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Outlander Recensioni

Outlander – Una realtà difficile

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Secondo episodio per questa quarta stagione di “Outlander”.
Introducendo i protagonisti e noi spettatori a una nuova realtà, “Do No Harm” ha dato un’impennata di drammaticità a questo nuovo capitolo.

Reduci dall’attacco di Stephen Bonnet, Jamie, Claire e Ian sono finalmente arrivati a River Run, la piantagione della zia materna di Jamie, Jocasta, dove si è sviluppata tutta la vicenda narrata in questa puntata. E così, noi spettatori ci siamo trovati davanti a nuove realtà e nuovi personaggi, anch’essi destinati, come Stephen Bonnet, ad avere un ruolo nel prosieguo della storia.
Diciamo subito che l’episodio, partito in modo malinconico ma delicato, ha poi avuto un’accelerazione per terminare nel finale drammatico, risultando quindi davvero intenso e toccante e presentando vari bellissimi aspetti.

In primo luogo, confermando la meravigliosa fotografia già evidenziata la scorsa settimana (la Scozia non delude mai quanto a paesaggi, anche quando si veste da America!), bisogna sottolineare come ancora una volta la crew dello show ci abbia deliziato con magnifiche scenografie. River Run è splendida e gli interni della casa hanno davvero tolto il fiato per la ricchezza degli ambienti.

Da un punto di vista di rapporti tra i personaggi, invece, merita la menzione d’onore quello tra Jocasta e Jamie, poiché è stato reso in modo piuttosto semplice, ma nondimeno coinvolgente. Sin dal momento in cui Jamie è sceso dall’imbarcazione che li ha condotti dalla zia, infatti, è stato sottolineato come Jamie abbia ancora qualcuno della sua famiglia materna su cui poter contare in qualche modo e che gli voglia bene, il che non è un fattore secondario, a maggior ragione dopo quanto accaduto con Colum e, soprattutto, Dougal.


Jocasta è stata tratteggiata benissimo, apparendo subito come un personaggio dalle molte sfaccettature: forte e volitiva (caratteristica tipica dei MacKenzie), eppure anche materna e non senza fragilità, così come in qualche modo afflitta dal fatto che, in quanto donna, non è considerata capace di gestire affari o varie situazioni. La sua posizione, inoltre, è risultata essere immediatamente tutt’altro che facile: determinata a trattare in modo umano i suoi schiavi, palesemente affezionata ad alcuni di loro, tuttavia anche convinta della necessità di osservare la legge, per quanto terribile essa sia, già solo in considerazione delle tremende conseguenze che in caso contrario si abbatterebbero sulla sua tenuta, su lei stessa e sugli altri schiavi.
Una delle scene migliori che l’ha vista coinvolta è stata quella con Phaedra e Claire, poiché in essa si è visto l’affetto che lei prova per quelle persone, la libertà che lei in qualche modo lascia loro (Phaedra non è sembrata trattenere i suoi pensieri) e, pur essendo una donna di un’epoca completamente diversa da quella di Claire, anche il suo non essere infastidita dallo spirito di Claire, nella quale ha riconosciuto una donna di polso (“Hai il fuoco dei MacKenzie”), dimostrando stima per questo nonostante la diversità di idee.

E proprio questo ha reso interessante la dinamica tra le due. Ovviamente noi sappiamo che ad aver ragione è Claire, ma ci rendiamo anche conto che Claire la pensa così perché è nata e cresciuta nel XX Secolo e sino a quel momento non ha dovuto aver a che fare con la legge vigente e la violenza che i coloni possono scatenare; al contrario, Jocasta ha dovuto relazionarsi con questa situazione ogni giorno da quando è arrivata in America e ovviamente è pur sempre una donna nobile del ‘700. Tuttavia, è saltata subito all’occhio la differenza tra Jocasta e Louise de Rohan.

La parte migliore dell’episodio è stata rappresentata senza dubbio dalla questione politica dell’epoca, divisa tra la situazione degli schiavi e quella degli Indiani, entrambe popolazioni vittime della brutalità conquistatrice degli Europei.
Inizialmente presentata con semplicità, come tante volte è accaduto in questo adattamento della saga creata da Diana Gabaldon, ha poi avuto un evolversi decisamente drammatico. Il tutto, infatti, è partito con semplici dialoghi come quelli che hanno coinvolto Jocasta, Claire e Jamie e Ian, ma è poi finito nel sangue. Particolarmente toccanti e colme di verità sono risultate essere le parole di Ian, il quale ha evidenziato come gli Indiani non fossero diversi dagli Scozzesi e, in particolare, dagli Highlander; è sempre bello vedere la sua genuina bontà. Al contrario, sono risultate piuttosto agghiaccianti (in particolar modo per noi che conosciamo la Storia) le parole di Wolff e degli altri ospiti al party in onore di Jamie e Claire, secondo i quali, come i Romani nell’antichità, i coloni sono stati una benedizione per i nativi americani.

Proprio quest’affermazione si ricollega ai terribili eventi del finale, ovvero Claire costretta a uccidere il povero Rufus per risparmiargli un destino ben peggiore, così come per salvare la tenuta, tutti i suoi lavoratori, Jocasta e lei stessa con Jamie. Lei che è un medico ha così dovuto infrangere il suo giuramento per salvare River Run da coloro che si fregiavano di essere la civiltà venuta a salvare le popolazioni indigene, quando invece erano solo bruti. Situazione che ha evidenziato una cosa che Ian e Jamie avevano già espresso: non c’è alcuna differenza con quanto avvenuto in Scozia (e Irlanda).

Infine, come la settimana scorsa abbiamo avuto un altro collegamento agli eventi storici che avverrano in futuro: questa volta non alla Rivoluzione ma alla Guerra di Secessione (1860-1865), grazie alle parole di Jamie, che ha parlato della possibilità di creare una scintilla destinata a propagarsi mediante la liberazione degli schiavi di River Run.

Insomma, davvero un episodio ricco, nonostante gli autori abbiano dovuto riassumere gli eventi e un arco temporale che nel libro è più ampio.

Appuntamento alla prossima settimana con “The False Bride”!

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