Orange is the New Black | Recensione Season 5

Cari amici delle detenute di Litchfield,

abbiamo aspettato un anno ma finalmente abbiamo rivisto le nostre carcerate preferite. La scorsa stagione ci aveva lasciato con il cuore in pezzi, le sacche lacrimali vuote e un cliffhanger da paura.

Questa inizia raccontandoci cosa accade subito dopo: ovvero, come Daya si rovina la vita.

Come ogni stagione, anche questa ha un inizio quasi soft che le è costato diverse critiche circa un tono troppo leggero ma, man mano che proseguivamo nella visione, la situazione si è fatta sempre più seria, fino all’epilogo finale.

Ambientata nell’arco dei 4 giorni (gracias, Blanca Flores!) della rivolta, ha posto al centro della narrazione il sovvertimento dei ruoli fra guardie e detenute: una prospettiva nuova che ha fatto molto riflettere.

Accanto a temi importanti, ha saputo regalare momenti divertenti in maniera coerente con quella che è stata una rivolta definibile come: smandrappata. Ahahah. I momenti leggeri hanno fatto da contrappeso ai momenti molto seri e temi importanti ma meno importanti (quali la vita fuori dal carcere, cfr Flaritza oppure l’immagine che si vuole trasmettere, cfr il bambino che vede la madre su YouTube inveire contro le guardie) hanno corollato la narrazione senza prendere troppo spazio. La tematica principale è stata quella indicata sopra: we are good people, dicono le detenute.

Nella contrapposizione fra fazioni c’è sempre la tendenza a disumanizzare l’altro per potersi ritenere autorizzati a perpetrare le peggiori crudeltà e chiamarle «Giustizia». Il tema, urlato da Taystee nei corridoi a fine quarta stagione, ritorna continuamente all’interno dei 13 episodi e raggiunge il suo apice nella contrapposizione fra Piscatella e Red e la storia personale della guardia.

Con un capovolgimento dei ruoli, ci ritroviamo ad impietosirci per le guardie costrette a subire torture per il solo divertimento delle detenute e a tifare per la loro liberazione.

Così come, fino a poco tempo prima, tifavamo per le detenute pur consapevoli che sono in carcere per una ragione ben precisa: come d’altronde ci viene ricordato proprio durante gli episodi.

L’apice del terrore, lo ammetto, l’ho raggiunto quando la pistola è finita nelle mani di Ann Rice, la più fattona delle due fattone della prigione: l’assenza di una qualunque logica razionale dietro le loro decisioni, le ha rese le più pericolose e disprezzabili del penitenziario. Eppure, e qui sta la bravura di quelli di Oitnb, quando Leanne è uscita dalla prigione ed ha visto che sua madre era lì ad aspettare sue notizie, mi sono commossa.

Ancora una volta, i personaggi di Oitnb sono a tutto tondo: dietro il criminale non si smette mai di vedere anche la persona: la figlia, la madre, l’amica, la fidanzata/moglie, l’essere umano in tutta la sua debolezza.

Sono proprio gli elementi più deboli le grandi vittime della stagione: Suzanne, Lorna, rimangono vittime dell’assenza di una regola. In particolare la Warren (Uzo Aduba ci regala nuovamente dei momenti da pelle d’oca) è confusa, spaventata, persa, totalmente incontrollabile e alla mercé di chi si dice “sano di mente”.

Ma ciò che è emerso dalla stagione è il persistere, nonostante le pretese, di divisioni all’interno della prigione: divisioni che hanno di fatto impedito il successo della rivolta perché sempre più spesso, non c’era comunicazione fra le parti. Divisioni che hanno innescato il caos in più di un’occasione, rimescolando le carte in tavola e trasmettendo la netta sensazione che non sapessero nemmeno cosa stessero facendo, ricordandoci che non tutte queste detenute sono dentro per reati violenti e che molte di esse sono ben poco esperte di crudeltà organizzata.

È stato interessante che a far fallire la rivolta sia stato il tradimento di due detenute e la miopia di un’altra.

Taystee, con la sua disperata ricerca di giustizia per Poussey, non si è resa conto che non avrebbe potuto ottenerla in quella sede e la sua miopia, le ha impedito di comprendere che mentre cercava giustizia, commetteva un’ingiustizia nei confronti delle sue compagne. Non credo – contrariamente a quanto sostenuto da Black Cindy – che Taystee l’abbia fatto per orgoglio, sono convinta, invece, che il tenere lo sguardo puntato contro Baley, le abbia impedito di accorgersi che aveva l’opportunità di cambiare la vita alle persone.

