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One Chicago | Recensione Crossover Chicago Fire/PD/Justice/MED [5×15/4×16/1×01]

Ho sempre creduto che ci fossero due ragioni per cui i crossover tra i diversi show del franchise creato da Dick Wolf venissero racchiusi fin dall’inizio sotto il nome di “One Chicago”. La prima è una motivazione quasi letterale, forse un po’ scontata ma è anche l’aspetto più bello ed esemplare di questi episodi che agiscono sulla stessa storyline orizzontale e mi riferisco alla capacità delle due, tre o quattro serie tv coinvolte nel crossover di diventare un unico mondo, di annullare i confini tra realtà che sanno essere diametralmente opposte pur condividendo la stessa città, di unirsi in un’unica storia che non riguarda più il singolo protagonista ma diventa la storia di tutti loro, senza distinzione. Il modo in cui strutturalmente questi episodi vengono scritti e recitati permette la creazione di quello che a mio parere si rivela sempre un evento televisivo dalla potenza emozionale senza paragoni proprio perché, come in questo caso, quattro diversi gruppi di personaggi e di storie convergono in uno stesso momento, portando ognuno il proprio stile, le proprie idee, il proprio credo ma allo stesso tempo annullando quelle distanze e quelle barriere che a volte sembrano interporsi tra di loro.

Ma c’è una seconda ragione per cui secondo me si identificano questi crossover con l’iconico titolo di “One Chicago” e riguarda la protagonista indiscussa di TUTTE queste serie, colei che è sempre presente, che a volte resta silenziosa a guardare in disparte e a volte travolge tutti con la sua voce prorompente, colei che è capace dei più grandi atti di altruismo ma anche custode delle peggiori nefandezze, la gelida Chicago. Credo che in tutta la mia esperienza di telefilm addicted io non abbia mai provato la sensazione di avvertire la città che fa da sfondo ai personaggi e alle loro storie come parte integrante di esse, non come avviene in questi casi. “One Chicago” secondo me non è solo un modo per racchiudere insieme le quattro serie tv che adesso compongono questo franchise, “One Chicago” significa che ci sono momenti in cui il cuore dell’intera città batte all’unisono con quello dei suoi abitanti, c’è un solo battito che riecheggia a Chicago, un solo respiro, una sola anima composta da milioni di anime. In quei momenti, quando viene ferita dritto al cuore, la Chicago di Dick Wolf, Derek Haas e Matt Olmstead prende vita come una vera protagonista e fa scudo davanti a coloro che sono stati messi in ginocchio, per proteggerli e per donare loro tutto ciò di cui hanno bisogno per rialzarsi, che sia speranza, cura, vendetta o giustizia. La fredda, crudele, grigia e ambigua Chicago veglia in questi episodi su tutte le vite perse e salvate perché loro, LORO SONO CHICAGO, ognuno a modo proprio.

HOW, WHO, WHY

Per tutte queste ragioni, è in fondo quasi impossibile e ingiusto parlarvi della storia raccontata in questo ultimo crossover dividendola a seconda della serie perché questo andrebbe a contraddire tutto ciò che “One Chicago” significa e il motivo per cui è nato. Vi parlerò quindi di quattro anime di una stessa città, così diverse l’una dalle altre eppure così simbiotiche in momenti catartici come l’ultimo appena vissuto da tutti loro. E il punto di partenza è inevitabilmente sempre lo stesso perché in fondo tutto è cominciato con loro, con gli eroi della caserma 51 e con lo sguardo saggio e imponente di colui che li guida dall’inizio e che cela nei suoi occhi il peso di quella responsabilità: il capo Wallace Boden.

