BBC vanta degli innegabili aspetti positivi: Angela Lansbury come la zia March, Michael Gambon come Mr. Laurence, la fotografia tenue e delicata, i bellissimi colori, alcune scelte di regia che ho molto apprezzato e ovviamente, come detto, la trasposizione del legame tra le sorelle, che nonostante tutto è stato ricreato piuttosto bene.



Evidentemente, pur con dei limiti “Piccole Donne” ha ancora molto da dire anche adesso nel XXI secolo.

Sam




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Syl
Da piccola il suo desiderio era quello di guardare più serie televisive possibili e da grande il suo sogno si è realizzato al punto che per tenere il conto di tutte quelle che guarda, ha bisogno di una app sul telefono (e assolutamente solo in lingua originale). Devota alla lingua inglese, come se non esistesse altro al mondo. Divoratrice di libri da sempre, meglio se inglesi o americani. Vive gli hiatus come una catastrofe. Soffre di Obsessive Castle Disorder e non intende curarsi.

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