Ho trovato, quindi, importantissimo che ci abbiano mostrato la sorte di Baley: il suo tormento, il tormento di un ragazzo ingenuo che ha commesso un errore che è costato la vita di una persona, è diventato il tormento dello spettatore eppure è stato facile immedesimarsi nei panni del generale Washington e negargli quel sollievo che il carcere avrebbe potuto dargli. La scelta finale di ricominciare da un’altra parte ha lasciato l’amaro in bocca eppure non c’era via d’uscita perché non sarebbe stato perseguito dalla legge e non avrebbe mai potuto affrontare quanto ha commesso se fosse rimasto a Litchfield.

Se dovessi scegliere il personaggio migliore della stagione, non avrei dubbi: Taystee ha brillato come una stella in ciascun episodio. La sua intelligenza, arguzia, senso di giustizia, hanno attirato lo sguardo ammirato della Figueroa e di Caputo quanto quello dello spettatore. Non ho dubbi che una volta fuori, con le possibilità giuste, Taystee possa arrivare lontano. La sua interprete – Danielle Brooks – ha saputo costruire episodio dopo episodio la corazza che consentiva a Taystee di lottare e che, come un castello di carte, è crollata miseramente davanti a Piscatella.

Ma questa stagione ci ha concesso di conoscere meglio anche altre detenute: non ci ricorderemo i loro nomi, sicuramente (anzi, mi viene il dubbio che alcuni non siano stati nemmeno pronunciati) ma espandere il gruppo al resto della prigione è stato positivo. E non lo dico solo per via del mio scarso amore per Piper e Alex. Conoscere meglio anche le altre, ha allargato gli orizzonti dello spettatore ed ha consentito di moltiplicare le storie e i punti di vista.

Altre due detenute, però, si sono guadagnate il podio:

  • Gloria Mendoza: mi è piaciuto come da saggia e previdente, sia passata a incredibilmente astuta, tutto per l’amore di suo figlio.
  • Frieda Berlin, l’inventiva scout apocalittica, ha svelato nuovi aspetti di sé ed ha iniziato a riaprirsi al mondo dopo la perdita della sua amica Bone nella scorsa stagione: anche a più di 70 anni si può ancora cambiare.

Siccome le cose da dire sono tante e non vorrei sbrodolare oltre, mi soffermerei sui 5 momenti migliori (per me, per lo meno):

  • Boo che arriva in soccorso di Pennsatucky con la sigla di “Law and Order”: stavo sbellicandomi dalle risate. Lo ammetto, non c’entrava granché con la linea narrativa perseguita nell’episodio ma anche il buffo processo a Pennsatucky ha aderito al modello di “Giustizia” che le detenute avrebbero desiderato: è indicativo, quindi, il fallimento dei servizi comunitari e il sopravvento dei sentimenti di vendetta da parte delle skinhead e soprattutto di Leanne;
  • Suzanne che si lava il viso tinto di bianco: la violenza dell’essere reso qualcosa di diverso da ciò che si è, ci sorprende in una scena apparentemente innocua. Lo sguardo sconvolto nel non riconoscere la donna nello specchio è lo stesso sguardo di chi viene obbligato dalla società a dimenticare la propria identità. In questo caso, il whitewashing è letterale. La prigione fa esattamente questo al detenuto: annulla la sua identità di essere umano al punto che questo si riconosce solo nei propri simili (bianchi, neri, latinos, skinhead, fanatici religiosi, etc etc) e veda il diverso come una minaccia.
  • La storia di Piscatella: vederlo torturare Red mi ha ridotto in uno stato che era secondo solo a quello Nicky nel corso dell’episodio. La sua storia, però, anzi, il suo intero arco narrativo, è stato illuminante. Il taglio della barba è diventato simbolo di svelamento del vero Piscatella. L’uomo che per amore ha perpetrato la vendetta, senza pensarci due volte, e che ha disumanizzato il detenuto (o LE detenute, come in questo caso) fino a godere del male inflitto. Di fronte alla pietà delle donne, sembra spezzarsi in qualche maniera e realizzare il proprio errore, solo per morire poco dopo, anche lui, per un assurdo incidente dovuto all’inesperienza di un ragazzo troppo giovane.
  • Daya telefona a Mrs Powell e le affida sua figlia. Ho passato la scorsa stagione ad odiare Aleida per aver convinto Daya e non dare in adozione la sua bambina alla madre del Pornobaffo. Dopo l’abbandono di Bennet (scappato a studiare legge per Annalise Keating), la ragazza ha visto scoppiare la bolla di illusione in cui aveva vissuto i 9 mesi precedenti. La sensazione di smarrimento l’ha condotta verso un baratro e l’influenza di altre persone, fino a quando ha sparato a Humphrey. La consapevolezza di non essere in grado di garantire un futuro alla propria figlia, la volontà di regalare una seconda possibilità alla piccola creatura, la porta a telefonare alla signora Powell e supplicarla di ritornare sui suoi passi. Se più avanti nella stagione vedremo due madri mettere a rischio la propria vita e tradire la propria famiglia carceraria per amore dei propri figli, qui assistiamo ad una ragazza che ha iniziato presto ad avere responsabilità che non le competevano, affidandosi troppo ad una madre che non è mai stata un modello e che l’ha portata in prigione. Se è vero che la scelte erano solo sue, è anche vero che Daya non ha mai avuto una Gloria Mendoza che lavorasse duro per mostrarle una vita migliore.
  • Il santuario di libri in memoria di Poussey. Vedere Brook affrontare il lutto, legare con Janae (un personaggio che adoro dal pilot, anche lei dall’intelligenza sprecata) e progettare un penitenziario-biblioteca in memoria di una persona meravigliosa e amata da tutti, è stato stupendo. Poetico. Qualcosa di sacro e puro nel caos completo della prigione. E non a caso la sua distruzione da parte delle forze d’assalto e la resistenza non violenta di Brook Soso diventano simbolo della stagione. Quel luogo, che tutti rispettavano, tempio dei sentimenti umani e specchio di un ambiente che volevano rendere «casa», viene distrutto dalla violenza repressiva esterna. Il sentimento e l’essere umano vengono cancellati dal sistema che vede le detenute solo come criminali e niente di più.