Quando ripenso alla prima parte di questa storia, alle sue prime scene, alle sirene che preannunciano la chiamata sulla scena della squad 3, del truck 81 e dell’ambulanza 61, quando ripenso ai momenti che precedono l’azione mentre i protagonisti si preparano per un intervento da cui tutti loro sanno che potrebbero non ritornare sani e salvi, avverto nuovamente la stessa sensazione di agitazione e ansia che mi ha dato i brividi fin dal fotogramma di apertura che mostrava, uno dopo l’altro, i titoli delle quattro serie tv targate Chicago. C’era qualcosa nei loro sguardi che anticipava una notte diversa, quelle notti capaci di distruggere vite senza contarle, quelle notti che secondo me li segnano un po’ di più ogni volta. Ma più tutto, ciò che mi ha colpito profondamente di questo “inizio” è stato proprio quello sguardo di cui vi parlavo prima, quello sguardo che a volte è simbolo della Chicago della Caserma 51 perché appartiene a colui che in un solo istante può decidere chi vive e chi muore. Se Gabriela Dawson e Christopher Herrmann rappresentano [a mio parere] il cuore pulsante della caserma ma soprattutto il manifesto di una città che dà ancora speranza, Wallace Boden è per me l’emblema delle fondamenta che giacciono alla base della 51, nei suoi occhi così buoni e autoritari si intravedono i fantasmi di tutte quelle decisioni che in un modo o nell’altro hanno cambiato il corso di una storia, quelle scelte che vivono costantemente in bilico tra il fatale errore e l’eroico salvataggio, quelle chiamate che possono valerti una medaglia o toglierti il sonno di notte. E di fronte a quell’edificio infernale avvolto dalle fiamme, con i suoi uomini all’interno in costante pericolo pur di portare in salvo ogni singola vittima dell’incendio, gli occhi di Boden si caricano di un’ulteriore, insopportabile pressione nel momento in cui un padre disperato lo supplica di trovare sua figlia. L’arrivo di Alvin Olinsky sulle scene è straziante ma mai quanto lo è la sua preghiera rivolta a Boden che aveva appena richiamato i suoi vigili del fuoco a causa dell’instabilità dell’edificio.


Appellandosi quasi a quel legame a doppio filo che inevitabilmente unisce la caserma 51 al team dell’Intelligence, Olinsky ripete la sua supplica a Boden come una litania per l’unico uomo che potrebbe salvare la sua bambina, guardandolo costantemente negli occhi, li stessi occhi che restano impassibili e silenziosi mentre valutano i rischi con la mente ma ascoltano la preghiera con il cuore. E in quel momento puoi quasi avvertire l’istante esatto in cui Boden decide cosa fare ma sceglie di farlo in prima persona, accompagnato soltanto da Severide con cui si perde nuovamente tra le fiamme dell’edificio per trovare e riportare Lexi Olinsky da suo padre.


 

Eppure era solo l’inizio. Perché se Lexi è ancora viva quando Boden la porta personalmente in salvo fuori dal magazzino, lo stesso purtroppo non si può dire per quella serie di corpi senza vita che appare quasi interminabile nel momento in cui il sole sorge nuovamente su Chicago, una scena che toglie il fiato per la sua realistica drammaticità e che si riflette questa volta nello sguardo quasi rassegnato e impotente che condividono Wallace Boden e Matt Casey, mentre annientati dall’ennesima notte che non potranno mai dimenticare, si chiedono perché sia successo ancora una volta.

Ma anche nella notte più oscura, io credo che il potere della 51 sia quello di risplendere e portare un po’ di luce a chi ne ha bisogno. È straordinario notare quanto in “Chicago Fire” ci sia sempre spazio per un sorriso, per una parola di conforto, per la possibilità di trovare anche nella tragedia più profonda un motivo per tornare a sperare. La “missione” personale di Gabby e Brett che riuniscono due giovani sopravvissuti che avevano condiviso un semplice ballo prima dell’inizio del loro inferno; l’eterna riconoscenza e gratitudine di due genitori che vorrebbero donare il mondo agli eroi che hanno salvato la loro bambina; il supporto di Mouch per la ragazza così spaventata dalla morte che vedeva davanti ai suoi occhi da aver usato qualsiasi mezzo pur di raggiungere la sua via di fuga; persino la giovane Marcy, la sostituta di Connie, che al suo primo giorno di lavoro si ritrova in una caserma distrutta dagli eventi e pur di aiutarli in qualsiasi modo le sia possibile, comincia a cucinare per loro, sotto lo sguardo commosso di Stella Kidd; sono tutti momenti in cui la 51 sceglie di tornare a vivere e a sorridere, anche dopo che la tragedia si è consumata nella loro stessa caserma, tutti loro non permettono a chiunque sia il colpevole di metterli in ginocchio e combattono, giorno dopo giorno, per trovare anche solo un aspetto positivo da cui ripartire, da cui ricominciare a costruire una città appena distrutta, la LORO città. Non so come ci riescano, ma in “Chicago Fire” sono in grado di presentarti la realtà più drammatica e tragica che possiamo ritrovare in qualsiasi news, articolo di cronaca o giorno della nostra quotidianità ma al tempo stesso ti restituiscono la fiducia nell’umanità perché forse lì fuori c’è ancora qualcuno disposto a tenderti la mano per aiutarti o ad avvicinare la sua spalla per permetterti di piangerci su. “Chicago Fire” ti dà quella stessa speranza che a volte, cinicamente ma realisticamente, “Chicago PD” ti porta via ma in quel caso spetta all’Intelligence donarti qualcosa in cambio, ossia la certezza assoluta, che in un modo o nell’altro, giustizia verrà fatta, con qualsiasi mezzo, e nessuno riposerà finché l’ultimo colpevole non sarà punito per i suoi crimini.

