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Off Topic

Perché il terzo album dei Neck Deep è la cosa migliore che abbiate ascoltato quest’anno (finora)

Forse l’uscita di The Peace and the Panic lo scorso venerdì è passata leggermente in sordina per via della concomitanza con quella di Science Fiction – questo album che la leggenda narra essere meravigliosamente inarrivabile (chi scrive non ha ancora avuto tempo di ascoltarlo), e che segna il ritorno dei Brand New nei nostri iPod dopo ben otto anni – ma ora vi spiego perché, tutto sommato, il terzo album dei Neck Deep è probabilmente la cosa migliore che abbiate ascoltato (o che ascolterete) dall’inizio del 2017 a oggi. Purché lo facciate a mente aperta, molto aperta e ricettiva.

Si tratta di un album che al suo interno contiene canzoni davvero per tutti i gusti, dalle più vicine alla sensibilità della scena pop punk di cui i cinque ragazzi del Galles fanno parte – come Don’t Wait che vede anche una collaborazione con Sam Carter degli Architects – alle più melodiche – come Wish You Were Here (scritta per un amico che purtroppo non c’è più). Ma fate bene attenzione: il fatto che ci troviamo di fronte a un prodotto che può facilmente accontentare chiunque, non equivale a dire che i ND si siano venduti a qualche strana divinità pagana o che stiano cercando di uscire dalla scena di appartenza – critica immediatamente mossa da molti dopo l’ascolto di Happy Judgement DayWhere Do We Go When We Go e di In Bloom, le canzoni che hanno anticipato l’uscita dell’album. In realtà, in questo particolare caso, significa che i cinque sono riusciti a evolversi al punto da arrivare a costruire un album di una qualità così alta da riuscire a raggiungere la sensibilità musicale di un pubblico molto più vasto del loro a prescindere dai gusti personali.

Lo si ama fin dal primo ascolto, non ha bisogno di essere metabolizzato nel tempo, colpisce dritto là dove deve colpire anche e soprattutto per l’onestà dei testi. Dall’abbandono del chitarrista Lloyd Roberts nel 2015 (sostituito da Sam Bowden) a seguito delle serie accuse che erano state mosse alla sua persona, alla morte del padre del cantante Ben Barlow a fine 2016 (a cui è dedicata 19 Seventy Sumthin’), passando per incidenti quasi irrilevanti al confronto – come ad esempio l’infelice (e mal interpretato) tweet di Ben stesso in occasione della festa della donna, non si può certo dire che il drama sia mancato dalle vite di questi ragazzi dall’uscita di Life’s Not Out to Get You a oggi, ma loro sono riusciti a uscirne a testa alta e a far tesoro di ogni singolo ostacolo di percorso trasformandolo in arte. Ed è proprio per questo che TPATP è un album in cui chiunque può identificarsi, perché parla di vita vissuta e lo fa con sfumature di maturità e positività che io per prima non mi sarei aspettata da loro. I Neck Deep hanno trovato il loro equilibrio interiore. Lo si vede, lo si sente.

In Bloom, che penso sia il loro pezzo più maturo e riuscito, ne è la dimostrazione in 3 minuti e 18 secondi.

Motion Sickness, la traccia rilasciata circa un mese prima dell’uscita dell’album, è invece un perfetto punto di passaggio fra ciò che i Neck Deep erano e ciò che sono adesso, ci mostra – o meglio ci fa ascoltare – proprio l’evoluzione che ho cercato di spiegarvi poche righe sopra. E questa, l’evoluzione, è forse la parte più affascinante dell’album: perché al di là dei pareri personali è importante che una band evolva lasciando che la propria musica segua i progressi delle vicende della vita dei propri componenti. Nessuno rimane sempre fermo allo stesso punto, e soprattutto ci sono momenti – come il passaggio dagli anni dell’adolescenza all’età adulta – in cui si cambia molto rapidamente e quindi non è per nulla strano rilevare un simile cambiamento anche nella musica di chi la musica la fa a un determinato livello da quando aveva 17/18 anni.

Ciò detto, il mio brano preferito dell’album, quello sul quale mi sono proprio ossessionata, è Parachute. E il vostro? Cosa ne pensate di questo nuovo album? Vi ha soddisfatto? Vi ha deluso?

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