La sequenza finale.

Accompagnata dalle note sempre meravigliose di “To Build a Home” della Cinematic Orchestra (canzone simbolo del desiderio di “casa” delle donne protagoniste), vediamo la repressione della rivolta. Una ad una le detenute vengono fatte lentamente salire su due pullman, separate dalle proprie compagne, portate lontano da quella che per molte era ormai la propria casa, incerte del proprio destino, mentre le ultime 10, unite, si schierano davanti alle forze d’assalto.

Ho terminato la stagione con il cuore in gola.

Una conclusione del genere apre la prossima stagione a tantissime altre possibilità narrative e ci consente di non dire addio a personaggi stupendi quali Sophia Burset, la cui risata divertita dall’ironia della vita rieccheggia nelle nostre orecchie e la cui storia è simbolo della storia più grande: piegata da tante sofferenze commette qualcosa di grave per raggiungere una situazione migliore ma una volta lì, si rende conto che è stato tutto inutile.

…oppure no?

Solo due dubbi mi assillano: 1) che fine ha fatto l’infermiere? Sarà scappato insieme alle guardie, presumo…. 2) Mancavano solo 10 detenute ma non hanno contato il boss cinese e Pennsatuck e invece hanno contato Linda. Va bene che la matematica non è un’opinione ma mi sono persa qualcosa?

Miglior Battuta:

You think your feelings are real, but they’re not.

Trust me.
It’s like…It’s like the sky is blue, right?

But when there are clouds, you think it’s grey.

But really it’s still blue.

It hasn’t changed.

It’s just covered with clouds passing by.

Now the clouds are your feelings.

The sky is how it really is.

Your clouds will pass by” Suzanne Warren

Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ne sono sicura, ma se andassi avanti finiremmo per fare uscire a fascicoli settimanali la mia recensione e non è mia intenzione. Perciò mi rivolgo a voi: cosa ve n’è parso? Cosa/Chi avete preferito? Commentate, commentate, commentate.

Prima di lasciarvi, vi ricordo di passare da

Orange is the New Black – Italian FUN club

e di riempire di mi piace 🙂





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The Lady and the Band

Ha un passato da ladra insieme alle sorelle Occhi di gatto, ha difeso la Terra nel team delle guerriere Sailor e fatto magie con Terry e Maggie. Ha fornito i sigari sottobanco ad Hannibal e il suo A-Team, indagato con gli Angeli di Charlie Townsend, ha riso con la tata Francesca ed è cresciuta con i 6 Friends di NY. Ha imparato ad amare San Francisco difendendo gli innocenti con le Streghe, è stata un pivello insieme a Jd-Turk-Elliott, ha risolto crimini efferati con praticamente il 90% di poliziotti e avvocati del piccolo schermo e amato la provincia americana con Lorelai e Rory Gilmore. Avrebbe voluto che il Fabbricatorte non chiudesse mai e non ha mai smesso di immaginare Chuck e Sarah che «sedano rivoluzioni con una forchetta». Lettrice appassionata, Janeites per fede, amante delle storie sotto ogni forma fin da piccola. Segue serie poliziesche, comedy e sit-com soprattutto, uniche allergie riconosciute sono quelle allo sci-fi e all’horror.

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