La Chicago di Hank Voight è sempre stata ai miei occhi quella più viva, intensa, crudele, cinica ma giusta e ho anche sempre creduto che Voight fosse l’unico poliziotto che quella città meritasse e di cui avesse estremamente bisogno perché Voight è il prodotto di Chicago, ne racchiude le luci e soprattutto le ombre, non ha paura di seguire le sue regole e la sua giustizia ma lo fa per le vittime, per coloro che non possono più parlare o difendersi da soli e per coloro che invece sono rimasti in vita ma segnati da una morte che ha portato loro via un figlio, un padre, un amico o un amore. Una volta ho guardato un fanvid dedicato a questa serie e la canzone usata come soundtrack diceva: “We are the warriors that built this town”, ecco, questo per me sono i membri dell’Intelligence, sono i guerrieri che giorno dopo giorno costruiscono una Chicago migliore, con il cuore spezzato, con la voce rotta dal pianto, con la gola stretta in una morsa che impedisce anche di respirare, ma loro vanno avanti, senza fermarsi, perché il tempo per piangere anche le loro stesse vittime è un lusso che non possono concedersi.



Nel momento in cui l’Intelligence prende tra le mani le redini della storia, dopo che le indagini di Severide forniscono il “come” si sia realizzata la tragedia, a Voight e alla sua squadra spetta scoprire CHI si sia celato dietro questo atto di inumanità. Ma lo sviluppo tragicamente catartico che travolge l’intero distretto arriva con una telefonata dal Med, quel tipo di chiamata che ti cambia per sempre e che Voight annuncia sconvolto con poche parole, come suo solito, spingendo i suoi “uomini” a fare qualcosa di impossibile in quel momento, ossia andare avanti anche quando appare addirittura difficile capire ciò che è appena successo. Il dolore dipinto sui volti di tutti i membri dell’Intelligence, lo sforzo evidentemente sovraumano che Kim compie nel dover continuare a illustrare le evoluzioni delle indagini con professionalità quando invece la sofferenza sembra averla attraversata da parte a parte sono momenti che diventano per me l’emblema di quella squadra e di ciò che fanno giorno dopo giorno per rendere giustizia a coloro che ne sono stati privati ma è il gesto di Erin probabilmente quello che ti fa avvertire nelle vene lo stesso gelo che si respira a Chicago nei suoi mesi più freddi. Mentre la sua intera squadra segue i suoi movimenti con lo sguardo, in religioso e reverenziale silenzio, prima di riprendere la giornata chiudendo quel dolore in una scatola, io credo che Erin permetta a sé stessa e alla famiglia che ha alle spalle di concedersi un solo istante per pensare a ciò che è accaduto, spostando la foto di Lexi Olinsky dalla lavagna dei feriti a quella dei deceduti, in un momento così delicato e ponderato da apparire quasi realizzato al rallentatore, perché almeno per la durata di quel gesto, l’Intelligence ha potuto piangere insieme la scomparsa di uno di loro.

Forse è quasi inutile raccontare la reazione di Alvin al suo ritorno all’Intelligence, inutile descrivere l’espressione di un uomo che appare svuotato da qualsiasi emozione perché in fondo ha appena perso tutto ciò che lo rendeva vivo. Alvin Olinsky mi è sempre apparso particolarmente imperscrutabile, lui e Voight sono gli uomini che per me nascondono in quello sguardo silenzioso un mondo vissuto di cui in realtà abbiamo visto solo una piccola parte, ma in questo contesto Olinsky non sembra neanche capace di esprimere un dolore che lo distruggerebbe se lasciato libero e tutto ciò che adesso gli dà vita è pura rabbia, è l’estremo bisogno di trovare il suo responsabile e poi mostrare, davanti a lui, la forza di quel sentimento che gli dilania l’anima. La disperazione di Alvin si scontra sorprendentemente con la razionalità ritrovata di Voight, in un confronto che in fondo appare quasi un paradosso agli occhi di Olinsky considerato ciò che lo stesso Voight ha fatto quando si è ritrovato ad indossare i suoi panni poco tempo prima ma la differenza “purtroppo” in questo caso sta nella portata della tragedia, una tragedia che non può essere risolta nell’oscurità di una notte di pioggia nella zona più deserta della città, perché tutti gli occhi di Chicago adesso sono rivolti a loro e a quella giustizia che non appartiene più solo a un uomo ma diventa la necessità primaria di un’intera comunità.

