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Orphan Black – Femminilità, maternità e sorellanza

Il titolo potrà far aggrottare la fronte a chi ha seguito fedelmente Orphan Black per i suoi cinque anni di corso, visto che per gran parte delle tematiche e per la crudità di alcune scene (le peripezie dell’occhio di Rachel sono solo uno degli esempi più lampanti per me) non si tratta proprio della più “girly” delle serie. Eppure, accanto a questa vena un po’ più thriller, ho apprezzato come nei momenti meno concitati, quando il Clone Club e coloro che gli gravitano intorno non erano impegnati a sviscerare misteri e/o a mettersi in salvo da cospirazioni ai loro danni, si siano riusciti a evidenziare questi aspetti più quotidiani anche solo con un dialogo o addirittura con una sequenza muta, in grado di portare alla luce il realismo di questi personaggi al di là dell’assurdità che le circonda.

Che siate fan di lunga data di questo show o che l’abbiate appena sentito nominare e dalle tre parole chiave carpite avete ora la curiosità di recuperarlo (in questo secondo caso cercherò di limitare gli eventuali spoiler a seguire), è indubbio che nella diversità delle protagoniste (seppur geneticamente identiche) si riflettano un milione di sfaccettature dell’essere donna che le rende, ognuna a suo modo, impossibili da non amare.

  

Ad esempio, e qui spezzo una lancia a suo favore, capisco come da un punto di vista narrativo in una serie come questa si possa tendere ad apprezzare di più il fascino trasgressivo di Sarah o l’acume scientifico di Cosima, ma la spesso bistrattata Alison è una rappresentazione fin troppo tristemente reale della quotidianità di periferia: è sicuramente quella tra i cloni che ci ho messo di più ad apprezzare, proprio per l’apparenza da “bastone su per il didietro” a primo impatto, ma mi ha col tempo conquistata fino a diventare la mia preferita tra le tante. Solo di rado decisiva nella lotta per la loro emancipazione da chi le ha create e pensa di poterle possedere e usare a proprio piacimento, di Alison vediamo spesso (specialmente andando verso le ultime stagioni) la frustrazione dell’essere lasciata fuori. Alison ci viene presentata come una soccer mom impegnata su un miliardo di fronti diversi all’interno della comunità in cui vive: scuola dei bambini, parrocchia ecc. È l’emblema della donna e madre di famiglia che potrebbe spesso, superficialmente portare lo spettatore a chiedersi perché si debbano intervallare le trame concitate di un episodio con parentesi in cui la vediamo organizzare un musical, ma io ho apprezzato il ritmo dello show anche per questo: può forse essere realistico che una donna, sebbene madre di una bambina piccola, come Sarah, con i suoi trascorsi, decida di punto in bianco di lasciarsi temporaneamente tutto alle spalle (grazie a Dio ha comunque la fortuna di avere una roccia granitica come Mrs. S a guardarle le spalle) e imbarcarsi alla cieca in missioni che la sballottolano a destra e a manca come la pallina di un flipper; non lo è altrettanto che una donna così profondamente radicata nel suo “habitat” e con mani in pasta in duemila eventi diversi, come è Alison, prenda e lasci tutto. La quasi banalità del normale è quello che rende l’alternarsi di queste scene reali, il fatto che mentre qualcuno è a farsi ammazzare a miglia di distanza da casa altri sono a vivere tutto solo attraverso lo schermo di un computer. E c’è da dire che, anche senza muoversi molto da casa, di roba fuori dal comune Ali ne ha fatta eccome (penso solo al metaforico seppellire scheletri in garage… ehm, nell’armadio)! Mi è capitato di recente di leggere un libro, The Pull of the Moon, che racconta di una donna di mezza età che a un certo punto decide di lasciare temporaneamente casa e viaggiare senza una meta precisa alla ricerca di qualcosa: non vuole lasciare per sempre la sua famiglia, semplicemente trovare se stessa e dare un senso a quell’età che molte donne temono di più. Il libro si sviluppa a metà tra le lettere che manda a casa per far sapere come procede il suo viaggio e ciò che scrive invece sul suo diario personale, e tra episodi più o meno paradossali l’ho trovato un ritratto piuttosto fedele di quello che potrebbe definirsi un comune senso di insoddisfazione latente.

Ecco, seppure nella serie si tratti di una parentesi piuttosto breve, il momento in cui Alison confessa a Donnie di aver bisogno di allontanarsi per un po’ per lavorare su se stessa è ciò che me l’ha resa indelebilmente cara, al culmine di un periodo in cui le frequenti richieste di essere più coinvolta si scontravano con il costante “resta dove sei” delle altre: è senz’altro un’estremizzazione, ma io lo vedo anche come il più comune desiderio che può capitare di avere di montare in macchina e allontanarsi da una quotidianità opprimente, per guardare tutto da una prospettiva diversa.

Alison può essere senz’altro vista come l’esaltazione della donna comune in grado di ribaltare il mondo se messa di fronte a possibilità catastrofiche, ma ognuna delle donne interpretate da Tatiana Maslany ha il suo carattere distintivo, evidenziato brillantemente dalla mostra di Felix nella quinta stagione: un altro di quei momenti che, seppur brevemente, interrompono la successione impetuosa degli eventi per concedere ai nostri personaggi una parvenza di normalità… e a noi uno specchio per analizzare ancora una volta le singolari personalità delle “sorelle” dell’artista. E trovo appropriato che, tra le varie tele, spicchi il ritratto di Siobhan, uno dei personaggi femminili “di contorno” (insieme anche a Delphine) che più ho apprezzato per la forza e lo spirito di sacrificio, sempre volti a proteggere Sarah e gli altri membri di questa famiglia allargata.

Già che ho menzionato Sarah, il motore iniziale dell’azione, una donna impulsiva ma di fondo sempre fedele alla sua famiglia e protettiva verso chi ama: essendo l’unica insieme alla sua gemella a possedere la particolarità genetica che le ha permesso di procreare, la maternità è senz’altro un altro tema molto sentito all’interno dello show e che ho apprezzato proprio per l’ampio ventaglio di sfumature con cui è stato trattato, come più in generale la raffigurazione della femminilità. Penso che una delle sequenze finali della serie sia la più rappresentativa a questo fine: il confronto tra le “sorelle” e il loro rapporto con l’essere madri. La rassegnazione di Sarah, convinta di non essere in grado di cambiare per essere la figura materna che a Kira serve e le altre che la rassicurano menzionando episodi quotidiani che definiscono gli alti e bassi di questa condizione: le sgridate, l’impossibilità di essere ovunque nello stesso momento, la mancanza di spirito materno in primis. Cosima appare forse come la più anticonvenzionale delle sestra all’interno di conversazioni come questa, ma io ho amato la sua candida ammissione di sentirsi inappropriata ogni volta che le viene chiesto di tenere in braccio un bambino proprio perché rappresenta un aspetto ancora diverso di quella tematica: quello che è forse il terrore latente di molte donne che vogliono che femminilità e maternità vadano di pari passo, che la società ha portato a sentirsi “strane” o addirittura egoiste se questo desiderio di maternità, sotto sotto, neanche lo sentono.

Ma quello che ho amato di più e che mi ha fatto appassionare a Orphan Black da un punto di vista emozionale oltre che cognitivo, affezionandomi alle vicende dei personaggi oltre al coinvolgimento nelle trame, è il rapporto che si stabilisce quasi da subito tra le “sorelle”. Continuo a usare questo termine tra virgolette perché, ovvio, tecnicamente non è quello che queste donne sono: esperimenti, creazioni geneticamente identiche che non hanno chiesto di esistere per quello che sono ma che ora, venute a conoscenza della realtà dei fatti, vogliono proteggere la loro identità per quella che è diventata nel tempo. Ho apprezzato molto che sul finale della serie si sia trovato il modo di tornare indietro grazie a flashback che ci hanno mostrato anche la vita di Beth, che avremmo altrimenti solo conosciuto attraverso il frammento iniziale del pilot in cui incontra lo sguardo di Sarah e tramite lo “studio” che quest’ultima fa di lei per impersonarla. Beth è a lungo il collante di questo particolare gruppo, che riesce poi a evolvere dopo la sua scomparsa in qualcosa di davvero più simile a una famiglia. Che lo siano realmente o meno, il termine sorelle è davvero quello più appropriato a definire il legame stretto che intercorre tra le protagoniste, che seppure estremamente diverse, con background diversi e nonostante gli inevitabili scontri di idee, sono sempre legate l’una all’altra in maniera indissolubile. Come nelle vere famiglie, si può scegliere a un certo punto di andare ognuno per la propria strada, se le diverse personalità puntano in direzioni diverse, o si può scegliere di mantenere i contatti: le sorelle di Orphan Black scelgono di condividere le loro conoscenze e la loro lotta con tutto il dolore che ne consegue, e alla fine dei tempi duri possono scegliere di condividere anche il resto della vita.

A quanti di voi manca questa serie? Quali sono i vostri momenti preferiti o quello che in generale ricordate con maggiore piacere? Fatemelo sapere qui sotto nei commenti.
Alla prossima!

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