Ed è in quel momento, quando Antonio Dawson ritorna all’Intelligence per riprendere quel ruolo che in fondo l’ha sempre visto protagonista come mediatore tra la giustizia di Chicago e quella di Hank Voight, che cominciamo a conoscere per davvero un nuovo volto della città, la Chicago di Peter Stone. Ciò che mi ha colpito principalmente di questa nuova realtà che ci hanno presentato è stato notare quanto diversa mi appaia rispetto a quella dell’Intelligence. Come abbiamo già avuto modo di capire nella precedente stagione, Hank Voight e Peter Stone rappresentano i due volti della giustizia di Chicago e in quanto tali, almeno in apparenza, non potrebbero essere più diversi [il che poteva rivelarsi un problema per me che vivo secondo il mantra “10, 100, 1000 Voight”]. Esiste inevitabilmente una frattura imponente tra la legge di Stone e quella dell’Intelligence che in qualche modo, come lo si intuisce dalle parole di Olinsky, ha smesso di credere nell’ordinario sistema giudiziario di Chicago, temendo costantemente che gli sforzi compiuti possano essere vanificati da cavilli legali appartenenti a una zona grigia che l’Intelligence a volte non riconosce. E in questa situazione particolare purtroppo, ancora una volta è Antonio a dover occupare quella scomoda posizione intermediaria tra coloro che sono stati la sua famiglia per quasi quattro anni e coloro che adesso rappresentano un nuovo capitolo della sua vita ma soprattutto Antonio è secondo me l’anello di congiunzione tra le due visioni della giustizia, tra la legge di Stone e quella che a volte può apparire come la vendetta di Voight.

In realtà però, imparando a conoscere sempre di più Peter Stone, seguendo la sua preparazione al processo, ascoltando le sue parole, credo di essermi resa conto di quanto lui non sia poi così diverso da Voight e vi spiego perché. Sebbene Stone agisca inevitabilmente secondo la legge, credendo fermamente nel sistema giudiziario e nella sua validità, seppur appartenente a una realtà differente, Stone vive il suo lavoro esattamente come Voight, senza riposo, senza limiti che non è disposto ad oltrepassare pur di ottenere giustizia, apparendo quasi spietato a volte. Ma è proprio in quella gelida determinazione che riconosco Chicago, è proprio nei suoi occhi quasi impassibili che rivedo la stessa volontà di utilizzare qualsiasi mezzo a disposizione pur di portare alle vittime e alle loro famiglie se non la pace almeno quella conclusione che meritano. Il modo in cui riesce ad entrare cinicamente sotto la pelle del colpevole spingendolo a rivelarsi per quello che è in realtà davanti alla giuria mi ha lasciato una sensazione quasi familiare, la stessa che avverto in ogni realtà di Chicago, ossia la consapevolezza di trovarmi di fronte a personaggi chiaroscurali, a uomini e donne che non sono perfetti così come non lo è il loro mondo ma che, ognuno a modo proprio, provano a fare del loro meglio per rendere Chicago una città di cui essere fieri.

E infine, sebbene  tecnicamente non abbiano avuto un loro spazio individuale, i medici del Chicago Med hanno rappresentato ancora una volta il collante tra tutti gli show ma più di tutto la sensazione che provo davanti a Will Halstead, Natalie Manning, Connor Rhodes, Maggie Lockwood, Ethan Choi e tutti i dottori del Med è quella di ultima frontiera, ultima possibilità di sperare ancora, ultima chance di un lieto fine che tante volte può non arrivare ma per cui loro lotteranno senza sosta fino all’ultimo respiro. Gli inserimenti dello staff del Med nella storia sono stati non soltanto indispensabili ma quasi vitali per me, perché tutti loro sono il punto di riferimento di Chicago, più di chiunque altro, loro entrano in gioco quando più ne hai bisogno e restano al tuo fianco nel bene e nel male, dedicandoti il loro meglio anche quando temono che non possa bastare. Nonostante gli esiti del loro intervento, credo infatti che Olinsky ricorderà sempre Will e Natalie come coloro che hanno provato, fino allo strenuo delle forze, a salvare sua figlia Lexi e forse, col tempo, anche questo servirà a donargli una conclusione che probabilmente adesso ancora non prova.



Se lo domandate a me, la risposta sarà sempre la stessa: credo che ancora una volta Dick Wolf abbia portato in scena una lezione, di umanità, di coraggio, di realtà, di giusto mezzo tra dramma quotidiano e speranza, ma soprattutto credo che abbia mostrato come creare un evento televisivo straordinario con la maestria dell’esperienza e del talento. Lunga vita al LUPO, lunga vita a Chicago!

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